Saturday, 8 June 2013

Il Sutra del cuore della saggezza




Il Sutra del cuore della saggezza


In Sanskrit: Bhagavati Prajna Paramita Hridaya
Il cuore della Bhagavati, la perfezione della saggezza

Così una volta udii:
Il Bhagavan dimorava a Rajgriha, presso il Picco dell’Avvoltoio, con un gran
numero di Arhat ed un gran numero di Bodhisattva, ed a quel tempo il
Bhagavan era entrato nell’assorbimento meditativo sulla varietà dei fenomeni
chiamato “percezione profonda”. In quello stesso tempo, l’arya Avalokiteshvara,
il Bodhisattva mahasattva, era assorto nella stessa pratica della profonda
perfezione della saggezza e vide che anche i cinque aggregati sono vuoti di
natura intrinseca.

Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile bikshu Shariputra si
rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, e gli disse: “Come
deve addestrarsi un figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri
impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?”.
Quando fu detto questo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva,
rispose al venerabile bikshu Shariputra e disse: “Shariputra, ogni figlio o figlia
del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della
profonda perfezione della saggezza, dovrebbe vedere chiaramente nel seguente
modo: dovrebbero vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti
di natura intrinseca. “La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro
che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni,
le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza.

Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche
peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati;
non sono incompleti e non sono completi.

“Quindi, Shariputra, nella vacuità non c’è forma, né sensazione, né percezioni,
né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né
lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né
oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a
nessun elemento mentale fino ad includere nessun elemento della coscienza
mentale. Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a
nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della
morte. Allo stesso modo, non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non
c’è saggezza, né ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.

“Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e
dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro
menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi
raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che dimorano nei tre
tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insorpassabile, perfetta
illuminazione basandosi su questa profonda perfezione della saggezza.

“Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra della perfezione della saggezza - il
mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra uguale a ciò che
non ha uguale, il mantra che fa tacere tutte le sofferenze - è vero perché non è
ingannevole. Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:

TADYATHA GATÉ GATÉ PARAGATÉ PARASAMGATÉ BODHI SVAHA

Shariputra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero addestrarsi alla profonda
perfezione della saggezza”.

Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento meditativo e lodò l’arya
Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo che era eccellente.

“Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei Bodhisattva, è proprio così;
dovrebbe essere così. Bisogna praticare la profonda perfezione della saggezza
proprio così come hai rivelato. Perciò anche i Tathagata se ne rallegreranno”.

Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile bikshu Shariputra,
l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme all’intera assemblea,
inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura e dei gandharava, tutti
gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva detto.



Note:

Bhagavati: 
(Sanscrit, Tib. Gyal wai yum) Madre dei Buddha, si riferisce alla perfezione
della Saggezza, che è la madre e la causa fondamentale dell’Illuminazione.

Bhagavan:
(Sanscrito, Tib: chom dhen de ) Titolo generalmente attribuito ad un essere
illuminato, letteralmente significa “colui che ha completamente illuminato gli
ostacoli e possiede tutte le qualità”. Sinonimo di “Tathagata” (Sanscrito) e di “de
war sheg pa” (Tibetano) nel senso di “colui che ha raggiunto lo stato di piena
calma e piena illuminazione”. In questo brano ci si riferisce al Buddha
Sakyamuni.

Rajgriha:
(Sanscrito, Tib. gyal poe khab) Luogo nel quale si erge un palazzo reale.

Picco dell’Avvoltoio:
Montagna con la cima a forma di avvoltoio, il posto nel quale viene impartito il
sutra secondo la tradizione. Il Picco dell’Avvoltoio viene identificato
popolarmente con una collina vicino a Rajghir, nello stato indiano del Bihar.

Arhat:
(Sanscrito, Tib. dra chom pa) Che ha raggiunto il nirvana. Detto anche Sarvaka o
Pratyeka Buddha. Nel testo originale tibetano il termine è bikshu, ma si intende
arhat.

Bodhisattva:
(Sanscrito, Tib. jang chub sem pa) Essere che possiede la Bodhicitta.

Assorbimento meditativo:
(Sanscrito, Tib. ting nge zin) Samadhi, una forma di meditazione.

Varietà dei fenomeni:
(Tib., choe kyi nam drang) Le varietà dei fenomeni: i 5 aggregati, le 12 fonti dei
sensi, i 18 elementi, i 12 anelli della catena dell'origine interdipendente, le 4
nobili verità, le 4 fiducie, i dieci poteri di Buddha, ecc...

Percezione profonda:
(Tib. zab mo nhang wa) Vedere la vera e profonda realtà ultima dei fenomeni.

Arya:
(Sanscrito, Tib. Phag pei Gang zag) Un essere superiore che ha raggiunto la
saggezza della diretta realizzazione della vacuità o che ha seguito il sentiero in
uno dei veicoli.

