Thursday, 27 November 2014

I tre livelli del Lam Rim


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma

I tre livelli del Lam Rim 

geshe Gedun Tharchin



Il Lam Rim è diffusamente trattato abbiamo molte scritture a disposizione e potremmo cominciare con la lettura del testo originale di Atīsa “la Lampada del Sentiero verso l’Illuminazione”. (pag. 24)
Sono anche particolarmente interessanti i commentari del III° Dalai Lama ai versi dell’esperienza di Lama Tsong-Kha-Pa, del V° Dalai Lama e del I° Panchen Lama, perché ognuno presenta caratteristiche e qualità che lo contraddistinguono; tutti affrontano lo stesso argomento da angolature diverse.
Lama Tsong-Kha-Pa ha analizzato il Lam Rim suddividendolo in più commentari, uno inerente al Lam Rim medio, un secondo scritto in modo esteso e un terzo sintetizzato nella versione breve conosciuta come “I Versi dell’Esperienza”. Altro suo testo importantissimo è “Il Fondamento di tutte le Qualità”.
Abbiamo tanto materiale per una bellissima festa.
Non dimentichiamo inoltre “I Tre Aspetti principali del Sentiero” e gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” che sono l’essenza del Lam Rim. Anche il Bodhicaryāvatāra tratta del Lam Rim, ed è meraviglioso aver la possibilità di studiare, analizzare tante diverse descrizioni di questo cammino fondamentale.
Il termine “Lam Rim” è tradotto in inglese con “Stadi del Sentiero verso l’Illuminazione” è un percorso lungo ma suddiviso in tre tappe, metaforicamente possiamo paragonarlo ad un edificio di tre piani, noi ci troviamo al piano terra ma salendo una rampa di scale raggiungiamo il primo piano e otteniamo il primo scopo, poi affrontiamo la seconda rampa e arriviamo al secondo piano e infine, con la terza rampa giungiamo in cima, al terzo piano.
E’ una salita lunga e lenta che accompagna una persona all’illuminazione anche grazie alle pause tra un piano e l’altro perché tutto è mezzo abile. Questa è una meravigliosa caratteristica del Lam Rim che non insegna a correre senza soste su una pista veloce, ma ad affrontare lentamente e consapevolmente una fase alla volta, passo dopo passo, fermandosi sistematicamente per recuperare energie, assimilare, consolidare ogni obiettivo; le pause stesse sono essenziali.
Ognuno dei tre livelli richiede una differente attitudine, un sé diverso, uno scopo diverso. Il Lam Rim non spiega direttamente la bodhicitta ma inizia dando istruzioni su come accumulare benessere nel samsāra, proprio perché questo è la base per il benessere del nirvāna e le cause e condizioni necessarie per il nirvāna sono indispensabili per l’ottenimento dell’illuminazione.
Non c’è contraddizione tra le tre fasi, la prima, detta “Lokayāna”, è un sentiero spirituale anche se relativa al benessere samsārico, la seconda è conosciuta come “Hīnayāna”, ovvero propria di colui che ricerca la liberazione individuale ed è propedeutica alla terza fase, “Mahāyāna”, ne costituisce la base.
Non c’è nessun contrasto tra l’aspirazione al benessere samsārico e l’aspirazione al nirvāna e all’illuminazione, è una meravigliosa caratteristica del Lam Rim che accompagna l’individuo attraverso ogni tappa, senza creare contrapposizioni tra samsāra, nirvāna e illuminazione.
Il Lam Rim presenta quattro caratteristiche, quattro significati speciali, quattro grandezze:
  1. La prima consiste nella capacità di far comprendere che tutti gli insegnamenti del Buddha non sono in contraddizione tra loro, bensì complementari.
  2. La seconda dimostra che tutti gli insegnamenti del Buddha sono istruzioni per ottenere l’illuminazione. Anche il sentiero lokayāna, che porta al benessere samsārico, potenzialmente è utile per raggiungere l’illuminazione, così come il sentiero hīnayāna per il nirvāna, e il sentiero mahāyāna. Tutti i sentieri insegnati dal Buddha, a livello ultimo, conducono all’illuminazione.
  3. La terza è la possibilità di comprendere pienamente il pensiero del Buddha contenuto nei suoi molteplici insegnamenti.
  4. La quarta è la necessità di evitare ogni critica, perché all’interno della pratica buddhista ci sono divisioni, alcuni seguono l’hīnayāna, altri il mahāyāna, il theravāda, lo zen, il sūtra del loto, chi è tibetano, e chi cinese o giapponese, e un pericoloso fraintendimento nasce dal considerare la propria corrente superiore a quella degli altri. Un fatale errore che induce unicamente a criticare l’insegnamento del Buddha e ad accumulare karma negativo.
Invece il Lam Rim permette di comprendere che tutti gli insegnamenti sono complementari e parte dello stesso percorso graduale. All’interno del Lam Rim coesistono e si integrano le pratiche hīnayāna, mahāyāna, zen, theravāda e così via, proprio perché il Lam Rim, in fasi diverse, le affronta tutte favorendo così la loro collocazione, organizzazione e attivazione al momento opportuno.
Se apparteniamo a altre tradizioni religiose le possiamo approfondire e praticare al meglio all’interno del Lam Rim. Tutti gli insegnamenti delle varie religioni sono perfettamente compresi nel Lam Rim del XXI° secolo, che deve essere aperto ad accogliere tutte le espressioni religiose perché tutte tendono ad un unico risultato costruttivo. Il Lam Rim è particolarmente raccomandato agli esseri umani più intelligenti.
La tradizione kadampa, fortemente ancorata al Lam Rim, è caratterizzata dal profondo rispetto nei confronti di ogni differente tradizione religiosa. Proprio in questi giorni stavo leggendo un libro in cui sono riportati gli interventi dei rappresentanti di diverse religioni al meeting interreligioso sul tema della pace, sono testimonianze interessanti. Incontri di questo tipo sono una ricchezza perché ogni persona ha l’opportunità di imparare dal Corano, dalla Bibbia, dalla Bhagavad Gita, dagli insegnamenti del Buddha. Se ci si pone con mente aperta nei confronti delle altre religioni si arricchisce ed incrementa la propria spiritualità. Il “Discorso della Montagna” nella Bibbia è fonte di ispirazione per tutti ed è condiviso da ogni diversa tradizione religiosa. Allo stesso modo la Bhagavad Gita è conosciuta e stupenda.
Tramite il Lam Rim possiamo apprendere da tutte le religioni e considerale un mezzo per raggiungere l’illuminazione.
Abbiamo paragonato il Lam Rim ad un edificio di tre piani. La prima rampa di scale ci porta ad un tipo di vita superiore nel benessere samsārico, la seconda rampa ci permette l’accesso al nirvāna, e la terza ad ottenere la completa illuminazione.
I tre differenti piani, scale, metodi, definiscono l’attitudine a conseguire un determinato obiettivo. Esistono tre tipi di soggetti: coloro che hanno un piccolo scopo, coloro che hanno uno scopo medio e coloro che hanno un grande scopo. Attenzione però, queste tre tipologie non devono essere considerate entità distinte, si riferiscono tutti alla stessa persona che, quando si trova sulla prima rampa di scale ha uno scopo piccolo, quando affronta la seconda rampa ha uno scopo medio e quando si trova sulla terza rampa ha un grande scopo. Ciò dipende dalle attitudini, dagli scopi e dai sentieri maturati nel tempo e nella pratica.
Lo scopo del primo piano è descritto nella “Lampada sul sentiero verso l’Illuminazione” di Atīsa nel terzo verso :
  1. Sappi che coloro che ricercano per sé stessi, con qualunque mezzo, nient’altro che i piaceri dell’esistenza ciclica sono individui di capacità inferiore”.
Domanda: C’è una differenza tra il ricercare per se stessi piaceri di solo divertimento, ubriacarsi ad esempio, dedicare tempo a futilità, e il ricercare il proprio benessere materiale?
Lama: Una persona che si ubriaca o si droga pensa che il piacere e l’euforia immediata sia gioia, ma in realtà non è così, è vera sofferenza. Invece la ricerca del benessere samsārico consiste nel voler vivere bene con giusti mezzi, senza arrecare danno ad alcuno. Questo è possibile tramite la generosità che porta al benessere materiale; l’etica, il non danneggiare gli altri, che sostiene la salute; la pazienza che procura una vita bella; la perseveranza entusiastica che aiuta in una vita attiva; la concentrazione che favorisce una vita produttiva e, infine, la saggezza che porta ad una vita intelligente. Il Buddha ha detto che per realizzare il benessere samsārico, a cui seguiranno il benessere del nirvāna e il benessere dell’illuminazione, non occorre nulla di più che praticare le sei perfezioni. E’ un insegnamento molto semplice e facile da comprendere, ma difficile da praticare, ed è ottimo per noi.
  1. Sappi che coloro che ricercano per sé stessi, con qualunque mezzo, nient’altro che i piaceri dell’esistenza ciclica sono individui di capacità inferiore”.
In questa definizione dell’individuo di capacità inferiore sono contenuti tre elementi che è possibile accumulare nella pratica spirituale: l’attitudine, i mezzi e lo scopo. L’attitudine è la ricerca del benessere samsārico il desiderio di essere liberi dai regni inferiori; i mezzi sono la pratica dell’etica nell’applicazione delle dieci azioni virtuose; e lo scopo è la continuità nell’ottenere per il futuro vite superiori.
