Wednesday, 21 November 2018

TU SEI PREGHIERA/MEDITAZIONE








TU SEI PREGHIERA
TU SEI MEDITAZIONE



Geshe Lharampa Lama Gedun Tharchin




28 ottobre 2018
Centro Kimani - Bassano del Grappa











Tu sei Preghiera - Tu sei Meditazione


Buon giorno a tutti, purtroppo noi possiamo esprimerci soltanto attraverso le parole, eppure, se ne fossimo capaci, ci sarebbero altri modi più profondi di comunicazione non verbale, poiché le parole sono comunque limitate e non in grado di trasmettere completamente il pensiero.
Dunque è fondamentale avere coscienza di questo limite, saper andare oltre, vedere al di là della parola mera e propria e intuirne il concetto complessivo. Ciò implica una profonda interrelazione attiva tra noi e chi sta parlando, così da far nascere, crescere e coltivare una più autentica conoscenza e comprensione.
In questo modo pacifichiamo la mente con calma gioiosa in serenità, tranquillità e saggezza che ci accompagnano stabilmente da mattina a sera, una realtà quotidiana che corrisponde al tema scelto per questo seminario: “Tu sei preghiera, Tu sei meditazione”.
Per realizzare questo viaggio nella nostra anima oggi dobbiamo compiere insieme due passi, il primo è comprendere cos’è la preghiera e la meditazione e il secondo come noi stessi diventiamo preghiera e meditazione.
L’argomento dell’anima è molto importante, tutte le tradizioni spirituali parlano di anima, di quell’essenza non tangibile che, unica, rimane dopo la morte fisica.
Se noi fossimo soltanto il nostro corpo, saremmo monchi, non completi, invece per essere persona compiuta dobbiamo saper essere anche la nostra anima.
Questa visione non appartiene solo al cristianesimo o alle altre religioni monoteiste, ma anche alle tradizioni orientali, anima, ātman, due parole quasi uguali per definire la stessa essenza. L’ātman porta all’unificazione con Brahma, così come l’anima con Dio, il concetto è esattamente lo stesso.
L’anima è parte integrante della nostra persona, della realtà quotidiana e allora sorge immediatamente la domanda: - Da dove viene? Come agisce qui e ora? Dove va? -
Ciò che dunque dobbiamo analizzare in primo luogo e comprende è se ci identifichiamo con la nostra anima, siamo la stessa cosa? o pensiamo di essere altro, al di fuori della stessa?
Questa è una ricerca basilare che dobbiamo compiere prima di ogni altro passo. Possiamo separare corpo e mente, corpo e anima, oppure no?
Noi a livello sensoriale percepiamo soltanto questo corpo grossolano, ma c’è un altro corpo sottile e allora ci chiediamo: l’anima coincide con il corpo sottile o sono due realtà separate?
Quindi dobbiamo approfondire questi argomenti lavorando su noi stessi, non cercando risposte all’esterno, perché là non le potremo mai trovare, e questa ricerca interiore in profonda introspezione diventa meditazione che ci porta a comprendere la nostra esistenza umana, dal corpo grossolano al corpo sottile, dalla mente grossolana alla mente sottile, a ciò che succede nei passaggi dallo stato di veglia al profondo sonno, dalla vita alla morte, al significato di questo complesso viaggio.
Oggi siamo sommersi da un’infinità di strumenti tecnologicamente sofisticatissimi atti a favorire una comunicazione immediata, sempre più veloce e purtroppo tutti questi marchingegni non ci lasciano il tempo di pensare, di fermarci su noi stessi e sono dunque fuorvianti e inutili poiché noi stessi siamo la più alta tecnologia possibile e nessun tecnico o scienziato potrà mai sostituire l’essenza profonda, autentica e illimitata della nostra capacità umana.
Dobbiamo dunque imparare a conoscere e gestire questo insostituibile meccanismo umano cercando di valorizzare le sue infinite potenzialità durante tutto il più importante, fondamentale, viaggio, quello della vita.
Tutti gli altri viaggi, anche se percorressimo l’intero pianeta per arrivare da un estremo all’altro della terra, sono soltanto momenti di illusione dualistica limitata all’ambito dei nostri sensi, mentre non c’è nessuna distanza da coprire per arrivare a una meta, tutto l’universo è in un unico punto, un solo piccolo stato di un atomo.
La misurazione che noi diamo agli elementi quali la distanza, il tempo, lo spazio non è altro che samsāra, l’illusione creata dalla percezione convenzionale prodotta dai cinque sensi a cui tutto riconduciamo vivendo in questo limite a livello estremamente superficiale, noi ci fermiamo alla buccia senza mai aver assaporato l’essenza del frutto, mentre dobbiamo mangiare lentamente, con consapevolezza e così scoprire il valore di questo meraviglioso frutto, l’essenza di esseri umani, che ci trasforma davvero in preghiera, in meditazione.
La nostra esistenza umana è già preghiera, il cammino consapevole nella vita è già meditazione. La meditazione non è altro che l’uso dell’intelligenza umana per comprendere la realtà più genuina di noi stessi, la capacità di superare il limite della percezione materiale dei sensi, andare oltre ciò che si tocca, la buccia del frutto, perché rimanendo così in superficie non si può cogliere il sapore autentico di questo cibo, ma è indispensabile imparare ad assaporarne la polpa, sentirne la vera essenza, il senso di questa esistenza.
Se invece trascorriamo tutta la vita correndo e limitandoci ad assaggiare frettolosamente la parte superficiale del frutto, perdiamo solo tempo e ci ritroviamo insoddisfatti, con l’amaro in bocca, ancora affamati. La realizzazione soddisfacente della nostra vita non dipende da nessun fattore esterno, ma esclusivamente dal nostro viaggio completo, profondo, non distratto dalle false illusioni degli stimoli sensoriali, da una percezione superficiale.
Dobbiamo riconoscere il ruolo dei nostri sensi, del subconscio, dobbiamo capire il ruolo del corpo sottile, della mente sottile, dobbiamo scendere fino a incontrare l’anima e con questa conoscenza il viaggio della vita diventa davvero pieno, completo, la gioiosa avventura del ricercatore che, con intelligenza, con coraggio di affrontare rischi dell’esistenza autentica non falsificata da visioni illusorie e, soprattutto, con intuizione, può aprire la porta al vero maestro, quello che è in ognuno di noi.
Certamente appare più facile affidarsi ciecamente alle rassicurazioni di un guru esterno che può essere anche perfetto, ma che comunque non potrà, né dovrà, mai sostituirsi a noi poiché questo sarebbe estremamente pericoloso, l’ennesima ulteriore illusione fondata sul nostro pigro rilassamento e delega di ogni impegno ad altri. Il maestro autentico, colui che non può mentire se sappiamo ascoltarlo con coraggio, è quello interiore. L’intuizione umana è lo strumento più sottile e raffinato di cui disponiamo ed è il frutto della meditazione che nutre l’anima. Tanto la meditazione e la preghiera profonda sono più forti e consapevoli tanto più l’intuizione diventa chiara, corretta, salda, priva di confusione e di inganno.
L’intuizione nasce dall’anima profonda ed è la luce che illumina il percorso dell’esistenza e non gli oracoli, le divinazioni, l’astrologia.
