Sunday, 14 October 2012

Dharma semplice

Dharma semplice

Gedun Tharchin


La mente virtuosa o l’attitudine virtuosa che sorge nel nostro cuore è rara ed è come un fulmine, un lampo nella notte; dovremmo considerare il nostro incontro di Dharma come un’occasione importante per riscaldare il nostro cuore. Dedicare se stessi a questa attività è un gesto significativo.

Generalmente noi collochiamo questo tipo di attività all’ultimo posto nella lista delle cose che abbiamo in programma da fare. È per questo che questa pratica viene svolta solitamente di domenica, il giorno in cui facciamo le cose che sono rimaste per ultime nella nostra lista! Ma lo svolgimento di questa attività di domenica non è intenzionale, è piuttosto dovuto alle condizioni che ci circondano, non è motivato solo dalla decisione del singolo, ma anche basato sulla struttura sociale. A livello sociale, infatti, la pratica spirituale, la pratica del Dharma, è giudicata superflua, poco importante, spesso manca del tutto. Dipende dall’individuo organizzare il proprio tempo in modo tale da farvi rientrare anche tali eventi. È interessante notare come la domenica sia il giorno in cui il governo lascia liberi per poter andare a messa.

Quando ero in Nepal il giorno di festa era il sabato e il venerdì era festa per mezza giornata. Il venerdì pomeriggio, a scuola, facevano dei gruppi di dieci bambini ciascuno, ad ogni gruppo veniva data una saponetta e nel pomeriggio si andava al fiume, dove bisognava lottare per riuscire a prendere questa saponetta con cui potersi lavare. Quindi il venerdì era il giorno dedicato alla cura del corpo, mentre il sabato era un giorno di festa vera e propria, per rilassarsi e svagarsi. Ogni sabato mia madre mi dava 50 paisa, l’equivalente di cinquanta centesimi ed io, non so perché, andavo dal mio villaggio all’aeroporto. Tornando mi fermavo ad un ristorante nepalese dove con questi soldi mi prendevo un po’ di tè e un piccolo dolcetto. Quando invece sono andato nel monastero, in India, il giorno di riposo era il lunedì. Penso che in India il giorno festivo sia generalmente la domenica, mentre nella nostra zona era il lunedì, perché a Mundgod il lunedì era il giorno di mercato, durante il quale da tutti i posti circostanti venivano i contadini a vendere le verdure. Quando ero al monastero il lunedì era un giorno molto prezioso.

Quando sono venuto qui in occidente ho trovato la domenica quale giorno festivo, anche se per me è festa tutti i giorni! Domenica perché è la giornata in cui i cristiani vanno a messa. Dunque le vacanze dipendono dalle diverse situazioni, dalle usanze del posto. Non so perché in Nepal il giorno festivo sia il sabato, ma forse è perché nel calendario tibetano la domenica è il primo giorno della settimana, mentre l’ultimo, secondo il calendario lunare, è il sabato. Anche gli ebrei hanno il sabato come giorno festivo.

I tibetani vanno al monastero in occasioni speciali: il novilunio , quando la luna è a metà, il plenilunio. Solitamente sono importanti per la pratica del dharma, per la meditazione, il primo giorno del mese, il 15 del mese e l’ultimo giorno, cioè il 30. Tali giorni sono significativi perché si ritiene che al cambiare della luna corrispondano dei cambiamenti nel nostro mondo interiore, dei momenti in cui vi sono maggiori opportunità per espandere le nostre realizzazioni, la nostra sapienza. Per chi pratica il puja per Tara è fondamentale l’ottavo giorno del mese, per chi pratica il puja per Padmasambawa il decimo giorno, per chi pratica il puja per Jey Tsongkhapa il venticinquesimo. Poi ve ne sono molti altri, è una cosa molto simile ai santi nel calendario occidentale. Ma per tutti sono importanti il primo, il quindicesimo e l’ultimo giorno mensile e ciò è valido per i tutti praticanti spirituali, di qualsiasi fede religiosa.

Mia madre è molto devota ed è molto brava nel seguire tutti questi impegni, ha un’ottima consapevolezza, una buona perseveranza entusiastica, una buona compassione, una buona pazienza, una buona concentrazione, forse non un’ottima saggezza. Ma ritengo che sia molto più importante avere una saggezza sufficiente e possedere una buona compassione, una buona pazienza, piuttosto che avere una grande saggezza, ma poca compassione, poca pazienza. Mio padre è una persona molto intelligente, impara tutto subito, però, non possiede tantissima pazienza e ha poca perseveranza entusiastica. Quindi la pratica dei miei genitori è un po’ diversa: mio padre pratica piu’ di mattina, finché non arriva la colazione in tavola; mentre aspetta che mia madre abbia finito di preparare la colazione fa puja e meditazione, ma una volta fatta colazione se ne va. Ovviamente sto scherzando un po’ sui miei genitori!

Mia madre dal momento in cui apre gli occhi la mattina fino a quando li chiude la sera, continua a praticare la meditazione, a fare offerte, preghiere, a prescindere da qualsiasi cosa stia facendo, durante qualsiasi attività continua a portare avanti la pratica. Questa è secondo me una pratica di livello veramente alto.

Una buona pratica non significa stare seduti in posizione meditativa con un’espressione concentrata sul volto, si tratta di continuare la pratica durante ogni momento della nostra vita, durante ogni attività intrapresa. Per questo si dice che la saggezza è una buona cosa, ma la pazienza e la perseveranza sono più importanti per portare avanti la pratica spirituale. Una saggezza sufficiente è abbastanza.

Mia madre si ricorda sempre di tutte queste occasioni importanti, senza mai dimenticarne nessuna. Un’altra offerta particolare consiste in alcune lampade che vengono tenute accese giorno e notte, senza interruzione. Non è solo una questione di luce, rappresenta tutta la pratica: la generosità, la pace, la concentrazione, la pazienza, l’offerta da fare la mattina, quella da fare la sera, il mantenere pulito questo luogo speciale.

Come si fa a praticare il Dharma? Qui in occidente a volte si pensa che la pratica consista nel mettersi seduti in un luogo molto bello a meditare, recitando sutra, ascoltando della bella musica, con dell’ottimo cibo. In quel momenti si dice: “Stiamo meditando”. Per un po’ questo è bello, ma la pratica quotidiana deve essere integrata alla nostra vita e ciò è estremamente difficile, ma se ci riusciamo vi sarà una perfetta compenetrazione fra le due entità, la nostra vita quotidiana diventerà la nostra pratica e la nostra pratica diventerà la nostra vita quotidiana, non vi sarà più differenza fra esse. 

Questi piccoli rituali come offrire incenso o preparare l’altare hanno a che fare con la pratica delle sei Paramita, l’essenza del Dharma; talvolta però possono divenire pericolosi e a tal proposito vi è la storia di Geshe Ben Kun Je. Costui era un bandito che poi era divenuto un grande yogi e viveva in eremitaggio. Un giorno un suo sostenitore stava per venirlo a trovare e allora preparò un altare molto decorato, vi recò molte offerte per poterglielo mostrare. Poi si mise ad attendere questo sostenitore, ma ad un certo momento si rese conto che quanto aveva preparato era Dharma mondano e perciò uscì, prese della polvere e la gettò sull’altare, rovinando tutte le offerte. Nello stesso momento in cui fece questo gesto nel Sud dell’India vi fu un importante yogi chiamato Fa Dam Pa San Gye, che disse a un suo discepolo: “In questo momento un Geshe ha compreso l’inutilità del Dharma mondano, è riuscito a tirare della polvere sul Dharma mondano”. Questo non è facile, lo stesso Fa Dam Pa San Gye, che era considerato un grande yogi, ne rimase sorpreso. Tale avvenimento costituì un riconoscimento molto importante per questo yogi tibetano Geshe Ben Kun Je. 

La pratica di Geshe Ben Kun Je era molto semplice, in quanto era stato un bandito e di conseguenza non era molto erudito, non era uno studioso. La sua pratica consisteva nell’osservare la sua mente, tenerla sotto controllo: osservava se ciò che vi si manifestava era positivo o negativo. Quando sorgeva un aspetto positivo nella mente metteva un sassolino bianco, quando sorgeva uno negativo metteva un sassolino nero e trascorreva così tutto il tempo. La sera li contava e vedeva quanti sassolini bianchi vi fossero e quanti neri. All’inizio ce n’erano molti neri e pochi bianchi. Poi, gradualmente, giorno dopo giorno, quelli neri divennero sempre di meno e quelli bianchi sempre di più. Un modo molto pratico.


Monday, 8 October 2012

Pratica di Jor Choe come raccolta di meriti



Pratica di Jor Choe come raccolta di meriti
 

Gedun Tharchin

La pratica di Jor Choe è sempre buona per l’accumulazione dei meriti la quale è essenziale per la pratica del Dharma e per i nostri valori spirituali. L’accumulazione dei meriti avviene attraverso la presa di rifugio nei Tre Gioielli, la generazione della Bodhicitta, la preghiera dei Sette Rami, l’offerta del Mandala, la pratica del Lam Rim, il mantra di Buddha Shakyamuni e la preghiera finale mediante la quale i meriti vengono dedicati; questi sono tutti fattori che rendono piena di significato la nostra pratica. Ogni volta che ci troviamo ad affrontare guai, difficoltà, problemi, possiamo superarli attraverso l’accumulazione di meriti; per far questo è bene seguire una pratica regolare che comprenda l’offerta del Mandala, ciotole d’acqua, una buona preparazione dell’altare…tutti buoni fattori per accumulare meriti. Naturalmente anche dare aiuto ai bisognosi che è una cosa piuttosto difficile da giudicare in occidente poiché qui i mendicanti sembrano dei professionisti. E’ quindi difficile capire chi abbia realmente bisogno e chi no, ma in ogni caso se nostra intenzione nel donare è buona, l’azione vale lo stesso.

L’accumulazione dei meriti è come un investimento in banca: più se ne accumulano e più matureranno gli interessi e quindi si moltiplicheranno. E’ molto importante accumulare meriti; i miei genitori, ogni giorno, fanno un offerta che può essere incenso, ciotole d’acqua, lampade al burro, candele…purtroppo si usano gli incensi solo per aromatizzare l’atmosfera in casa, ma non come reale offerta per il Buddha, Dharma, Sangha. Comunque fare delle offerte è una cosa che torna sempre in modo benefico: quando si fanno le offerte a casa è necessario avere una mente tranquilla e serena; le statue non ne avrebbero in realtà bisogno, ma tutto questo fa bene a noi donandoci serenità mentale ed un’occasione per praticare la rinuncia.