Domanda: In altre occasioni tu hai detto chiaramente che praticare solo per questa vita non è praticare il Dharma, mentre praticare per future rinascite favorevoli ha riflessi positivi già in questa esistenza. Quindi questi tre fattori, attitudine, mezzi e scopo, sono da intendersi come rivolti alle prossime vite?
Lama: In questa vita dobbiamo praticare le dieci azioni virtuose, abbiamo generato la giusta attitudine per poterle attuare e nelle prossime esistenze ne raccoglieremo i frutti e potremo procedere ulteriormente. Atīsa continua:
  1. Coloro i quali ricercano la pace solo per sé stessi, avendo voltato le spalle ai piaceri mondani e rinunciato a compiere azioni negative sono detti individui di capacità media”.
Avendo acquisito la capacità di compiere le dieci azioni virtuose generiamo la successiva attitudine, quella di ottenere la liberazione, abbandoniamo totalmente i piaceri del samsāra, siamo liberi dal commettere qualsiasi azione negativa e desideriamo la liberazione individuale. Questo è il secondo piano, l’attitudine alla rinuncia.
A questo punto entrano in gioco i “Tre Aspetti Principali del sentiero”, l’aspirazione alla liberazione e la rinuncia, per essere pronti alla bodhicitta.
Non è facile sviluppare la rinuncia, prima dobbiamo assumere l’attitudine lokayāna e maturare il disgusto per i regni inferiori, comprenderne tutti gli svantaggi e aspirare a rinascite superiori. Acquisita questa consapevolezza comprendiamo che una rinascita superiore non è sufficiente e in quel momento cominciamo a sviluppare l’attitudine alla rinuncia che consiste nell’abbandonare i piaceri samsarici, ne siamo completamente liberati.
Esistono trentasette pratiche per l’illuminazione, suddivise in sette gruppi:
  1. Nel primo ci sono le quattro consapevolezze o attenzioni ravvicinate92;
  2. nel secondo i quattro perfetti o puri abbandoni93;
  3. nel terzo le quattro membra miracolose;94
  4. nel quarto le cinque facoltà o poteri;95
  5. nel quinto le cinque forze o capacità;96
  6. nel sesto i sette fattori o rami dell’illuminazione;97
  7. nel settimo il nobile ottuplice sentiero.98
Atīsa definisce il praticante che ha un grande scopo:
  1. Coloro che, attraverso la loro personale sofferenza, desiderano sinceramente far cessare tutte le sofferenze degli altri, sono persone di capacità suprema”.
Entriamo così nel sentiero del Bodhisattva, siamo già in grado di praticare le dieci azioni virtuose e le trentasette pratiche per l’illuminazione, però comprendiamo che non è possibile desiderare la liberazione soltanto per noi stessi, sarebbe troppo egoistico, quindi ancora una volta trasformiamo la nostra attitudine mentale sviluppando la grande compassione e la bodhicitta.
Grazie alla personale esperienza di sofferenza, desideriamo la cessazione della sofferenza degli altri e ci attiviamo per ottenerne la realizzazione. Ravvisiamo l’inevitabilità della sofferenza nel samsāra, ne dobbiamo scoprire il senso al fine di trasformarla.
Il mahāyāna non è uno slogan propagandistico, ma un sentiero che riconosce e imprime significato alla sofferenza. Mahāyāna è il nome che si dà all’attitudine della bodhicitta.
La bodhicitta è l’unica soluzione possibile alla nostra sofferenza è in grado di trasformarla in una realtà significativa e preziosa.
Un anziano yogi tibetano in punto di morte ebbe l’impressione che le cose non stessero andando come avrebbe desiderato e ritenne di dover incrementare offerte e preghiere, i suoi attendenti, stupiti, gli chiesero che stava succedendo e lui rispose che desiderava andare negli inferi per essere di beneficio ai più infelici, ma invece cominciava ad avere visioni di terre pure contrariamente alla sua aspirazione che consisteva nel trasformare la sua sofferenza in causa di eliminazione della sofferenza altrui. Questo è il mahāyāna, il grande veicolo, la famosa bodhicitta.
Per eliminare la sofferenza degli altri non dobbiamo necessariamente essere persone piene di gioia, di salute, possiamo anche essere tra gli ultimi su questa terra e avere comunque la possibilità di cancellare l’altrui sofferenza, l’unico strumento di cui abbiamo bisogno è la nostra stessa sofferenza.
Eliminare la sofferenza del prossimo tramite la propria sofferenza è la capacità del Bodhisattva, che non è una persona elegantemente vestita, ricca e servita da molti attendenti, con un’esistenza sfarzosa in grandi ville, lussureggianti giardini con fiori e animali esotici, perché ciò sarebbe assolutamente contraddittorio, il Bodhisattva è colui che elimina la sofferenza degli altri tramite la sua stessa sofferenza.
Il Tibet è stato rovinato sia materialmente che spiritualmente dagli stessi tibetani che avevano questa stupida idea di voler identificare i Buddha e i Bodhisattva con gli esseri abbienti e potenti.
Domanda: Se io sono sofferente a causa dell’influenza come può questa malattia essere di beneficio agli altri?
Domanda: Perché le persone debbono prima concentrarsi sul raggiungimento dell’illuminazione e solo in seguito rivolgere l’attenzione agli altri, perché non farlo contemporaneamente?
Intervento: Vorrei rispondere alla prima domanda: attraverso un malessere fisico, come l’influenza, è possibile aiutare gli altri in base al proprio comportamento, ci sono persone che hanno affrontato malattie e sofferenze gravi con consapevolezza e serenità, e sono un vero esempio, un insegnamento.
Lama: Nel buddismo c’è una pratica fondamentale, il “Tong Len”, che consiste nello scambiare se stessi con gli altri, prendere la loro sofferenza e dare in cambio la nostra gioia. Anche se non siamo pienamente qualificati per praticare il Tong Len, possiamo ugualmente addestrarci ad applicarlo, potrebbe essere una soluzione per eliminare la sofferenza degli altri tramite la nostra sofferenza, offriamo la nostra felicità agli altri e prendiamo la loro sofferenza.
Esistono tre tipi di sofferenza, il primo, “sofferenza della sofferenza”è il più grossolano, evidente, legato ad esempio alle malattie; il secondo, già più sottile, è la “sofferenza del cambiamento”, ed relativo a tutto ciò che si presenta come esperienza di felicità ma che immediatamente dopo si trasforma in dolore, ad esempio l’euforia momentanea provocata dall’alcool o dalle droghe. A livello più profondo vi è la sofferenza più grave che, come un cancro, corrode ed è difficile da curare, la “sofferenza omnipervasiva”, causata dalle illusioni mentali e tipica del samsāra. E’ la più dolorosa e sempre presente.
La pratica del Tong Len, non è particolarmente rivolta alla sofferenza della sofferenza o alla sofferenza del cambiamento ma riguarda essenzialmente la sofferenza omnipervasiva del samsāra, pur includendo spesso tutte e tre le sofferenze.
Il livello di sofferenza grossolano è il più facilmente riconoscibile, come nel caso di una malattia, ma più diventa sottile, maggiori sono per noi le difficoltà di individuarlo e comprenderlo.
Se siamo praticanti di Dharma l’influenza non è più sofferenza, ci dà la possibilità di riposarci un po’, di utilizzare il tempo per leggere, per meditare, per aver cura di noi. L’influenza, la febbre, sono segnali positivi che ci permettono di fare una pausa e recuperare la salute.
Al contrario, quando siamo in piena forma riempiamo le giornate di impegni, ci agitiamo e non abbiamo più tempo per la pratica del Dharma, siamo sempre così indaffarati a causa della sofferenza omnipervasiva che, anche se occultata e non visibile, è fermamente e solidamente presente.
La sofferenza pervasiva ci spinge a occupare ogni momento, si nasconde dietro l’alibi dell’impegno, del non tempo, al contrario la più grossolana ed evidente sofferenza della sofferenza è manifesta, e dunque positiva, perché ci costringe a fermarci, a recuperare energie, è come un ladro che si mostra e dichiara apertamente di volerci derubare.
Abitualmente non sappiamo riconoscere gli altri due tipi di sofferenza, pur ugualmente e inesorabilmente attivi.
Riconoscere la sofferenza è difficile, ma indispensabile, perché solo grazie a questo saremo in grado di accoglierla consapevolmente in noi eliminandola negli altri.
Domanda: Spiritualmente il concetto è chiaro, ma nella pratica è sufficiente l’intenzione mentale o devo anche fare qualcosa?
Lama: La bodhicitta non nega affatto che tu intervenga concretamente a favore degli altri, anzi suggerisce di fare tutto ciò che puoi per aiutare il prossimo, ma raccomanda di non fare ciò che è al di là delle tue effettive capacità. La bodhicitta ci dà la misura delle nostre possibilità, di ciò che siamo in grado di fare per gli altri, perché se cerchiamo di agire senza averne le capacità necessarie provocheremo danni. La bodhicitta è un potere interiore che ci permette di giudicare con l’attitudine all’altruismo la bontà o meno di ciò che materialmente facciamo.

