Morire
e Vivere
di
Geshe Gedun Tharchin
2003
Per il buddismo è molto importante
avere una motivazione corretta per intraprendere qualsiasi attività,
perché attraverso il modo in cui si matura l’intenzione e la
motivazione si può cambiare e modificare il risultato e la visione
della realtà.
Tutte le tradizioni religiose usano
la preghiera come mezzo per sviluppare la corretta motivazione e in
particolare nel buddhismo la preghiera è intesa come un processo di
"familiarizzazione" con la corretta motivazione. La
preghiera non deve necessariamente essere qualcosa da recitare
verbalmente, ma piuttosto è espressione profonda dell’intenzione
del cuore ed è proprio ciò che la rende vitale, importante ed
efficace.
Secondo la visione buddhista la
mente è la chiave essenziale per trasformare tutto gli elementi che
ci costituiscono e che sono principalmente il corpo e la coscienza.
Come praticanti di Dharma è molto
importante, soprattutto all'inizio, porre l'accento sulla nostra
attività mentale. Tutti i canti, i rituali e le cerimonie che
possiamo fare sono solo strumenti utili, ma secondari per lo sviluppo
e la trasformazione della mente. La mente è intesa come l'elemento
che, se trasformato, ci permette di cambiare la nostra intenzione
verso qualsiasi attività vogliamo intraprendere nella nostra vita
quotidiana.
Tramite il cambiamento delle proprie
intenzioni e motivazioni una persona può trasformare il corso della
propria vita e il corso di tutte le vite che seguiranno.
Oggi parleremo del morire e del
vivere secondo la tradizione Vajrayana. Il concetto di morire e
vivere o vivere e morire è molto importante e dovrebbe essere
costantemente presente nella nostra pratica poiché la nostra vita
può essere vista come il risultato di molte piccole morti
quotidiane.
Sono un credente ma sono consapevole
di non poter avere certezze indiscusse e quando vado a dormire la
sera non sono sicuro se mi sveglierò la mattina dopo. Il processo
con cui arriviamo alla fase di sonno profondo è per molti aspetti
simile a quello che attraversiamo nel processo del morire. La realtà
della morte è molto interessante ed è anche estremamente semplice,
più di quanto si possa pensare; non dobbiamo vedere la morte come
qualcosa di spaventoso e difficile da affrontare, è parte della
vita.
Essere vivi ci porta gioia proprio
in virtù delle nostre particolari capacità, come la consapevolezza
e la capacità di agire, ma, di fatto, l'essere vivi in sé non
sarebbe possibile se non come risultato della fase della morte di cui
abbiamo parlato prima. Per esempio, possiamo dire che una buona
giornata è il risultato di una buona notte di riposo. Infatti,
quando ci addormentiamo perdiamo il contatto con la realtà concreta
e rimaniamo in uno stato di semicoscienza, ma questo stato è
necessario per recuperare energia ed essere più attivi durante il
giorno. Quindi un buon sonno è necessario per avere una giornata
positiva e attiva. Ed è vero anche il contrario, cioè che se
abbiamo una giornata piacevole, piena di soddisfazione e di attività
di successo sarà facile lasciarsi andare ad un buon sonno. Così
vediamo una certa interdipendenza tra un buon sonno e una giornata
attiva e positiva, e tra una giornata noiosa e una cattiva qualità
del sonno. È molto difficile parlare di tecniche e metodi per
sviluppare un buon sonno, ma nella tradizione buddhista si crede che
ci siano dei 'modi' per influenzare il tipo di sonno o forse decidere
a che ora ci si vuole svegliare la mattina dopo. Quindi una persona
può familiarizzare con queste questioni attraverso l'attività
mentale.
Quello che sto cercando di spiegare
è la relazione tra il ciclo notturno, durante il quale dormiamo e il
ciclo attivo della nostra giornata, entrambi si influenzano
reciprocamente. Quando dormiamo generalmente raggiungiamo una fase di
rilassamento durante la quale non possiamo fare alcuna attività
particolare.
Nella tradizione Vajrayana, si crede
che ci siano alcuni praticanti che sono in grado di praticare con più
efficacia il Dharma durante il sonno che durante la veglia. Questo
significa che una persona può usare anche il sonno come strumento
per la pratica del Dharma. Quindi un praticante di alto livello può
usare tutte le ventiquattro ore per praticare il Dharma. Per pratica
del Dharma intendiamo il corretto sviluppo delle intenzioni, la
corretta consapevolezza e il corretto sviluppo di tutte le nostre
qualità.