L’estate scorsa sono stato in Puglia dove, in una chiesa a forma di trullo, c’erano delle candele votive elettriche che si accendevano inserendo una moneta di qualsiasi valore…è stato molto piacevole! Una candela viene sempre accesa per rischiarare qualcosa; ci sono molti esseri che noi non vediamo, quindi non possiamo sapere a chi stiamo facendo luce, ma c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno, ed anche quando accendiamo dell’incenso ci sono degli spiriti, esseri viventi, che si nutrono di questo odore e la nostra offerta è un esempio di grande generosità, ma dipende sempre dalla nostra intenzione.

Ci sono quindi tanti modi per poter accumulare meriti, molte Puja si basano sulla musica, molti rituali, che riguardano divinità come dei protettori, durano giorni. E’ importante capire come possa avvenire l’accumulazione dei meriti perché tante volte non riusciamo a praticare il Dharma, a meditare, proprio perché, in realtà, manchiamo dell’accumulazione dei meriti. La felicità mentale è la maggiore ricchezza che deriva dall'accumulazione dei meriti. Nella società moderna si stanno sviluppando talmente gli ambiti scientifici e tecnologici al punto che rischiamo di trascurare la spiritualità…se stanno veramente così le cose. La nostra mente è troppo attratta e distratta da tutte queste cose tecnologiche e scientifiche e la nostra vita ne è influenzata, per cui a volte c’è una grande difficoltà ad avere un attimo d’incontro con il cammino spirituale.

Domanda:
Le dieci Azioni Virtuose fanno parte dell’accumulazione dei meriti?

Risposta:
Si. Ovviamente non le azioni in se, ma la loro pratica! Le dieci Azioni Virtuose sono quelle che si esprimono attraverso le tre porte che sono: le azioni compiute con il corpo, con la parola e con la mente; sono molto simili ai dieci comandamenti. Le azioni del corpo a loro volta sono tre: la prima è difendi la vita (che è simile al non uccidere); la seconda: prendi solo ciò che ti è dato; la terza: abbi rapporti sani con gli altri. Poi esistono le quattro azioni della parola: dire la verità, parlare con parole dolci, parlare con parole che uniscano e dire cose utili o non parlare a vanvera. Le tre azioni della mente sono: Compassione, Amore e Saggezza. Quindi mettere in pratica tutto questo è una grande accumulazione di meriti.

Domanda:
La meditazione è un’azione virtuosa o neutra?

Risposta:
Dipende da come definisci la meditazione.

Domanda:
Quindi se la meditazione è per mandare buona energia agli altri può essere considerata virtuosa, se è soltanto per calmare la mente allora è neutra?

Risposta:
Dipende dall’intenzione: se si vuole calmare la mente per il beneficio degli altri, allora la meditazione è un’azione virtuosa. Anche quando si dorme, se si dedica il proprio sonno agli altri, questo diventa un’azione virtuosa, e così per tutte le cose della vita, ossia tutto ciò che è necessario per sopravvivere se viene dedicato a beneficio di tutti gli esseri senzienti, questo darà un valore virtuoso a tutta la vita. Spieghiamo ora la differenza tra i cinque precetti e le dieci azioni virtuose. I cinque precetti sono dei voti, mentre le dieci azioni virtuose sono da considerarsi naturalmente tali, ma se vengono trasformate in precetti, ossia c’è l’impegno di mantenerle, allora assumono le negazioni che tutti conosciamo come “non rubare”, “non dire falsa testimonianza” ecc. Per cui quando si ruba ci sono due azioni negative che si compiono simultaneamente poiché non soltanto si va contro un’azione azione virtuosa naturale, che è quella di prendere soltanto ciò che ci è dato, ma si infrange il voto di mantenere il precetto che è il non rubare. Quindi le dieci azioni virtuose sono qualcosa che appartiene e riguarda ognuno di noi, in quanto sono azioni naturali e non occorre prendersi nessun impegno, mentre i cinque precetti sono qualcosa che determinate persone in determinate circostanze si impegnano a mantenere.

Domanda:
Ma allora che vantaggio c’è nel prendere i precetti?

Risposta:
Nella pratica del precetto c’è un’enfatizzazione, ossia se una persona decide di impegnarsi nel precetto, ci sarà un potenziamento della pratica la quale avrà maggior valore. Chiaramente praticando il precetto si accumulano molti più meriti perché da una parte c’è il normale merito che viene dal compiere un’azione virtuosa e dall'altra il merito di mantenere il precetto in cui ci si è impegnati. Tra i cinque precetti figura quello di non assumere sostanze intossicanti, cosa che ai tempi in cui fu composto, era riferito all'alcol  ma oggi, in Italia, è del tutto naturale bere, ad esempio, un bicchiere di vino ai pasti e questo non costituisce un’azione negativa, mentre se si uccide una persona c’è ovviamente un’azione negativa.

A causa di un’insoddisfazione di base si cerca conforto nelle sostanze intossicanti che rendono la persona fuori controllo e la mettono in condizione di commettere determinate azioni. Una persona può creare da solo delle azioni virtuose in quanto queste hanno una base naturale, mentre i precetti sono qualcosa a cui ci si deve conformare, quindi sono azioni che si devono evitare. Ad esempio il senso di guida: in Italia si guida a destra, mentre in Inghilterra a sinistra; ovviamente guidare a sinistra in Italia è un’azione negativa e viceversa in Inghilterra, quindi dipende dalle circostanze. Le azioni negative sono dunque inventate dagli esseri umani, non sono condizioni naturali.     


Tuesday, 18 September 2012

ENTRARE NEL MAHAYANA - Gedun Tharchin

LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 


9° ENTRARE NEL MAHAYANA

Dal punto di vista buddhista la cosa più significativa che possiamo trarre dalla nostra vita umana è l’altruismo, la mente altruistica, i pensieri altruistici e le azioni altruistiche. Sicuramente ci sono tanti altri aspetti che hanno un senso nella vita ma la cosa che ha il significato più elevato è l’azione altruistica.

L’argomento di questo capitolo ha come tema «Entrare nel Mahayana». Dal punto di vista letterale Mahayana è composto da Maha che vuol dire «grande» e Yana che vuol dire «veicolo», quindi Mahayana vuol significare il grande veicolo. E’ come un jumbo jet: ci sono aerei che possono portare soltanto dieci persone, altri che ne possono portare cinquanta, mentre il jumbo ne può portare anche duecentocinquanta. Il Mahayana è come un jumbo jet, è come un veicolo che può portare molte persone da un posto fino a dove si desidera arrivare. Entrare nel Mahayana vuol dire anche assumersi la responsabilità di portare questa enorme moltitudine di persone da una condizione di disastro a una condizione più piacevole. Non è così semplice, anzi è piuttosto difficile da affrontare perché entrare nel Mahayana vuol dire accollarsi la responsabilità di tutti gli esseri senzienti. Per questa ragione il Mahayana viene chiamato il Grande Veicolo. Non è il nome di un libro, di una scuola, di un ordine, ma è piuttosto uno stato mentale che ci porta a prenderci la responsabilità di tutti gli esseri senzienti. E’ definito grande perché ha, appunto, un obiettivo ambizioso: soddisfare tutti gli esseri senzienti. Ci sono moltissime qualità, moltissimi argomenti contenuti nella grandezza del Mahayana. Non rappresenta solo un oggetto da visualizzare per la meditazione, ma implica azioni pratiche e concrete.

Noi soffriamo, patiamo l’angoscia, sentiamo molto stress dentro noi e la causa di tutto questo è il fatto di avere una coscienza debole di noi stessi. La causa è quella che in termini tecnici viene definita chiusura mentale o mente ristretta. E’ come se fossimo chiusi in una stanza molto piccola, senza porte e senza finestre e senza alcuna possibilità di far entrare o uscire aria, di avere contatti o di ospitare altre persone. Entriamo in questo spazio ristretto perché ci sentiamo al sicuro, ma ciò ci creerà in seguito gravi problemi. Quindi, bisogna espandere questo luogo, bisogna aprire porte e finestre per far entrare aria fresca e metterci in contatto con i nostri simili. Questo è ciò di cui abbiamo veramente bisogno e solo così potremo respirare meglio. Per questo motivo tale stato mentale è definito Il Grande Veicolo.

Tale attitudine è la quintessenza del pensiero e del sentiero di Buddha che ci porterà verso la liberazione finale. Aprirsi a tutti gli esseri senzienti, assumersi la responsabilità di tutti gli esseri senzienti, questo è ciò che noi chiamiamo la Mente dell’Illuminazione e, in Sanscrito, Bodhicitta, dove Bodhi vuol dire Illuminazione e Citta Mente. Essere devoti all’immagine del Buddha o del Bodhisattva non significa essere devoti alla sua rappresentazione plastica o pittorica ma, piuttosto, consacrarsi a una profonda attitudine altruistica.

Nei testi Mahayana è scritto che è difficile riconoscere quelli che hanno questo tipo di attitudine mentale da quelli che non ce l’hanno ed è per questo che ogni essere vivente è oggetto di devozione e di rispetto. Da questo atteggiamento mentale si creano le basi per la Bodhicitta, la mente altruistica, e una delle caratteristiche peculiari della Bodhicitta è il rispetto e la devozione verso tutti gli esseri viventi.

La responsabilità nei confronti degli esseri viventi non è quell’atteggiamento per cui guardiamo gli altri dall’alto in basso ma è un’attitudine con la quale ci poniamo di fronte al nostro maestro, ai nostri genitori, agli anziani. Ed è per questo che nella pratica della Bodhicitta si recita il verso «Possa io essere il servo di tutti gli esseri viventi». Quindi i Bodhisattva, coloro che possiedono la Bodhicitta, sono quegli individui che si considerano a un livello inferiore rispetto agli altri. Io penso che se cerchiamo, se guardiamo bene, anche nella società attuale si possono trovare dei Bodhisattva. Non è soltanto una figura ideale, essi sono anche presenti nella storia. Le istituzioni religiose oggi sono molto diverse da come erano in origine e, chiaramente, se rivolgiamo lo sguardo a un’alta autorità religiosa di qualsiasi tradizione: cristiana, islamica o buddhista, pensiamo che quest’autorità debba avere delle qualità speciali ma spesso non è così. Possono anche avere troni, macchine e veicoli speciali, ma sono i Bodhisattva, coloro che hanno la mente altruistica, quelli che dovrebbero essere considerati persone di livello elevato e a cui fare riferimento. In verità i religiosi dovrebbero essere coloro che si considerano servi di tutti gli altri e che pongono i propri simili ad un livello superiore a loro stessi. Qualche volta il Papa, quando va a visitare qualche terra straniera, quando scende dall’aereo bacia la terra. Penso che questo sia un gesto molto umile perché chinarsi per terra è una tradizione molto antica. Stiamo parlando di entrare nel Mahayana e il Mahayana non è una sorta di stato speciale, un ordine di cui si indossa un adesivo, un’etichetta con su scritto «Sono Mahayana». Al contrario, il Mahayana è un’attitudine mentale molto particolare. Nei testi classici, quando si parla della Bodhicitta, la mente dell’Illuminazione, essa viene definita come lo stato mentale di colui che vuole raggiungere l’Illuminazione per poter servire tutti gli esseri senzienti. Quindi possiamo dire che la Bodhicitta è la combinazione di due differenti attitudini mentali. L’attitudine causativa della Bodhicitta è quella di colui che vuole servire tutti gli esseri viventi, quindi l’umiltà è la prima attitudine mentale. Ciò vuol dire assumere la posizione più bassa e diventare il servitore di tutti gli altri. Come si può servire questa enorme moltitudine di esseri viventi? Chiaramente allo stato attuale è impossibile. Possiamo fare l’esempio di un bambino che vede la madre cadere in un pozzo. In quel momento il suo desiderio è quello di aiutarla in tutti i modi ma per lui è impossibile. Questa è quindi la forza causativa della Bodhicitta, della mente altruistica; perché tutti gli esseri senzienti hanno qualche tipo di problema, siamo esseri deboli. Stiamo tutti soffrendo nel Samsara. Siamo deboli e impossibilitati ad aiutare gli altri, anche le persone che ci sono care, come nostra madre. L’unica maniera che abbiamo per poterlo fare è ottenere l’Illuminazione perché essa è l’unica possibilità che abbiamo per accrescere il nostro potere e aiutare tutti gli esseri senzienti.