Il Lam Rim è un edificio di tre piani in cui vivere molto bene, è una buona metafora, è un mezzo abile per accompagnare l’individuo all’illuminazione, e dobbiamo tenere a mente le tre fasi della pratica caratterizzate dall’intenzione, dai mezzi e dagli scopi.
Anche soltanto riflettere, parlare, meditare su queste cose è una grande meditazione, conosciuta come meditazione analitica, rafforza il cervello, il cuore, trasforma la mente.
Non è sufficiente mantenere il cuore stabile, bisogna anche rinvigorirlo quotidianamente.
Grazie, è stata una serata veramente interessante. 


Atīsa - La Lampada sul Sentiero verso l’Illuminazione

(Trascrizione del testo: Fabio Di Donna)
Mi prostro al bodhisattva, il giovane Mañjusrī.
  1. Rendo omaggio con grande rispetto ai Conquistatori dei tre tempi, ai loro insegnamenti e a coloro che aspirano alla virtù. Esortato dal perfetto discepolo Cianciub Ö illustrerò la lampada sul sentiero verso l’illuminazione.
  2. Comprendi che ci sono tre tipi di individui poiché essi hanno capacità inferiore, media e superiore. Scriverò distinguendo chiaramente le loro caratteristiche individuali.
  3. Sappi che coloro che ricercano per se stessi, con qualunque mezzo, nient’altro che i piaceri dell’esistenza ciclica, sono individui di capacità inferiore.
  4. Coloro i quali ricercano la pace solo per se stessi, avendo voltato le spalle ai piaceri mondani e rinunciato a compiere azioni negative sono detti individui di capacità media.
  5. Coloro che, attraverso la loro personale sofferenza, desiderano sinceramente far cessare tutte le sofferenze degli altri, sono persone di capacità suprema.
  6. Per queste creature eccellenti, che aspirano alla suprema illuminazione, spiegherò i metodi perfetti tramandati dai maestri spirituali.
  7. Di fronte a un’immagine dipinta, scolpita e così via di colui che ha raggiunto la completa illuminazione, a uno stupa e all’insegnamento eccellente, offri fiori, incenso e qualunque altro bene possiedi.
  8. Con l’offerta in sette parti dalla [Preghiera della] Nobile Condotta, con il pensiero di non tornare indietro finché non raggiungi l’illuminazione ultima,
  9. e con una forte fede nei Tre Gioielli, inchinati con un ginocchio a terra e, con le mani giunte, per prima cosa prendi rifugio tre volte.
  10. Quindi, iniziando col generare un pensiero d’amore per tutte le creature viventi, considera gli esseri, senza nessuna esclusione, tormentati dalle tre cattive rinascite, tormentati dalla nascita, dalla morte e così via.
  11. Allora, dal momento che desideri liberare questi esseri dalla sofferenza del dolore, dalla sofferenza e dalla causa della sofferenza, fai sorgere immutabilmente la determinazione di raggiungere l’illuminazione.
  12. Le qualità per sviluppare questo tipo di aspirazione sono completamente illustrate da Maitreya nel Sutra della sequenza dei tronchi.
  13. Avendo appreso di tutti gli infiniti benefici che derivano dall’intenzione di raggiungere la completa illuminazione leggendo questo sutra o ascoltandolo da un maestro, falla sorgere ripetutamente per renderla stabile.
  14. Citerò brevemente a questo punto i tre versi del Sutra richiesto da Viradatta nel quale i meriti suddetti sono pienamente illustrati.
  15. Se i meriti di questa intenzione altruistica dovessero assumere una forma fisica riempirebbero completamente lo spazio e si espanderebbero oltre.
  16. Se qualcuno offrisse ai protettori dell’universo gioielli in tal numero da riempire i campi puri dei buddha pari ai granelli di sabbia del Gange,
  17. tale offerta sarebbe inferiore al dono di congiungere le mani e disporre la propria mente verso l’illuminazione, perché tali meriti sono senza limite.
  18. Avendo generato la mente che aspira all’illuminazione, costantemente con grande sforzo occorre accrescerla. Per ricordarla in questa vita e anche nelle altre, mantieni propriamente i precetti come è spiegato.
  19. Senza prendere il voto della mente dell’impegno, la perfetta aspirazione non potrà svilupparsi. Sforzati definitivamente di prenderlo, poiché vuoi accrescere il desiderio per l’illuminazione.
  20. Coloro che mantengono qualunque dei sette tipi di voto per la liberazione individuale, non gli altri, possiedono i [requisiti] ideali per prendere il voto del bodhisattva.
  21. Il Tathagata ha spiegato i sette tipi di voto della liberazione individuale. Il più elevato fra questi è la gloriosa pura condotta, che è il voto proprio della persona completamente ordinata.
  22. In accordo al rituale descritto nel capitolo sulla disciplina nel testo Gli stadi del bodhisattva, prendi il voto da un bravo e ben qualificato, maestro spirituale.
  23. Comprendi che un buon maestro spirituale è esperto nella cerimonia di concedere il voto, vive nel voto e possiede la confidenza e la compassione per concederlo.
  24. Comunque, se dopo aver cercato, non sei riuscito a trovare un tale maestro spirituale, spiegherò un’altra procedura corretta per prendere il voto.
  25. Descriverò qui chiaramente, secondo la spiegazione del Sutra dell’ornamento della terra pura di Manjusri, come, molto tempo fa, quando Mañjusrī si chiamava Ambaraja, generò l’intenzione di raggiungere l’illuminazione.
  26. Di fronte ai Protettori, faccio sorgere l’intenzione di ottenere la completa illuminazione. Invito tutti gli esseri come miei ospiti e li libererò dall’esistenza ciclica.
  27. Da ora in poi, sino al raggiungimento dell’illuminazione non darò spazio a pensieri che danneggiano, rabbia, avarizia, invidia.
  28. Coltiverò una condotta pura, rinuncerò alle azioni negative e al desiderio e con gioia nel voto della disciplina mi addestrerò nel seguire i buddha.
  29. Cercherò di non avere fretta nel voler velocemente raggiungere l’illuminazione, ma rimarrò indietro sino alla fine per il beneficio anche di un solo essere.
  30. Purificherò le inconcepibili infinite terre e sarò presente nelle dieci direzioni per tutti coloro che invocheranno il mio nome.
  31. Purificherò tutte le mie azioni compiute col corpo e con la parola. Purificherò anche le mie attività mentali e non farò niente che non sia virtuoso.”
  32. Quando coloro che osservano il voto della mente dell’impegno si saranno ben addestrati nelle tre forme di disciplina, il loro rispetto verso queste crescerà, causando la purezza del corpo, della parola e della mente.