La noia che spesso ci opprime deriva dalla ripetizione automatica, giorno dopo giorno, delle stesse cose senza mai soffermarci ad assaporare il gusto di questa nuova avventura che si propone nella consapevolezza di ogni istante. Tutte le mattine quando ci accingiamo a vivere il giorno così ricco di novità, dobbiamo essere consapevoli di questo immenso regalo che la natura ci rinnova momento per momento, ma noi nella pigrizia mentale preferiamo seguire la routine, adagiarci su informazioni e spiegazioni elaborate da altri e cadiamo inevitabilmente nella noia, nella depressione e nell’insoddisfazione per il tempo e le occasioni di vita sprecate.
La vera avventura invece è la vita stessa, apprezzata e conosciuta profondamente in tutta la realtà interiore ed esteriore in cui ci si apre ogni giorno a una nuova conoscenza e proprio in questo percorso attivo si giunge alla fine all’illuminazione.
L’illuminazione non è un evento improvviso, non la si riceve dal tocco magico di un guru, né dalla ripetizione di milioni di mantra, né dai sacrifici, tutte queste credenze sono false, l’illuminazione la si ottiene nell’apertura, nella ricerca e nel lavoro quotidiano di accumulazione di nuove conoscenze così che alla fine di questo viaggio, quando si ha una visione completa della realtà e non dell’illusione, si è illuminati.
Il viaggio consapevole della vita, spogliato da tutte le superstizioni, le illusioni sciocche di facili e magici ottenimenti spirituali, la visione e aspirazione di un nirvāna paradisiaco, porta naturalmente al superamento dell’insoddisfazione, della noia, della sofferenza, tutto questo scompare, resta la conoscenza, la scoperta del continuo rinnovamento, di questa grande avventura di cui noi siamo gli artefici e maturiamo una consapevolezza che nasce dalla meditazione della vita, dal lascarsi sorprendere da ogni giorno dall’esistenza umana.
La meditazione non è l’attesa di una salvezza futura, né di un guru che ci salverà per grazia sovrannaturale, noi siamo già salvati e ogni immaginazione idilliaca incrementa solo la nostra confusione. Soltanto noi possiamo salvare noi stessi, noi siamo la nostra salvezza e per questo dobbiamo esserne pienamente responsabili, capaci di assumere con gioiosa curiosa ricerca il rischio del viaggio della vita.
Il rischio della viaggio della vita è il bagaglio prezioso, tutelato da un’unica assicurazione imprescindibile, universale e uguale per tutti che, seppur con nomi diversi, nel cristianesimo si chiama Amore, nel buddhismo Bodhicitta.
E’ grande, ricca e fondamentale in questo viaggio la nostra responsabilità, dobbiamo comprendere, diffondere, insegnare l’Amore, la Compassione, la Grande Compassione, la Bodhicitta.
La vita è avventura e bisogna imparare a goderne durante tutto il viaggio, essere vigili, desiderosi di scoprire ad ogni passo la sorpresa, la conoscenza del nuovo, il ritrovamento che nutre e fa crescere corpo e anima in modo esponenziale, sino a portarci all’illuminazione, l’ultima sorpresa che non è altro che la capacità completa dell’essere umano, la visione reale e la gestione piena della nostra esistenza.
La visione fantasiosa che abbiamo generalmente dell’illuminazione, l’ascesa diretta al cielo, senza sforzo alcuno e senza pagare biglietto, ma solo grazie al tocco magico di Buddha o di qualsiasi maestro o santo, è pura follia, infantile e comodo salvagente che non costa alcun impegno e a cui ci aggrappiamo senza pensare.
Tutti gli oracoli, le divinazioni, l’astrologia, la ricerca di vite passate o future, sono pazzie, assurdi ostacoli allo sviluppo dell’autentica umanità e spiritualità, invece dobbiamo nutrire i nostri giorni con la conoscenza, l’accoglienza consapevole dell’avventura quotidiana, il saper gestire in modo appropriato l’esistenza presente in piena coscienza di cuore-mente e dunque cosa appare evidente in questa prospettiva? La necessità di utilizzare il primo, fondamentale, unico strumento per nutrire, arricchire, il proprio cammino: l’Amore, la Bodhicitta la Compassione.
Questo Amore non è un sentimento sdolcinato, né qualcosa di teorico, è fondamentale, concreta esperienza, chi non sperimenta non vive, quindi è imprescindibile alla crescita e alla conoscenza umana. Gandhi ne è un grande esempio, quando era giovane non aveva idea di come si sarebbe evoluto il suo pensiero e tutto ha avuto inizio in Inghilterra, nell’incontro con altra cultura e religione, un fortissimo stimolo che lo ha indotto ad approfondire nello studio e nella riflessione le diverse tradizioni, induismo, buddhismo, cristianesimo e a giungere alla conclusione che tutte, indistintamente, parlavano di Amore e di cui lui poi ha avuto esperienza diretta e concreta durante la sua permanenza in Sudafrica. Gandhi ha combattuto con coraggio, correndo quotidianamente il rischio del dell’Amore, il razzismo così ferocemente radicato in quel paese. la sua unica fortissima arma è stata l’Amore incondizionato, accogliente, non giudicante, privo di avversione, di odio.
Il messaggio della sua vita è stato la non violenza con cui lui ha realizzato passo dopo passo la sua piena esperienza umana, senza mai lasciarsi tentare da un’esistenza più tranquilla, non ha vacillato nemmeno per un istante nemmeno quando tutti gli erano contro e lo accusavano di essere un pazzo, lo incarceravano e maltrattavano.
L’Amore è una realtà presente in ognuno di noi e deve semplicemente essere scoperto, sperimentato ogni giorno nelle occasioni che si presentano di volta in volta, l’Amore è pura e completa esperienza umana, non si tratta di qualche benedizione divina piovuta sulla testa per intercessione di santi o per miracolo, è vita, vita autentica, completa, vissuta nella coraggiosa ricerca del bene.
Per sperimentare questo Amore dobbiamo abbandonare la paura, il pigro rifugio del non-vivere, dobbiamo lanciarci in modo responsabile nell’avventura, assumere tutti i necessari rischi, scoprire ogni giorno il tesoro prezioso che ci rende davvero umani, esseri completi.
Noi siamo i responsabili di noi stessi, quelli a cui dobbiamo rendere conto, la nostra realizzazione umana dipende da come amministriamo le nostre potenzialità e qualità intrinseche. Non dobbiamo nulla invece al nostro ego a cui invece con grande facilità ed entusiasmo deleghiamo ogni responsabilità, ogni emozione, la rabbia, l’odio, l’orgoglio, la gratificazione fasulla e inconsistente, sprecando inutilmente le occasioni di maturazione vera che l’esistenza offre ad ogni istante.
Nell’avventura della vita sono importantissime le virtù della pazienza, della saggezza, ma il fondamento, la base di tutto, è l’Amore, la Compassione la Bodhicitta, nostra unica fondamentale responsabilità che imprime senso e gioia ad ogni istante vissuto coraggiosamente. Altrimenti, senza questo coraggio, saremo costantemente insoddisfatti, stanchi, delusi, amareggiati, chiusi nel bozzolo di un ego stantio. Concludiamo questa prima sessione con la lettura di una bellissima preghiera, composta da un teologo e filosofo cattolico tuttora vivente, Enrico Peyretti, poi ne mediteremo il senso:

