Wednesday, 12 December 2012

Lam Rim Dharma




Lam Rim Dharma

Geshe Gedun Tharchin
15 Settembre 2004 

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Dharma

Il termine sanscrito Dharma, in pali Dhamma, si riferisce a tutte le azioni o condotte positive che procurano benessere nella vita e benefici agli individui e al mondo. Dharma si riferisce anche ad ogni sistema di pensiero religioso, etico e filosofico volto al benessere di ciascuno. Tutte le pratiche spirituali, le discipline, le azioni e i rituali virtuosi sono considerati Dharma. Il termine Dharma è tradotto in Tibetano come Choè e significa semplicemente azione buona.

Credo che il maestro Sakyamuni abbia rivelato il Dharma e abbia insegnato il Dharma, il giusto modo di pensare, il sentiero spirituale, la realizzazione interiore o la qualità di base umana che già era presente nel pensiero esistente nella storia umana del passato. Quindi per i suoi seguaci e nella filosofia buddista, il termine Dharma viene utilizzato come l'equivalente degli insegnamenti di Buddha, e per insegnamenti non s'intende solamente i discorsi, ma anche i contenuti dei discorsi, le qualità spirituali e le realizzazioni.

L' Abhidharmakosa di Vasubhandu dice:

La natura degli insegnamenti del maestro possiede due aspetti: l'aspetto orale e l'aspetto della realizzazione. L'unico modo per essere un praticante è preservarla oralmente o spiritualmente

Quindi, nel Buddhismo, il Dharma è considerato il secondo gioiello o rifugio per i seguaci, oltre agli altri due rifugi, il Buddha e il Sangha. Infatti Buddha significa semplicemente essere Illuminato o letteralmente essere risvegliato, che si è completamente svegliato dal sonno dell'ignoranza. Dharma sono quindi gli insegnamenti, che sono le istruzioni verbali e le qualità spirituali insegnate dagli esseri Illuminati. Il Sangha è costituito dai praticanti che si perferzionano nell'apprendere e nel praticare il Dharma.

Generalmente un essere illuminato predica il Dharma, cioè una conoscenza della realtà e il modo in cui realizzare questa verità per condurre una vita ricca di significato nel contesto del mondo circostante.

M'interessa fornire un'educazione spirituale di tipo moderno che tuttavia possegga i suoi valori classici. Il Dharma, inteso come spiritualità universale, produce uno stato di armonia con tutte le cose presenti nel mondo materiale. Ad un livello ultimo, la mia ricerca concerne un sentiero spirituale universale di Dharma, che si adatti a tutti gli uomini per il benessere di tutti gli esseri senzienti. Vorrei che si basasse sulla saggezza e sul metodo tradizionale delle scritture del Lam Rim, pur restando in armonia con i vantaggi e i comfort moderni, includendo le tecnologie sofisticate, e che si integrasse con le altre culture, le altre tradizioni spirituali e sistemi d'educazione esistenti. Desidererei essere in grado di avere un'apertura spirituale che superi tutte le barriere tra le religioni e i gruppi spirituali e dove tutti coloro che ricercano un arricchimento spirituale possano trovare una comune base di rilassamento per tutta l'umanità.

Nel linguaggio occidentale ancora non si è coniato un termine equivalente al sanscrito Dharma. Gli insegnanti buddisti inglesi, gli studiosi e i traduttori hanno utilizzato la parola Legge, Verità, Religione, ecc…per intendere o sostituire il termine Dharma. Tuttavia non si è ancora creato un contesto sociale tale da consentire a nessuno di loro di dare un senso completo al termine Dharma o Choè. Quindi la maggior parte delle presone preferisce usare il termine originale Dharma anche in inglese, come ad esempio il termine “yak” è ugualmente valido in inglese nonostante sia originalmente un termine tibetano.

Il Grande maestro indiano Vasubhandu elencò undici significati principali derivanti dal verbo “dhr”. Può indicare un preciso fenomeno che possiede una caratteristica peculiare, o la stessa caratteristica. Può significare anche “costume”, “dovere”, “legge” o “religione”, che regola il comportamento. Ma l'essenza della scoperta di Buddha era la sostanziale realtà della libertà, che può essere realizzata dalla mente umana come le sua condizione più profonda. L'individuo che ha raggiunto la realizzazione è al di fuori della sofferenza, al di fuori di ogni sistema che lo tenga legato a sè. Ciò diede una nuova serie di significati al Dharma: l' “Insegnamento”, il “Sentiero” di pratica dell'insegnamento, la “Libertà” propria di questa realtà, o “Verità”, lo stesso Nirvana.



La Via di Mezzo

Credo che la definizione del Dharma in una sola parola possa essere “Via di mezzo”, in tibetano Uma e in sanscrito madhyamaka. Stare nel mezzo o nel centro significa saper equilibrare ogni cosa e avere una piena comprensione che il Dharma, la compassione, la saggezza, la rinuncia e anche la realtà ultima, cioè la vacuità o mahamudra ( il grande sigillo, l'unione delle due verità o unione del chiaro e del vacuo) non sono nient'altro che Uma.

In breve, uma è l'essenza di tutti i fenomeni ed è il cosidetto Dharma che deve essere realizzato e in cui si può trovare rilassamento. La descrizione più esplicita di Uma è mostrata nel Mulamadhyamaka-karika di Nagar-juna. Il termine madhyamaka si riferisce tecnicamente alle due Bodhicitta nel testo di Nagarjuna chiamate commenti alla Bodhicitta del livello convenzionale ed ultimo, che sono la grande compassione e la realizzazione della realtà ultima. Sono anche conosciute come saggezza e compassione, rispettivamente riassunte nei versi finali ed iniziali del Mulamadhyamaka-karika:
Mi prostro dinnanzi a Gautama
Che tramite la compassione
Ha insegnato la vera dottrina
Che conduce all'abbandono di tutte le visioni errate

Mi prostro dinnanzi al Buddha perfetto
Il migliore dei maestri, che ha insegnato che
Tutto ciò che sorge dipendentemente è
Senza fine, senza nascita, annientato, non permanente
Non viene, non va, senza distinzione, senza identità,
E libero da costruzioni concettuali.
Uma o madhyamaka è, in una parola, la descrizione del Dharma così come è rivelato dal grande Nagarjuna nelle sue opere, come ad esempio i sei trattati che provano in maniera logica la Via di Mezzo, specialmente “Versi sulla saggezza fondamentale”, in cui si dice:

Qualsiasi cosa esiste interdipendentemente,
Questa è vacuità.
Questa, essendo una designazione dipendente,
è essa stessa la via di mezzo

Quando la vacuità è possibile
Ogni cosa è possibile;
Dove la vacuità è impossibile
Nulla è possibile.
Questa filosofia è riconducibile a tali versi di un sutra del maestro Sakyamuni:
Bikku,
Colui che vede l'origine interdipendente
Vede la vacuità del Dharma,
Quindi vede il Dharmakaya dell'Illuminato.
Il sistema filosofico è stato conosciuto poi come Prasangika madhyamaka dal suo più fervido seguace Chandrakirti nel suo commento al Mulamadhyamaka-karika, Introduzione alla Via di Mezzo o Madhyamakavatara. Un breve commento poetico al Mulamadhyamaka-karika di Nagar-juna è stato scritto da Lama Tsongkhapa e porta il titolo “Omaggio a Buddha Sakya-muni per il suo insegnamento sulla relatività”. Se ne riportano dei versi:
Omaggio a colui la cui visione e parola
Lo resero un insuperabile saggio e maestro,
Il vittorioso, che vide la relatività
E la insegnò a tutti noi!

L'ignoranza è la vera radice
Di tutti problemi nel mondo;
Colui che vide ciò e se ne liberò
Proclamò la relatività universale.

e

Tutto ciò è oggettivamente vacuo
E questi effetti derivano da questa causa;
Queste due verità non si escludono a vicenda
Ma anzi sono complementari.

e

Tra I maestri, il maestro della relatività,
Tra le saggezza, la saggezza della relatività;
Questi sono come Vincitori Imperiali nel mondo
Che ti rendono Campione Mondiale di Saggezza, al di sopra di tutti.

Qualsiasi cosa tu abbia insegnato
È permeata di relatività
E dal momento che quest'ultima conduce al Nirvana
Nessuna delle tue azioni non procura pace.
Atisha, autore de “La lampada del sentiero che conduce all'Illuminazione”, Shantideva, autore di “Bodhisattvacaryavatara” e molti praticanti in Tibet, come Marpa, Milarepa, Tsongkhapa e l'attuale quattordicesimo Dalai Lama del Tibet hanno stabilito le loro tesi rifacendosi alla Via di Mezzo di Nagar-juna così come viene descritta in “Buddhapalita” di Buddha-viveka, “Quattrocento versi sulla Via di Mezzo” di Aryadeva, “Madhyamakavatara” di Chandra-kirti.

Anche due grandi maestri di logica indiani, Dignaga e Dharma-kirti, autore dei sette trattati Pramana, e in oltre i cinque dharma di Maitreya, le cinque bumi di Asanga, Abhidharma-samucchaya di Asanga e Abidharma-kosa di Vasubhandu e centinaia di commenti e opere di studiosi tibetani, si sono basati su tali testi.