  33. Quindi attraverso lo sforzo compiuto dal bodhisattva di mantenere il voto per la pura e piena illuminazione, le raccolte per la completa illuminazione saranno pienamente realizzate.
  34. Tutti i buddha affermano che la causa per completare le raccolte, la cui natura è merito e saggezza suprema, è lo sviluppo della chiaroveggenza.
  35. Come un uccello che non ha sviluppato le ali non può volare nel cielo, coloro senza il potere della chiaroveggenza, non possono lavorare per il bene degli esseri viventi.
  36. I meriti ottenuti in un solo giorno da colui che possiede la chiaroveggenza, non possono essere ottenuti neanche in cento vite da colui che ne è privo.
  37. Coloro che vogliono completare velocemente le due raccolte per la piena illuminazione otterranno la chiaroveggenza per mezzo dello sforzo, non per mezzo della pigrizia.
  38. Senza l’ottenimento della calma dimorante non si potrà ottenere la chiaroveggenza. Quindi, compi ripetuti sforzi per conseguire la calma dimorante.
  39. Se le condizioni per la calma dimorante sono incomplete, la stabilizzazione meditativa non sarà completata, anche se si meditasse strenuamente per migliaia di anni.
  40. Così, mantenendo correttamente le condizioni menzionate nel Capitolo della collezione per la stabilizzazione meditativa, focalizza la mente su un qualsiasi oggetto virtuoso.
  41. Quando il praticante ha realizzato la calma dimorante, otterrà anche la chiaroveggenza, ma senza la pratica della perfezione della saggezza le ostruzioni non avranno fine.
  42. Perciò, per eliminare tutte le ostruzioni alla liberazione e all’onniscienza, il praticante dovrebbe continuamente coltivare la perfezione della saggezza con mezzi abili.
  43. La saggezza senza mezzi abili e anche i mezzi abili senza saggezza sono indicati come “legami” perciò non abbandonare nessuno dei due.
  44. Per eliminare qualsiasi dubbio su cosa sia la saggezza e cosa siano i mezzi abili, chiarirò la differenza tra mezzi abili e saggezza.
  45. A parte la perfezione della saggezza, tutte le pratiche virtuose come la perfezione della generosità, sono descritte come mezzi abili dai vittoriosi.
  46. Chiunque, per il potere della familiarità con i mezzi abili, coltivi la saggezza, otterrà velocemente l’illuminazione non solo meditando sulla mancanza del sé.
  47. Comprendere la vacuità dell’esistenza intrinseca attraverso la realizzazione che gli aggregati, i costituenti e le sorgenti non sono prodotti, è spiegata come saggezza.
  48. Un fenomeno esistente non può essere prodotto, e nemmeno qualcosa di non esistente, come un fiore nel cielo. Questi errori sono entrambi assurdi e così nessuno dei due può accadere.
  49. Una cosa non è prodotta da se stessa, non è prodotta da altro, non è prodotta da entrambi, né senza causa, perciò non esiste intrinsecamente, per sua propria entità.
  50. Inoltre, quando tutti i fenomeni sono esaminati in funzione dell’essere uno o molti, essi non sono visti esistere per loro propria entità, perciò sono accertati come non intrinsecamente esistenti.
  51. La logica esposta nelle Settanta stanze sulla vacuitàIl trattato sulla via di mezzo e così via, spiega che la natura di tutte le cose è stabilita come vacuità.
  52. Poiché vi sono veramente molti passaggi, non li ho citati qui, ma ho solamente spiegato le loro conclusioni per lo scopo della meditazione.
  53. Allora, qualunque meditazione sulla mancanza del sé, poiché non osserva una natura intrinseca nel fenomeno, è lo sviluppo della saggezza.
  54. Proprio come la saggezza non vede una natura intrinseca nei fenomeni, dopo aver analizzato la saggezza stessa tramite ragionamento, medita non concettualmente su di essa.
  55. La natura di questa esistenza mondana, che sorge dalla concettualizzazione, è concettualità. Quindi l’eliminazione della concettualità è il più alto stato del nirvana.
  56. La grande ignoranza della concettualità ci fa precipitare nell’oceano dell’esistenza ciclica. Dimorando in una stabilizzazione non concettuale, la non concettualità simile allo spazio si manifesta chiaramente.
  57. Quando i bodhisattva contempleranno non concettualmente questo eccellente insegnamento, trascenderanno la concettualità, così difficile da superare, e alla fine otterranno lo stato privo di concettualità.
  58. Avendo compreso, attraverso le scritture e i ragionamenti, che i fenomeni non sono prodotti e non hanno un’esistenza a sé stante, medita senza concettualità.
  59. Avendo meditato così sulla talità, alla fine, dopo aver ottenuto il “calore” e così via, si raggiungerà il “molto gioioso” e gli altri e, dopo breve tempo, lo stato illuminato della buddhità.
  60. Se desideri creare facilmente le raccolte per l’illuminazione attraverso le attività di pacificazione, incremento e così via, acquisite attraverso il potere del mantra,
  61. e anche per la forza degli otto e altri grandi ottenimenti come il “buon vaso”, se vuoi praticare il mantra segreto, come è spiegato nel tantra dell’azione e del comportamento,
  62. allora, per ricevere l’iniziazione del maestro, devi compiacere un eccellente maestro spirituale, attraverso servizi, regali preziosi e cose simili così come l’obbedienza.
  63. Grazie al completo conferimento dell’iniziazione del maestro, da parte di un maestro spirituale che è compiaciuto, sarai purificato da tutte le negatività e diverrai idoneo per conseguire i potenti ottenimenti.
  64. Coloro che osservano l’austera pratica di pura condotta non devono prendere le iniziazioni segrete e della saggezza, poiché nel Grande tantra del buddha primordiale è proibito severamente.
  65. Se coloro che osservano l’austera pratica di pura condotta ricevono queste iniziazioni, degenerano il loro voto di austerità facendo quello che è proibito.
  66. Questo crea trasgressioni che sono una sconfitta per coloro che osservano la disciplina. Poiché essi sono certi di cadere in una cattiva rinascita, non otterranno mai delle realizzazioni.
  67. Tuttavia, non vi è difetto se uno ha ricevuto l’iniziazione del maestro e conoscendo la talità, ascolta o spiega i tantra, compie i rituali dell’offerta bruciante, o fa offerte di doni e così via.
  68. Io, l’Anziano Dipamkarashri, in accordo ai stura e ad altri insegnamenti, ho scritto questa concisa spiegazione su richiesta del discepolo Cianciub Ö.