Tu sei preghiera

Pregando, non moltiplicate le parole (Matteo 6)

Quando la luce del tramonto scende là dietro
e ti strugge la malinconia, è preghiera.
Quando ti commuove l'alba, piccola e fragile
come il sorriso di un bimbo, è preghiera.
Quando un gesto gentile, un sorriso sconosciuto, ti raggiunge nella folla,
quell'istante di gratitudine alla vita è preghiera.
Quando un abbraccio risponde per un momento alle attese del tuo cuore e del tuo corpo,
gioisce esaudita la tua nativa preghiera.
Quando una lettura tramite i tuoi occhi ti tocca l'anima,
è l'umanità che risponde alla tua antica preghiera.
Quando ascolti una musica che danza nel tuo petto,
quella ti è data come preghiera.
Quando il dolore ti tocca, ti ferisce, ti priva di una presenza,
il tuo pianto silenzioso è preghiera.
Quando il fiorire di un bimbo, la primavera sul prato, ti danno delizia,
questo è tua preghiera.
E quando la forza della montagna, o quella del mare, o la bellezza dell'immaginazione,
prendono la tua attenzione ammirata, è tua preghiera.
Quando ti assedia la solitudine, e nessuna voce ti risponde,
il tuo silenzio attonito è preghiera.
Quando il tuo cuore canta, quel canto è preghiera.
Quando ti chiedi perché
- perché la volontà di vita, perché l'amore e perché l'odio, o la fredda indifferenza -
la tua domanda muta è preghiera.
Quando in un volto e in un ascolto appare l'amicizia,
la pace che senti è preghiera.
Quando finirà il tuo tempo, quell'ultimo respiro sarà l'estrema preghiera.
Tu preghi sempre, così come respiri, come i tuoi occhi cercano,
come il tuo cuore attende: tu sei preghiera.
Anche se non sai chi preghi, ora sai che sempre preghi,
perché desiderare e attendere è preghiera.
Noi desideriamo perché siamo misteriosamente chiamati:
è questo l'inizio di ogni preghiera.
Alle religioni maestre, a chi ignora una vita attorno a questa,
a chi ti offre formule e ricette, e santi e altari da pregare, rispondi che,
di là da tutto questo, tu sei la tua preghiera, tu sei nell'universale preghiera.
È una vita, anima della tua vita, la tua preghiera.”
L’essenza della preghiera è l’Amore, e quando diciamo tu, io, sé, non indichiamo un unico aspetto che delimita l’identità propria, né di una singola persona, ma intendiamo includere tutta la realtà che costituisce l’io, quindi con - tu, io, sé - ci riferiamo all’intero universo. Nulla può essere ridotto ad una piccola parte dell’essere, nulla può esistere al di fuori dell’universo, noi siamo universo.
La sostanza che costituisce il nostro sé è universo, altrimenti questo io cosa sarebbe? Potrebbe essere soltanto questo corpo grossolano? No, è impossibile una simile visione ridotta, limitata. Tu sei universo e l’universo è questo Tu.
L’identificazione limitante del sé e dell’io, è un’assurdità, è l’ignoranza fondamentale che vanifica ogni preghiera, annulla di fatto la possibilità dell’essere Tu preghiera, soltanto includendo il Tutto, Tu, non solo nella tua identità fisica, ma in quanto essere completo, sei preghiera.
Solo l’io completo può vivere l’Amore, che non è sentimento passeggero, ma autentica essenza universale, vera, illimitata, preghiera, poiché qualsiasi movimento dell’universo è espressione dell’Amore; questa è la responsabilità del nostro viaggio nell’esistenza umana.
Amore, Luce, Dio, sono termini che indicano la stessa illimitata realtà ed è dunque assurdo sprecare tempo ed energie in inutili e sterili disquisizioni sulla natura di Dio, cercare di dimostrarne o negarne l’esistenza e la forma, dobbiamo invece andare al cuore dell’umanesimo, vivere pienamente il valore umano nel viaggio esistenziale secondo il proprio modo di essere.
Non esiste un modello predefinito uguale per tutti, ognuno deve procedere in totale consapevole impegno secondo le proprie possibilità e capacità, senza lasciarsi fuorviare da ipotetiche teorizzazioni su Dio, sulla reincarnazione, o affidarsi in modo magico a benedizioni, iniziazioni, ricette spirituali pre-confezionate che hanno l’unica funzione di dare denaro al guru di turno, ma che non incidono minimamente sulla crescita umana , anzi producono solo attaccamento e spesso diventano limite e ostacolo impedendo di procedere in modo cosciente e maturo nel viaggio della vita. La consapevole saggezza invece è la liberazione totale nell’Amore in cui tutto si realizza pienamente.
Noi invece, senza saggezza alcuna, quando ci accingiamo ad una attività spirituale tendiamo ad attribuire prontamente alle normali esperienze poteri divinatori, miracolosi, pensiamo che con un po’ di meditazione, a cui immediatamente ci afferriamo, arriveremo velocemente e direttamente all’illuminazione, ma non è affatto così, questa è l’ennesima sciocca illusione, non si possono saltare le tappe, la meta si raggiunge solo percorrendo il sentiero, un passo dopo l’altro, lentamente e solidamente, con pazienza e senza fretta.
La meditazione è uno strumento meraviglioso e imprescindibile nel nostro viaggio, ma non può diventare oggetto di attaccamento, né indurci nell’illusione di aver raggiunto, in momenti particolarmente intensi, chissà quali elevate realizzazioni spirituali, se ci afferriamo a questi miraggi restiamo bloccati nel mondo dell’inganno e non siamo più in grado di procedere nemmeno di un passo nel viaggio della vita.
La nostra umanità non si sviluppa e non si manifesta nella realizzazione miracolosa, ma unicamente nella completezza dell’Amore che è preghiera. La preghiera non è recitazione di mantra o di parole, bensì il messaggio di quell’unità che, direttamente o indirettamente, è espressione dell’Amore.
Il messaggio dell’Amore è l’unità, tutto è uno, non ci sono separazioni, distinzioni, né fisiche né spirituali, ciò che percepiamo in modo dualistico è frutto dell’illusione mentale; noi riusciamo solo a vedere le gocce d’acqua in modo separato, ma nel bicchiere l’acqua è una, non esiste divisione possibile, questa è la condizione dell’universo, dell’esistenza del tutto, l’unità.
La nostra pigrizia invece ci fa preferire la situazione apparentemente più comoda, meno faticosa e costosa che giustifichiamo a noi stessi separando, dividendo ogni elemento, ma in questo modo ci troviamo in una costante condizione di confusione, nell’illusione di vedere come reale ciò che non lo è, e soltanto con il coraggio della meditazione riusciamo a superare questo inganno e a vedere nella sua essenza di realtà, sia convenzionale che ultima.
La realtà convenzionale è quella che percepiamo attraverso i cinque sensi, è visibile e tangibile, la realtà ultima invece va oltre, non è soggetta alla conoscenza sensoriale, ma è visione di saggezza e il nostro compito è dunque quello di imparare a coniugare armonicamente le due realtà in quanto la visione di una sola delle due sarebbe parziale e fuorviante sino all’estremismo. Dobbiamo imparare a vivere pienamente i due aspetti della realtà, tendenzialmente noi ci fermiamo al quello sensoriale, convenzionale, ma se sappiamo osservare la realtà con saggezza scopriamo anche la realtà non visibile, spirituale, fondamentale alla realizzazione umana. La realtà convenzionale e la realtà ultima non hanno alcuna contraddizione tra loro, ma si integrano e completano nell’unità.
E’ tutto molto semplice nella meditazione, nella preghiera, le complicazioni le costruiamo noi con assurde disquisizioni filosofiche, fiumi di inutili parole, mentre la realtà nella sua essenza naturale di sensi e saggezza è in sé completa, chiara. Tutto è manifestazione di Amore, unità, questo è essere preghiera, Tu sei preghiera ecco il cammino che porta al vero superamento della sofferenza, non il sogno e la costruzione idilliaca di un futuro nirvāna, bensì l’unità nell’Amore, essenza naturale, semplice indispensabile ad ogni azione.
Domanda: Questo percorso di buddhità che deve superare la sofferenza, posso capirlo per ciò che riguarda direttamente me, ma non riesco a capire come posso superarla quando la vedo negli altri, quando assisto alle ingiustizie nei confronti delle persone più deboli, alle aggressioni, come è possibile?
Lama: Noi non sappiamo cosa è realmente l’evento che stiamo osservando, ingiustizia o altro? Tutto è un mistero avvolto nella complessità del miracolo della vita. Il nostro desiderio di correggere i difetti dell’esistenza è manifestazione del samsāra in cui tutti, senza eccezione, siamo in questa vita. Il samsāra non è solo caos, disordine, ma visione della realtà condizionata dallo strumento con cui la osserviamo. E’ un’analisi molto difficile e profonda che dobbiamo fare di volta in volta di fronte a ciò che non è così chiaramente comprensibile. Ovviamente è giusto intervenire nelle situazioni di ingiustizia sociale, ma sempre con amore, con la consapevolezza che la nostra visione dell’evento è limitata, parziale. L’Amore invece è imparziale e totalmente gratuito, ugualmente dato a chi ha subito l’ingiustizia e a chi l’ha commessa.
Come abbiamo già detto questo è lo spirito dell’Amore che hanno trasmesso i Bodhisattva, Buddha e Gesù Cristo che ne ha dato prova concreta con il dono della sua vita e ha detto a coloro che lo volevano seguire “chi vuole salvare la sua vita la perda” cioè abbandona il tuo io, prendi la tua croce e seguimi, non ha detto, stai tranquillo, dormi pure che farò tutto io. Questo è l’indispensabile coraggio che ci permette di godere la pienezza e completezza del frutto dell’Amore.
Domanda: In questi giorni hanno assassinato una ragazza di 16 anni, io vorrei poter amare questi assassini, ma proprio non ci riesco.
Lama: Certo, è difficile, questo è il nostro limite umano, non siamo il Cristo, né Bodhisattva, ma ciò che conta è porsi nell’attitudine di imparare poco alla volta ad osservare la realtà non più in modo dualisticamente tranciante: giusto - sbagliato, buono - cattivo, bello - brutto -, ma alimentando con saggezza e pazienza la compassione verso tutte le situazioni. La via di mezzo è il percorso del Dharma.