Questo tipo di Mente così aperta è chiamata Il Grande Veicolo e, se ne entriamo in possesso, ci liberiamo dei problemi perché capiamo che il nostro singolo dilemma è nulla in confronto alla massa enorme dei problemi degli altri. Questo è il segreto della Bodhicitta.

Normalmente non consideriamo i problemi degli altri, guardiamo solo i nostri e li consideriamo enormi; ma se ci focalizzassimo su quelli degli altri esseri il nostro piccolo problema diventerebbe insignificante; questa è la mente di Bodhicitta. Sviluppare questa attitudine mentale ci porta, in un certo senso, anche dei vantaggi ma normalmente ignoriamo questa attitudine; non è facile, ma anche soltanto apprendere questo principio è il primo passo.
Anche solo conoscerne la natura ci dona una grande speranza, un grande coraggio, e distrugge la grande ignoranza che alberga in noi.

C’è una storia nella tradizione tibetana che penso, ma non ne sono certo, provenga dai Sutra, e che parla di due rane: una che vive in un piccolo stagno e l’altra che vive nell’oceano. Un giorno quella che vive nell’Oceano si reca dall’altra rana e rimane colpita da quel piccolo stagno. Quella che viveva nello stagno, vedendo affacciarsi l’altra rana e avendo paura che venisse ad occupare il suo territorio, le chiede: «Tu da dove vieni?» e l’altra: «Vengo dall’Oceano». «Quanto è grande questo Oceano? Forse quanto un quarto di questo stagno?», «No, è molto più grande» rispose la rana dell’oceano. Quella dello stagno continuò «Forse metà di questo stagno?», «No, molto più grande» ribadì la rana dell’oceano, «Allora potrebbe essere tre quarti di questo stagno?», «No, è molto più grande». Allora la rana dello stagno meravigliata chiese: «Ma è grande come questo mio stagno?», «No, è molto più grande». «Questo è impossibile. Devo vedere, non posso credere a quanto mi dici». Allora la rana dell’Oceano le disse: «Vieni con me, ti mostrerò l’Oceano». Arrivati sulle rive dell’oceano la rana dello stagno vedendo questa enorme massa d’acqua senza confini, come fosse un grande cielo, disse: «Ma dove è il tuo stagno?», «Tutto quello che vedi, tutto questo cielo è il mio stagno» e la rana dello stagno rimase scioccata, meravigliata.

La mente del Bodhicitta è come l’oceano mentre la nostra mente è come un piccolo stagno. Abbiamo sempre paura, siamo sempre ansiosi. E’ difficile credere che esista una mente così vasta qual è quella di Bodhicitta. Anche oggi, l’America ha paura delle forme di vita che vengono da un altro pianeta. E anche il Consiglio di Sicurezza Mondiale ne ha paura: teme che altre vite possano avere una tecnologia più avanzata della nostra.

Anche noi siamo vittima di questa forma di ignoranza. Fatichiamo a immaginare che esista un tale tipo di attitudine mentale: come è possibile immaginare che esista un’Illuminazione che permetta di aiutare tutta la moltitudine degli esseri viventi?

Attualmente ci sono così tanti conflitti: tra l’America e l’Iraq, fra il Pakistan e l’India, che penso sarebbe una buona cosa se venissero gli alieni, così questi paesi ritroverebbero la pace. Infatti tutte queste nazioni si considerano come la rana dello stagno, tutte credono di essere la più grande e non vedono l’oceano dell’universo. Ieri ho ricevuto una e-mail da Chandapalo, l’abate del Monastero Santacittarama, vicino Roma, in cui mi informava delle nuove minacce che la Cina ha rivolto nei confronti di Taiwan. Gli ho mandato un e-mail di risposta dicendo che ci sono molti conflitti nel mondo e altrettante crisi, povertà e carestie e penso che questo mondo andrà incontro alla distruzione. Alla fine, fra tutte le diverse comunità che si combattono, penso che i vincitori saranno i musulmani. Questo è detto nel Kalachakra Tantra. C’è stato infatti un gruppo di studiosi indiani buddisti che, pur avendo un background indù, hanno studiato il Kalachakra Tantra e hanno detto che c’è un punto in questo testo in cui si dice che la Mecca, la capitale spirituale dell’Islam, regnerà su tutta la terra. Il motivo, nei testi tibetani, non è molto chiaro ma l’edizione rivisitata da questi studiosi indiani appare molto chiara e genera inquietudine. Per questo credo che ci siano molti tibetani, e anche molti occidentali, che sperano che prima che questo mondo venga distrutto si possa rinascere nel regno di Shambala. Shambala è la terra pura, il paradiso del Kalachacra Tantra. Inoltre nel Kalachakra Tantra è anche scritto che, alla fine di tutte le battaglie, il regno di Shambala risulterà vincitore e conquisterà la Mecca. Per questo molta gente spera di rinascere a Shambala, perché alla fine sarà quella che vincerà su tutto. La guerra di Shambala è una specie di guerra santa e si dice che se si rimane morti nella battaglia finale si rinascerà nel paradiso di Shambala. Comunque io non mi sento molto attratto da Shambala, sono molto più attratto da Tushita, il paradiso del Buddha Maitreya, che invece è nella tradizione della scuola Gelukpa.

E, siccome adesso abito nella sede della Fondazione Maitreya, vuol dire che in un certo senso le mie pratiche funzionano, perché Maitreya è il padrone del regno di Tushita. Considerate tutto ciò come un’innocua burla ai danni di Chandapalo.

In fin dei conti l’essenza di Shambala o di Tushita è la Bodhicitta, la mente dell’Illuminazione. Se guardiamo il razzo che va sulla Luna ci rendiamo conto che il suo propulsore sviluppa l’energia necessaria, ed è quella che gli dà il potere. Quel potere, per noi, è la Bodhicitta. Le intenzioni, le motivazioni sono come preghiere e così noi sviluppiamo l’intenzione di andare in questi Paradisi, Shambala o Tushita o anche il Regno di Dio, che sono il frutto di tale pensiero.

L’essenziale per arrivare a questi traguardi è la Bodhicitta, senza la quale non si arriva da nessuna parte. La Bodhicitta, la mente altruistica, la mente dell’Illuminazione, è il potenziale che ci permette di raggiungere qualsiasi posto vogliamo. E’ per questo che la meditazione può essere usata nella pratica buddhista, nella pratica cristiana e anche in quella musulmana. La mente altruistica può essere abbinata a qualsiasi tipo di preghiera. Quest’ultima indica la meta e indicarla non vuol dire essere già là ma avere la possibilità di raggiungerla. Se io voglio arrivare a Zurigo non posso arrivarci soltanto pregando ventiquattrore su ventiquattro: «Voglio andare a Zurigo, voglio andare a Zurigo». Se non è possibile arrivare a Napoli o a Zurigo pregando solamente, come è possibile arrivare in Paradiso che è ben più lontano? Per arrivare in queste città bisogna prendere il treno, o l’aereo, o anche soltanto andare a piedi, quella è la Bodhicitta, la mente altruistica. Se si ha denaro si può raggiungere l’India, New York, qualsiasi posto, senza problemi. Il denaro rappresenta la Bodhicitta. Il denaro della Bodhicitta è ciò che ci permette di raggiungere il Paradiso, qualsiasi terra felice. Quindi sviluppare Bodhicitta non è cosa facile, ma è importante anche soltanto cercare di coglierla e di vederla.

«La Via della Liberazione» è un testo del Dalai Lama che spiega in maniera molto semplice come praticare Bodhicitta. Per esempio, quando io guardo San Francesco e analizzo la sua vita, capisco che egli è stato un autentico Bodhisattva. Nei santuari francescani ci sono queste piccole celle per la meditazione e sono come quelle descritte nel Vinaya, il trattato che contiene le regole monastiche del canone Buddista. Il termine Bodhicitta non esiste nella terminologia cristiana ma io penso che nella pratica essa vi sia veramente.


Thursday, 13 September 2012

Le sei paramità



LA VIA DEL NIRVANA
 

Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 


19° Le sei paramità



16-17 giugno 2000



Presa di Rifugio


Vi sono 3 gradi per l'essenza della presa di Rifugio:

1) realizzare, comprendere, la ragione per la quale si prende rifugio nei Tre Gioielli.

Riconoscere la natura di sofferenza del samsara; in questo sono comprese le prime due Nobili Verità: esistenza della sofferenza e della causa della sofferenza.
Realizzare che Buddha, Dharma e Shanga sono l'unico mezzo che si trova al di fuori della sfera della sofferenza: le ultime due Nobili Verità, l'esistenza di un sentiero che porta fuori dalla sofferenza e l'esistenza della cessazione della sofferenza.
Il Rifugio non vuol dire altro che realizzare le Quattro Nobili Verità, questa è l'essenza. Realizzare le Quattro Nobili Verità è la base per prendere Rifugio.