Wednesday, 26 November 2014

Il DIAMANTE che TAGLIA le ILLUSIONI

              







Il DIAMANTE che TAGLIA le ILLUSIONI





 Gedun Tharchin

BOLSENA  -  giugno  2005





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I Capitoli


La Purificazione tramite il respiro - Pratica del Jor Chö 
Accumulazione di Meriti 
La preziosa vita umana  e le Afflizioni mentali 






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Il Diamante che Taglia i Desideri

La purificazione tramite il respiro - pratica del Lo Jong 


Al fine di liberarci da ostacoli e influssi negativi e apportare energia positiva,  pratichiamo la purificazione dei nove giri del respiro.
Sediamoci con le gambe incrociate nella posizione del loto o del semiloto, la schiena deve essere ben diritta con il mento leggermente rientrato, le spalle rette ma rilassate, la direzione dello sguardo segue la linea del naso, il braccio sinistro, piegato al gomito, aderisce al torace con la mano a pugno su cui appoggia naturalmente il gomito destro; con un dito della mano destra chiudiamo la narice sinistra e inspiriamo dalla narice destra, nell’inspirazione immaginiamo di introitare tutte le energie positive, poi chiudiamo con il dito la narice destra ed espiriamo con la sinistra per eliminare tutti gli ostacoli e le impurità.
Si ripete questa sequenza per tre volte, poi si inverte l’ordine e per altre tre volte si inspira dalla narice sinistra e si espira dalla destra. 
Infine si riportano le mani in grembo, nella posizione meditativa, e si inspira ed espira per tre volte con entrambe le narici mantenendo inalterata la visualizzazione iniziale.
Segue poi la pratica dei ventuno giri del respiro suddivisa in tre cicli di sette respiri, nel primo si immagina di inspirare con la narice sinistra ed espirare con la narice destra, nel secondo si immagina di inspirare con la narice destra ed espirare con la narice sinistra e nel terzo di nuovo si immagina di inspirare con la narice sinistra ed espirare con la narice destra; è importante non perdere il conteggio.

Dopo questa purificazione interiore si procede con la purificazione del luogo, mentalmente stiamo purificando il luogo: 
“Possa la superficie della terra, in ogni direzione, essere pura, senza asperità e imperfezioni, soffice e liscia come il palmo della mano di un bambino, naturalmente levigata come il lapislazzuli.”

A questo segue mentalmente la visualizzazione delle offerte:
“Possano le offerte materiali degli umani  e dei deva, quelle effettivamente preparate, quelle immaginate e le nuvole delle ineguagliabili offerte di Samantabhadra, pervadere la totalità dello spazio.”
(ripetere per tre volte il mantra):
“Om namo bhagavate, vajra sara pramardane tathagataya, arhate samyak sam buddhaya, tadyatha, om vajre vajre, maha vajre, maha tejra vajre, maha vidya vajre, maha bodhicitta vajre, maha bodhi mandopa samkramana vajre, sarva karma avarana visciodhana vajre soha.”
“Per il potere della verità dei tre gioielli del rifugio, per la grande energia ispiratrice di tutti i Buddha e i Bodhisattva, per l’imponente raccolta completa di merito e di saggezza, per il potere della vacuità inconcepibile e pura possano tutte queste offerte rivelare la loro vera natura.”
Si tratta di una visualizzazione, ma la si deve immaginare con cuore sincero presentando le offerte con genuina generosità.

Seguono dunque le visualizzazioni nella “Pratica dei Sette Rami” 