In questi due giorni abbiamo intensificato un grande lavoro analizzando due passi fondamentali, il primo è: -Tu sei Preghiera- e il secondo -Tu sei Meditazione-. Ovviamente questo Tu non si riferisce a un’identità individuale, ma è universale, comprende tutti gli esseri, nasce dall’Amore, come espressione dell’Amore, ed è il nostro unico compito, agire nella Compassione, nell’Amore e nella Bodhicitta, per cui ogni nostro gesto è una forma di preghiera, un forma di meditazione con cuore-mente di amore.
Il nostro io non è composto da entità indipendenti, ma da tutto l’insieme, per cui non c’è la mia mente, la mia rabbia, la mia compassione, la mia meditazione, nulla esiste come “mio”, bensì tu sei trasformato nell’essenza del tutto, tu diventi preghiera, tu diventi meditazione. Soltanto in questo modo la nostra vita è naturalmente autentica, non sottoposta a contaminazioni artificiose.
Domanda: La preghiera come richiesta di aiuto divino, è sbagliata?
Lama: La richiesta dell’intervento divino è una definizione formale, superficiale, ma qui noi entriamo nella dimensione sostanziale della preghiera che è unica -l’Amore, non c’è altro da aggiungere.
Domanda: Ma bisogna anche sentire questo sentimento durante la preghiera oppure no?
Lama: Non provare, non sentire, ma essere, diventare preghiera. Sentire è dualismo: io sento, io chiedo aiuto, protezione, ma che c’è da proteggere? chi? da dove? cosa? Tu stesso sei diventato preghiera senza dualismi, separazioni, così come quando rilassi completamente il corpo questo stesso corpo diventa naturalmente meditazione, non c’è nulla di artificioso da aggiungere. Nel silenzio della mente tu sei silenzio, questo silenzio è meditazione e tu sei meditazione, senza dover far nulla, senza separare te da nulla. “Vuota la mente e non pensare a nulla, come un bambù cavo lascia che il tuo corpo riposi”.Anche un solo minuto in questa situazione è importantissimo, è la scoperta di una nuova dimensione, è autentica rivoluzione.
Questa meditazione è riportare nella condizione originaria, naturale, corpo, parola e mente nella propria casa, una casa purificata dalla condizione ordinaria in cui corpo parola e mente sono inquinati dal fracasso di troppi rumori, parole, attitudini e pensieri inutili. Nello stesso dialogo interreligioso si fanno interminabili discorsi di cui si capisce una minima parte o nulla e che occupano un’infinità di tempo sprecato nella superficialità. Allora è bene ascoltare il silenzio perché in questa condizione emergono le parole significative, essenziali.
Il silenzio è parola, questo è un altro stato dell’essere, naturale, invece noi affolliamo la mente con concetti, parole, facciamo tutto per raggiungere istantaneamente l’illuminazione, ma questa agitazione è soltanto una grande follia, mentre l’unica cosa di cui non dobbiamo preoccuparci è proprio la volontà di ottenere l’illuminazione, semplicemente questa avviene in modo naturale, è meditazione.
Noi siamo come una pianta medicinale, naturalmente, senza dover attivare alcun intervento della volontà, -…devo studiare come posso aiutare gli altri… devo fare questo e quest’altro…-, no, io per natura sono medicina, divento aiuto, meditazione, preghiera, Amore, Bodhicitta, qui e ora, senza dover compiere azioni eclatanti, senza aspettare di morire per sperare di rinascere in qualche condizione migliore, essere illuminato nel nirvāna, o in paradiso.
Questo è l’insegnamento essenziale di san Francesco e di tutti i santi di ogni tradizione e spiritualità. Siamo medicina e dunque non è necessario compiere miracoli, non dobbiamo volere guarire istantaneamente, ma è sufficiente alleviare un poco il dolore, questa è la relazione dell’interdipendenza, è essere autenticamente Amore, trasformare tutto nella bellezza sostanziale della vita.