I trattati Lam Rim e i trattati Lo Jong dei maestri Kadampa del Tibet hanno costituito un grande supporto per la Via di Mezzo del Buddha, in quanto le hanno consentito di esser tramandata fino ai giorni d'oggi e l'hanno preservata come un tesoro vivente di spiritualità. Vi è anche un sistema di dialettica tibetano chiamato Due Dra, che si è sviluppato basandosi sui sistemi di logica indiani degli studiosi Sakyapa, e che distingue leggermente il sistema di studiare la filosofia buddista proprio delle Università Monastiche tibetane da quello della grande Università di Nalanda in India.

Vi è un sistema interno al Buddhismo Tibetano, il Vajrayana, che si basa sul sentiero spirituale promosso dagli 80 Mahasiddha indiani, conosciuti nel mondo tibetano. Questo sistema è conosciuto come un mezzo segreto del Dharma, e funziona solo per le persone che possono paragonare le loro capacità a quelle degli 80 Mahasiddha. Il sistema Vajrayana è anche un modo d'approccio verso Uma o madhyamaka (l'unione delle due verità della Chiara Luce e del corpo Illusorio o corpo d'Arcobaleno o corpo vacuo) attraverso dei punti vitali del sistema sottile dell'esistenza umana.

Secondo quanto dice un leggenda buddhista, Buddha apprese la Via di Mezzo da un fenomeno semplice, una chitarra indiana: né un tocco troppo debole né uno troppo forte produce perfettamente, in modo corretto, il suono desiderato. Quindi, per appagare il desiderio umano bisogna saper seguire la Via di Mezzo, la saggezza che riesce ad equilibrare tutto!

Dunque la Via di Mezzo non consiste in un una filosofia, in una concentrazione, in un atteggiamento fissato e predeterminato, ma si basa sulla realtà della natura relativa della verità, sulla perfezione di una conoscenza intelligente, che riesce a fornire un'adeguata risposta a ciascun individuo tenendo conto dei ritmi di continuo cambiamento cui sono sottoposti gli eventi e le cose. Quindi, la Via di Mezzo non è qualcosa per studiosi o per persone particolarmente realizzate, ma piuttosto è un mezzo che permette a tutti gli esseri viventi di gestire la loro vita riuscendo a dare equilibrio a tutti i momenti e ed eventi, condizioni e situazioni che capitano loro senza far venir meno l'essenza del Dharma, che è un'esperienza gioiosa nel flusso mentale.

Anche un santo dei tempi moderni come Mahatma Gandhi ha applicato fondamentalmente il principio della Via di Mezzo, il punto di vista proprio del Madhyamaka ovvero il modo di avvicinarsi alla saggezza proprio di Uma, utilizzandolo come un modo per sistemare ed equilibrare tutte le situazioni che ha incontrato. Per fare un esempio, quando gli inglesi costruirono la ferrovia in India, molti indiani erano a favore di ciò e molti altri indiani erano contro. Ma Gandhi disse: “L'India è ok con o senza treni”: il suo approccio realistico alla Via di Mezzo riusciva a superare facilmente le posizioni estreme per raggiungere uno stato di non-violenza o ahimsa. Riuscì a mantenere la Via di Mezzo anche nelle questioni fra teisti ed atei, religioni monoteiste e politeiste, sostenendo che “Dio è la Verità e la Verità è Dio” e “Non c'è nessun Dio se non la Verità” e riuscendo così a portare equanimità ed equilibrio tra queste posizioni che escludono l' una l'altra.

Colpisce anche molto il suo modo, proprio della Via di Mezzo, di avvicinarsi alla fede Induista e Buddista in India, dal momento che lui afferma: “Ma l'insegnamento di Buddha, come il suo cuore, si espandeva dappertutto e abbracciava ogni cosa, e per questo è sopravissuto al suo corpo e si è diffuso sulla faccia della terra. Il Buddha non ha mai rifiutato l'Induismo, ma ne ha ampliato la base, ha dato vita a degli insegnamenti che erano seppelliti nei Veda e che erano ricoperti di erbacce. Il suo grande spirito induista ha spianato la sua strada tra le foreste di parole, parole senza senso che avevano ricoperto la verità d'oro presente nei Veda. Le leggi di Dio sono eterne ed inalterabili e non possono essere separate da Dio stesso.

È una condizione indispensabile della sua perfezione. Da qui il grande equivoco che Buddha non credeva in Dio e credeva semplicemente nella legge morale.”

Credo che la via di Gandhi sia un modello della grandezza del genere umano e dell'animo umano. La sua vita fu semplice, modesta e umile tuttavia in grado di affrontare tutte le situazioni. Inoltre egli era intelligente, istruito culturalmente e possedeva forza pacifica, tolleranza e amore, che lui chiamava
ahimsa bavana, letteralmente azione di non-violenza e la sua pratica era Satyagrah, cioè basata sulla Verità…parole estremamente sagge!

Anche il leader del Tibet, il quattordicesimo Dalai Lama ha applicato la Via di Mezzo o Uma, madhyamaka, persiono nelle questioni politiche del Tibet, per mantenere un dialogo e una comunicazione genuina con le autorità cinesi. Lui confida totalmente ed ha fiducia in questa Via di Mezzo e nella compassione, che considera dei mezzi per riuscire a gestire tutte le situazioni che riguardano il Tibet e i tibetani. Grazie a questo atteggiamento non-violento della Via di Mezzo è riuscito a vincere il premio Nobel per la pace nel 1989 ed ha ottenuto molti sostenitori internazionali.

Quindi, secondo me, la Via di Mezzo è uno stato de completa libertà da posizioni estreme e di assoluta pace, e costituisce il più semplice, il più umile e allo stesso tempo il più grande e il più potente principio naturale che permette di superare tutti i problemi stando sull'infallibile livello zero della vacuità,
Sunyata. Infatti nella terminologia originale, Sunya' significa zero e insieme a ta' dà un'idea completa dello stato zero, che è il punto più alto da cui nessuno può cader giù, in quanto è il più stabile e il più confortevole.



La Via di Mezzo e Ahimsa

Il Buddismo classico sorse dalle esperienze traumatiche del Buddha, cioè dalla sua scoperta delle malattie, della vecchiaia e della morte, tre inevitabili forme di miseria e
himsa. Il Buddha, con la sua vita e i suoi insegnamenti illuminati, voleva sconfiggere ed annientare queste miserie della vita umana. Le differenti categorie e principi della metafisica ed etica buddista dichiarano l'importanza di questo sistema di pensiero presente in Ahimsa.

Le basi del pensiero buddista sono enunciate nelle quattro nobili verità (aryasatya). Esse sono: (I) la vita è piena di miseria (sarvam dukham) perché è soggetta a cambiamento, decadimento e morte, (II) la causa della miseria è il desiderio (samudaya), che ha le sue radici nell'ignoranza, (III) la distruzione della causa (nirodhaa), cioè il desiderio, è la strada che conduce alla liberazione, e (IV) il mezzo per distruggere il desiderio è il nobile Ottuplice Sentiero (marga) che deve essere percorso da coloro che ricercano la vittoria sui desideri e consiste in : Retta comprensione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retti mezzi di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione.

Per colui che aspira al sentiero della perfezione sono prescritti cinque precetti: astenersi dall'uccidere, astenersi dal rubare, astenersi dai piaceri dei sensi, astenersi dal mentire e astenersi dall'ubriachezza.

Lo stato di Budda e il nirvana finale si ottengono tramite la pratica di virtù positive come i quattro eminenti stati di coscienza (brama-vihara) e i sei livelli di perfezione (paramita). I quattro eminenti stati di coscienza sono: amicizia benevola (mastri), compassione amorosa (karuna), gioia simpatetica (mudita) ed equanimità universale (upeksa). I sei livelli di perfezioni spirituali sono: generosità (dana), retta condotta (sila), pazienza (ksanti), sforzo gioioso (virya), concentrazione (dhyana) e saggezza suprema (prajna). Come si vede questi principi e concetti sublimano e convalidano la pratica della non-violenza.

L'essenza degli insegnamenti buddisti è che ci sono miserie e ingiustizie (himsa) nel mondo: queste possono essere superate dall'amore e dall'assenza di ingiustizie (ahimsa). Le leggi di ahimsa devono essere osservate da tutti. Al laico è fortemente raccomandato di scegliere un'occupazione che causi la minima ingiustizia agli altri esseri viventi. I monaci dovrebbero osservare la non-violenza nella maniera più rigida.

Nel Buddismo ahimsa non significa solo non uccidere o non commettere ingiustizia, ma è l'amore universale verso tutti gli esseri viventi. Per i buddisti
ahimsa, karuna e matri sono la stessa cosa. Il Dharmapada dice : “ha abusato di me, mi ha picchiato, mi ha sconfitto, mi ha derubato” – in questi eventi non albergare tali pensieri e l'odio cesserà.

Il Buddismo è un sistema etico e religioso pratico, i cui principi sono basati sulla filosofia della Via di Mezzo. Normalmente non impone mai delle pratiche impossibili ai suoi seguaci e crede che torturare se stessi sia anche contro ahimsa. L'ascetismo dovrebbe essere praticato moderatamente. Consente anche ai suoi seguaci di mangiare carne se l'animale non è stato ucciso da loro o per loro. La non-violenza dovrebbe essere praticata nel corpo, nella parola e nella mente e la non-violenza della mente è considerata la più alta forma di amore mostrata agli altri.