Avalokiteshvara:
(Sanscrito, Tib. chen re zig) Conosciuto come il “Buddha della compassione”.

Bodhisattva mahasattva:
(Sanscrito, Tib. jang chub sem pa sem pa chen po) Bodhisattva di ordine
superiore o Bodhisattva che ha conseguito il sentiero dei Bodhisattva o il sentiero
mahayana della visione.

Bodhisattva mahasattva arya Avalokiteshvara:
(Sanscrito, Tib. jang chub sem pa sema pa chen po phags pa chen re zig) Si
riferisce ad un singolo individuo conosciuto come il Bodhisattva mahasattva
arya Avalokiteshvara, diverso dal “Buddha della compassione”
Avalokiteshvara. Qui infatti viene identificato come un Bodhisattva sotto le
sembianze di un bikshu, Bodhisattva, mahasattva e arya.

La pratica della profonda perfezione della saggezza :
(Tib. she rab kyi pha rol du chin pai zab moi chod pa).

I cinque aggregati:
(Tib. phung po ngha, Skt. skandha) Forme, sensazioni, percezioni, formazioni
mentali e della coscienza.

Vuoti di esistenza intrinseca:
(Tib. ran shin gyi tong pa).

Venerabile bikshu:
(Tib. thse dang dhen pa) Titolo attribuito ad un bikshu dalla mente sveglia ed
intelligente.

Shariputra:
Figlio di Sharit, conosciuto come un bikshu dalla mente acuta fra i discepoli di
Buddha Sakyamuni.

Figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva:
(Tib. rigs kyi bu vam rigs kyi bumo).

Le tre porte della liberazione:
(Tib. nam thar go sum) La porta della vacuità, la porta del senza-segno e la porta
del senza-desiderio.

Le 12 sorgenti dei sensi:
Le sei sorgenti dei sensi e le sei facoltà.

I 18 elementi:
Le sei sorgenti dei sensi, le sei facoltà e le sei coscienze.

I 12 anelli della catena dell'origine interdipendente :
Ignoranza, Azione volontaria, Coscienza, Nome e Forma, Sorgenti dei sensi,
Contatto, Sensazioni, Attaccamento, Brama, Concepimento, Nascita,
Invecchiamento e Morte.

Le 4 Nobili Verità:
La Verità della sofferenza, la Verità delle cause della sofferenza, la Verità della
cessazione e la Verità del sentiero.

I 5 sentieri:
Accumulazione, Preparazione, Visione, Meditazione e Cessazione
dell’Apprendimento.

Nirvana:
(Sanscrito, Tib. Nyang De) Stato al di là della sofferenza.

Mantra:
(Sanscrito, Tib. yid kyob) Che protegge la mente e cuore.

Tathagata:
(Sanscrito) vedi Bhagavan.

Asura:
(Sanscrito, Tib. Lha ma yin) Semidio – un essere di un regno a metà tra gli
uomini e gli dei.

Gandharava:
(Sanscrito, Tib. di zha) esseri informi che si cibano di “odore”

Friday, 1 February 2013

Una nota spontanea da un Lama tibetano a Roma



Master in “Immigrati e rifugiati: formazione, comunicazione e integrazione sociale”
Dipartimento di Sociologia e Comunicazione
Università La Sapienza di Roma
“Workshop sul dialogo tra Oriente e Occidente: l'esempio del Tibet”
19 maggio, 2007 
presso il Centro Congressi “La Sapienza” di Roma

Organizzato dal 
Corso di Laurea Magistrale in “Immigrati e rifugiati” 
dell'Università di Roma “La Sapienza” e dalla Fondazione Maitreya
***

Una nota spontanea da un Lama tibetano a Roma

È per me un piacere partecipare oggi a questo Workshop sul dialogo tra Oriente e Occidente: l'esempio del Tibet”, che si tiene in questa sala dell'Università di Roma ed è organizzato congiuntamente dal programma di master “Immigrati e rifugiati” dell'Università di Roma “La Sapienza” e dalla Fondazione Maitreya. 

Questa è infatti la terza volta che partecipo a incontri tenuti in questa sala; i due precedenti sono stati la “Conferenza internazionale sul Sutra del Loto: “un invito alla lettura” del 15 maggio 1998 e il “Congresso internazionale sulle decisioni di porre fine alla vita: un vero confronto socio-culturale” del 22 settembre 2003.

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sulla mia vita, in particolare su come un monaco
tibetano possa integrarsi nella vita cittadina di Roma. Sono tibetano e sono nato in esilio da
genitori fuggiti dal Tibet in Nepal nel 1959 durante l'invasione del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese. Da allora vivono in Nepal e hanno ancora lo status di rifugiati. Nel 1970 si stabilirono nel campo tibetano di Tashiling a Pokhara, fondato congiuntamente dalla Croce Rossa nepalese e dall'Amministrazione Centrale Tibetana di Sua Santità il Dalai Lama a Dharamsala, in India.