Il nostro meraviglioso compito è semplicemente diventare preghiera, meditazione, essere Amore.

Sunday, 21 October 2018

COMPASSIONE NEL BUDDHISMO TIBETANO




Corso di Alta Formazione
Università La Sapienza – Roma
"Compassione: pratiche, applicazioni e neuroscienze"
venerdi 28 settembre 2018

COMPASSIONE NEL BUDDHISMO TIBETANO
Geshe Lharampa Lama Gedun Tharchin

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BUDDHISMO TIBETANO

Buon pomeriggio a tutti, è un grande onore per me essere qui con voi per presentare alcuni concetti buddhisti sul tema di oggi, la compassione nel suo collegamento con la medicina e la psicologia.
La definizione di buddhismo è unicamente occidentale, in sanscrito e in pali si dice soltanto -l’insegnamento o la realizzazione del Buddha-, non esiste una codificazione che suggerisca una religione strutturata o una corrente ideologica.
Il Buddha, non ha inventato una nuova religione, ma partendo dalla cultura indiana ha approfondito, elaborato, rinnovato ogni aspetto giungendo ad un arricchimento e ad una visione ancora più chiara inclusa nella sua tesi presentazione delle “Quattro Nobili Verità” dei concetti filosofici, Samsara Karma Nirvana e Dharma, già esistenti nell’antica dottrina Vedānta.
Il termine buddhismo dovrebbe dunque essere più correttamente sostituito con i tre concetti costitutivi: «Buddha, Dharma, Sangha». Buddha è l’illuminato. Dharma è il suo insegnamento finalizzato a trasformare nella chiara visione non solo la propria mente, bensì tutti i fenomeni dell’universo in cui il singolo atomo comprende il tutto e viceversa. Questi concetti hanno trovato riscontro oggi nella fisica quantistica. Nel Dharma possiamo dunque trasformare noi stessi e l’universo senza separazioni, non esiste divisone tra mondo interiore e mondo esteriore, alla fine sono un’unica realtà.
Non dobbiamo pensare al mondo esteriore come alle cose che ci appaiono concretamente con i cinque sensi, ma riguarda ogni aspetto, anche quello intangibile, ed è ciò che percepiamo con la saggezza, la profonda conoscenza, la trasformazione interiore, per questo trasformando la nostra interiorità, trasformiamo automaticamente la realtà esteriore.
Nella mia tesi di dottorato ho approfondito i concetti dell’Abhidharmakośa, sul testo del grande maestro Vasubhandu in cui si tratta dell’analisi di tutti i fenomeni dell’universo, questo testo fondamentale è suddiviso in 75 capitoli raggruppati in cinque parti. La conoscenza analitica di Vasubhandu era così grande che in India era considerato il secondo Buddha. Egli descrisse ogni fenomeno sia materiale che intangibile, sia interiore che esteriore.
Concordai l’impostazione della mia tesi sull’Abhidharmakośa con il Dalai Lama che mi diede l’indicazione di approfondire soprattutto questi temi: il primo riguardava il karma, il secondo la cosmologia buddhista e il terzo la mente e il fattore mentale, così la mia tesi era stata triplicata rispetto il progetto iniziale e, dalle 200 pagine previste, alla fine è arrivata alle 600, ma questo lavoro è stato per me davvero formativo, un’esperienza fondamentale.
Per prima cosa mi sono dunque concentrato sul karma in relazione all’universo. Il karma è fenomeno interiore e la cosmologia fenomeno esteriore. Così, come in occidente la visione dell’universo prima di Galileo Galilei era completamente diversa, anche nell’interpretazione tibetana descritta nell’Abhidharma vi era la stessa concezione e pertanto il Dalai Lama mi suggerì di fare uno studio alla luce delle conoscenze attuali con l’estrapolazione dell’essenza dell’antica cosmologia da interpretare nella visione corretta della scienza moderna.
Per fare questa ricerca ho dovuto analizzare in dettaglio tutte le quattro scuole della filosofia buddhista, perché è un errore credere che il buddismo abbia un unico punto di osservazione della realtà, ogni scuola evidenzia aspetti diversi ed è quindi necessario approfondire e studiare attentamente tutte le differenti correnti filosofiche, avendo presente che ci sono limiti importanti dati dalle diverse lingue, infatti i primi testi erano in sanscrito e poi tradotti in tibetano, e ciò comporta inevitabilmente problemi di traduzione e interpretazione.
Il mio primo anno a Roma all’Università studiai la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino comparando i due testi, quello latino con la traduzione inglese, e non erano davvero la stessa cosa. Così avviene nello studio dei testi antichi poiché  la maggioranza dei tibetani li conosce solo in questa lingua non sapendo nulla di sanscrito o di pali e questo comporta indubbiamente differenze.
Il buddhismo entrò in Tibet nel VII secolo grazie al matrimonio del re Songtsen Gampo con due mogli buddiste, una principessa nepalese e una principessa cinese. In questo paese studiò con i maggiori maestri nell’università di Samye. Ma la diffusione completa avvenne all’inizio dell’undicesimo secolo con l’arrivo in Tibet del grande maestro indiano Atisha Dipamkara Shrijnana che fece rivedere e ritradurre tutte le opere, e il buddhismo, così consolidato, si diffuse nel paese articolato nelle quattro scuole fondamentali (Nyingmapa, Kagyupa, Sakyapa e Gelukpa) tra loro diversificate in alcune interpretazioni così come è avvenuto nel cristianesimo, oltre al primo cattolicesimo si sono formate più chiese protestanti, pur rimanendo sempre cristiane.
Le quattro maggiori scuole filosofiche buddhiste sono molto importanti per poter comprendere la dottrina nel suo complesso e sono: Sarvāstivādin, Sotantrica, Yogācāra e Mādhyamica. Sarvāstivādin è una corrente più convenzionale e comune, Sotantrica è un po’ più profonda, Yogācāra la scuola della sola mente è molto sottile e infine Mādhyamica è ancora più scarnificante, mostra i meccanismi dell’illusione nella conoscenza relativa, né mente, né io, né nulla, tutto è nella vacuità.
Queste quattro scuole rappresentano l’evolversi di un unico processo, iniziato con lo studio filosofico, scendendo poi a livelli sempre più profondi di conoscenza sino alla Mādhyamica la scuola della visione pura fondata da Nāgārjuna, un grandissimo mistico, la cui opera principale è la Mūlamādhyamacakārikā, il fondamento della Via di mezzo.
Per noi è essenziale nell’approccio al buddhismo conoscere l’analisi di Nāgārjuna della via di mezzo, raccolta nel testo di Madhyamika Prasanghika, perché è la base per poter comprendere il reale e profondo concetto di vacuità, ed è altrettanto importante confrontare lo studio in tutte e quattro le scuole.