La vita e gli insegnamenti di Buddha furono grandi fonti d'ispirazione per il maestro di
ahimsa, Mahatma Gandhi. In un discorso ai buddisti a Colombo disse:
Forse voi non sapete che uno dei miei figli, il maggiore, mi ha accusato di essere un seguace di Buddha, e alcuni dei miei compatrioti non hanno esitato ad accusarmi di diffondere l'insegnamento buddista travestito da Induismo. Io comprendo le accuse di mio figlio e le accuse dei miei amici induisti. E a volte mi sento addirittura orgoglioso di esser accusato di essere un seguace di Buddha, e non ho alcuna esitazione nel dichiarare davanti alla presenza di questo pubblico che devo molta dell'ispirazione alla vita dell'Illuminato.


Equanimità

Madhyamaka potrebbe essere definita in un linguaggio semplice come Equanimità. All'interno della filosofia tibetana, il termine Equanimità possiede quattro modi con cui ci si può riferire alla sua essenza: 1. du jed tang nyom, 2. tsor wa tang nyom, 3. tse med tang nyom and 4. nyam nyid tang nyom. Il primo è uno stato mentale o modo di guardare le cose e gli eventi privo di attaccamento o avversione; tale atteggiamento mentale comporta uno stato di naturale mente positiva e non consente di essere ostacolato da emozioni afflittive. Quindi, questa equanimità consiste nel mantenersi in uno stato d'equilibrio tra l'attaccamento e l'avversione.

Il secondo è uno stato della mente in cui si prova la sensazione di essere in una condizione né di gioia né di dolore, ma di completa calma. Il terzo è lo stato mentale della compassione che considera allo stesso modo tutti gli esseri senzienti e se stesso. Il quarto porge lo stesso rispetto a tutti gli esseri senzienti e gli esseri illuminati. Le prime tre forme di equanimità sono state spesso menzionate nelle scritture sull'Abhidharma. Ma la quarta è una categoria aggiuntiva, una mia scelta di categoria di equanimità presa dal Boddhissattvacaryavatara di Shantideva. Personalmente sento che questo sia il livello più alto di equanimità, caratterizzato dal rispetto, dalla semplicità e dall'umiltà, in cui si più essere completamente liberi da tutti i problemi e da tutte le confusioni, stando in uno stato di piena luminosità e chiarezza.

I seguenti versi del Boddhicaryavatara – il modo di presentare il Dharma o la Via di mezzo nella maniera più semplice, onorando in modo uguale gli esseri senzienti e i Buddha – rappresentano una meravigliosa fonte d'ispirazione per l'altruismo:

- Il maestro Sakyamuni ha dichiarato che il campo degli esseri senzienti è il campo dei Buddha, perché molti hanno raggiunto la più alta perfezione onorandoli.
- Dal momento che l'ottenimento degli esseri Illuminati/ le qualità di Buddha provengono in ugual misura dagli esseri senzienti e dai Buddha, che senso ha non rispettare gli esseri senzienti come si rispettano i Buddha?
- La loro grandezza non dipende dall'intenzione ma dall'effetto stesso. In tal caso gli esseri comuni sono pari ai Buddha.
- Una disposizione amichevole, che è onorabile, costituisce la grandezza degli esseri senzienti. Il merito dovuto alla fede nei Buddha costituisce la grandezza dei Buddha.
- Perciò, gli esseri senzienti sono uguali ai Buddha in un aspetto dell'acquisizione delle qualità dei Buddha; ma nessuno di essi è del tutto pari ai Buddha, che sono oceani di buone qualità dagli aspetti illimitati.

Desidererei che questo mondo fosse trasformato in una struttura sociale aperta dove ciascuno possa imparare, praticare e lavorare insieme agli altri per il benessere di tutti gli esseri senzienti, considerandoli tutti ugualmente importanti e basandosi sui comfort moderni, in accordo con la società contemporanea.



La pratica del Dharma
La pratica del Dharma non è semplicemente una comprensione puramente intellettuale del Dharma, né consiste semplicemente in rituali di devozione né in performance tradizionali. Nel Buddismo la pratica del Dharma viene classificata in molti diversi modi di avvicinarsi alla spiritualità e alla meditazione. Prima di tutto le quattro nobili verità: la comprensione della sofferenza, l'abbandono delle cause della sofferenza, l'ottenimento della cessazione della sofferenza e la realizzazione del sentiero. Le sofferenze sono di tre tipi: sofferenza dovuta al dolore, sofferenza dovuta al cambiamento, sofferenza dovuta alla condizione.
Le cause della sofferenza possono appartenere a due categorie, cioè il Karma e Klesha o oscurazioni mentali, che dettagliatamente si suddividono nei dodici anelli dell'origine interdipendente. La cessazione della sofferenza più avvenire ancora dentro il samsara o al di là del samsara. Il sentiero è diviso in Ottuplice Sentiero e Tre Addestramenti Superiori. Tutti questi devono esseri intrapresi come è insegnato. Il sentiero si suddivide anche nel sentiero dell'Ascoltatore, del Solitario e del Bodhisattva.

La seconda classificazione della pratica è conosciuta come le Tre Pratiche Principali: la Rinuncia, la Boddhicitta e la Saggezza. Vi sono anche la generazione della Bodhicitta e l'Intraprendere la Bodhicitta e le pratiche del Bodhisattva. Quest'ultime possiedono sei perfezioni o dieci perfezioni, che appartengono al sentiero Boddhisattva yana, anche conosciuto come i Cinque Sentieri del Bodhisattva: Accumulazione, Preparazione, Visione, Meditazione e Cessazione dell'Apprendimento.

Le pratiche si suddividono ulteriormente in due: l'Accumulazione dei Meriti e l'Accumulazione della Saggezza. Questi due aspetti della pratica sono come due ali, perderne una non permette al praticante di volare verso la liberazione dal samsara o di superare le tre sofferenze e le due cause della sofferenza. Vi sono poi due principali categorie di pratiche nel modo buddista tibetano, conosciute come sutra yana e mantra yana o pratiche comuni e esoteriche.

Le istruzioni Lam Rim, per quanto riguarda il modo di avvicinarsi a queste pratiche, definiscono tre tipologie di esseri: basilari, intermedi e superiori. Gli esseri basilari sono coloro che cercano principalmente delle rinascite in forme più elevate, gli esseri intermedi sono coloro che ricercano principalmente la liberazione dal samsara e gli esseri superiori sono quelli che cercano la piena illuminazione per il bene di tutti gli esseri senzienti. Le pratiche sono rispettivamente: le Dieci Azione Virtuose, le Quattro Nobili Verità e la Bodhicitta e le Sei Perfezioni. Questo modo di suddividere in categorie mira a guidare gli esseri attraverso un processo graduale di intraprendimento dei sentieri che conducono alla piena illuminazione tenendo conto delle loro capacità, disposizioni e facoltà mentali.

Comunque tutte queste classificazioni delle pratiche non sono nient'altro che una maniera pacifica di prendere la vita, dovrebbero essere considerate una modo sistematico di vivere, morire e reincarnarsi e anche di servire gli altri. Intendo dire che la pratica del Dharma consiste in un Cuore Buono, nella Spiritualità e nella Meditazione, considerati parti integranti del samsara.

La pratica del Dharma è un mezzo per liberarsi dal samsara, ma è anche un modo di godere della vita e darle significato nel samsara.



Lam Rim
Il Lam Rim – stadi del sentiero che conduce all'Illuminazione – si riferisce a un gruppo di insegnamenti che si sono sviluppati in Tibet nel primo millennio e che si basano sul testo conciso, seminale “La lampade per il sentiero che conduce all'Illuminazione” scritto dal grande maestro indiano Atisha (982-1054). Atisha fu uno dei primi maestri di meditazioni a metter piedi fuori dall'India. La sua stessa istruzione era stata acquisita nel corso di molti anni durante i quali aveva viaggiato molto per sedersi ai piedi dei maestri più rinomati del suo tempo, e in quel tempo la cultura buddista era ancora florida in quell'intera parte del mondo. Fece un viaggio persino in Indonesia, dove allora vi era il fulcro della pratica buddista. La sua fama come pandit si diffuse ovunque, anche in Tibet.

Arrivato in Tibet, Atisha, con la sua impeccabile condotta, riuscì a conquistarsi una schiera di devoti, composta da studenti tibetani che ricercavano ardentemente il Dharma puro, e tra essi vi era anche il nuovo re. Lo implorarono di scrivere un testo che compendiasse l'intero sentiero per loro. A quell'epoca, i traduttori tibetani di testi buddisti erano pochi e difficili da trovare. Loro sentivano che la loro prima istruzione molto scarsa a causa di ciò. Perciò Atisha la espose passo per passo in un'opera chiamata “La lampada per il sentiero che conduce all'Illuminazione”.