Accumulazione di Meriti


Per applicare la purificazione di accumulazione dei meriti è bene richiamare un detto tibetano che saggiamente ci ricorda che per ogni kilo di Dharma occorre almeno un quintale di meriti, per cui è essenziale porre ogni sforzo nell’accumulazione di meriti piuttosto che nella raccolta di Dharma, perché i meriti sono il contenitore e il Dharma è il contenuto, e se non abbiamo un contenitore nulla può essere contenuto.
Tutte le purificazioni, del respiro, delle offerte, della pratica dei sette rami, compreso il karmayoga, sono parte fondamentale dell’accumulazione dei meriti. 
I meriti si accumulano anche con le pratiche devozionali, quindi riferendoci al Dharma sarebbe più corretto dire che stiamo raccogliendo una conoscenza che, isolata, non potrebbe mai essere causa di pace e di gioia, qualità risultanti esclusivamente dall’accumulazione di meriti. 
Al di fuori dell’accumulazione di meriti quella stessa conoscenza potrebbe persino rivelarsi fonte di veri disastri, al contrario, con una grande accumulazione di meriti anche una minima capacità di conoscenza potrà produrre pace e gioia.
La correlazione tra l’accumulazione dei meriti, la conoscenza del Dharma, la pace e la gioia, è inscindibile.
Verifichiamo spesso che, pur essendo materialmente appagati, dotati di una buona conoscenza, ugualmente non riusciamo ad avere una mente calma e gioiosa. 
Il benessere materiale, una buona istruzione, una vasta cultura, non possono da sé produrre gioia e pace. La gioia, la pace, la soddisfazione sorgono naturalmente dall’accumulazione dei meriti.
Una linea sottile unisce la pace e la gioia con l’accumulazione dei meriti che sono come il sale nel cibo, ne esaltano il sapore. 
Il segreto per superare le situazioni difficili è accumulare meriti.
L’accumulazione dei meriti è una enorme ricchezza e un prezioso valore spirituale nella nostra vita.
A volte è difficile spiegare questi concetti perché ci si può scontrare con ostacoli di tipo culturale. Ciò di cui parliamo oggi è assolutamente naturale per i miei genitori, ogni atto della loro vita ne è impregnato, ma già per i miei fratelli e per le nuove generazioni di tibetani cominciano ad essere evidenti le difficoltà di comprensione, è come se si fosse chiusa una porta ed è necessario trovare un nuovo metodo di spiegazione.
Mia madre ha sempre mantenuto una mente calma e gioiosa, ha assimilato questa capacità sin da piccola e probabilmente la sua pace è il risultato di meriti accumulati nelle passate esistenze e in questa vita ha avuto modo di proseguire in quest’attitudine mentale. 
Mia madre è completamente analfabeta e ricordo che quando io cominciai ad andare a scuola lei mi seguiva nello studio ed io ero certo che mi stesse insegnando l’alfabeto, solo dopo anni ho realizzato che lo stava semplicemente ripetendo con me. Ho un ricordo molto bello di quando facevo esercizi di calligrafia, un aspetto molto importante nell’istruzione tibetana, e avevo l’impressione che la mamma leggesse con me aiutandomi a scrivere, solo più tardi mi sono reso conto che questo era assolutamente impossibile e le ho detto questa impressione, lei ha risposto semplicemente che stava con me, ripetendo ciò che facevo o dicevo. Nonostante sia analfabeta lei ha un buon Dharma, una grande pace mentale e tante stupende virtù, può affrontare qualsiasi situazione difficile senza mai perdere la calma e la gioia profonda, questo è il risultato di grande accumulazione di meriti in cui la non conoscenza di tutta la struttura del Lam Rim non incide minimamente.
Spesso ho l’impressione che sia facile cadere nell’errore di presumere di ottenere una qualsiasi realizzazione tramite la lettura di tanti libri ricchi di elementi tecnici e intellettuali elaborati e complessi, ma se non si accumulano meriti tutta questa conoscenza è assolutamente inutile. I libri possono fornire indicazioni utili, consigli ottimi, ma non sono una mappa. Una cartina troppo dettagliata rischia di farci perdere i veri fondamenti dell’accumulazione dei meriti e aumentare la nostra confusione.
La nuova generazioni di tibetani infatti non è felice, non sa come accumulare meriti, mentre gli anziani che conoscono il valore dell’accumulazione, malgrado tutte le avversità, l’esilio, le persecuzioni vissute, godono di un’inattaccabile gioia e serenità.
A Dharamsala questa diversità è immediatamente evidente, i giovani sono aggressivi, tesi, duri, agitati, mentre gli anziani, eleganti nei loro abiti tradizionali, hanno un viso luminoso, sorridente sereno, pieno di pace; basta osservare i volti di entrambe le generazioni per comprendere all'istante dove sta la differenza.
L’accumulazione dei meriti è l’essenza della felicità, è come l’olio italiano che è così gustoso per la bontà delle olive; quando sono all’estero non trovo mai il cibo così buono e ho capito che questo dipende dalla mancanza del buon olio italiano.
Ci sono vari modi anche agevoli per praticare il Dharma, non è necessario seguire particolari strutture filosofiche come se fossero una cartina stradale, altrimenti ci si può anche scoraggiare e pensare che il buddhismo tibetano sia troppo difficile. Per la pratica del Dharma non è affatto necessario affondare nelle complicazioni, è semplicemente necessario coglierne l’essenza, ogni cosa ha una sua essenza e se non la si sa riconoscere la si trasforma in difficoltà.
E’ un po’ ciò che avviene negli studi universitari in cui si devono studiare numerosi e poderosi volumi, ma sarebbe impossibile poterli apprendere tutti, parola per parola, bisogna invece ricavarne le nozioni fondamentali, comprendere i meccanismi che permettono una visione ampia del tema e assimilare l’essenza della materia. 
Ricordo che durante gli anni di studio in monastero sarebbe stato impossibile tenere a mente tutti i testi, quindi dovevo imparare a cogliere i punti basilari senza lasciar sfuggire nessun elemento essenziale, e concentrarmi fortemente sulla comprensione complessiva della materia in modo che si aprisse la possibilità di accesso ad una conoscenza naturale e profonda, basata non sul nozionismo ma sulla possibilità di ragionamento e deduzione, questa è la chiave di ogni apprendimento.
La chiave è importante, può aprire ogni porta, il possesso di tutta la conoscenza di per sé non è realistico, ma è determinante il possesso della chiave che permette ogni accesso senza difficoltà.
Il nostro obiettivo è proprio quello di riuscire ad individuare e possedere la giusta chiave che ci permette l’accesso al Dharma e questa chiave è l’accumulazione dei meriti. 
La prima chiave apre la porta dell’accumulazione dei meriti, la seconda quella di una necessaria conoscenza del Dharma e solo a questo punto la porta della pace e felicità è spalancata. Sono dunque tre passaggi da seguire: 
Accumulazione di meriti; 
Conoscenza, 
e infine Pace e Tranquillità, che ne sono il risultato.
La rinuncia presenta due aspetti, il primo consiste nell’avere pochi desideri e il secondo è quello dell’accontentarsi di ciò che si ha. 
La capacità di limitare i desideri è fondamentale perché averne troppi è fonte di confusione e frustrazione, richiede molta energia che ci sprofonda in uno stato di stanchezza e insoddisfazione costante. I pochi desideri concessi sono solo quelli basilari, davvero importanti, mentre è necessario lasciar perdere quelli minori, futili, fonte di ostacoli e non funzionali alla vita stessa. 
Per quanto riguarda il secondo aspetto, quando si realizza un desiderio fondamentale dovremmo poterne gioire, interiormente soddisfatti, perché se non si sa riconoscere e apprezzare ciò che si ha è difficilissimo poter essere realmente felici e soddisfatti.
Questi aspetti, avere pochi desideri e godere pienamente di ciò che si ha, rappresentano nella pratica del Dharma due punti chiave. 