2) due aspetti della presa di Rifugio:
nei Tre Gioielli interni

nei Tre Gioielli esterni
I Tre Gioielli esterni indicano:
Il Buddha storico; un Buddha è tutti i Buddha, tutti i Buddha, in essenza, sono un Buddha. La benedizione è sempre uguale, meditare più Buddha non vuol dire avere più benedizioni.
Il Dharma, l'insegnamento dei Buddha, che è anche la loro realizzazione.
Il Shanga; i Buddha esterni sono anche il Shanga, nel Shanga ci sono esseri che non sono ancora Buddha: sono i Bodhisattva, gli Arhat e gli Arya. La realizzazione di tutti questi esseri è il Sangha. Dharma significa realizzazione del Buddha e del Sangha.
Sono rappresentazioni, ciò che possiamo vedere. Non prendiamo rifugio nelle immagini poste sull'altare, ma in ciò che esse rappresentano, non bisogna confondere i due livelli.
I Tre Gioielli esterni sono fonte di ispirazione, non dobbiamo pensare che ci perdonino o che ci portino in una terra pura, questo è contrario alla filosofia buddhista. Siamo noi che dobbiamo lavorare per la nostra illuminazione, non c'è nessuno che ci porta lì, questa è ignoranza; pregare un Buddha affinché ci porti a Shambala è un ostacolo per la saggezza.
Il buddhismo non è un sentiero di preghiera, ma di saggezza e realizzazione, non è un sentiero di credenza, ma di comprensione.
Quando non sappiamo come sono le cose allora “abbiamo fede” in qualcosa; nel buddhismo, invece, c'è ricerca, comprensione delle cose e poi, la pratica.
C'è un nesso causale: quando comprendiamo le qualità dei Buddha otteniamo la benedizione.
La benedizione, nel buddhismo, non è qualcosa che riceviamo direttamente dall'esterno, ma è parte della nostra comprensione, non è come il gelato o le caramelline che certi lama mi davano quando ero piccolo.




I Tre Gioielli interiori:
Come si prende rifugio in essi? È difficile, io in questo non ho ancora realizzazioni. Il rifugio nei tre Gioielli interiori è la radice del buddhismo; le persone pensano: “faccio un po' di prostrazioni, sono buddhista”, ma non è così. Non abbiamo ancora in noi i Tre Gioielli interiori, ma abbiamo la natura del Buddha, ce l'hanno tutti gli esseri, non solo i buddisti, quindi io dico che tutti gli esseri stanno praticando il buddhismo, perché qualunque aspetto positivo della loro mente scaturisce dalla loro natura di Buddha. Una natura che è nostra, non ci viene data da un Buddha. Natura di Buddha = natura della mente.
Lo sviluppo completo di questa natura è l'illuminazione.
Prima o poi la natura di Buddha si realizzerà, è solo questione di tempo; sta a noi decidere se realizzarci in un tempo più vicino o più lontano, Buddha non ci costringe ad illuminarci adesso, è una nostra scelta
Il Buddha dice: “tu stesso sei il tuo salvatore, non io”. Non esiste il salvatore che fa il lavoro al posto nostro, c'è la nostra dignità e la nostra responsabilità della salvezza, questa è l'illuminazione; se dipendiamo da qualcos'altro non c'è libertà.
Se non si capisce questo si fa solo confusione, riguardo al buddhismo.
Comprendere le qualità dei Tre Gioielli ci permette di comprendere e maturare la nostra potenzialità.

Prendere rifugio nella nostra realizzazione attraverso la compassione, così si raggiunge l'illuminazione.

3) La visualizzazione: ha carattere simbolico. Il Buddha che ci benedice è solo un bel sogno, non è la pratica.
1. livello esteriore- Tre Gioielli esterni

2. livello interiore- Tre Gioielli interiori - questo è fondamentale

3. livello simbolico- visualizzazione
Una buona pratica è una combinazione di questi tre livelli.
Come posso comprendere Buddha, Dharma e Shanga? Attraverso le Quattro Nobili Verità, è l'unica strada. In un sutra Buddha dice: “Chi vede il Buddha vede il Dharma, chi vede l'interdipendenza di tutti i fenomeni vede il Dharma”. Questo è il punto essenziale, non vedere la forma del Buddha, ma le sue qualità interiori; questo vale anche per il Dharma e il Shanga.
Prendere rifugio nei Tre Gioielli esterni è anche un atto di ammirazione. Ci fa comprendere che siamo in grado di essere liberi, di realizzarci. Questo ci dà un'enorme dignità.

Generazione di Bodhicitta - la motivazione


Bodhi = Buddha, illuminazione; Cìtta = mente
La mente che aspira all'illuminazione ha una sola causa, una sola ragione: il desiderio altruistico, raggiungere l'illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri. Aspirare all'illuminazione per un beneficio personale è una motivazione egoistica, non è la base, è una contraddizione.
Se non ci si può prendere la responsabilità di tutti gli esseri, allora sarebbe meglio fermarsi all'aspirazione della liberazione dal samsara, cioè il sentiero degli Arhat, l'Hinayana. La base per questo sentiero è la rinuncia a tutti i conforti samsarici, compreso il desiderio di andare a Shambala: è sbagliato, è samsarico.
E' ridicolo pensare che il sentiero Hinayana sia inferiore, è riduttivo. Gli italiani sono molto fissati sulle scuole, i lignaggi, …"è il mio lignaggio" ecc. E' assurdo, è un grande errore. Il Buddha è uno, quello è il lignaggio. Tutto questo è causa di settarismo, divisioni, è un grande ostacolo per la diffusione del buddhismo in Italia e la sua pratica effettiva.
Lo sviluppo della mente di Bodhicitta deve essere graduale. Esistono tre livelli:

1. veicolo mondano - Lokayana - aspirare ad una rinascita migliore

2. veicolo della rinuncia - Hinayana - aspirare alla liberazione dal samsara

3. veicolo della bodhicitta - Mahayana - aspirare all'illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri
La pratica delle 6 Paramita è un sentiero completo per praticare il Dharma, ed è comune a tutti i sentieri.

L'attitudine del Bodhisattva è la compassione; la rabbia è l'opposto della compassione. Compassione e rabbia sono come i due piatti di una bilancia: quando uno sale l'altro scende. Noi ci arrabbiamo facilmente.
Dobbiamo smettere di cercare Buddha e Bodhisattva in qualche individuo particolare, ma lavorare con la mente per individuare negli altri, tutti, le qualità del Buddha. Buddha e Bodhisattva esistono in tutti i gruppi umani, in tutte le religioni; li possiamo trovare anche tra gli animali, ma sono difficili da riconoscere, è come riconoscere un fuoco sotto terra. Ci sono teorie buddhiste che affermano che ogni essere è prezioso allo stesso modo del Buddha.
Shantideva, nel Bodhicaryavatara, dice che dobbiamo inchinarci davanti ad ogni essere come al Buddha. Il motivo per cui ci dobbiamo prostrare è che il Buddha ci ha insegnato il Dharma, e, attraverso questo, noi possiamo sviluppare compassione e Bodhicitta. Se non ci fosse alcun essere, né la loro sofferenza, noi non avremmo modo di praticare la gentilezza amorevole e la compassione.
Quando ci capita un problema dobbiamo dire: bene! Dobbiamo riflettere e non agitarci immediatamente. La nostra vita dipende in parte dal karma, e in questo caso non possiamo intervenire, e in parte dal nostro sforzo; ma anche i nostri sforzi non sono completamente responsabili di ciò che ci capita, questo dipende anche dai cinque elementi. Quando piove o c'è il sole, fa caldo o freddo, noi non possiamo fare nulla, perché arrabbiarci e lamentarci? Quando guardiamo questi fenomeni possiamo vedere l'impermanenza e la trasformazione della natura, ma essi non sono la causa dei nostri problemi. Queste sono le condizioni naturali, poi c'è il karma determinato dalle azioni compiute in vite precedenti, ed è molto difficile da spiegare. Il karma determina la nostra condizione di vita attuale.
Non dobbiamo prendere seriamente ciò che ci accade, avere un atteggiamento di attaccamento. C'è la pioggia, ma non dobbiamo esserne disturbati. Gli osservanti dovrebbero riflettere su queste condizioni naturali ed ottenere una realizzazione al riguardo. Allo stesso modo dovremmo agire nei confronti del karma: io sono tibetano e non posso diventare italiano, posso tingermi i capelli e cambiare il colore degli occhi, ma li rovinerei e continuerei ad essere tibetano.
Cosa possiamo cambiare? Solo la mente, questo è interessante.
Anche altre cose possono cambiare: i nostri studi, le condizioni materiali ma, anche in questo caso, non possiamo cambiare proprio tutto e se vogliamo diventare ricchi come Berlusconi è improbabile che ci riusciremo, quello è il karma di Berlusconi. Comunque anche Berlusconi non può diventare ghesce.
Non bisogna lasciarsi impressionare dal potere gerarchico; in me hanno lasciato una grande impressione molte persone umili e povere in mezzo alla gente comune. Il buddhismo non dipende dalle istituzioni, dalle gerarchie, dai monasteri, ecc., ma dalla disposizione naturale di ognuno di noi. Illuminazione, Bodhicitta e Nirvana non sono facili, il rango di una persona non determina nessuno di essi.
La compassione è l'essenza di ogni religione, e il buddhismo la enfatizza molto. Sviluppare la compassione significa ridurre il nostro ego, semplificare la nostra mente; alla fine di questo processo non avremo più bisogno di nulla, e questo significa completo soddisfacimento, mancanza di desiderio, e saremo al di là della sofferenza.
Sviluppare la mente porta alla tranquillità, tranquilli quando ci alziamo, quando mangiamo, lavoriamo ecc., a loro volta le nostre attività quotidiane possono influire sullo sviluppo mentale, altrimenti uno è tranquillo solo quando medita, ma così non serve a nulla.
E' particolarmente importante, nel buddhismo, vedere come le cose sono, osservare la compassione non volando come un uccello, ma restando sulla terra nella nostra condizione naturale. Questo tipo di realizzazione è importante applicarlo alla nostra vita quotidiana. Se non comprendiamo questa relazione, faremo degli errori.

Il metodo per praticare si basa su tre aspetti:

1. accumulare meriti attraverso la pratica delle 6 Paramita: questo produce in noi l'illuminazione, ma l'illuminazione non è per noi, per uno scopo personale, è per gli altri.
2. raggiungere l'illuminazione
3. portare gli altri esseri all'illuminazione
Come posso sviluppare l'attitudine alla bodhicitta? Attraverso la compassione e la gentilezza amorevole, che sono il prodotto dello sviluppo della rinuncia.
La rinuncia come si può raggiungere? E' sviluppata dall'attitudine di ottenere una condizione di vita migliore nella prossima rinascita.
1. Lokayana
2. Hinayana
3. Mahayana
Passo per passo, questo è il sentiero buddhista.
Poi c'è un altro sentiero trascendentale che fa raggiungere l'illuminazione in una vita e senza sforzo: è la magia! È il sentiero buddhista della magia! (risa)
Sia Milarepa che Buddha Sakyamuni hanno raggiunto l'illuminazione in una vita con molto sforzo e grande coraggio. Dobbiamo essere dotati dello stesso coraggio, non ci sono altre strade.
Bodhicitta, cuore aperto verso tutti gli esseri senza discriminazione, con un senso di cura verso tutti gli esseri e l'avere a cuore la loro sofferenza. Questo è l'unico modo per eliminare la nostra sofferenza.
La nostra felicità dipende dagli altri, e per ottenerla dobbiamo dare noi stessi per gli altri. Questa è l'attitudine di bodhicitta, è distante da noi, ma sapere che è così è già una gran cosa, apre le nostre possibilità.