Quando una copia di questa arrivò fino in India, i più anziani furono sbalorditi per la sua chiarezza e per la sua profondità. Sottolinearono che se Atisha non fosse stato costretto ad esporre l'essenza dei tanti volumi delle Scritture indiane per il beneficio di quei stupidi tibetani, questo gioiello d'insegnamento non sarebbe mai stato prodotto. Si dice che loro stessi ne fecero largo uso in seguito.

Il Lam Rim è il sentiero che conduce all'Illuminazione diviso per stadi e comprende l'intero insegnamento di Buddha, vale a dire il Prajna paramita yana e il segreto Mantra yana o il Sutra yana e Tantra yana, oppure il Sravaka Buddha yana, Pratika yana e Boddhisattva yana, oppure l'Hina yana e il Maha yana, facendo riferimento alle tre ruote del Dharma e seguendo un ordine logico che consente di delineare un percorso passo per passo che può essere compreso e praticato da chiunque voglia seguire il sentiero di Buddha, senza tener conto del suo livello di sviluppo.

Atisha non si basò solamente su ciò che aveva insegnato lo stesso Buddha, ma portò con sé in Tibet anche le tradizioni orali che erano ancora vive su questi insegnamenti, l'ininterrotto lignaggio di metodo e saggezza, ed inoltre l'insegnamento di Asangha, Nagarjuna, e di molti altri grandi studiosi indiani fino agli stessi insegnanti dello stesso Atisha. Così, oltre ad aver composto il primo testo Lam Rim, Atisha ha anche trasmesso queste importanti tradizioni orali, che esistono ancora oggi e che sono fatte pervenire alla società moderna grazie ad un grande maestro tibetano, il quattordicesimo Dalai Lama del Tibet.

Il Lam Rim è una pratica completa, contiene tutte quelle parti che vengono solitamente segregate in pratiche più specializzate all'interno di altri sistemi di meditazione. Il Lam Rim è contemporaneamente una pratica di devozione, di analisi e di concentrazione. S'inizia con preghiere di rifugio e offerte, si procede con l'analisi di vari argomenti, si sviluppa una visione su ciascuno di questi, e poi si dimora concentrandosi su un punto per quanto tempo si riesce. Quando si perde la concentrazione, esistono tecniche per riportarla. E quando si perde la motivazione, esistono tecniche per riacquisirla. Non importa per niente quanto spesso o quanto malamente uno può incespicare. Il Lam Rim continuerà a tenerti concentrato verso la giusta direzione finché continuerai a rialzarti. L'unico modo per fallire nel Lam Rim è abbandonarlo. E anche allora, uno continuerà a conservare il beneficio derivante da qualsiasi positiva energia karmica accumulata durante gli sforzi fino a quel punto.

Molti Lama tibetani scrivono commenti Lam Rim; tutte le quattro scuole di Buddismo tibetano posseggono insegnamenti Lam Rim; secondo la tradizione Kargyu vi è un testo chiamato “Il gioiello ornamentale della Liberazione”-Dakpoì Lam Rim Thar Gyen, che è considerato un testo Lam Rim ed è chiamato “Lam Dre” nella tradizione Sakyapa. Dall'ordine Nyingpa proviene il testo chiamato “Il discorso del mio perfetto maestro” di Patrul Rinpoche (1808-1887), anche questo un testo Lam Rim.



Ka Dam Pa

I discepoli di Atisha, soprattutto Gyalwa Drom Tonpa (1005-1064), formarono una scuola chiamata Kadampa, basata principalmente sul gruppo di sette tradizioni Kadam: tre sul Dharma e quattro sulle Divinità, e sui tre lignaggi di Ka dam pas, che sono: scolastici, istruzioni orali e Lam Rim a seconda delle capacità dei praticanti. Il dPe Choe Rin Chen Pungpa di Geshe Potowa(1027/1031-1105), il Beú bum sNgonpo di geshe Dolwapa(1059-1131), il Lam Rim conosciuto come Beú bum dmar po di Geshe Sherawa(1070-1141) sono considerati le prime opere famose della tradizione Lam Rim. Tutte le tradizioni vennero assorbite dagli ordini Geluk o Ganden del Buddhismo tibetano e vennero poi conosciute come Gaden Kadampa, fondata da Jey Tzonkhapa (1357-1418).

Per la tradizione Kadam, gli insegnamenti Lo Jong costituiscono il cuore delle pratiche. Lo Jong, in tibetano, si riferisce all'esercizio delle due bodhicitta, cioè la bodhicitta convenzionale (generalmente conosciuta come bodhicitta) e la bodhicitta ultima (cioè la saggezza che realizza la realtà ultima), in accordo con le tecniche fornite da trattati come Boddhisattvacaryavatara di Santideva, Ratnavali di Nagar-juna e i 400 versi sul Madhyamaka di Aryadeva etc. Successivamente i geshe kadampa tibetani hanno rivelato la quintessenza degli insegnamenti Lo Jong con I sette punti dell'addestramento mentale di Kadampa Geshe Chekhawa e gli otto versi della trasformazione mentale di Kadampa Geshe Langri Tanga e le 37 pratiche del Boddhisattva di Thokme Sangpo.

Il commento Lo Jong più utilizzato nella tradizione Geluk è L'addestramento mentale come Raggi di Sole di Horton Namkha pal, che era il discepolo diretto di Jey Tsongkhapa e fu il fondatore del colleggio Jangtze del monastero Gaden del Tibet. Un bel commento a Raggi di Sole, intitolato “Svegliare la mente, illuminare il Cuore” del quattordicesimo Dalai Lama è stato pubblicato in inglese.

Sono stato molto fortunato a ricevere gli insegnamenti su Raggi di Sole (durante l'inizio del mio percorso monastico) da Yongzin Ling Rinpoche, il maggior tutor di Sua Santità il Dalai Lama e nel 1991 anche dallo stesso Dalai Lama presso il monastero Gaden in Sud India.


Lam Rim Chen Mo

Basandosi sulla “Lampada per il sentiero che conduce all'Illuminazione” di Atisha, Jey Tsongkhapa ha composto il grande trattato sul Lam Rim, il Lam Rim Chen-mo che contiene l'essenza di tutte le Scritture del Buddha, e il sentiero indicato da Nagarjuna e da Asanga.

Il grande trattato Lam Rim Chen Mo di Jey Tzonkhapa è stato riconosciuto come una presentazione concisa dei grandi libri di Nagarjuna che contengono gli aspetti sia dei sentieri profondi sia di quelli vasti e che sono principalmente “Ratnawali”, “Omaggio alla vacuità”, “
Riassunto del Sutra” e “Madyamikamulakarika”, ecc…

Il Lam Rim Chen Mo si basa anche su 400 versi sul madhyamika di Aryadeva, sul Madhyamakavatara (Introduzione alla Via di Mezzo) di Chandrakirti, sul Cuore della Via di Mezzo di Bhavaviveka, sull'Ornamento della Via di Mezzo di Shantigosa, e sui Tre Stadi del Sentiero di Kamalshila. La maggior opera di Jey Tzonkhapa, il grande trattato sul sentiero che conduce all'Illuminazione (Lam Rim Chen Mo) è stato scritto quando aveva quarantasei anni nel 1402.

Il Lam Rim Chen Mo si basa sulla struttura della “Lampada per il Sentiero che conduce alla Liberazione” in quanto i suoi capitoli sono divisi tenendo conto dei tre tipi di praticanti. Particolare enfasi è posta nell'esporre in dettaglio i punti critici del Lam Rim e la Generazione di Bodhicitta ricalca l'opera di Asangha, Gli Stadi della Meditazione di Kamalasila e il Bodhicaryavatara di Shanti-deva. Il capitolo sulle pratiche generali del Bodhisattva si basano Sull'Ornamento del Sutra di Maitreya.

Una chiarificazione speciale sulle ultime due delle sei paramita, samatha e Shi Nè ricalca il livello dell'Ascoltatore di Asangha, Gondrel e Stadi della meditazione. La parte su Vipassana, Lhak Thong si basa sulla visione di Chandra-kirti, in quanto le fonti principali sono Introduzione alla Via di Mezzo di Chandra-kirti, Chiare Parole di Chandrakirti, un commento ai versi sulla Saggezza Fondamentale di Nagar-juna, il commento ai 400 versi di Aryadeva di Chandra-kirti e il commento di Chandra-kirti sui sessanta ragionamenti di Nagar-juna.

Bisogna anche notare che ogni tanto, nel suo trattato, Jey Tsongkhapa, ha alluso alla questione di come i “comuni” Sutra-yana o paramita-yana a cui il Lam Rim Chen mo è essenzialmente devoto, siano legati agli “esoterici” Mantra-yana o Vajra-yana. Nel Lam Rim Chen Mo vi è un breve riferimento al Vajra-yana e delle ulteriori descrizioni del Mantra-yana sono rintracciabili nel suo Ngag Rim Chen Mo, il grande trattato sugli stadi del sentiero Mantra, in cui afferma: “Considerando solo i termini, ho descritto solo una piccola parte di ciò che interessa l'entrata nel sentiero mantra. Quindi comprendi ciò dettagliatamente usando le opere sugli stadi del sentiero mantra.”