Una persona che si avvicina alla
vita come strumento per la pratica del Dharma vede inevitabilmente la
morte come un momento da utilizzare per la pratica del Dharma. Dal
punto di vista del praticante Vajrayana, la morte è un evento che
capita una volta nella vita ed è un’occasione importantissima e
unica per poter potenziare e far crescere la propria realizzazione.
Quindi per un grande praticante la
morte rappresenta un tesoro, una preziosa opportunità per sviluppare
grandi qualità. Nel corso di questa esperienza c'è la possibilità
di espandere e aumentare la propria realizzazione. Secondo la
tradizione Vajrayana, il momento della morte per gli esseri ordinari,
come noi, è l'unico momento in cui appare la cosiddetta "mente
innata". Quando questa mente innata si manifesta al momento
della morte, siamo in grado di mantenere uno stato di consapevolezza
e di riconoscere questa apparizione e allora possiamo utilizzare
tutta la nostra esperienza così da aumentare le nostre
realizzazioni. Al momento della morte entriamo in contatto con la
natura innata della mente e abbiamo l'opportunità di esplorare le
verità espresse nel Dharma. Se invece non riusciamo a sviluppare
questa consapevolezza e ci limitiamo a una conoscenza convenzionale e
superficiale della verità che abbiamo maturato nel corso della vita,
la nostra percezione di tutte le cose che affrontiamo sarà quella di
esseri ordinari con un livello mentale poco raffinato.
Per poter riconoscere la
manifestazione di questa mente innata è necessario prima cercare di
familiarizzare con il processo di disintegrazione dei cinque
aggregati che avverrà al momento della morte. Il Sé è composto dai
cinque aggregati e durante il processo della morte questi cinque
aggregati si dissolvono secondo un graduale sviluppo in diverse fasi,
che è stato studiato, ed è più o meno lo stesso per tutti.
La disintegrazione dei cinque
aggregati è legata ai quattro elementi che li costituiscono e quindi
la disintegrazione di uno produce la dissoluzione degli altri. I
quattro elementi sono terra, acqua, fuoco e aria (vento). L'ordine in
cui questi quattro elementi sono indicati è lo stesso dell'ordine in
cui si dissolvono, quindi il primo è la terra, il secondo è
l'acqua, il terzo è il fuoco e l'ultimo è l'aria (vento) che si
dissolve nell'ultimo stadio di coscienza.
Nella fase di dissoluzione
dell'elemento terra ci sono esperienze particolari che accadono
dentro di noi. Allo stesso modo, quando si dissolve l'elemento acqua,
ci saranno esperienze particolari specifiche di questo stadio. Lo
stesso accade quando si dissolve l'elemento fuoco e quando si
dissolve l'elemento aria. Quest'ultimo elemento produce segnali
specifici nella coscienza. Questo processo di disintegrazione è
correlato con i nostri cinque sensi, così quando la disintegrazione
dei quattro elementi progredisce avviene la disintegrazione e la
dissoluzione dei nostri cinque sensi.
Allo stesso modo nel sonno alcuni di
questi elementi si dissolvono, ecco perché i cinque sensi non sono
più attivi. I praticanti dunque cercano di seguire il processo con
cui moriamo nel momento di passaggio dalla veglia al sonno. Per un
grande praticante andare a dormire è un'ottima occasione per cercare
di riconoscere questi segnali. Quindi se andiamo a letto troppo tardi
e siamo sfiniti dalla fatica quotidiana non possiamo fare questo tipo
di pratica. Sarebbe bene andare a dormire con qualche riserva di
energia, sia fisica che mentale, per poter affrontare questa pratica.
Nella morte dopo la dissoluzione dei
quattro elementi i nostri sensi esterni sono completamente spenti e a
quel punto siamo definiti clinicamente morti. Tuttavia, nella
tradizione Vajrayana questo stadio non può essere ancora stabilito
come completamento della morte in quanto si ritiene che ci siano
altri quattro stadi da attraversare per raggiungere la dissoluzione
della coscienza.
La nostra coscienza può essere
osservata in due livelli principali. Il primo livello, grossolano e
superficiale, consiste in emozioni disturbanti, mentre il secondo è
un livello più sottile. Per quanto riguarda lo stato grossolano
della coscienza ci riferiamo a tre emozioni: attaccamento, odio e
ignoranza. Queste tre emozioni disturbanti si dissolvono nell'ordine
in cui le abbiamo enunciate e una volta che tutte e tre sono state
dissolte appare quella che viene chiamata, con un termine molto
bello, la 'luce chiara' che potrebbe essere anche definita come
natura innata della mente.