I 4 incommensurabili:

Sentiero dello sviluppo della motivazione, dei mezzi, gli esercizi attraverso i quali possiamo espandere la bodhicitta:
1. equanimità - è difficile sviluppare compassione verso uno che ci ha ferito, offeso, o verso qualcuno per il quale proviamo attaccamento, o che ci è indifferente. Dobbiamo considerare tutti come un'unica categoria, e sviluppare equanimità e un certo distacco verso di loro. Se non ci riusciamo, almeno prendiamoci cura di loro allo stesso modo.
2. gentilezza amorevole incommensurabile - dopo aver sviluppato la compassione, immaginiamo di condurre tutti gli esseri alla felicità e alla causa della felicità. Quando si parla di felicità non ci si riferisce alla felicità mondana, ma alla beatitudine del Nirvana. L'unica felicità è quella che scaturisce dalla pratica del Dharma, possiamo anche chiamarla beatitudine del Nirvana o del Dharma. La felicità mondana, vestiti, cibo, ricchezza ecc., ha la natura della sofferenza. La vera felicità è la cessazione della sofferenza, e questo è il sentiero del Nirvana.
3. equanimità della compassione - significa che tutti gli esseri possono essere separati dalla sofferenza del samsara.
4. equanimità della gioia -augurare agli esseri di non essere mai separati dalla felicità priva di sofferenza, questo contiene sia la compassione che la gioia.
Questo è un training mentale per lo sviluppo di bodhicitta.
Dopo la meditazione dobbiamo diventare almeno superficialmente un Bodhisattva, altrimenti la nostra pratica non ha alcun significato. Se abbiamo fatto nostra questa attitudine, non c'è più possibilità che ci arrabbiamo; e non è qualcosa che ci viene dato da qualcuno al di fuori, ma appartiene alla natura della nostra mente, che è il nostro protettore, dal punto di vista della realtà ultima.
In alcuni testi si dice che “tu sei Buddha da tempo senza inizio, ma non hai ancora riconosciuto la tua natura”, questo non è possibile, se sei un essere senziente non sei un buddha, ma si può interpretare dicendo che c'è un potenziale per la buddhità. Soltanto Samantabhadra è stato Buddha da tempo senza inizio; se fossimo tutti Buddha fin dall'inizio saremmo tutti Samantabhadra.
Se uno è un Buddha sa di essere Buddha, se non sa di essere Buddha non è Buddha.

Shantideva, nel Bodhisattvacaryavatara, fa questo esempio, a proposito della possibilità di praticare il Dharma: “è un'opportunità molto rara, come un lampo di luce che vediamo nella notte, in questo modo, raramente, la mente virtuosa appare, ed è dovuto alla grazia particolare dei Buddha.” Se dividiamo la nostra mente in due parti, una occupata da pensieri virtuosi e una da pensieri non virtuosi, vediamo che la parte virtuosa è come la luce di un baleno rispetto a quella non virtuosa, è molto raro che abbiamo pensieri positivi virtuosi, e nel momento in cui questa mente appare noi siamo veramente una persona positiva, quando si allontana emerge la nostra parte negativa, anche la nostra faccia cambia. La nostra parte positiva è molto debole e povera, e la parte negativa è molto potente, quindi il nostro lavoro, che è quello di capovolgere questi due poli, non è assolutamente facile, ma solo in questo modo troveremo la pace.
“Non esiste nient'altro che bodhicitta per contrastare la presenza di pensieri negativi” (Shantideva).
Quando trascorriamo del tempo con la nostra mente positiva destiamo ammirazione, sfruttiamo in modo positivo la nostra esistenza.
Il Dharma possiede tre caratteristiche. E' virtuoso:
1. all'inizio
2. nel mezzo
3. alla fine
non c'è nulla che possa nuocere a qualcuno all'interno del Dharma.
Se, attraverso il Dharma, vogliamo ottenere dei beni mondani, sarà molto difficile ottenerli, non è questa la via. Se si pratica il Dharma non c'è pericolo che non si ottengano cibo e protezione attraverso di esso, non si può diventare ricchi come Berlusconi, ma neanche poveri. Se uno è molto ricco o molto povero non può praticare il Dharma. Questa è la via di mezzo insegnata dal Buddha.
Praticare il Dharma puro significa sviluppare una mente pura, purificare la nostra mente e mantenerla pura. Se la nostra mente è pura e pulita, saremo individui puri e puliti, più felici, più in salute; staremo meglio complessivamente, è un po' come farsi una doccia. Se pratichiamo il Dharma al fine di ottenere beni materiali, questo Dharma sarà contaminato, la nostra mente non sarà pura, né a suo agio. La pratica del Dharma è stata anche definita “purificazione dalle illusioni della mente”.
Non possiamo dire di fare tutto quanto in modo positivo, perché non siamo ancora Buddha; possiamo solo aumentare le azioni positive. L'importante, adesso, è essere consapevoli di cosa sia positivo e cosa negativo. Non è giusto arrabbiarsi quando qualcuno ci dice che non facciamo le cose in modo corretto.
L'appagamento è importante anche con il Dharma. Questo è il ventunesimo secolo, è un tempo molto difficile, il fatto che noi dedichiamo un po' di tempo a qualcosa di positivo è molto ammirevole. La vita in Occidente è ad un livello molto alto, ma per mantenerlo dobbiamo guadagnare molto e quindi, lavorare molto. Il fatto che dedichiamo un po' di tempo a purificare la nostra mente è molto positivo. Ci sono persone che vanno al mare, oggi, non fanno niente di male, ma la loro è un'attività neutra; il fatto che noi siamo qui è una cosa positiva, stiamo cercando di migliorare il nostro stile di vita, è un grande lavoro. Quando la gente torna dal mare è dispiaciuta, quando si torna da un centro di Dharma si è più rilassati e il beneficio dura anche il giorno successivo, perché si sviluppano le qualità spirituali.

Riassunto: - presa di rifugio nei tre gioielli

- come prendere rifugio: non è una sorta di battesimo buddhista, nel buddhismo non c'è il battesimo. Tutti sono inerentemente buddhisti, perché tutti hanno la mente di Buddha; purificare questa mente è la pratica del buddhismo. Non c'è alcuna cerimonia per diventare buddhista, non c'è bisogno di copiare da altre tradizioni e perdere una caratteristica del buddhismo stesso; non esiste l'idea di conversione, non esiste neanche un termine per definirla così come è intesa nel cristianesimo. Il tratto autentico del buddhismo è la presa di rifugio interiore, per confermare la volontà di purificazione della mente, questo è lo scopo della nostra vita.
- Per quale motivo prendere rifugio: -lo sviluppo di Bodhicitta. Mente pura = mente altruistica; mente impura = mente egocentrica. È un concetto diverso da quello di “peccato”, perché il fatto di avere o meno una mente pura è una nostra scelta, dipende da noi e nessuno ci punirà per aver scelto una mente impura. Buddha ha detto: “Tu sei il tuo maestro oppure il tuo nemico”. Nessuno ci può spingere, forzare ad avere una mente pura, siamo indipendenti. Il massimo livello della mente altruistica è la Bodhicitta. Anche se non abbiamo la possibilità di sviluppare completamente la Bodhicitta, è importante aspirare ad essa, sviluppare ammirazione verso questo tipo di mente.
- I 4 incommensurabili - processo della pratica dello sviluppo di Bodhicitta. Per recitare i 4 incommensurabili impieghiamo poco tempo, ma per meditare su di essi abbiamo bisogno di mesi.

La preghiera in 7 rami:

È comune a tutte le tradizioni ed è importante per eliminare le negatività e accumulare meriti.
Venne pronunciata dal Buddha nel “Sutra delle azioni corrette”. Possiamo trovarla sia nel Bodhisattvacaryavatara di Shantideva, sia nel Ratnavali di Nagarjuna.
Rendere omaggio
Presentare le offerte
Purificare le negatività
Ammirazione
Chiedere insegnamenti al Buddha e ad altri maestri illuminati
Chiedere benedizioni
Dedica dei meriti
Il suono degli strumenti fa parte di questa preghiera, specialmente al momento delle offerte. Questa è una delle principali preghiere preliminari.

Offerta del mandala:

Offrire il corpo, quello che ci appartiene e la nostra virtù. A chi? Nella tradizione al nostro Guru, ai tre Gioielli, alle divinità, poi al Buddha; ma questo tipo di offerta non è chiaro per me, anche l'immagine del cosmo stesso, con i continenti…non è così chiara. In qualsiasi modo si sia prestato fede a ciò che è stato scritto nel passato, adesso dobbiamo adeguarlo ai tempi, non dobbiamo fare una fotocopia del passato, ma occuparci dell'essenza.
La rappresentazione cosmologica buddhista può non essere così accettabile, può darsi che qualcuno veda il cosmo così, i tibetani non erano in grado di disegnare neanche la cartina del loro paese, come potevano rappresentare l'universo? Penso che ci siano delle contraddizioni.
I tibetani pensano di avere la cartina per raggiungere Shambala: è impossibile! Se non sapevano come disegnare la cartina della Cina o dell'India, o quella per raggiungere Lhasa, come potevano disegnarne una per andare a Shambala? Probabilmente tutto questo è da prendere in modo simbolico; ma in Tibet l'hanno considerato reale e ci hanno creduto, questo è stato uno dei motivi della rovina del Tibet. Abbiamo una bellissima parte della nostra cultura che riguarda il Buddha, Marpa, Lotsawa, che trascorse 20 anni in India, o Atisha, e il re di allora sacrificò la sua vita per invitarlo in Tibet. Ma molte persone non hanno neanche fatto questa fatica di andare in India.
Il Mandala è qualcosa di simbolico, non dobbiamo prenderlo come una mappa dell'universo.
È molto difficile cogliere l'essenza del vero buddhismo.

Ci avviciniamo al nocciolo di questo corso:

Le sei Paramita


Milarepa dice che “le sei Paramita contengono tutto l'insegnamento buddhista. Per coloro che praticano il Dharma la ricchezza è solo una causa di distrazione. Colui che darà via tutti i suoi beni materiali rinascerà come principe del cielo (cioè avrà condizioni molto favorevoli alla pratica). Nobile è colui che pratica la generosità”. Milarepa dà insegnamenti estremamente pratici, in poche parole. “La moralità è la sola che conduce alla liberazione, e tutti i praticanti buddhisti dovrebbero praticarla.” La pazienza è la virtù di cui il Buddha si occupò in modo particolare: “E' un vestito difficile da indossare, ma tutti i meriti si sviluppano nel momento in cui viene indossato. La diligenza è il sentiero breve che conduce alla liberazione, senza di essa nulla può essere fatto.
Questi 4 meriti sono indispensabili.
La concentrazione è un insegnamento che sta tra saggezza e accumulazione dei meriti. Tramite la concentrazione tutte le distrazioni vengono allontanate.”
Una caratteristica di Milarepa è che il suo insegnamento è la sua vita, viene riconosciuto anche in ambito Theravada, dove, generalmente, la tradizione tibetana è considerata strana: i cappelli di diversi colori… e così via. Milarepa era un upasika, persona laica, non ordinata. La sua vita è il modello attraverso cui praticare il buddhismo tibetano; quando guardo alla vita di Milarepa non vedo mai che lui si sia seduto su di un trono, o che si sia messo un particolare cappello.