In breve, l'autore, Jey Tsongkhapa, nel colophon del Lam Rim Chen Mo afferma: “Jetsun Dampa, eccellente e venerabile persona chiamata Namkha Gyaltesen (1326-1401) ho ricevuto il lignaggio che deriva da Gonpawa (1016) e Neusurwa (1062-1138) e gli stadi del sentiero, il lignaggio Lam Rima disceso da Chengawa.

Dall'eccellente e venerabile persona il cui nome termina in Sangpo, ho ricevuto gli stadi del Sentiero, il lignaggio Lam Rim disceso da Potowa (1027-1105) a Sharawa (1070-1141), e il lignaggio disceso da Potowa a Dolwa.

Per quanto riguarda La Lampada per il sentiero che conduce all'Illuminazione, il Lam-Dron, testo fondamentale per queste istruzioni il cui significato io ho studiato, non ho citato nient'altro fatta eccezione per le definizioni generali dei tre tipi di persone, pensando che tutte le altre parole fossero semplici. Invece, basandomi sulla disposizione degli stadi del sentiero, il Lam Rim del grande traduttore Ngok (1059-1109) e di suo figlio Drolungpa (autore del Ten Rim Chen Mo), ho scritto sui punti principali traendoli da molti testi Lam Rim sugli stadi del sentiero. È completo in tutti gli aspetti del sentiero, Lam, facile da praticare e sistema il sentiero senza confonderne l'ordine”

La caratterisctica peculiare del Lam Rim Chen Mo è illustrata prima della sua traduzione inglese: “ è importante ricordare che il Lam Rim Chen Mo non è un'opera di gradualismo, un semplice insieme di pratiche preliminari volte preparare il lettore per qualche insegnamento esoterico superiore da attendersi dopo i suoi insegnamenti sul sentiero. È un insegnamento aperto e ordinario, e il suo sentiero è persino detto dal suo autore come il sentiero “comune” (thun mong), il sentiero comune sia agli insegnamenti ordinari sia a quelli esoterici. È il più completo, il più alto insegnamento, la quintessenza concentrata dell'intero sentiero buddista da tutto l'oceano della sua letteratura, concentrato dalla sua integrazione con i supremi insegnamenti esoterici del Tantra presente ad ogni passo.

Per esempio, lo stadio iniziale, l'affidarsi a un mentore spirituale, è uno stadio fondamentale in ogni insegnamento buddista. Ma il Lam Rim Chen Mo non lo insegna con la metodologia preliminare. La visualizzazione del rifugio, la schiera celestiale dei Mentori e di tutti i Buddha, Boddhisattva, divinità, angeli, e antenati spirituali è una visione tratta dalle metodologie tantriche più esoteriche ed è resa liberamente in un modo infallibilmente utile, senza che il praticante non iniziato sia esposto al pericolo di una formale performance tantrica.

La maniera in cui le trascendenza è insegnata, la maniera in cui la compassione e lo spirito dell'Illuminazione sono insegnati, e persino il modo in cui la saggezza è presentata come l'indivisibilità della vacuità dalla relatività rendono il potere del Tantra accessibile in modo generoso, sicuro e saldo, forse potremmo dire sicuro dal fallimento. Questo è la genialità del Lam Rim Chen Mo.”

Nelle università monastiche Geluk le letterature Lam Rim vengono insegnate ai monaci come parte integrante del loro corso di studi di geshe, in corrispondenza con il loro livello di studi. Infatti il Lam Rim Chen Mo è stato riconosciuto come un tesoro di tutti i materiali necessari al curriculum di studi di geshe, cioè i cinque trattati su: Pramana, Prajnaparamita, Madyamaka, Abhidharma e Vinaya.
Nel curriculum di studi monastici di Geshe delle Università del Tibet in Lhasa, Ganden, Sera e Drepung, gli insegnamenti tantrici non sono inclusi e il Paramita-yana o sentiero Sutra, le comuni pratiche di Lam Rim sono considerati le pratiche fondamentali di Mantra.

Vi è un detto tibetano: “La ricchezza del thud (un dolce al formaggio tibetano) risiede nel burro che vi è dentro, senza aggiungervi burro il thud sarebbe semplicemente un pezzo di formaggio secco. La ricchezza del mantra risiede nel suo fondarsi sul sutra. Senza sutra, il tantra sarebbe semplicemente un sunono come
HUM HUM PHAD PHAD”.

Quindi il sutra è l'essenza necessaria per la pratica del tantra. Una solida basa che poggia sul sutra aiuta le tecniche tantriche e le rende significative per i praticanti Dharma. Si dice che la combinazione di sutra buddisti e di tecniche generali tantriche produce l'Illuminazione velocemente. La funzione principale del tantra è quella di rendere ciascuno capace di utilizzare la mente innata o primordiale come strumento per la realizzazione dei tre aspetti principali del sentiero. Per questo scopo lo yoga della divinità può rivelarsi molto utile per far sviluppare la nostra mente e corpo sottili e trasformarli nel sentiero che conduce all'Illuminazione.

Tradizionalmente l'ordine Geluk o Genden/Ganden del buddismo tibetano ha otto o nove scritti Lam Rim commentari sul "
La Lampada per il Sentiero che conduce all'Illuminazione di Atisha" riconosciuti com molto importanti.

1. La Grande esposizione del Lam Rim di Tzonkhapa (versione estesa)
2. Il Lam Rim di media lunghezza di Tzongkhapa (versione media)
3. Il Lam Rim essenziale di Tzongkhapa (versione breve)
4. Il Lam Rim del terzo Dalai Lama (essenza dell'oro)
5. Il Lam Rim del quinto Dalai Lama (discorso di manju-ghosa)
6. Il Lam Rim del primo Panchen Lama (sentiero scorrevole)
7. Il Lam Rim del secondo Panchen Lama (sentiero veloce)

8) Il Lam Rim del Ngawang Drakpa di Dagpo (La Essenza di belle speech) 
9. Il Lam Rim di Phurchok Yongzin (in versi)

Sono stato molto fortunato ad aver ricevuto la trasmissione e gli insegnamenti di tutti i nove Lam Rim da Sua Santità il quattordicesimo Dalai Lama in Dharamsala nel 1983. Una volta ho anche ricevuto un insegnamento molto dettagliato sul Lam Rim Chen Mo da Sua Santità nel 1988 nel Sud India e anche in altre occasioni ho ricevuto molti altri insegnamenti Lam Rim.

Come continuazione del Lam Rim Chen Mo, Jey Tzongkhapa ha scritto Ngag Rim Chen Mo, una grande esposizione degli stadi del sentiero del segreto mantra-yana. Alcune sue parti e anche l'inero testo sono stati tradotti in inglese e anche in altri linguaggi. L'unione di questi due testi dà una presentazione completa del Vajra-yana come facente parte delle due facce della stessa medaglia.




