Nāgārjuna fondò la scuola Madhyamaka (Via di Mezzo) nel buddhismo, tracciando un rigoroso percorso concettuale tra eternismo e nichilismo attraverso l’uso di un paradosso.
Egli non sosteneva che i carri non esistessero fisicamente, ma piuttosto che fossero privi di un’essenza indipendente e intrinseca. Nel suo quadro filosofico Madhyamaka, egli utilizza il carro come classica metafora buddhista per illustrare i concetti di vacuità (śūnyatā) e origine dipendente (pratītyasamutpāda).
Sebbene questa analogia abbia origine dal *Milinda Pañha* (Le domande del re Milinda), Nāgārjuna e il suo commentatore successivo, Candrakīrti, la formalizzarono in una rigorosa decostruzione. Candrakīrti ampliò la logica di Nāgārjuna per creare il Ragionamento Settevolare, una dimostrazione analitica sistematica che dimostra come un «carro» non possa essere individuato attraverso l’analisi. Poiché il carro fallisce tutte e sette le seguenti prove, si dimostra che è privo di esistenza intrinseca.
1. Non è costituito dalle parti: il carro non è l’asse, le ruote o il telaio presi singolarmente.
2. Non è separato dalle parti: un carro non può esistere indipendentemente dai suoi componenti fisici.
3. Non possiede le parti. Il carro non “possiede” le sue parti nello stesso modo in cui un padrone possiede uno schiavo.
4. Non dipende dalle parti. Il carro non risiede intrinsecamente all’interno dei suoi componenti.
5. La posizione delle parti non è: le parti non risiedono all’interno di un «carro» preesistente.
6. Non è semplicemente un insieme. Un mucchio casuale di ruote e assi rotti non costituisce un carro.
7. Non è la forma: anche la configurazione specifica delle parti è una caratteristica transitoria, sorta in modo dipendente.
Il ragionamento in sette parti di Chandrakirti è una profonda indagine meditativa utilizzata nella scuola buddista Prasangika-Madhyamika per smantellare l’illusione di un “sé” o “io” che esista in modo intrinseco. Utilizza un carro, come menzionato nei paragrafi precedenti, le sue parti come metafora per mostrare che una persona è semplicemente un’etichetta attribuita a un insieme di componenti e non possiede alcuna esistenza indipendente e concreta.
La meditazione analizza sistematicamente il rapporto tra il sé (il carro) e la sua base di designazione (gli aggregati, ovvero le parti del carro) utilizzando sette punti logici:
1. il sé non è identico alle parti: l’«io» non è identico al corpo e alla mente (gli aggregati), proprio come il carro non è esattamente uguale alle sue ruote, all’asse e al telaio. Se fossero la stessa cosa, il sé sarebbe multiplo (tanti quanti sono i componenti) o deperibile.
2. Il sé non è diverso dalle parti: l’«io» non esiste indipendentemente dal corpo e dalla mente né al di fuori di essi, proprio come il carro non può essere trovato separato dai suoi componenti fisici.
3. Il sé non possiede intrinsecamente le parti: il sé non “possiede” né contiene il corpo e la mente — il loro rapporto non è come quello di una persona che possiede un bene.
4. Il sé non dipende dalle parti: non si può dire che il sé risieda all’interno degli aggregati, utilizzandoli come base.
5. Gli aggregati non sono contenuti nel sé, e il sé non è il “proprietario” da cui essi dipendono.
6. Il sé non è la mera somma delle parti: l’“io” non è la somma totale o l’insieme degli aggregati, proprio come un carro non è semplicemente un ammasso di ruote e assi smontati.
7. Il sé non è la forma o la disposizione delle parti: l’«io» non è la configurazione strutturale o la forma del corpo e della mente, proprio come un carro non è semplicemente la forma specifica delle parti assemblate.
Analizzando questi sette punti, chi medita scopre che non è possibile trovare alcun «sé» intrinsecamente esistente né all’interno né all’esterno del proprio corpo e della propria mente. Questa comprensione della vacuità aiuta, in ultima analisi, a liberare la mente dalla sofferenza e dall’attaccamento dettato dall’ego.
Per impedire che questa filosofia degenerasse in un nichilismo assoluto, Nāgārjuna sviluppò la dottrina delle Due Verità.
Secondo la verità convenzionale, i carri esistono nella vita quotidiana. Funzionano, trasportano passeggeri e sono concetti linguistici validi.
Tuttavia, se analizzato al livello più profondo, il carro non ha un’essenza permanente o immutabile. Esiste solo come etichetta concettuale applicata a un insieme di parti disposte in modo interdipendente.
Secondo Nāgārjuna, quando cerchiamo la “verità ultima” o l’essenza fondamentale (svabhāva) di qualsiasi oggetto, non troviamo nulla. Ogni cosa esiste solo perché è interconnessa e dipende da tutto il resto. Questo è il principio dell’Origine Dipendente (Pratītyasamutpāda).
Poiché le cose dipendono interamente da condizioni esterne per la loro esistenza, sono prive di qualsiasi natura intrinseca e indipendente. Questa totale assenza di esistenza indipendente è ciò che Nāgārjuna chiama «vuoto» (śūnyatā).
Il paradosso si approfondisce attraverso una presa di coscienza in due fasi: in primo luogo, la verità ultima è il vuoto; in secondo luogo, il fatto definitivo e assoluto riguardo all’universo è che tutte le cose sono prive di esistenza indipendente.
Tuttavia, il vuoto stesso è vuoto, poiché non è una sostanza tangibile, un etere magico o un piano cosmico superiore. Il vuoto è semplicemente uno strumento concettuale utilizzato per descrivere la natura delle cose convenzionali. Poiché il vuoto si basa sulle cose convenzionali per essere definito, è in ultima analisi vuoto e convenzionalmente vero.
Pertanto, la verità ultima è che non esiste una «realtà ultima» indipendente. Le verità ultime e convenzionali non sono due mondi separati; sono prospettive interdipendenti che indicano la stessa realtà.
Lo scopo filosofico fondamentale di questa decostruzione non è semplicemente un esercizio accademico riguardante i veicoli antichi. Il carro è una metafora del sé umano. Proprio come un carro è solo un’etichetta per le sue parti, l’“io” o l’individuo è semplicemente un’etichetta applicata ai cinque aggregati: forma, sensazione, percezione, formazioni mentali e coscienza, tutti in costante mutamento.
Quando si prende coscienza di questa vacuità attraverso pratiche come la contemplazione e la meditazione, la mente si libera dall’attaccamento e dalla sofferenza, poiché ogni dolore e ogni sofferenza derivano dall’idea di aggrapparsi a un sé sostanziale e indipendente — l’«io» e il «mio».