COMPASSIONE

Oggi dobbiamo affrontare insieme il tema della compassione che nella concezione buddhista non può essere limitata alla descrizione data dalle lingue occidentali. In sanscrito la parola originaria è karunā, in tibetano si utilizzano tre parole snyng-rje, tse-wa, champaSnyng-rje amplifica l’aspetto della compassione, tse-wa quello dell’amore e champa la gentilezza amorevole, ma tutte indicano l’inscindibile insieme.
Nei testi la definizione classica di snyng-rje indica la partecipazione al dolore degli altri con l’intenzione di liberare queste persone dalla sofferenza. Champa invece è rivolto in particolare all’assenza nelle persone di felicità, di gioia, che ci induce a desiderare di donare loro gioia, di offrire ciò che manca. Sono due aspetti della sofferenza e per questo esistono due azioni diverse da porre in atto, i due modi di approccio si fondono in tse-wa l’amore, ecco perché si devono usare tre distinte parole per definire un unico processo.
La compassione può esistere solo nell’altruismo, shen phen gyi sem, la mente altruistica che tutto racchiude e che si può esprimere unicamente nella fondamentale realizzazione dell’equanimità.
Si giunge all’attuazione della compassione, della gentilezza amorevole, dell’amore soltanto se questi aspetti sono fondati sul terreno basilare dell’equanimità che ci rende liberi dal voler essere eccessivamente vicini, con attaccamento, e dall’essere troppo distanti, nell’indifferenza o nell’avversione, e ci fa permanere stabili e bilanciati nella via di mezzo. Questa libertà interiore è data dall’equanimità, il primo passo indispensabile, seppur ancora privo di compassione, gentilezza e amore, ma necessario per poter procedere.
I quattro aspetti della compassione da coltivare per sviluppare la mente altruistica sono detti i quattro illimitati o incommensurabili, il primo è la mente di equanimità illimitata; il secondo la mente della compassione o benevolenza illimitata; il terzo la mente della gentilezza amorevole illimitata; il quarto la gioia compartecipe illimitata.
Cominciamo ad analizzare come possiamo realizzare il primo aspetto, l’equanimità, dovendo liberare la mente che vaga inesorabilmente nella nebbia di attaccamento, avversione, ignoranza, indifferenza egoistica.
Domanda: Quali sono le pratiche per coltivare l’equanimità?
Lama: Secondo la visione del buddhismo l’equanimità è il primo passo per poter realizzare l’obiettivo ultimo che è la grande compassione e per fare questo è necessario rivolgere la concentrazione al proprio interno per trovare la vera natura del proprio cuore mente e quando si giunge a questa visione autentica ogni attaccamento, avversione o ignoranza scompaiono automaticamente poiché abbiamo consapevolezza di essere tutti nella stessa condizione, nella barca del samsāra. Riconoscere la sofferenza comune del samsāra ci rende coscienti di essere unità.
L’opera principale del grande maestro Śāntideva, il “Bodhisattvacaryāvatāra” che letteralmente significa “L’entrata nell’attività dei Bodhisattva” o La Vita del Boddhisattva, approfondisce nel particolare tutti gli aspetti della compassione.
Nel Bodhisattvacaryāvatāra si dice: “Una persona impermanente come può attaccarsi in modo permanente ad un’altra persona altrettanto impermanente? Una persona impermanente come può odiare in modo permanente un’altra persona impermanente?” L’impermanenza è caratteristica di tutti i fenomeni, per cui essendo io impermanente come posso nutrire attaccamento o avversione verso chi o cosa è altrettanto impermanente? Questa consapevolezza è il primo passo verso l’equanimità.
Attaccamento e odio, amicizia e inimicizia, guerra e pace sono condizioni estremamente volatili, impermanenti, e allora che senso ha sprecare la vita in modo così insensato? Dobbiamo invece procedere passo a passo nella via di mezzo, essere nell’equanimità che è saggezza.
Ricordo uno studioso tibetano, Gedun Choephel morto nel 1951, uomo di grande genio, poeta eccellente, ma purtroppo in conseguenza alla sua incarcerazione in Tibet il suo lavoro venne completamente saccheggiato. La sua storia è paragonabile a quella di Giordano Bruno. In uno dei suoi canti più belli dice: “Le formiche non hanno occhi, eppure corrono diritte a ricercare la felicità, i vermi sono senza gambe, ma corrono a ricercare la felicità, tutto il mondo corre per ricercare la felicità come a una maratona”. Siamo tutti impegnati nella stessa unica corsa dunque è saggio procedere nella via di mezzo aiutandoci a vicenda, così sarà più facile vivere tutti in armonia e gioia.
E’ saggio porsi l’obiettivo di fare una buona azione ogni giorno e quest’attitudine mentale svilupperà automaticamente, giorno dopo giorno, l’altruismo in una reale condizione di cuore aperto ed equanime.
L’equanimità è dunque il primo fondamentale passo, il secondo passo, immediatamente conseguente, è la compassione.
Questa compassione fa crescere nel cuore la gentilezza amorevole con il sincero desiderio di sollevare gli altri dalla loro sofferenza e la volontà di scambiare se stessi con gli altri, dare loro la propria gioia, il proprio benessere, e prendere il loro dolore.
Questa natura della compassione è pura gioia, reale, condivisa in cui si assapora pienamente il senso dell’esistenza, si gode la bellezza e l’essenza gioiosa della vita.
Non sempre ne siamo consapevoli, ma nessuno può vivere soltanto per se stesso, il significato di ogni esistenza è nella condivisione e compartecipazione di ogni istante di ogni azione, nell’essere armoniosamente comunità umana.
L’attitudine naturale dell’essere umano è compassionevole, qualsiasi lavoro, azione individuale serve ad altri, è collaborazione, ma, offuscati dall’ignoranza, possiamo distruggere questo spirito collettivo, la spontanea offerta di ciò che sappiamo fare e che è un servizio condiviso e altrettanto ricevere il frutto del lavoro altrui. Questa cooperazione è ciò che rende le nostre giornate confortevoli e ricche di senso. Invece noi stupidamente pesiamo il valore del nostro lavoro e lo monetizziamo e vogliamo guadagnare più denaro, indifferenti, ignorando il vero valore dell’azione e chiudendo il cuore in un gretto egoismo che vanifica ogni gioia, ogni senso profondo della ricca collaborazione umana.
La società è naturalmente altruistica, è luminosa e gioiosa, ma nell’ignoranza noi la trasformiamo in grigio e desolato deserto egoistico.
E’ importante comprendere questo concetto, la compassione non può mai essere individualista, lo stesso motivo della nostra esistenza su questo pianeta è la condivisione compassionevole della realtà nella consapevolezza di appartenere tutti ad un’unica grande famiglia umana.
La saggezza ci rende consapevoli della compassione che è presente e agisce in ogni azione, ma senza questa conoscenza saggia del naturale altruismo insito nel cuore umano, inevitabilmente cadiamo nel pozzo dell’oscura ignoranza che si trasforma in egoismo che nulla vede, nulla conosce e affoga nell’infelicità dell’attaccamento e dell’avversione.