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Sunday, 11 November 2012

Dharma e umanità


Dharma e umanità
Geshe Gedun Tharchin

Ci ritroviamo questa sera in uno degli ultimi incontri di quest’anno, molti amici sono passati di qui per partecipare alle meditazioni ed assistere agli insegnamenti di Dharma, tutte attività molto buone, ma la mia funzione di Lama tibetano, di insegnante di Dharma, non è tanto quella di parlarvi del buddhismo, quanto quella di aiutarvi ad ampliare la vostra capacità di visione, di trovare un terreno comune in tutto ciò che è umano e praticare insieme sulla base di tale scoperta.
Con la terminologia buddhista “pratica del Dharma” si intende la focalizzazione del proprio interesse sulla bontà e qualità umana, il saperla riconoscere come realtà fondamentale.
La qualità umana essenziale è qualcosa che tutta l’umanità condivide; secondo la visione cristiana la si può definire come dono di Dio dato a tutta l’umanità, senza discriminazione alcuna, ed è magnifico, perché significa che tutti abbiamo le stesse capacità e possibilità, gli stessi valori.
Riconoscendo tali valenze, comuni a tutti, è evidente il reciproco rispetto che sorge naturalmente in ogni essere umano nei confronti dell’altro.
Questo rispetto è riconosciuto come prioritario sia nel cristianesimo, che lo chiama «amore», che nel buddhismo, che lo chiama «compassione».
Nel cristianesimo è la condivisione della natura divina, tramite Gesù, che ci rende simili e prossimi a Dio, mentre, nel buddhismo, è la scoperta della natura di Buddha in noi, che tutti condividiamo e che ci rende simili al Buddha.
Sono due approcci differenti per esprimere la stessa qualità della bontà e caratteristica umana di base e, quanto più sviluppiamo la capacità di comprendere questa realtà che ci unisce agli altri, tanto più abbiamo la possibilità di addentrarci nel significato profondo dell’amore e della compassione.
La benedizione, parola utilizzata ripetutamente in ambito religioso, indica precisamente la natura divina, la natura di Buddha, che tutti condividiamo.
In un linguaggio più secolare si preferisce utilizzare il concetto di natura di base, di bontà di base presente in ogni essere umano e, imparando ad osservare tali qualità in se stessi si acquisisce la visione della propria dignità che permette di sentirsi più tranquilli, sicuri, rilassati e sereni.
La dignità umana significa riconoscere in se stessi questi valori di base.
Tra la dignità, il valore umano, e i diritti umani esiste una grande differenza:
  • Per la dignità e il valore umano non è necessario fare nulla, non c’è bisogno di ingaggiare nessuna battaglia, perché è una realtà di cui siamo già in possesso, è una sorta di dovere naturale che ci appartiene.
  • Per i diritti umani invece è necessario rivendicare, lottare, e si trasformano spesso in causa di conflitti dolorosi.
Secondo la visione spirituale, invece di concentrarsi sul termine più restrittivo di “diritti umani”, sarebbe meglio dedicarsi completamente ai “doveri umani”: “devo fare qualcosa di buono, di giusto, perché questo è il mio dovere.” Ma, se per fare qualcosa di buono si deve combattere contro qualcuno, si crea una situazione difficile e contraddittoria. Ho sempre davanti a me l’esempio di Gandhi, un perfetto comportamento di chi, invece di fermarsi alla rivendicazione di diritti, ha professato, dedicandovi completamente la vita, il dovere umano, ottenendo grandi risultati.
Riconoscere questo valore umano, vivendolo con totalità, è la pratica del Dharma.
Riconoscere il proprio valore umano significa riconoscere il valore umano degli altri e, finché non individuiamo questa bontà umana in noi, sarà impossibile vederla negli altri.
Soltanto in seguito all’accogliente osservazione del nostro valore e bontà umana, saremo condotti immancabilmente a compiere azioni buone e ciò significa essere naturalmente al servizio degli altri.
La pratica del Dharma, che sia l’amore di Dio o la compassione del Buddha, tratta tutti gli esseri allo stesso modo, ricchi o poveri, non esiste la minima discriminazione. Dovremmo essere in grado di vedere sempre, non tanto la povertà o la ricchezza esteriore, ma la povertà e la ricchezza interiore, che è impossibile giudicare.
Ogni pratica religiosa, spirituale, di Dharma, deve essere fondata sul riconoscimento in tutti gli esseri umani delle stesse possibilità, valori e doveri. Su tale base possiamo vedere con chiarezza e precisione, in ogni dettaglio, la via per aiutare noi stessi e gli altri.
Per questo è così importante riconoscere prima di tutto in se stessi la naturale bontà, la dignità umana, il rispetto di sé, consapevolezza che condurrà con gioia e naturalezza a compiere azioni buone per gli altri senza discriminazioni di sorta.
Riuscire a creare questa situazione in se stessi, negli altri, e nella società, è il principio del Dharma; per questo la meditazione è un grande aiuto, nella riflessione profonda, nella scoperta delle proprie potenzialità che sono generatrici di pace, tranquillità, gioia e felicità per sé e per gli altri.
In questo modo ognuno scoprirà che è un “diamante”, un gioiello, una realtà preziosa per sé e per gli altri. Già il fatto di essere un diamante rappresenta un qualche cosa di utile perché, certamente, un diamante non può formulare nessuna discriminazione nei confronti di chicchessia e ciò significa operare secondo la natura umana di base, nel rispetto e in perfetta armonia con il mondo e l’umanità intera.
Questa è la mia personale ricerca e, purtroppo, per ciò che riguarda la società contemporanea, e nello specifico l’Italia, un paese pur così sviluppato e progredito, ho osservato che vi è una grande carenza in questo senso ed è ancora lungo il cammino verso la scoperta dalla dignità interiore.
Riconoscere la dignità in se stessi, ovviamente, non significa sviluppare il proprio ego, è una cosa ben differente perché potenziando l’ego si incrementa esclusivamente la paura e la confusione.
La dignità sottintende il riconoscimento della natura, della bontà umana di base, e la vita vissuta in tale consapevolezza. Ecco perché la spiritualità è un indispensabile aiuto ed è così giovevole.
Tempo fa, ho partecipato, con un amico francescano, e un medico oncologo che si occupava, con grande coinvolgimento, di malati terminali, ad una conferenza il cui tema era “La morte e l’aiuto ai morenti”. Ma, quando giunge il momento della morte, non c’è nessuno che possa aiutare dall’esterno, soltanto il riconoscimento della propria pratica, della propria natura di bontà, dei valori e della dignità umana, sono l’unico sostegno che una persona ha nel momento del trapasso.
Che vuol dire “aiutare a morire”? Sinceramente ho difficoltà a comprendere il significato, anche letterale, di tale affermazione. Quando una persona sta morendo che c’è da aiutare?
Nel momento critico nessuno può essere aiutato dall’esterno, riceve l’aiuto soltanto dalla propria pratica, natura, bontà, dignità e rispetto.
La pratica del Dharma, la spiritualità, è ciò che ci serve nel momento in cui nessun altro può sostituirsi a noi, nemmeno il Cristo o il Buddha, se anche fossero presenti.
La pratica del Dharma è la preparazione al momento del trapasso. I problemi di tutti i giorni sono nulla rispetto al passaggio nella morte, e questa è una verità che dobbiamo affrontare senza prenderci in giro.

Wednesday, 24 October 2012

Pratica di Dharma e decostruzione

Pratica di Dharma e decostruzione

Geshe Gedun Tharchin

Siamo qui per praticare un po’ di Dharma.

Se si riesce a praticare in modo puro e serio, una o due ore al giorno di buona pratica di Dharma dovrebbero essere sufficienti per affrontare piuttosto bene le cose del quotidiano.

Come nel caso del cibo, che se si assimila piano piano, questo ci riesce a sostenere con un’energia che dura a lungo, similmente un’ora di buona pratica di Dharma genererà un’energia spirituale che potrà durare a lungo nel tempo e ci permetterà di poter affrontare meglio le difficoltà quotidiane.

E’ un punto centrale della nostra pratica quello di influenzare le attività pratiche con qualcosa che abbia qualità spirituali, in modo tale che la nostra pratica possa influire nella nostra vita giorno per giorno, e che giorno per giorno la nostra vita ne venga influenzata in modo tale che tale influsso duri di vita in vita.

Si parla spesso delle vite future e sono questi dei bei discorsi che però rimangono parole se non si riesce a trasformare immediatamente il momento presente in modo tale da poi potersi ritrovare in grado di trasformare le vite future.

Il nostro intendimento non è quello di stressarci in questa vita per poter godere poi nelle prossime, sarebbe in questo caso una teoria e una pratica assai contraddittoria, la nostra pratica consiste nel trovare della pace, della tranquillità, del rilassamento, della gioia adesso, in modo tale che possa di conseguenza durare domani, dopodomani e così via fino alle vite future.

Il suo scopo è quello di influenzare attraverso il presente anche il domani fino alle vite future in modo tale che ci sia una qualità spirituale una qualità migliore.

Il concetto del sacrificio personale esagerato per ottenere Paradisi o Terra Pura oltre la morte, che può in alcuni casi portare i credenti fino al suicidio, è comune in molte religioni ma dal nostro punto di vista è soltanto una grande illusione che non segue minimamente un’etica corretta.

Bisogna aver chiaro lo scopo della pratica, nella nostra pratica il nostro scopo non è quello di metterci un gradino sopra tutti gli altri, al contrario è quello di porci un gradino inferiore agli altri è quello di metterci a servizio e a disposizione degli altri, ed è questa è una posizione in cui si può davvero trovare la pace, la tranquillità ed il rilassamento.

L’idea comune che ci sia qualcosa da scalare o una scala da salire non è un’idea corretta, lo scopo della nostra pratica è invece quello di scendere, di andare verso livelli più bassi in modo scelto e deliberato, il nostro scopo è quello di raggiungere un’illuminazione analfabeta.

Al contrario di quello che si pensa di solito infatti, lo scopo non è quello di ottenere una illuminazione attraverso una cultura di letture o strutture con programmi organizzati, la nostra illuminazione è un’illuminazione che si avvicina alla Vacuità, una illuminazione analfabeta.
E’ analfabeta perché appunto l’illuminazione, la gioia, la pace non dipendono da un problema di cultura ma hanno la loro base nella natura umana e proprio perché è la natura fondamentale dell’uomo, ognuno ha la propria capacità di raggiungere l’Illuminazione.

Raggiungere quindi l’Illuminazione, la gioia, la pace, la tranquillità non dipende quindi da una cultura né da una costruzione ma piuttosto dall’eliminazione di una confusione.

Nel momento in cui ci avviciniamo di solito alle pratiche di meditazione, pensiamo di dover costruire qualcosa, mentre finiamo per costruire solo della grande confusione ed è il più grande ostacolo la più grande incomprensione nei riguardi di ciò che abbiamo intrapreso.

Queste considerazioni sul raggiungimento della pace e della tranquillità derivano tutte dalle esperienze personali e da tutte le ricerche intraprese da un tempo molto lontano.

Bisognerebbe quindi avvicinarsi alla pratica del Dharma rendendosela semplice non costruendo nulla ma cercando di dare più spazio possibile alla nostra stessa natura che già possiede il Dharma.

A furia di costruire nel mondo sono state distrutte moltissime risorse naturali, lo stesso è accaduto all’interno di noi, a forza di costruire e ricostruire, tutte le nostre risorse naturali sono scomparse o quantomeno hanno un piccolissimo spazio dentro di noi.

Tra mondo esterno e mondo interiore il confronto è facile e continuo, dovremmo quindi mirare non a costruire, ma a togliere, se non vogliamo proseguire l’opera di distruzione interiore.