Per spiegare il concetto di 'luce
chiara' in un linguaggio comprensibile a tutti possiamo dire che è
l'essenza del nucleo stesso della nostra mente. Quando ci riferiamo
all'attaccamento, all'odio e all'ignoranza, in questa fase non ci
riferiamo alla loro espressione pratica, ma ai segni che queste tre
emozioni disturbanti possono generare e solo dopo la loro
dissoluzione compaiono in noi quattro segni della natura innata della
mente, l'essenza della nostra mente ed è il momento in cui possiamo
implementare in essa tutta una serie di conoscenze che abbiamo
accumulato nel corso della nostra esistenza e poi metterle in
pratica. Questa è una fase molto importante perché è quella in cui
diamo importanza al nostro flusso di coscienza.
I grandi praticanti (yogi) sono
capaci di approfittare di questa mente innata, di usarla per
meditare, per praticare e per mettere in pratica tutte quelle
realizzazioni che hanno raggiunto nel corso della loro esistenza. Ci
sono alcuni grandi Lama, e io ne sono stato testimone, che in realtà
muoiono clinicamente e mantengono la posizione di meditazione e in
apparenza, a livello fisico, non sembrano essere morti, eppure quando
finiscono la loro meditazione il corpo crolla e cade. In questo caso
per grandi Lama non intendo persone a cui sono state affidate
prestigiose cariche e onorificenze, ma persone molto semplici che
hanno praticato il Dharma per molto tempo. Alla fine di questa
meditazione, usando la mente innata, separano la mente dal corpo e
allo stesso tempo passano nello stadio intermedio della vita chiamato
"Bardo".
Tutte queste parole per definire la
vita, la morte e le varie fasi intermedie sono importanti, ma non
quanto la nostra volontà di sperimentare questi eventi attraverso la
pratica quotidiana e familiarizzare con essa. Quindi, in sintesi, si
tratta di avere una costante consapevolezza di tutte le esperienze
che viviamo momento per momento nella quotidianità della nostra
esistenza.
Secondo quanto enunciato dal Buddha
storico nei Sutra, un buon praticante è in grado di essere
consapevole in tutte le fasi della sua vita: quando è in piedi,
quando mangia, quando dorme... ed è in grado di ricordare
intuitivamente qualsiasi momento della sua vita perché cerca di
mantenersi costantemente in uno stato di buona e corretta
consapevolezza. Di conseguenza se non manteniamo questa
consapevolezza quotidianamente nello sviluppo di tutte le nostre
attività sarà impossibile quando andremo a dormire o quando
moriremo, riuscire a ricordare le nostre esperienze come qualcosa di
vivo da utilizzare. Il Buddha stesso ha detto che per poter mantenere
un buon livello di consapevolezza quotidiana sono necessarie molta
introspezione e attenzione. Questa consapevolezza matura nella
capacità di fermarsi almeno un momento e riflettere prima di
compiere qualsiasi azione e ci permette di valutare se quell'azione
sia più o meno corretta. Questa capacità di prendersi un po' di
tempo prima di intraprendere o meno un'attività è la pratica della
consapevolezza ed è l'unica che ci permette di condurre una vita
virtuosa.
Nella tradizione Vajrayana la
pratica della consapevolezza è in qualche modo trascurata perché si
dà per scontato che faccia ovviamente parte delle pratiche generali
e che quindi non necessita di essere studiata separatamente. Nella
tradizione Theravada la parola mindfulness ricorre più
frequentemente. Quando si chiede a un maestro Theravada che tipo di
pratica dovremmo fare al momento della morte, egli dirà sicuramente
che dovremmo vivere cercando di mantenere la nostra consapevolezza.
Se andiamo da un maestro Vajrayana, ci spiegherà tutta una serie di
cose complicate come i quattro elementi e i processi di dissoluzione
e alla fine non ricorderemo nulla di tutto ciò.
Il punto d'incontro di queste due
tradizioni è che hanno in comune il fatto di voler morire con un
atteggiamento mentale positivo, con la mente virtuosa. Dobbiamo
dunque cercare di applicare entrambi i metodi poiché abbiamo la
fortuna, essendo in Occidente, di vivere in un contesto in cui molte
tradizioni buddhiste si sono incontrate. Per diventare consapevoli
del momento della morte, anche se non siamo coscienti di tutti i
fenomeni di dissoluzione, dobbiamo avere una buona pratica di
consapevolezza. Pertanto, l'attenzione deve essere concentrata sul
mantenimento di un atteggiamento mentale positivo e di una mente
virtuosa e aperta.
Da quando sono in Occidente ho
incontrato molte tradizioni diverse: oltre al Chan/Zen e al
Theravada, che non facevano parte del contesto tibetano, altri
lignaggi come il Kagyu e il Nyingma, di cui non sapevo molto quando
studiavo nel mio monastero, e naturalmente il cristianesimo. Possiamo
attingere a tutte queste belle tradizioni per arricchirci
ulteriormente.