La pratica del Dharma non ci rende di per sé automaticamente felici, ma ci offre le chiavi per poterlo diventare procedendo giorno dopo giorno con calma e gioia.
La prima chiave indispensabile è l’accumulazione dei meriti, che si rivela assai più difficile che non limitarsi a seguire la mappa delle istruzioni del Lam Rim che una persona con discreta intelligenza comprende facilmente sul piano intellettuale. E’ necessario invece uno sforzo decisamente più oneroso per comprendere pienamente come accumulare meriti, la modalità di questo procedimento, e gli aspetti sottili dei loro effetti. 
Come ricordavano i vecchi tibetani “occorre un quintale di meriti per ottenere un kilo di Dharma”, e sono un indubbio ausilio le tante forme devozionali, le puje, la pratica in sette rami, in modo particolare le sei pratiche preliminari, perché ci permettono di accumulare meriti, anche se non riusciamo a coglierne pienamente il significato e non siamo perfetti nella loro esecuzione.
Domanda: Questo mi ricorda un po’ il meccanismo cattolico delle indulgenze, se portato a livello di una devozione rituale, di archetipo…..
Lama: E’ difficile raffrontarli in modo esatto, ma indubbiamente c’è qualche somiglianza, ad esempio la recitazione dei mantra è una pratica devozionale per purificare lo spirito. Le pratiche devozionali predispongono a ricevere le benedizioni, ma le benedizioni non sono null’altro che la possibilità ad aprire maggiormente il proprio cuore. L’effetto della benedizione non dipende dall’esterno, bensì dalla buona predisposizione della mente, da quanto noi siamo capaci di accoglierla. Le pratiche di purificazione consistono nell’aprire il cuore, nel renderlo in grado di ricevere il potenziale e attraverso esso giungere ad una mente pacifica. Con una mente calma e felice si ha tutto. 
Domanda: Accumulare meriti è importante, ma avere attaccamento all’accumulazione dei meriti non può essere davvero pericoloso?
Lama: Non esiste attaccamento all’accumulazione di meriti, sarebbe un controsenso, anche perché ogni attaccamento è uno dei principali ostacoli all’accumulazione dei meriti. L’accumulazione dei meriti non deve comportare alcun tipo di calcolo, di interesse personale, l’attitudine altruistica è fondamentale. La correlazione esistente tra l’accumulazione dei meriti e la mente gioiosa e pacifica dimostra chiaramente quanto sia impossibile qualsiasi rapporto tra mente pacifica e gioiosa e attaccamento perché non  potrà mai sussistere una mente pacifica e gioiosa laddove vi sia attaccamento che è il primo ostacolo alla sua esistenza.
E’ tutto chiaro? Io insisto particolarmente sull’aspetto assolutamente primario dell’accumulazione dei meriti, perché tendenzialmente ci aggrappiamo alle strutture mentali, ma solo affrancandoci da esse ci sentiremo realmente rilassati
Domanda: Cercare di non fare nessuna azione nociva, né fisica, né verbale, né mentale è già di per sé accumulazione di meriti?
Lama: E’ accumulazione di meriti perché è un modo di vita che si basa sull’evitare ogni possibile danno agli altri e a sé stessi, e avrà come risultato una buona disposizione mentale.
Domanda: Anche se lo si fa solo per evitare il senso di colpa?
Lama: Il senso di colpa sorge dall’aver mancato a una promessa, se non c’è stato nessun impegno mancato, non c’è stata nessuna interruzione, o rottura, e quindi non può esserci alcun senso di colpa. Possono esserci anche altre ragioni, ma parlare di colpa è sempre difficile, è una terminologia complessa.
(segue una discussione non trascrivibile sul concetto del senso di colpa)
Intervento: Io credo che per un buon approccio all’insegnamento, specialmente nel buddhismo, dobbiamo superare l’aspetto legato alla psicologia e considerare seriamente la necessità della decostruzione dell’io, perché fino a quando nella cultura occidentale riteniamo che costruire il nostro io e la nostra personalità sia la cosa più importante manchiamo la possibilità di maturare e assorbire i precetti buddhisti. 
 Se ho una personalità dominante, un io forte, anche se leggo “gli Otto Versi di Trasformazione della Mente” mi spiegate come potrei amare i nemici, prendere a cuore tutti gli scocciatori che mi circondano, considerare tesori preziosi gli esseri che compiono azioni malvagie e negative? 
Anche le considerazioni sul senso di colpa ci inducono a riflettere sulla necessità di decostruzione dell’io, della nostra personalità. La pratica devozionale ci avvicina all’accumulazione dei meriti perché è una pratica decostruttiva dell’io, mi devo affidare con devozione a qualcosa che io non sono più e avvicina a valori diversi. 
 Penso che questo sia sempre il dilemma che ci coglie quando affrontiamo i problemi secondo l’ottica della nostra cultura costruita sull’identità, sulla centralità dell’io, della personalità, sempre: - io faccio, io non faccio, io sbaglio, io io io…. - da questo, credo, nascano gli infiniti sensi di colpa che fanno apparire ancora più lontana e irraggiungibile la possibilità di accumulare meriti al di fuori dell’egocentrismo di cui siamo impregnati, e temo che non si possa cambiare questa visione in un giorno, probabilmente occorreranno moltissimi cicli di esistense.
Intervento: Se la tua attitudine è altruistica, hai una buona base su cui costruire l’accumulo dei meriti.
Intervento: Penso che la difficoltà maggiore sia quella di cambiare l’atteggiamento mentale di fronte ai problemi, soprattutto i più gravi.
Lama: Gli ostacoli ci appaiono insormontabili in modo direttamente proporzionale al nostro attaccamento, proprio per questo è importante avere pochi desideri, riconoscere quelli fondamentali e impegnarci solo in questi essendo contemporaneamente appagati e soddisfatti dei risultati ottenuti. La soddisfazione di troppi desideri non è raggiungibile mentre lo è di pochi. Più desideri significa più sofferenza. 
 Le difficoltà non sono impossibili da affrontare, ma la percezione della loro gravità è determinata dal nostro desiderio e attaccamento, sono tutte al nostro interno e l’impossibilità a superarle deriva dalla grandezza del desiderio e attaccamento presente in noi. 
 I termini inscindibili in questo caso sono “desiderio e attaccamento”, il desiderio in sé non è né negativo, né positivo, esiste un desiderio nei confronti della liberazione che naturalmente è positivo, il problema sta nell’attaccamento e laddove vi sia un desiderio che generi attaccamento diventa negativo e sorgono le complicazioni. 
 Invece il desiderio alla liberazione corrisponde alla mente rinunciante e porterà gioia e felicità. E’ importante ridurre i desideri, averne la giusta misura, soprattutto nella civiltà occidentale dove sono troppi gli oggetti che incrementano costantemente desideri e attaccamento che compulsivamente ci fanno riempire la casa di oggetti inutili. Anche chi è ricchissimo comunque non potrà mai soddisfare tutti i desideri, se non sappiamo di controllarli non saremo mai in grado di appagarli.
Domanda: E l’attaccamento alle persone?
Lama: E’ sempre causa di sofferenza. L’attaccamento è opposto all’amore e alla compassione, con l’attaccamento alle persone si è a metà strada tra i due poli, metà è attaccamento e metà è amore. La parte fondata su amore e compassione ci dà gioia, armonia e pace, mentre la parte fondata sull’attaccamento ci procura tutti i tormenti che spesso caratterizzano le relazioni umane e sarebbe magnifico poter trasformare l’attaccamento in amore e compassione in una manifestazione positiva, un’esperienza da custodire nel cuore senza lasciarla trasparire all’esterno.
Domanda: Amore e compassione possono essere presenti anche nei momenti di rabbia?
Lama: Si, è possibile, ma la centralità di amore e compassione, risiedono nell’armonia, perché sia attaccamento che amore e compassione sono in grado di produrre armonia ed è su questo terreno comune che può avvenire la trasformazione di ogni realtà in amore e compassione.