Leggere o studiare sperando meramente che attraverso tali attività si possa ricevere l’illuminazione o che la si possa trovare per mezzo di qualche istruzione in forma magica o misteriosa, è una totale illusione, mentre per la pratica di Dharma è molto importante conoscere la Natura della Mente.

Domande e risposte

Domanda. Cos’è il Sangha? È il gruppo di praticanti che può dare aiuto e guida?

Risposta. Come ha detto il Buddha ognuno sia maestro a se stesso e il gruppo può al massimo dare dei suggerimenti, dei consigli, ma pensare al gruppo come Sangha è sbagliato.

E’ un fraintendimento pensare che la presa di rifugio possa essere diretta ad una Sangha costituito da un gruppo di persone comuni.

Il Sangha non è costituito da molte persone, può essere costituito anche da un solo essere illuminato, un Buddha è un Sangha , un Arhat è un Sangha, un’Arya è un Sangha, mentre se mettiamo insieme centinaia di persone comuni non costituiremo mai un Sangha, perché al momento tutte queste persone sono come ceche e nessuno è in grado di dare protezione all’altro, mentre se si è un essere superiore, sia che sia da solo che con i suoi simili, allora è un Sangha in quanto dà protezione.

Il Sangha a volerne parlare approfonditamente è un argomento estremamente complesso, purtroppo se ne dà una lettura molto semplificata, nei Sutra è detto che quattro persone ordinate possono rappresentare un Buddha, Dharma, Sangha, ma non sono comunque l’autentico Sangha.

Per quanto attiene alla Presa di Rifugio nel Buddha, Dharma, Sangha, Buddha è il Maestro e non è il monaco che vi sta di fronte, il Dharma è quello che dice veramente il Maestro, ed anche qui bisogna vedere quanto sia corretta la trasmissione dell’insegnamento, ed a meno che uno di voi sia un essere illuminato anche il Sangha non è qui rappresentato… quindi noi non possiamo proteggere nessuno, mentre se fossimo Buddha, Dharma, Sangha, non avremmo nessuna necessità di praticare perché saremmo noi stessi il Rifugio… (risata).

Il fatto che le persone possano poi pensare che noi siamo Buddha, Dharma, Sangha è una cosa comunque positiva, magari non possiamo salvare gli altri ma agli occhi degli altri noi siamo già salvi… (risata)


Sunday, 14 October 2012

Dharma semplice


Dharma semplice

Gedun Tharchin

La mente virtuosa o l’attitudine virtuosa che sorge nel nostro cuore è rara ed è come un fulmine, un lampo nella notte; dovremmo considerare il nostro incontro di Dharma come un’occasione importante per riscaldare il nostro cuore. Dedicare se stessi a questa attività è un gesto significativo.

Generalmente noi collochiamo questo tipo di attività all’ultimo posto nella lista delle cose che abbiamo in programma da fare. È per questo che questa pratica viene svolta solitamente di domenica, il giorno in cui facciamo le cose che sono rimaste per ultime nella nostra lista! Ma lo svolgimento di questa attività di domenica non è intenzionale, è piuttosto dovuto alle condizioni che ci circondano, non è motivato solo dalla decisione del singolo, ma anche basato sulla struttura sociale. A livello sociale, infatti, la pratica spirituale, la pratica del Dharma, è giudicata superflua, poco importante, spesso manca del tutto. Dipende dall’individuo organizzare il proprio tempo in modo tale da farvi rientrare anche tali eventi. È interessante notare come la domenica sia il giorno in cui il governo lascia liberi per poter andare a messa.

Quando ero in Nepal il giorno di festa era il sabato e il venerdì era festa per mezza giornata. Il venerdì pomeriggio, a scuola, facevano dei gruppi di dieci bambini ciascuno, ad ogni gruppo veniva data una saponetta e nel pomeriggio si andava al fiume, dove bisognava lottare per riuscire a prendere questa saponetta con cui potersi lavare. Quindi il venerdì era il giorno dedicato alla cura del corpo, mentre il sabato era un giorno di festa vera e propria, per rilassarsi e svagarsi. Ogni sabato mia madre mi dava 50 paisa, l’equivalente di cinquanta centesimi ed io, non so perché, andavo dal mio villaggio all’aeroporto. Tornando mi fermavo ad un ristorante nepalese dove con questi soldi mi prendevo un po’ di tè e un piccolo dolcetto. Quando invece sono andato nel monastero, in India, il giorno di riposo era il lunedì. Penso che in India il giorno festivo sia generalmente la domenica, mentre nella nostra zona era il lunedì, perché a Mundgod il lunedì era il giorno di mercato, durante il quale da tutti i posti circostanti venivano i contadini a vendere le verdure. Quando ero al monastero il lunedì era un giorno molto prezioso.

Quando sono venuto qui in occidente ho trovato la domenica quale giorno festivo, anche se per me è festa tutti i giorni! Domenica perché è la giornata in cui i cristiani vanno a messa. Dunque le vacanze dipendono dalle diverse situazioni, dalle usanze del posto. Non so perché in Nepal il giorno festivo sia il sabato, ma forse è perché nel calendario tibetano la domenica è il primo giorno della settimana, mentre l’ultimo, secondo il calendario lunare, è il sabato. Anche gli ebrei hanno il sabato come giorno festivo.

I tibetani vanno al monastero in occasioni speciali: il novilunio , quando la luna è a metà, il plenilunio. Solitamente sono importanti per la pratica del dharma, per la meditazione, il primo giorno del mese, il 15 del mese e l’ultimo giorno, cioè il 30. Tali giorni sono significativi perché si ritiene che al cambiare della luna corrispondano dei cambiamenti nel nostro mondo interiore, dei momenti in cui vi sono maggiori opportunità per espandere le nostre realizzazioni, la nostra sapienza. Per chi pratica il puja per Tara è fondamentale l’ottavo giorno del mese, per chi pratica il puja per Padmasambawa il decimo giorno, per chi pratica il puja per Jey Tsongkhapa il venticinquesimo. Poi ve ne sono molti altri, è una cosa molto simile ai santi nel calendario occidentale. Ma per tutti sono importanti il primo, il quindicesimo e l’ultimo giorno mensile e ciò è valido per i tutti praticanti spirituali, di qualsiasi fede religiosa.

Mia madre è molto devota ed è molto brava nel seguire tutti questi impegni, ha un’ottima consapevolezza, una buona perseveranza entusiastica, una buona compassione, una buona pazienza, una buona concentrazione, forse non un’ottima saggezza. Ma ritengo che sia molto più importante avere una saggezza sufficiente e possedere una buona compassione, una buona pazienza, piuttosto che avere una grande saggezza, ma poca compassione, poca pazienza. Mio padre è una persona molto intelligente, impara tutto subito, però, non possiede tantissima pazienza e ha poca perseveranza entusiastica. Quindi la pratica dei miei genitori è un po’ diversa: mio padre pratica piu’ di mattina, finché non arriva la colazione in tavola; mentre aspetta che mia madre abbia finito di preparare la colazione fa puja e meditazione, ma una volta fatta colazione se ne va. Ovviamente sto scherzando un po’ sui miei genitori!

Mia madre dal momento in cui apre gli occhi la mattina fino a quando li chiude la sera, continua a praticare la meditazione, a fare offerte, preghiere, a prescindere da qualsiasi cosa stia facendo, durante qualsiasi attività continua a portare avanti la pratica. Questa è secondo me una pratica di livello veramente alto.

Una buona pratica non significa stare seduti in posizione meditativa con un’espressione concentrata sul volto, si tratta di continuare la pratica durante ogni momento della nostra vita, durante ogni attività intrapresa. Per questo si dice che la saggezza è una buona cosa, ma la pazienza e la perseveranza sono più importanti per portare avanti la pratica spirituale. Una saggezza sufficiente è abbastanza.

Mia madre si ricorda sempre di tutte queste occasioni importanti, senza mai dimenticarne nessuna. Un’altra offerta particolare consiste in alcune lampade che vengono tenute accese giorno e notte, senza interruzione. Non è solo una questione di luce, rappresenta tutta la pratica: la generosità, la pace, la concentrazione, la pazienza, l’offerta da fare la mattina, quella da fare la sera, il mantenere pulito questo luogo speciale.

Come si fa a praticare il Dharma? Qui in occidente a volte si pensa che la pratica consista nel mettersi seduti in un luogo molto bello a meditare, recitando sutra, ascoltando della bella musica, con dell’ottimo cibo. In quel momenti si dice: “Stiamo meditando”. Per un po’ questo è bello, ma la pratica quotidiana deve essere integrata alla nostra vita e ciò è estremamente difficile, ma se ci riusciamo vi sarà una perfetta compenetrazione fra le due entità, la nostra vita quotidiana diventerà la nostra pratica e la nostra pratica diventerà la nostra vita quotidiana, non vi sarà più differenza fra esse. 