Il quinto capitolo del Bodhicaryavatara è un condensato, contiene un'esposizione cadenzata delle paramita.
Stanza 9 - Se la perfezione della generosità consiste nel rendere l'universo libero dalla povertà, come possono averla conquistata i Protettori precedenti, se il mondo è ancora oggi sempre povero?
Stanza 10 - Si dice che la perfezione della generosità derivi dall'atteggiamento mentale di lasciare a tutte le persone tutto quello che si ha, insieme con il frutto di quell'atto. Perciò la perfezione è l'atteggiamento mentale stesso.
La generosità, si dice qui, è uno stato mentale e la sua pratica, quindi, non dipende da cose esteriori; se pensiamo che generosità significhi colmare tutti i bisogni materiali di tutti gli esseri, allora in che modo dobbiamo considerare l'azione di tutti i Buddha, che hanno portato a termine la sua pratica, visto che la povertà è rimasta? È uno stato mentale che consiste nella consapevolezza del risultato del portare beneficio agli altri (il buddhismo è comprendere). Non dipende da quanto uno possiede, si può non avere nulla e praticare ugualmente la generosità, non dipende da una condizione esterna.
Nel Lam Rim di Lama Tzong Khapa la generosità è “la gemma che esaudisce tutti i desideri. È ciò che può tagliare il cappio delle nostre miserie, è l'azione dei Bodhisattva che può espandere il potere del nostro cuore. È il modo per diffondere la nostra buona reputazione.” Ne derivano cinque benefici principali. Milarepa parla anche degli svantaggi del non praticare la generosità.
Anche se facciamo una piccola offerta materiale ad una persona molto povera, meritiamo ammirazione.
L'oggetto della pratica sono le cose da donare: il corpo, i beni materiali e l'accumulazione di meriti nei tre tempi, presente - passato - futuro. È molto importante che queste tre cose siano dedicate al beneficio degli altri esseri; non è impossibile, anche nella nostra società ci sono persone che fanno questo. Oppure ci sono persone che hanno il desiderio di donare ma, a volte, hanno difficoltà a metterlo in pratica, incontrano degli ostacoli nel progredire su questo sentiero; probabilmente sono persone che non hanno un approccio corretto con questa pratica. Ci sono anche persone che traggono benefici egoistici dalla generosità degli altri e ne scoraggiano la pratica, in questa società non c'è molto spazio per i Bodhisattva. Per praticare l'intento del Bodhisattva bisogna avere molto coraggio e determinazione, come Buddha Sakyamuni e Milarepa.
Oggi ci sono maestri che dicono: “io ti posso dare l'illuminazione all'istante”, non è possibile, è un altro tipo di illuminazione, non quella di cui parla Buddha Sakyamuni.
Anche donare il Buddha è generosità, anche donare il nostro tempo: questo ci libera dalla nostra avarizia e attaccamento. Se dico cento volte “questo orologio è mio”, quando lo perdo è come se lo perdessi cento volte; se non ho sviluppato attaccamento, anche se perdo l'orologio, non cambierà niente, io non cambio, sono sempre lo stesso.
Stanza 11 - Dove si potrebbero portare i pesci e le altre creature in modo che io non possa ucciderli? Tuttavia, si conviene che raggiungere l'atteggiamento mentale di astenersi dagli atti del mondo è la perfezione della moralità.
La disciplina etica è, parimenti, uno stato della mente che preserva le virtù etiche. Non uccidere non vuol dire che dobbiamo proibire il compimento di qualsiasi azione dell'uccidere nel mondo, rendere il mondo perfetto, si tratta sempre di un'attitudine mentale che ci impedisce di compiere questa azione.


Ci sono tre modi per praticar la generosità:
1. generosità del Dharma; riguarda più che altro gli insegnamenti di Dharma, ma vi sono inclusi anche i consigli e i suggerimenti che noi praticanti possiamo dare agli altri. Il coinvolgere gli altri, in modo indiretto, nelle nostre azioni virtuose. Tutto retto da una motivazione altruistica, senza aspettative riguardo ad una ricompensa. Questo è il fondamento per la pratica di una generosità pura. Si dà unicamente per il beneficio degli altri. Trasmettere delle conoscenze o educare, ma non dobbiamo andare dalle persone e dare consigli senza che loro chiedano.
2. generosità del donare oggetti materiali
3. generosità di protezione; ad esempio proteggere la vita di altre persone o animali.

Moralità - atteggiamento mentale del non recare danni agli altri, disciplina di mente - corpo - parola. In tibetano ci sono due traduzioni per il termine sanscrito shila, moralità: letteralmente è sil-to, cioè raggiungere freschezza, tecnicamente è tsultrim , cioè norme etiche.
Lo stress è dovuto ad un eccesso di energie negative, quando abbiamo realizzato la moralità evitiamo le azioni negative che danneggiano gli altri, e questo ci fa raggiungere la pace mentale. Quando si parla dell'etica buddhista si parla subito dei 5 precetti, che sono contemplati sia dalle persone ordinate che dai laici, e delle 10 azioni virtuose: sono consigliabili non solo per i buddhisti, ma per tutti. Non necessariamente chi segue queste regole è buddhista. Non seguendo tali regole rechiamo danno direttamente e indirettamente agli altri e a noi stessi. Per chi accetta i 5 precetti le 10 azioni virtuose sono fondamentali. Io, come insegnante di Dharma, non potrei parlare di questi 5 precetti a persone che non li hanno presi, è un dogma del Vinaya .
Ci sono 3 tipi di voti:
1. di pratimoksa
2. tantrici
3. del bodhisattva
I primi due non si possono spiegare senza che prima si siano presi; è una cosa difficile, non so che trucco ci sia, ogni tanto il buddhismo fa dei trucchi… ci sarà una ragione.
I voti del bodhisattva, invece, bisogna spiegarli prima di darli, sono i più autentici.
I voti di pratimoksa sono di due tipi:
a) laici - uomini (upasika) - donne (upasaka)
b) monaci
Ogni categoria ha 5 precetti, ma se ne può prendere anche solo uno, o due, tre, quattro. Se si prendono tutti e cinque i precetti si è upasika pieno, un gradino più su ci sono gli upasika completi, sono pochissimi; Milarepa era un upasika completo, Marpa un upasika pieno: la differenza tra i due è che Marpa era sposato.
C'è una differenza tra le 10 azioni virtuose e i 5 precetti: uno dei precetti, “non assumere intossicanti”, non compare tra le 10 azioni. Bere alcolici non è, in sé, un'azione negativa ma, come dice Buddha Sakyamuni, assumere queste sostanze può spingere a compiere azioni che recano danno a noi e agli altri.
Gli altri 4 precetti vengono chiamati “precetti radice”, sono considerati azioni importanti, virtuose, perché ci aiutano a non compiere azioni negative, recando danno.
Stanza 12 - Quante persone malvagie, senza fine come il cielo, posso io uccidere? Ma quando l'atteggiamento mentale dell'ira è ucciso, ucciso è ogni nemico.

La pazienza. Quando diciamo “vedo questa persona e mi nasce la collera” l'errore non è in quella persona, ma nella nostra mente. Se volessimo eliminare dal mondo tutti gli oggetti della nostra rabbia il lavoro non avrebbe mai fine, facciamo prima ad eliminare la collera.
Stanza 13 - Dov'è tanto cuoio da coprire il mondo intero? Il vasto mondo può essere coperto con il cuoio che basta per un paio di scarpe soltanto.
Questo è un mezzo molto abile, da parte di Shantideva, per spiegare il concetto della pazienza. Se vogliamo proteggerci da attacchi esterni dobbiamo indossare l'abito della pazienza.
Stanza 15 - Anche con l'aiuto di corpo e parola, una mente ottusa non dà nessun frutto che regga il paragone con quello prodotto dalla sola mente acuta, come il raggiungimento dello stato degli dei di Brahma.

Perseveranza.
Stanza 16 - L'onnisciente ha dichiarato che ogni recitazione e austerità, pur se praticare per un lungo periodo, sono del tutto inutili se la mente è concentrata su qualcos'altro o è ottusa.

Concentrazione, essenziale per rendere efficace la pratica.
Stanza 17 - Coloro che non hanno sviluppato questa mente, che è nascosta e contiene la somma intera del Dharma, girano in cerchio invano tentando di ottenere la felicità e distruggere la sofferenza.

Saggezza, la conoscenza della comprensione del segreto della mente.
Che cos'è il segreto della mente? È molto difficile. Tutta la sofferenza, la nostra sofferenza, il male, il bene, la felicità, l'infelicità dipendono dalla nostra mente, se sappiamo questo, non c'è bisogno di trovare soluzione ai nostri problemi; se siamo coscienti di questo possiamo cambiare le cose molto facilmente. Spesso noi consideriamo le difficoltà come qualcosa che arriva dall'esterno, così ci troviamo sempre in difficoltà, perché il nostro obiettivo e la strada che percorriamo sono diversi. Causa di ciò è l'ignoranza, è il segno che non siamo ancora Buddha.
L'attitudine dei Bodhisattva è di non diventare Buddha troppo presto, desiderano rinascere per poter aiutare gli esseri, quindi non vogliono eliminare queste afflizioni, ma, grazie al loro alto grado di sviluppo mentale, le sfruttano come mezzo abile per questo scopo.
Il problema non è quello di non essere un Buddha, ma di non riuscire ad evolvere, a svilupparci. Anche se ci si sviluppa poco per volta va bene. Tutto dipende dalla nostra mente: cambiando la mente si cambia tutto. Per noi è difficile da accettare.
Stanza 18 - Perciò dovrei governare e sorvegliare bene la mia mente. Se lascio andare il voto di sorvegliare la mente, che ne sarà dei miei tanti altri voti?
Non bisogna fare altro sforzo che proteggere la propria mente.