La Preziosa Vita Umana e le Afflizioni mentali


Proseguendo nell’analisi del testo soffermiamoci sul passaggio in cui si dice che da tempo senza inizio siamo soggetti al controllo della nostra mente, a sua volta vincolata al controllo delle afflizioni mentali che producono la radice del samsāra.
La radice del samsāra è il karma.
Riflettendo su questo comprendiamo come e perché siamo entrati nelle sofferenze del samsāra; da tempo senza inizio i nostri atteggiamenti mentali, assoggettati al controllo delle emozioni afflittive, hanno prodotto l’accumulazione del karma che è la radice del samsāra e il cui risultato è l’esperienza dei diversi tipi di sofferenza.
Per liberarci da questa situazione derivante dal passato, ora, nel presente, dobbiamo muoverci in senso contrario, cioè affrancarci dai condizionamenti della nostra mente, assumere la capacità di indirizzarla laddove vogliamo, di renderla in grado di operare secondo i nostri desideri. Per ottenere questo risultato dobbiamo applicarci lungamente nell’addestramento ad evitare l’eccitazione a l’agitazione mentale, l’ottusità e l’opacità mentale, mantenendo, tramite la meditazione sul singolo punto e la meditazione analitica, la mente sempre fresca e chiara.
Dovremmo dedicarci a queste pratiche giorno e notte, incessantemente.
Per essere in pace dobbiamo mantenere la mente indipendente, libera dai condizionamenti delle emozioni afflittive, una libertà che ci permette di interrompere la produzione delle le cause karmiche del samsāra.
Sorge naturale la domanda “come è possibile mantenere la mente sempre chiara?”
Attraverso l’applicazione della concentrazione sul singolo punto e della saggezza analitica.
La concentrazione sul singolo punto può essere raggiunta nel silenzio del corpo e della mente.
La meditazione analitica può avere come oggetto anche il corpo umano. Il testo prosegue avvertendoci di come sia difficile ottenere un’esistenza in forma umana e di quanto sia è importante comprendere la preziosa opportunità che tale condizione ci offre per praticare azioni virtuose. 
Pur con questa rara forma umana abbiamo sempre la possibilità di scelta e decidere di non impegnarci in azioni virtuose e nella pratica del Dharma, per questo è vitale mantenere sempre una mente chiara, consapevole dell’opportunità offerta dall’attuale stato e di conseguenza praticare azioni virtuose.
Se ci poniamo la domanda: “perché dobbiamo praticare azioni virtuose?” la risposta è semplice: “perché desideriamo la felicità e non la sofferenza”, ecco perché non possiamo sprecare nemmeno un minuto e iniziare da adesso a praticare le azioni virtuose, senza rimandare ad una prossima vita, o al futuro, pensando erroneamente di avere molto tempo ancora, bisogna farlo ora, subito, perché abbiamo la certezza di dover morire, soltanto non sappiamo quando. 
Tra le azioni virtuose la più proficua è la pratica di bodhicitta, ovvero della mente altruistica.
Con “mente chiara” non si intende definire una mente non-pensante, bensì una mente che abbia limpida e consapevole visione dello stato di esseri umani, della situazione presente in cui posiamo agire. 
Non crediate che questo aspetto sia scontato, infatti spesso sappiamo solo volgere lo sguardo a noi stessi senza osservarci realmente e l’idea della condizione umana che ne ricaviamo è offuscata e confusa, è dunque indispensabile ricordare continuamente a noi stessi il nostro presente, ripetendo senza stancarsi come un mantra “…sono un essere umano…”.
Nella consapevolezza della nostra condizione di essere umano abbiamo la necessità di approfondire il senso di interrogativi fondamentali: perché sono un essere umano? qual’è il mio compito? le mie responsabilità e miei doveri? 
La condizione di esseri umani è qualcosa di estremamente raro e prezioso.
E’ rara perché rispetto alle innumerevoli forme che avremmo potuto assumere quella umana ha un numero di possibilità veramente limitato, ciò è evidente, basta comparare la quantità degli esseri umani che popolano il pianeta rispetto alle altre specie animali, soprattutto insetti o organismi ancora più infinitesimali. 
E’ inoltre estremamente preziosa perché difficilissima da ottenere, occorre la presenza di precise cause e condizioni affinché questo avvenga.
Quando ero piccolo mi chiedevo continuamente perché fossi nato, perché proprio io in quel contesto, ma non ho trovato risposta. Prima di entrare in monastero ero assillato da tutte queste domande: perché siamo qui, perché esistiamo, perché c’è la morte, perché io ci sono. 
Sono domande a cui non è facile rispondere, e non è nemmeno possibile pretendere di avere sempre la soluzione per tutto, ma è importante riconoscere che esistono situazioni che vanno oltre la nostra conoscenza.
Accontentiamoci di riconoscerci consapevolmente nella forma umana, è qualcosa di fondamentale che ci conferisce dignità, è in sé un immenso valore che comporta una risposta adeguata. 
Se perdiamo questa consapevolezza commettiamo un grandissimo errore, sprechiamo la più importante opportunità che ci sia stata offerta ed è invitabile  l’insorgere immediato di un pesante senso di depressione, di scoramento, di confusione nella mancanza di riconoscimento di sé.
Se non sappiamo riconoscere il valore di esistere in forma umana, non vediamo neppure l’essere umano come umanità. 
Il termine “umanità”, credo, sia particolarmente legato all’occidente perché in un filmetto, con i dialoghi in lingua indi, appariva un uomo politico corrotto che diceva “ho grande attenzione per l’umanità” ma la parola umanità era detta in inglese.
Umanità intesa come valore umano, per cui se non si riesce a riconoscere il proprio valore, la preziosità di essere umano, si perde umanità, ci si svaluta.
Occorre riconoscersi come essere umano portatore del valore dell’umanità insita in questa forma, apprezzare la sua inestimabile preziosità e rarità.
Se non sappiamo cogliere prontamente l’occasione offerta in questa vita subiremo un’incommensurabile perdita, perché siamo nell’impermanenza e la forma umana non dura, ha un tempo limitato. 
Tutto 
 impermanente, anche la nostra forma umana, e rimandare a un tempo lontano le buone azioni che grazie ad essa possiamo compiere è uno spreco pericolosissimo, nessuno conosce quanto durerà questa esistenza.
Siamo esseri umani e come tali dobbiamo compiere azioni virtuose che conducono alla felicità ed evitare le azioni non-virtuose che portano alla sofferenza.
Questo è il modo per capovolgere il samsāra, ed è una consapevolezza della mente chiara.
Grazie.

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 Fine supremo: lo stato di completa illuminazione, lo stato di Buddha.
 Emozione negativa: (in tibetano nyon mong) le contaminazioni mentali quali rabbia, attaccamento, ignoranza 
 Azioni negative: (in tibetano dig pa) una disposizione mentale causata da un’azione negativa commessa.
 Sofferenze: (in pali dukkha) la verità della Sofferenza, che ha tre livelli: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza del samsara.
 Amico spirituale: (in tibetano ge wei she nyen, Geshe) colui che aiuta a fare azioni virtuose.
 Madri: - tutti gli esseri senzienti sono state nostre madri. – La persona più cara e quella più giovevole.
 Otto preoccupazioni mondane: le idee generate dal guardare attraverso gli occhi dell’attaccamento e dell’avversione, sono: piacere e dispiacere, vittoria e perdita, lode e biasimo, gloria e disgrazia.
 Samsara: (termine sanscrito, in tibetano khor wa) attaccamento bramoso alle cose mondane che fa permanere nel circolo della sofferenza e dell’insoddisfazione.
 Lo Jong (termine tibetano) “Lo” significa “pensiero”, “coscienza”, ma in questo contesto si riferisce piuttosto all’intenzione. “Jong” significa “trasformazione della mente”, come nel titolo del testo; 
“Lo Jong” è la forma breve di  “jang chub kyi sem la lo jong wa”, significa trasformare la mente ordinaria in Bodhicitta, ossia tecnica per la pratica del Bodhicitta (il termine sanscrito “bodhicitta” designa qui una pura aspirazione a raggiungere lo stato di Buddha con lo scopo di condurre tutti gli esseri senzienti all’illuminazione completa).
 Testo tradotto dall’inglese da Annamaria Depretis, Istituto Lama Tsong Khapa, 3 agosto 1993