Questi piccoli rituali come offrire incenso o preparare l’altare hanno a che fare con la pratica delle sei Paramita, l’essenza del Dharma; talvolta però possono divenire pericolosi e a tal proposito vi è la storia di Geshe Ben Kun Je. Costui era un bandito che poi era divenuto un grande yogi e viveva in eremitaggio. Un giorno un suo sostenitore stava per venirlo a trovare e allora preparò un altare molto decorato, vi recò molte offerte per poterglielo mostrare. Poi si mise ad attendere questo sostenitore, ma ad un certo momento si rese conto che quanto aveva preparato era Dharma mondano e perciò uscì, prese della polvere e la gettò sull’altare, rovinando tutte le offerte. Nello stesso momento in cui fece questo gesto nel Sud dell’India vi fu un importante yogi chiamato Fa Dam Pa San Gye, che disse a un suo discepolo: “In questo momento un Geshe ha compreso l’inutilità del Dharma mondano, è riuscito a tirare della polvere sul Dharma mondano”. Questo non è facile, lo stesso Fa Dam Pa San Gye, che era considerato un grande yogi, ne rimase sorpreso. Tale avvenimento costituì un riconoscimento molto importante per questo yogi tibetano Geshe Ben Kun Je. 

La pratica di Geshe Ben Kun Je era molto semplice, in quanto era stato un bandito e di conseguenza non era molto erudito, non era uno studioso. La sua pratica consisteva nell’osservare la sua mente, tenerla sotto controllo: osservava se ciò che vi si manifestava era positivo o negativo. Quando sorgeva un aspetto positivo nella mente metteva un sassolino bianco, quando sorgeva uno negativo metteva un sassolino nero e trascorreva così tutto il tempo. La sera li contava e vedeva quanti sassolini bianchi vi fossero e quanti neri. All’inizio ce n’erano molti neri e pochi bianchi. Poi, gradualmente, giorno dopo giorno, quelli neri divennero sempre di meno e quelli bianchi sempre di più. Un modo molto pratico.




Monday, 8 October 2012

Pratica di Lam Rim Jor Choe - Gedun Tharchin



Pratica di Jor Choe come raccolta di meriti
Gedun Tharchin

La pratica di Jor Choe è sempre buona per l’accumulazione dei meriti la quale è essenziale per la pratica del Dharma e per i nostri valori spirituali. L’accumulazione dei meriti avviene attraverso la presa di rifugio nei Tre Gioielli, la generazione della Bodhicitta, la preghiera dei Sette Rami, l’offerta del Mandala, la pratica del Lam Rim, il mantra di Buddha Shakyamuni e la preghiera finale mediante la quale i meriti vengono dedicati; questi sono tutti fattori che rendono piena di significato la nostra pratica. Ogni volta che ci troviamo ad affrontare guai, difficoltà, problemi, possiamo superarli attraverso l’accumulazione di meriti; per far questo è bene seguire una pratica regolare che comprenda l’offerta del Mandala, ciotole d’acqua, una buona preparazione dell’altare…tutti buoni fattori per accumulare meriti. Naturalmente anche dare aiuto ai bisognosi che è una cosa piuttosto difficile da giudicare in occidente poiché qui i mendicanti sembrano dei professionisti. E’ quindi difficile capire chi abbia realmente bisogno e chi no, ma in ogni caso se nostra intenzione nel donare è buona, l’azione vale lo stesso.

L’accumulazione dei meriti è come un investimento in banca: più se ne accumulano e più matureranno gli interessi e quindi si moltiplicheranno. E’ molto importante accumulare meriti; i miei genitori, ogni giorno, fanno un offerta che può essere incenso, ciotole d’acqua, lampade al burro, candele…purtroppo si usano gli incensi solo per aromatizzare l’atmosfera in casa, ma non come reale offerta per il Buddha, Dharma, Sangha. Comunque fare delle offerte è una cosa che torna sempre in modo benefico: quando si fanno le offerte a casa è necessario avere una mente tranquilla e serena; le statue non ne avrebbero in realtà bisogno, ma tutto questo fa bene a noi donandoci serenità mentale ed un’occasione per praticare la rinuncia.

L’estate scorsa sono stato in Puglia dove, in una chiesa a forma di trullo, c’erano delle candele votive elettriche che si accendevano inserendo una moneta di qualsiasi valore…è stato molto piacevole! Una candela viene sempre accesa per rischiarare qualcosa; ci sono molti esseri che noi non vediamo, quindi non possiamo sapere a chi stiamo facendo luce, ma c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno, ed anche quando accendiamo dell’incenso ci sono degli spiriti, esseri viventi, che si nutrono di questo odore e la nostra offerta è un esempio di grande generosità, ma dipende sempre dalla nostra intenzione.

Ci sono quindi tanti modi per poter accumulare meriti, molte Puja si basano sulla musica, molti rituali, che riguardano divinità come dei protettori, durano giorni. E’ importante capire come possa avvenire l’accumulazione dei meriti perché tante volte non riusciamo a praticare il Dharma, a meditare, proprio perché, in realtà, manchiamo dell’accumulazione dei meriti. La felicità mentale è la maggiore ricchezza che deriva dall'accumulazione dei meriti. Nella società moderna si stanno sviluppando talmente gli ambiti scientifici e tecnologici al punto che rischiamo di trascurare la spiritualità…se stanno veramente così le cose. La nostra mente è troppo attratta e distratta da tutte queste cose tecnologiche e scientifiche e la nostra vita ne è influenzata, per cui a volte c’è una grande difficoltà ad avere un attimo d’incontro con il cammino spirituale.

Domanda:
Le dieci Azioni Virtuose fanno parte dell’accumulazione dei meriti?

Risposta:
Si. Ovviamente non le azioni in se, ma la loro pratica! Le dieci Azioni Virtuose sono quelle che si esprimono attraverso le tre porte che sono: le azioni compiute con il corpo, con la parola e con la mente; sono molto simili ai dieci comandamenti. Le azioni del corpo a loro volta sono tre: la prima è difendi la vita (che è simile al non uccidere); la seconda: prendi solo ciò che ti è dato; la terza: abbi rapporti sani con gli altri. Poi esistono le quattro azioni della parola: dire la verità, parlare con parole dolci, parlare con parole che uniscano e dire cose utili o non parlare a vanvera. Le tre azioni della mente sono: Compassione, Amore e Saggezza. Quindi mettere in pratica tutto questo è una grande accumulazione di meriti.

Domanda:
La meditazione è un’azione virtuosa o neutra?

Risposta:
Dipende da come definisci la meditazione.

Domanda:
Quindi se la meditazione è per mandare buona energia agli altri può essere considerata virtuosa, se è soltanto per calmare la mente allora è neutra?

Risposta:
Dipende dall’intenzione: se si vuole calmare la mente per il beneficio degli altri, allora la meditazione è un’azione virtuosa. Anche quando si dorme, se si dedica il proprio sonno agli altri, questo diventa un’azione virtuosa, e così per tutte le cose della vita, ossia tutto ciò che è necessario per sopravvivere se viene dedicato a beneficio di tutti gli esseri senzienti, questo darà un valore virtuoso a tutta la vita. Spieghiamo ora la differenza tra i cinque precetti e le dieci azioni virtuose. I cinque precetti sono dei voti, mentre le dieci azioni virtuose sono da considerarsi naturalmente tali, ma se vengono trasformate in precetti, ossia c’è l’impegno di mantenerle, allora assumono le negazioni che tutti conosciamo come “non rubare”, “non dire falsa testimonianza” ecc. Per cui quando si ruba ci sono due azioni negative che si compiono simultaneamente poiché non soltanto si va contro un’azione azione virtuosa naturale, che è quella di prendere soltanto ciò che ci è dato, ma si infrange il voto di mantenere il precetto che è il non rubare. Quindi le dieci azioni virtuose sono qualcosa che appartiene e riguarda ognuno di noi, in quanto sono azioni naturali e non occorre prendersi nessun impegno, mentre i cinque precetti sono qualcosa che determinate persone in determinate circostanze si impegnano a mantenere.

Domanda:
Ma allora che vantaggio c’è nel prendere i precetti?

Risposta:
Nella pratica del precetto c’è un’enfatizzazione, ossia se una persona decide di impegnarsi nel precetto, ci sarà un potenziamento della pratica la quale avrà maggior valore. Chiaramente praticando il precetto si accumulano molti più meriti perché da una parte c’è il normale merito che viene dal compiere un’azione virtuosa e dall'altra il merito di mantenere il precetto in cui ci si è impegnati. Tra i cinque precetti figura quello di non assumere sostanze intossicanti, cosa che ai tempi in cui fu composto, era riferito all'alcol  ma oggi, in Italia, è del tutto naturale bere, ad esempio, un bicchiere di vino ai pasti e questo non costituisce un’azione negativa, mentre se si uccide una persona c’è ovviamente un’azione negativa.

A causa di un’insoddisfazione di base si cerca conforto nelle sostanze intossicanti che rendono la persona fuori controllo e la mettono in condizione di commettere determinate azioni. Una persona può creare da solo delle azioni virtuose in quanto queste hanno una base naturale, mentre i precetti sono qualcosa a cui ci si deve conformare, quindi sono azioni che si devono evitare. Ad esempio il senso di guida: in Italia si guida a destra, mentre in Inghilterra a sinistra; ovviamente guidare a sinistra in Italia è un’azione negativa e viceversa in Inghilterra, quindi dipende dalle circostanze. Le azioni negative sono dunque inventate dagli esseri umani, non sono condizioni naturali.