LO JONG

L’amore non è qualcosa che si crea dal nulla, è già insito nel cuore umano, deve semplicemente essere riconosciuto, coltivato nell’equanimità. Tutto questo è trattato diffusamente nell’opera di Śāntideva.
Vi è poi un altro testo molto importante di Nāgārjuna il “Ratnāvalī” tradotto con “La preziosa Ghirlanda” o “La ghirlanda dei Gioielli”.
Entrambi i testi dei due maestri indiani, Śāntideva e Nāgārjuna, sono fondamentali nella pratica della compassione e dell’amore e sono alla base degli ulteriori approfondimenti dei maestri tibetani che li unificarono in un’unica essenziale pratica: il Lo Jong.
Un grande impulso alla pratica del Lo Jong fu dato dal maestro bengalese, figlio di re, Atīśa Dīpankara Śrījñāna, che, giunto in Tibet nell’XI secolo su richiesta dei maestri di questo paese, fu uno dei maggiori fautori della seconda diffusione del buddhismo in Tibet, dando così impulso e rinnovamento alla prima diffusione che si era ormai indebolita nella confusone di un’eccessiva dispersione.
Atīśa ricevette l’incarico di riportare il buddhismo al giusto messaggio e così si dedicò a revisionare tutto ciò che era stato scritto e detto precedentemente. Atīśa constatò che i tibetani erano più pigri e meno intelligenti degli indiani e dunque sarebbe stato più difficile per loro fondare la pratica sullo studio dei sūtra ed elaborò di conseguenza un percorso concreto, diretto, che non lasciava possibili scappatoie: il Lo Jong che è il cuore del Lam Rim, il sentiero graduale che conduce all’illuminazione, e che raccoglie l’intero insegnamento del Buddha.
Atīśa chiarì che le quattro scuole filosofiche e tradizioni elaborate in Tibet non erano affatto in contraddizione tra loro, ma, al contrario, si integravano perfettamente costituendo la complementarietà del completo sentiero graduale dall’inizio fino all’illuminazione, il “Lam Rim”. All’interno di tale percorso il Lam Rim focalizza il cuore della pratica del buddhismo, la compassione, approfondisce dettagliatamente cosa sia la compassione e come praticarla nell’insegnamento del “Lo Jong”. “Lo” significa mente e “Jong” significa allenamento, nel senso di esercitare, indirizzare, educare, addestrare, purificare, trasformare la mente, vi sono infinite traduzioni, ma letteralmente è: allenare la mente.
Atīśa introdusse il Lo Jong che divenne man mano il cuore del buddhismo tibetano, che tutti i maestri, di qualsiasi scuola, accolgono ancora oggi come pratica principale, la pratica della Bodhicitta. Atīśa ebbe molti discepoli, ma il principale fu Dromtönpa, un laico, nomade che fonderà la scuola Kadampa, “Ka” significa Buddha e “dampa” istruzioni, in cui ogni insegnamento, ogni atto, confluisce in un'unica realtà: la compassione e l’amore totalmente altruistico.
I seguaci di questa scuola si rivolgevano l’un l’altro chiamandosi semplicemente Geshe, cioè amico spirituale o amico virtuoso. I Kadampa praticavano la semplicità più autentica, come i frati minore di San Francesco, non vi era bisogno di nessun titolo, di nessuno studio particolare, solo la purezza di cuore nella pratica della compassione, giorno e notte.
Il titolo di Geshe assunse poi nelle successive scuole significati diversi ed è a tuttoggi indice di elevato livello di studi e conferito soltanto ai dottori in filosofia scolastica monastica, ma il vero senso, quello che io accolgo perché realmente autentico, è anche oggi “amico spirituale”, colui che pratica il Lo Jong.


I SETTE PUNTI DELL'ADDESTRAMENTO MENTALE

Tra i seguaci della scuola Kadampa molto importante fu Geshe Chekawa che mise per iscritto l’insegnamento Lo Jong in un unico testo completo “Addestramento della mente in sette punti. Vi sono molti altri documenti sul Lo Jong ma questo è il più importante, non manca nulla, è sostanziale.