Questo è uno dei vantaggi della
civiltà occidentale, quello di vivere in un contesto multiculturale
e democratico che ci permette di conoscere cose diverse, senza la
mentalità chiusa che ci porta a dire: "Quello
che faccio io è meglio di quello che fanno gli altri".
Questo atteggiamento è sbagliato e mostra l'ignoranza che è
all'origine di tutte le nostre miserie. Distruggere questo
atteggiamento e aprirsi agli altri è uno degli obiettivi della
pratica del Dharma, e quando ci si apre agli altri, si ha la
possibilità di ricevere molto e di favorire la propria crescita
spirituale. Quindi bisogna avere anche una buona capacità di
introspezione e soprattutto consapevolezza perché, senza queste
qualità, si rischia di prendere non solo cose buone ma anche cose
cattive.
La parola ignoranza è un termine
che nel buddhismo potrebbe essere spiegato in molti modi e con
diversi livelli di introspezione, tuttavia qui lo interpretiamo come
piccolezza mentale. Accettare o considerare qualcosa come positivo
solo perché “è mio” è un sintomo di chiusura mentale ed è un
atteggiamento fortemente egocentrico. Secondo una definizione
tibetana questo atteggiamento può essere tradotto come "aggrapparsi
a se stessi". La frase simbolica per definire questo
atteggiamento mentalmente sbagliato dice: "Questo è buono
perché mi appartiene".
Nelle scuole di filosofia per la
definizione di questo concetto si studiano enormi volumi per
descrivere in profondità quello che stiamo dicendo. L'ignoranza può
essere definita come una mente ristretta e come attaccamento a se
stessi, chiarendo così la relazione tra ignoranza ed egocentrismo.
Uno dei primi obiettivi è quello di distruggere questi atteggiamenti
mentali sbagliati che sono fonte e origine di tutte le nostre miserie
e purtroppo è anche vero che molti praticanti buddhisti sono
inconsapevolmente permeati da questa grande ignoranza.
A volte ci sono persone considerate
grandi praticanti perché mostrano una conoscenza erudita del
buddhismo e che però possiedono anche una grande ignoranza a causa
di una mente ristretta. A volte avere una conoscenza esclusivamente
teorica del buddhismo, priva di umiltà e comprensione profonda delle
cose, può essere un motivo di chiusura mentale, ma questa è solo
una mia opinione e può essere sbagliata.
Vivere e morire dovrebbero essere
entrambi parte della nostra esistenza da sperimentare con
consapevolezza. Vivere in consapevolezza e morire in consapevolezza è
il consiglio dato nella tradizione Theravada che, secondo me, è la
tradizione che ci riporta più direttamente all'essenza del messaggio
del Dharma.
Domanda:
Nel corso di una morte accidentale cosa succede a una persona?
Risposta:
È una morte più complicata. Se uno arriva al coma a causa di una
malattia e ci arriva gradualmente, questo processo di dissoluzione
può durare più a lungo. Coloro che muoiono per malattie particolari
che portano gradualmente al momento della morte sono in qualche modo
più fortunati perché questa gradualità permette più tempo per
portare alla mente tutte le loro esperienze e sfruttare al massimo
questa opportunità. È una buona opportunità per riflettere in modo
lento e graduale. Se sei un buon praticante, se muori per un
incidente o per un evento violento di qualsiasi tipo, c'è la
possibilità di riportare alla mente tutta l'esperienza in quel
particolare momento, ma ci deve essere una consapevolezza
straordinaria. Gandhi al momento della morte, dopo che gli avevano
sparato, era in grado di invocare il nome 'Ram', l'equivalente di
Dio. L'attacco mortale non fu un evento che lo disturbò al punto da
sconvolgere la sua calma mentale, riuscì a mantenerla intatta...
grande consapevolezza.
Domanda:
Il modo in cui moriamo influenza la rinascita?
Risposta:
La natura della rinascita sarà decisa dall'impronta che si dà alla
mente innata in quel particolare momento. La morte è un'opportunità
unica e in un certo senso ci esercitiamo per tutta la vita per
prepararci a quel particolare momento. Se in quel momento diamo
l'imprinting con sentimenti di rabbia, questo può causare
reincarnazioni in quello che chiamiamo il Reame Inferiore. È come
una e-mail, puoi scrivere pagine e pagine di messaggi sul tuo
computer, ma se sbagli l'indirizzo del destinatario si perde tutto il
lavoro... il lavoro della nostra vita. È uno dei segreti del
buddhismo.