Scendiamo più in dettaglio per quanto riguarda la pazienza: è contrapposta alla rabbia.
Capitolo 6 - stanza 1- Questa adorazione dei Sugata, la generosità, la buona condotta osservata nel corso di migliaia di eoni: l'odio distrugge tutto ciò.
Non c'è altra azione negativa che quella della rabbia che può distruggere tanto.
Stanza 2 - Non c'è male uguale all'odio, non c'è pratica spirituale uguale alla pazienza. Perciò con vari mezzi, con grande sforzo, si sviluppi la pazienza.
Non esiste altra pratica come quella della pazienza. E non è facile distruggere la rabbia.
Stanza 3 - La mente non trova pace, né gioisce di piacere o diletto, né si addormenta, né si sente sicura finchè il dardo dell'odio è conficcato nel cuore.
Stanza 9 - Che io non turbi il sentimento di gioia partecipe, anche all'arrivo di qualcosa estremamente sgradito. Non c'è nulla di desiderabile nello stato di frustrazione; al contrario, ciò che è salutare viene trascurato.
La rabbia non ci aiuta, con essa non raggiungiamo l'illuminazione.
Stanza 16 - Freddo, caldo, pioggia e vento, viaggio e malattia prigione e percosse: non bisognerebbe essere troppo sensibili al riguardo. Altrimenti l'angoscia peggiora.
A che scopo arrabbiarci se le cose non si possono risolvere? A che scopo se si possono risolvere?

Perseveranza, sforzo gioioso: lo sforzo che non ci procura alcun tipo di difficoltà. La molla che ci fa sviluppare la perseveranza è la comprensione del risultato che la pratica di questa paramita ci procurerà. Ci vuole costanza, non è facile.

E' importante mettere molta energia nella pratica delle sei paramita. Si può praticare una paramita per volta, oppure, in modo più completo, tutte e sei:
generosità delle generosità
etica della generosità
pazienza della generosità
perseveranza della generosità
concentrazione della generosità
saggezza della generosità
e così via.
La pratica della generosità ha due livelli:
1. livello relativo o convenzionale:sapere che cosa dare e a chi; ai monaci, per esempio, non è appropriato offrire cibo dopo mezzogiorno; non è corretto donare armi ecc.
2. livello assoluto: la natura di vacuità della generosità. Quando pratichiamo questa paramita sono coinvolti tre aspetti
donatore
destinatario
oggetto
dobbiamo meditare la natura vuota di questi tre aspetti.
La saggezza è l'occhio di tutte le paramita, senza di essa le paramita sono cieche. Se durante un atto di generosità guardo solo al livello relativo e non a quello ultimo sono ancora immerso nel samsara, e la mia sarà una generosità molto superficiale.
All'inizio è più facile riflettere su questi due livelli separatamente ma, se riusciamo a integrare il livello ultimo nella pratica, questo costituirà un antidoto all'attaccamento al sé, che è l'ignoranza fondamentale. Con il livello relativo sviluppiamo solo la compassione, ma questa non diventa un antidoto. Dharmakirti, un maestro di logica, dice che l'allenamento mentale è positivo, ma non tocca l'ignoranza fondamentale. Per superare quest'ultima c'è bisogno della saggezza che realizza la vacuità, ed è la sesta paramita.
Le prime due paramita sono più adatte a sviluppare la compassione, le altre a sviluppare la saggezza, ma si possono praticare tutte in combinazione e diventano 36 aspetti principali della pratica (6 per 6).
Milarepa ha detto che la pratica delle sei paramita contiene la pratica di tutto il Dharma.
La concentrazione è indispensabile per la realizzazione della saggezza autentica (la-tong = visione profonda): vedere una cosa con modalità che vanno al di là dei concetti ordinari. Quando abbiamo sviluppato una autentica shinè, dobbiamo sviluppare una autentica visione profonda, finchè non l'avremo fatto non avremo modo di affrontare l'ignoranza fondamentale.
Etica, generosità e pazienza sono comuni a tutte le religioni. Perseveranza, concentrazione e saggezza, o visione profonda, sono caratteristiche del buddhismo. Se vogliamo sperimentare la pratica buddhista dobbiamo cercare questo livello, della visione profonda.
Come si può riflettere sulla natura ultima dei fenomeni? Con la meditazione.
La meditazione è un fattore chiave, e, in questo caso, c'è bisogno di un'osservazione di tipo analitico. Quando vediamo un oggetto vediamo solo le sue caratteristiche generiche, non andiamo in profondità, ci attacchiamo ad esso e creiamo un'illusione. La visione profonda permette di andare oltre gli aspetti generici e di percepire l'oggetto in modo dettagliato e sotto molteplici aspetti. Buddha ha praticato le sei paramita meditando sui fenomeni in questo modo.
Tutto dipende dallo sforzo della nostra volontà. 








Sunday, 9 September 2012

Morire e Vivere

Morire e Vivere 
di Geshe Gedun Tharchin 
2003 

Per il buddismo è molto importante avere una motivazione corretta per intraprendere qualsiasi attività, perché attraverso il modo in cui si matura l’intenzione e la motivazione si può cambiare e modificare il risultato e la visione della realtà.

Tutte le tradizioni religiose usano la preghiera come mezzo per sviluppare la corretta motivazione e in particolare nel buddhismo la preghiera è intesa come un processo di "familiarizzazione" con la corretta motivazione. La preghiera non deve necessariamente essere qualcosa da recitare verbalmente, ma piuttosto è espressione profonda dell’intenzione del cuore ed è proprio ciò che la rende vitale, importante ed efficace.

Secondo la visione buddhista la mente è la chiave essenziale per trasformare tutto gli elementi che ci costituiscono e che sono principalmente il corpo e la coscienza.

Come praticanti di Dharma è molto importante, soprattutto all'inizio, porre l'accento sulla nostra attività mentale. Tutti i canti, i rituali e le cerimonie che possiamo fare sono solo strumenti utili, ma secondari per lo sviluppo e la trasformazione della mente. La mente è intesa come l'elemento che, se trasformato, ci permette di cambiare la nostra intenzione verso qualsiasi attività vogliamo intraprendere nella nostra vita quotidiana.

Tramite il cambiamento delle proprie intenzioni e motivazioni una persona può trasformare il corso della propria vita e il corso di tutte le vite che seguiranno.

Oggi parleremo del morire e del vivere secondo la tradizione Vajrayana. Il concetto di morire e vivere o vivere e morire è molto importante e dovrebbe essere costantemente presente nella nostra pratica poiché la nostra vita può essere vista come il risultato di molte piccole morti quotidiane.

Sono un credente ma sono consapevole di non poter avere certezze indiscusse e quando vado a dormire la sera non sono sicuro se mi sveglierò la mattina dopo. Il processo con cui arriviamo alla fase di sonno profondo è per molti aspetti simile a quello che attraversiamo nel processo del morire. La realtà della morte è molto interessante ed è anche estremamente semplice, più di quanto si possa pensare; non dobbiamo vedere la morte come qualcosa di spaventoso e difficile da affrontare, è parte della vita.

Essere vivi ci porta gioia proprio in virtù delle nostre particolari capacità, come la consapevolezza e la capacità di agire, ma, di fatto, l'essere vivi in sé non sarebbe possibile se non come risultato della fase della morte di cui abbiamo parlato prima. Per esempio, possiamo dire che una buona giornata è il risultato di una buona notte di riposo. Infatti, quando ci addormentiamo perdiamo il contatto con la realtà concreta e rimaniamo in uno stato di semicoscienza, ma questo stato è necessario per recuperare energia ed essere più attivi durante il giorno. Quindi un buon sonno è necessario per avere una giornata positiva e attiva. Ed è vero anche il contrario, cioè che se abbiamo una giornata piacevole, piena di soddisfazione e di attività di successo sarà facile lasciarsi andare ad un buon sonno. Così vediamo una certa interdipendenza tra un buon sonno e una giornata attiva e positiva, e tra una giornata noiosa e una cattiva qualità del sonno. È molto difficile parlare di tecniche e metodi per sviluppare un buon sonno, ma nella tradizione buddhista si crede che ci siano dei 'modi' per influenzare il tipo di sonno o forse decidere a che ora ci si vuole svegliare la mattina dopo. Quindi una persona può familiarizzare con queste questioni attraverso l'attività mentale.

Quello che sto cercando di spiegare è la relazione tra il ciclo notturno, durante il quale dormiamo e il ciclo attivo della nostra giornata, entrambi si influenzano reciprocamente. Quando dormiamo generalmente raggiungiamo una fase di rilassamento durante la quale non possiamo fare alcuna attività particolare.

Nella tradizione Vajrayana, si crede che ci siano alcuni praticanti che sono in grado di praticare con più efficacia il Dharma durante il sonno che durante la veglia. Questo significa che una persona può usare anche il sonno come strumento per la pratica del Dharma. Quindi un praticante di alto livello può usare tutte le ventiquattro ore per praticare il Dharma. Per pratica del Dharma intendiamo il corretto sviluppo delle intenzioni, la corretta consapevolezza e il corretto sviluppo di tutte le nostre qualità.

Una persona che si avvicina alla vita come strumento per la pratica del Dharma vede inevitabilmente la morte come un momento da utilizzare per la pratica del Dharma. Dal punto di vista del praticante Vajrayana, la morte è un evento che capita una volta nella vita ed è un’occasione importantissima e unica per poter potenziare e far crescere la propria realizzazione.

Quindi per un grande praticante la morte rappresenta un tesoro, una preziosa opportunità per sviluppare grandi qualità. Nel corso di questa esperienza c'è la possibilità di espandere e aumentare la propria realizzazione. Secondo la tradizione Vajrayana, il momento della morte per gli esseri ordinari, come noi, è l'unico momento in cui appare la cosiddetta "mente innata". Quando questa mente innata si manifesta al momento della morte, siamo in grado di mantenere uno stato di consapevolezza e di riconoscere questa apparizione e allora possiamo utilizzare tutta la nostra esperienza così da aumentare le nostre realizzazioni. Al momento della morte entriamo in contatto con la natura innata della mente e abbiamo l'opportunità di esplorare le verità espresse nel Dharma. Se invece non riusciamo a sviluppare questa consapevolezza e ci limitiamo a una conoscenza convenzionale e superficiale della verità che abbiamo maturato nel corso della vita, la nostra percezione di tutte le cose che affrontiamo sarà quella di esseri ordinari con un livello mentale poco raffinato.

Per poter riconoscere la manifestazione di questa mente innata è necessario prima cercare di familiarizzare con il processo di disintegrazione dei cinque aggregati che avverrà al momento della morte. Il Sé è composto dai cinque aggregati e durante il processo della morte questi cinque aggregati si dissolvono secondo un graduale sviluppo in diverse fasi, che è stato studiato, ed è più o meno lo stesso per tutti.

La disintegrazione dei cinque aggregati è legata ai quattro elementi che li costituiscono e quindi la disintegrazione di uno produce la dissoluzione degli altri. I quattro elementi sono terra, acqua, fuoco e aria (vento). L'ordine in cui questi quattro elementi sono indicati è lo stesso dell'ordine in cui si dissolvono, quindi il primo è la terra, il secondo è l'acqua, il terzo è il fuoco e l'ultimo è l'aria (vento) che si dissolve nell'ultimo stadio di coscienza.