I testi tibetani, per purificare la pratica da ogni ostacolo, iniziano tutti con il rendere omaggio al Buddha, o a una particolare Divinità, o al protettore, questo comincia invece con: Omaggio alla Grande Compassione. Ogni gesto di rispetto e devozione, accendere una candela, l’incenso, inchinarsi nel saluto a mani giunte, prosternarsi, tutto è grande compassione, poiché tutti noi, indistintamente, siamo manifestazione della grande compassione.
Siamo un’unica famiglia che nasce nella radice della grande compassione, soltanto dobbiamo prenderne coscienza, esserne pienamente consapevoli, ogni relazione umana nella società è unione, solidarietà, compassione. L’essenza del Lo Jong dunque è simile al nettare che nutre, trasforma, fa crescere la mente-cuore.
In Tibet le fondamentali istruzioni vengono fatte risalire al lignaggio del maestro che le ha elaborate, e il Lo Jong deriva dal lignaggio Serlingpa, maestro che Atīśa, nei suoi viaggi per molti paesi, incontrò nell’isola di Sumatra e da cui ricevette l’addestramento mentale alla grande compassione, la Bodhicitta. Atīśa al ritorno in India e poi in Tibet diffuse capillarmente questo prezioso insegnamento del Lo Jong che dunque ebbe la prima origine in Sumatra.
Prima abbiamo accennato a quattro scuole di filosofia buddhista e Atīśa apparteneva alla corrente Mādhyamika, il massimo livello di istruzione, mentre il maestro di Sumatra, Serlingpa, apparteneva alla scuola Sarvāstivādin, meno raffinata, di base, ma questo non costituì nessun ostacolo, perché il centro di entrambe era la Bodhicitta, la Grande Compassione.
Atīśa, grande studioso, abate nella sua università, era dunque assai più istruito del suo maestro, ma questo non aveva alcuna importanza, lui continuava a viaggiare e con autentica umiltà a cercare e apprendere dai maestri di altri paesi. Atīśa ricevette con profonda concentrata consapevolezza del dono che gi veniva offerto la fondamentale istruzione del Lo Jong dal maestro Serlingpa.
Vediamo dunque quali sono i sette punti dell’addestramento mentale: Primo punto (per prima cosa esercitati nelle pratiche preliminari), indica la necessità di esercitarsi con consapevolezza nelle quattro pratiche preliminari: a) riconoscere la preziosità e la rarità della propria esistenza umana; b) riconoscere l’impermanenza; c) riconoscere il karma, la legge di causa effetto; d) riconoscere i limiti della propria vita e del mondo.
Il secondo punto analizza le due Bodhicitta.: 1) la Bodhicitta ultima o assoluta e 2), la Bodhicitta convenzionale o relativa.
1) Nella bodhicitta ultima, Avendo ottenuto la stabilità mentale, si riceve l’insegnamento segreto. Considera tutti i fenomeni come un sogno. Ciò non significa che i fenomeni siano falsi, ma semplicemente che non sono concreti, non corrispondenti a ciò che percepiamo come reale.
E poi analizza la natura della mente innata, è l’antidoto stesso che si libera da sé nella vacuità della vacuità, medita sulla natura fondamentale di ogni cosal’essenza del sentiero. Questa è la concezione espressa dalla corrente Cittamātra, la scuola della “Mente soltanto”.
Nel periodo post meditativo insegna ad osservare con consapevolezza come l’illusionista che osserva ciò che appare come se fosse spettacolo di illusionista.
Riconosce l’istruzione Lo Jong come diamante dalle infinite potenzialità, come il sole che illumina ogni cosa, come pianta che cura ogni malattia e, vedendo le cinque degenerazioni [1) della visione, 2) delle passioni, 3) dei tempi -kāliyuga-, 4) del declino della forza vitale, 5) dell’aumento dei difetti corporali nel decadimento fisico], le trasforma nel sentiero del completo risveglio tramite lo sviluppo ininterrotto di compassione, amore, equanimità, gioia.
2) La pratica della Bodhicitta convenzionale o relativa è spiegata nei seguenti versi: Attribuisce l’intera colpa dei problemi a un solo fattore, che non sottintende il peccato, la responsabilità individuale, né nostra né altrui, ma indica lo stesso limite della natura umana. La parola tibetana per esprimere questa radice che produce stress è Rang chei zin. Ran significa sé - chei zin visione egocentrica con attaccamento molto sottile a se stessi ponendosi mentalmente al primo posto sempre - Noi dobbiamo semplicemente riconoscere questa condizione umana e soltanto in questo modo possiamo davvero trasformarla con gioia, soddisfazione, senza inutili sensi di colpa, questo è il nostro compito, ciò che dà senso alla vita, è la filosofia della compassione, la filosofia del Dharma.
I più seri e forti praticanti tibetani sono gli antichi maestri geshe Kadampa che in silenzio e umilmente praticavano giorno e notte il Lo Jong.
Medita sulla grande gentilezza di tutti gli esseri. La Bodhicitta convenzionale medita sulla naturale gentilezza di tutti gli esseri e ci mostra la necessità di permanere in modo nascosto, senza voler mai apparire, nell’attitudine di grande compassione. Noi ci poniamo spesso domande inutili, vogliamo analizzare l’autenticità della gentilezza nostra o altrui e ci perdiamo, l’unica cosa da fare allora è meditare sulla Bodhicitta ultima e considerare tutti i fenomeni come un sogno.
Ora giungiamo alla pratica del Tong Len, il cuore del Lo Jong, la pratica del dare la propria felicità agli altri e prendere la loro sofferenza utilizzando l’alternanza del respiro, con l’inspirazione si prende la sofferenza altrui e con l’espirazione si dona la nostra felicità.
Generalmente quando meditiamo con questo movimento del respiro pensiamo che ad ogni espirazione buttiamo fuori tutte le nostre negatività, diventando automaticamente saggi e migliori, mentre inspirando accogliamo ogni positività, ma in questo modo aumentiamo soltanto in modo esponenziale l’ego.
Il Tong Len è la più grande pratica dell’umanità, Gesù Cristo ne è l’esempio più visibile. Prendere su di sé la croce, offrire la propria vita, per il bene di tutti gli esseri.
Ma nella nostra pratica prima dobbiamo imparare a prendere su di noi la nostra stessa sofferenza e, altrettanto, donare sempre a noi stessi ogni bontà. Solo dopo aver imparato a conoscerci e purificato noi stessi in questo modo, possiamo addentrarci nella profondità del prendere su di noi la sofferenza altrui e dare loro ogni benedizione, gioia, serenità. Alla fine ogni respiro si trasforma nella pratica della compassione.
Prima di procedere dobbiamo avere consapevolezza che nelle nostre relazioni con gli altri vi sono tre oggetti, tre veleni e tre virtù. I tre oggetti sono gli amici, i nemici, e coloro che ci appaiono neutri; i tre veleni sono l’attaccamento, l’avversione, l’indifferenza; le tre virtù sono la trasformazione dell’attaccamento in amore e compassione, dell’avversione in gratitudine compassionevole perché questi nemici verso cui proviamo odio sono in realtà i nostri migliori amici in quanto autentici maestri che ci permettono di sviluppare le nostre qualità, e, altrettanto, la nostra indifferenza verso chi ci è neutro diventa saggezza della compassione.
Questo è ciò che trasforma il Lo Jong nei quattro pensieri incommensurabili: l’equanimità illimitata, l’amore o benevolenza illimitata, la compassione illimitata, la gioia compartecipe illimitata. Tutto questo è gioia di vivere nel mondo indipendentemente dalle circostanze in cui ci troviamo, perché è ciò che imprime senso ad ogni istante di vita.
Il tempo è volato, ci sarebbero ancora molte cose da dire e siamo riusciti a trattare soltanto i primi due punti, ma potremo rimandare ad altra occasione la spiegazione dei restanti cinque e di altro ancora. Troverete, non appena sarà pronta, la trascrizione di questa conversazione nel mio blog così potrete approfondire quanto detto oggi.

Grazie per l’attenzione, e buona serata 


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