Nella fase di dissoluzione dell'elemento terra ci sono esperienze particolari che accadono dentro di noi. Allo stesso modo, quando si dissolve l'elemento acqua, ci saranno esperienze particolari specifiche di questo stadio. Lo stesso accade quando si dissolve l'elemento fuoco e quando si dissolve l'elemento aria. Quest'ultimo elemento produce segnali specifici nella coscienza. Questo processo di disintegrazione è correlato con i nostri cinque sensi, così quando la disintegrazione dei quattro elementi progredisce avviene la disintegrazione e la dissoluzione dei nostri cinque sensi.

Allo stesso modo nel sonno alcuni di questi elementi si dissolvono, ecco perché i cinque sensi non sono più attivi. I praticanti dunque cercano di seguire il processo con cui moriamo nel momento di passaggio dalla veglia al sonno. Per un grande praticante andare a dormire è un'ottima occasione per cercare di riconoscere questi segnali. Quindi se andiamo a letto troppo tardi e siamo sfiniti dalla fatica quotidiana non possiamo fare questo tipo di pratica. Sarebbe bene andare a dormire con qualche riserva di energia, sia fisica che mentale, per poter affrontare questa pratica.

Nella morte dopo la dissoluzione dei quattro elementi i nostri sensi esterni sono completamente spenti e a quel punto siamo definiti clinicamente morti. Tuttavia, nella tradizione Vajrayana questo stadio non può essere ancora stabilito come completamento della morte in quanto si ritiene che ci siano altri quattro stadi da attraversare per raggiungere la dissoluzione della coscienza.

La nostra coscienza può essere osservata in due livelli principali. Il primo livello, grossolano e superficiale, consiste in emozioni disturbanti, mentre il secondo è un livello più sottile. Per quanto riguarda lo stato grossolano della coscienza ci riferiamo a tre emozioni: attaccamento, odio e ignoranza. Queste tre emozioni disturbanti si dissolvono nell'ordine in cui le abbiamo enunciate e una volta che tutte e tre sono state dissolte appare quella che viene chiamata, con un termine molto bello, la 'luce chiara' che potrebbe essere anche definita come natura innata della mente.

Per spiegare il concetto di 'luce chiara' in un linguaggio comprensibile a tutti possiamo dire che è l'essenza del nucleo stesso della nostra mente. Quando ci riferiamo all'attaccamento, all'odio e all'ignoranza, in questa fase non ci riferiamo alla loro espressione pratica, ma ai segni che queste tre emozioni disturbanti possono generare e solo dopo la loro dissoluzione compaiono in noi quattro segni della natura innata della mente, l'essenza della nostra mente ed è il momento in cui possiamo implementare in essa tutta una serie di conoscenze che abbiamo accumulato nel corso della nostra esistenza e poi metterle in pratica. Questa è una fase molto importante perché è quella in cui diamo importanza al nostro flusso di coscienza.

I grandi praticanti (yogi) sono capaci di approfittare di questa mente innata, di usarla per meditare, per praticare e per mettere in pratica tutte quelle realizzazioni che hanno raggiunto nel corso della loro esistenza. Ci sono alcuni grandi Lama, e io ne sono stato testimone, che in realtà muoiono clinicamente e mantengono la posizione di meditazione e in apparenza, a livello fisico, non sembrano essere morti, eppure quando finiscono la loro meditazione il corpo crolla e cade. In questo caso per grandi Lama non intendo persone a cui sono state affidate prestigiose cariche e onorificenze, ma persone molto semplici che hanno praticato il Dharma per molto tempo. Alla fine di questa meditazione, usando la mente innata, separano la mente dal corpo e allo stesso tempo passano nello stadio intermedio della vita chiamato "Bardo".

Tutte queste parole per definire la vita, la morte e le varie fasi intermedie sono importanti, ma non quanto la nostra volontà di sperimentare questi eventi attraverso la pratica quotidiana e familiarizzare con essa. Quindi, in sintesi, si tratta di avere una costante consapevolezza di tutte le esperienze che viviamo momento per momento nella quotidianità della nostra esistenza.

Secondo quanto enunciato dal Buddha storico nei Sutra, un buon praticante è in grado di essere consapevole in tutte le fasi della sua vita: quando è in piedi, quando mangia, quando dorme... ed è in grado di ricordare intuitivamente qualsiasi momento della sua vita perché cerca di mantenersi costantemente in uno stato di buona e corretta consapevolezza. Di conseguenza se non manteniamo questa consapevolezza quotidianamente nello sviluppo di tutte le nostre attività sarà impossibile quando andremo a dormire o quando moriremo, riuscire a ricordare le nostre esperienze come qualcosa di vivo da utilizzare. Il Buddha stesso ha detto che per poter mantenere un buon livello di consapevolezza quotidiana sono necessarie molta introspezione e attenzione. Questa consapevolezza matura nella capacità di fermarsi almeno un momento e riflettere prima di compiere qualsiasi azione e ci permette di valutare se quell'azione sia più o meno corretta. Questa capacità di prendersi un po' di tempo prima di intraprendere o meno un'attività è la pratica della consapevolezza ed è l'unica che ci permette di condurre una vita virtuosa.

Nella tradizione Vajrayana la pratica della consapevolezza è in qualche modo trascurata perché si dà per scontato che faccia ovviamente parte delle pratiche generali e che quindi non necessita di essere studiata separatamente. Nella tradizione Theravada la parola mindfulness ricorre più frequentemente. Quando si chiede a un maestro Theravada che tipo di pratica dovremmo fare al momento della morte, egli dirà sicuramente che dovremmo vivere cercando di mantenere la nostra consapevolezza. Se andiamo da un maestro Vajrayana, ci spiegherà tutta una serie di cose complicate come i quattro elementi e i processi di dissoluzione e alla fine non ricorderemo nulla di tutto ciò.

Il punto d'incontro di queste due tradizioni è che hanno in comune il fatto di voler morire con un atteggiamento mentale positivo, con la mente virtuosa. Dobbiamo dunque cercare di applicare entrambi i metodi poiché abbiamo la fortuna, essendo in Occidente, di vivere in un contesto in cui molte tradizioni buddhiste si sono incontrate. Per diventare consapevoli del momento della morte, anche se non siamo coscienti di tutti i fenomeni di dissoluzione, dobbiamo avere una buona pratica di consapevolezza. Pertanto, l'attenzione deve essere concentrata sul mantenimento di un atteggiamento mentale positivo e di una mente virtuosa e aperta.

Da quando sono in Occidente ho incontrato molte tradizioni diverse: oltre al Chan/Zen e al Theravada, che non facevano parte del contesto tibetano, altri lignaggi come il Kagyu e il Nyingma, di cui non sapevo molto quando studiavo nel mio monastero, e naturalmente il cristianesimo. Possiamo attingere a tutte queste belle tradizioni per arricchirci ulteriormente.

Questo è uno dei vantaggi della civiltà occidentale, quello di vivere in un contesto multiculturale e democratico che ci permette di conoscere cose diverse, senza la mentalità chiusa che ci porta a dire: "Quello che faccio io è meglio di quello che fanno gli altri". Questo atteggiamento è sbagliato e mostra l'ignoranza che è all'origine di tutte le nostre miserie. Distruggere questo atteggiamento e aprirsi agli altri è uno degli obiettivi della pratica del Dharma, e quando ci si apre agli altri, si ha la possibilità di ricevere molto e di favorire la propria crescita spirituale. Quindi bisogna avere anche una buona capacità di introspezione e soprattutto consapevolezza perché, senza queste qualità, si rischia di prendere non solo cose buone ma anche cose cattive.

La parola ignoranza è un termine che nel buddhismo potrebbe essere spiegato in molti modi e con diversi livelli di introspezione, tuttavia qui lo interpretiamo come piccolezza mentale. Accettare o considerare qualcosa come positivo solo perché “è mio” è un sintomo di chiusura mentale ed è un atteggiamento fortemente egocentrico. Secondo una definizione tibetana questo atteggiamento può essere tradotto come "aggrapparsi a se stessi". La frase simbolica per definire questo atteggiamento mentalmente sbagliato dice: "Questo è buono perché mi appartiene".

Nelle scuole di filosofia per la definizione di questo concetto si studiano enormi volumi per descrivere in profondità quello che stiamo dicendo. L'ignoranza può essere definita come una mente ristretta e come attaccamento a se stessi, chiarendo così la relazione tra ignoranza ed egocentrismo. Uno dei primi obiettivi è quello di distruggere questi atteggiamenti mentali sbagliati che sono fonte e origine di tutte le nostre miserie e purtroppo è anche vero che molti praticanti buddhisti sono inconsapevolmente permeati da questa grande ignoranza.

A volte ci sono persone considerate grandi praticanti perché mostrano una conoscenza erudita del buddhismo e che però possiedono anche una grande ignoranza a causa di una mente ristretta. A volte avere una conoscenza esclusivamente teorica del buddhismo, priva di umiltà e comprensione profonda delle cose, può essere un motivo di chiusura mentale, ma questa è solo una mia opinione e può essere sbagliata.

Vivere e morire dovrebbero essere entrambi parte della nostra esistenza da sperimentare con consapevolezza. Vivere in consapevolezza e morire in consapevolezza è il consiglio dato nella tradizione Theravada che, secondo me, è la tradizione che ci riporta più direttamente all'essenza del messaggio del Dharma.

 

Domanda: Nel corso di una morte accidentale cosa succede a una persona?

Risposta: È una morte più complicata. Se uno arriva al coma a causa di una malattia e ci arriva gradualmente, questo processo di dissoluzione può durare più a lungo. Coloro che muoiono per malattie particolari che portano gradualmente al momento della morte sono in qualche modo più fortunati perché questa gradualità permette più tempo per portare alla mente tutte le loro esperienze e sfruttare al massimo questa opportunità. È una buona opportunità per riflettere in modo lento e graduale. Se sei un buon praticante, se muori per un incidente o per un evento violento di qualsiasi tipo, c'è la possibilità di riportare alla mente tutta l'esperienza in quel particolare momento, ma ci deve essere una consapevolezza straordinaria. Gandhi al momento della morte, dopo che gli avevano sparato, era in grado di invocare il nome 'Ram', l'equivalente di Dio. L'attacco mortale non fu un evento che lo disturbò al punto da sconvolgere la sua calma mentale, riuscì a mantenerla intatta... grande consapevolezza.

 

Domanda: Il modo in cui moriamo influenza la rinascita?

Risposta: La natura della rinascita sarà decisa dall'impronta che si dà alla mente innata in quel particolare momento. La morte è un'opportunità unica e in un certo senso ci esercitiamo per tutta la vita per prepararci a quel particolare momento. Se in quel momento diamo l'imprinting con sentimenti di rabbia, questo può causare reincarnazioni in quello che chiamiamo il Reame Inferiore. È come una e-mail, puoi scrivere pagine e pagine di messaggi sul tuo computer, ma se sbagli l'indirizzo del destinatario si perde tutto il lavoro... il lavoro della nostra vita. È uno dei segreti del buddhismo.