Il popolo tibetano ha vissuto una tragedia drammatica a metà del XX secolo. Mary Craig, autrice
di “Kundun”, una biografia della famiglia del Dalai Lama (il resoconto più documentato sul Tibet
che io abbia mai letto), si è chiesta come abbiano fatto ad affrontare la perdita di tutto e a
diventare rifugiati. Le domande senza una vera possibile risposta sono tante: - Come hanno fatto
persone immerse nell'isolamento di una delle terre più misteriose della terra ad adattarsi alla vita in un paese moderno e frenetico come l'India? - Come sono potuti sopravvivere allo shock
culturale causato dal passaggio dal loro mondo medievale, immutato per secoli, alle disgregate
società postmoderne dell'Occidente? - Sono stati in grado di reinventarsi e trovare un posto in
queste società così diverse? - Come hanno vissuto essi stessi questa dislocazione?

Nessuno sa quale fosse l'effettivo status politico del Tibet a livello internazionale prima del 1959.
Nel suo libro “Kundun”, Mary Craig ci ricorda un discorso sul Tibet pronunciato dal primo
ministro indiano Nehru al parlamento indiano il 27 aprile 1959, in cui egli affermava: «Ora, una
società che esiste da centinaia e centinaia di anni può aver esaurito la sua utilità, ma il fatto è
che sradicarla è un processo terribilmente doloroso. Può essere sradicata lentamente, o anche
cambiata rapidamente, ma con una certa dose di cooperazione. Tuttavia, qualsiasi tipo di
sradicamento forzato deve necessariamente essere doloroso, che la società sia buona o cattiva".

Io trascorsi gran parte della mia infanzia a Pokhara, in Nepal, dove frequentai una scuola tibetana locale gestita dal Dipartimento dell'Istruzione dell'Amministrazione Centrale Tibetana (CTA) con sede a Dharamsala. Conclusi la sesta classe all'età di tredici anni e nello stesso anno (1976) mi recai a Dharamsala, in India, per cercare migliori opportunità di istruzione. Ma per poter concludere un corso di studi completo venni mandato nel monastero tibetano dell'Antica
Università di Gaden a Mundgod, nel sud dell'India. Si tratta di un monastero ricostituito dove
vivono 350 monaci in esilio, rispetto ai 4.000 del monastero originale di Gaden in Tibet.

A quel tempo, le condizioni di vita nel monastero, fondato solo sei anni prima, erano terribili, i
monaci si guadagnavano il minimo vitale coltivando la terra in un clima torrido a cui non erano
assolutamente preparati e il raccolto annuale era appena sufficiente a sfamare malamente i
monaci. All'epoca trovavo la vita nel monastero molto dura, ma ero attratto dall'istruzione che vi
veniva offerta secondo l'approfondito sistema di studi buddhisti superiori adottato dall'Università di Nalanda in India. Dovevo convivere dividendomi tra la difficile condizione di uno stile di vita estremamente ardua e il piacere di studi rarissimi e preziosi. Non potei tornare a casa per i primi tre anni a causa della mancanza di denaro per il lungo viaggio di migliaia di chilometri che separavano Pokhara da Mundgod.

A diciassette anni, già indebolito da una insufficiente alimentazione e con altri problemi allora
non diagnosticati, mi ammalai seriamente per diversi mesi, causando grande preoccupazione ai
miei insegnanti e amici che temevano potessi morire. I miei genitori non vennero informati subito della mia condizione e solo dopo più di due mesi riuscirono a raggiungermi. Non c'erano telefoni, fax o e-mail disponibili. Tuttavia, mi fu insegnato che questo era semplicemente un ostacolo ai miei studi e che la malattia era una sorta di purificazione. Credevo fermamente in questa teoria, e questo mi ha sempre aiutato ad affrontare il dolore.

Nel 1985 completai gli esami tradizionali del decimo anno con ottimi risultati. Nello stesso anno
sono fui nominato supervisore del lavoro di segreteria nel monastero, e dovetti ricoprire questa
posizione ininterrottamente in vari uffici, tra cui Gaden Lachi, Gaden Jangtse, Gajang Gyalrong
Khangstsen e il Comitato di controllo degli esami dell'Università Gelukpa, per sei anni e durante
tutto questo periodo, le condizioni diventarono più favorevoli per i miei studi.

Oltre a svolgere il lavoro d'ufficio, potevo dedicare molto tempo allo studio e completai il corso
di laurea biennale KARAM (B.A.) e il corso di laurea biennale LOPON (Master), con la stesura
definitiva della mia tesi di dottorato, “La porta dell'Abhidharma”, per cui mi fu conferito il
riconoscimento di Lharampa Geshe. Questa tesi è stata recentemente pubblicata in India e
distribuita ai principali centri di studio tibetani.

Nel 1993 completai tutti gli esami richiesti per gli studi classici tibetani a Gaden, dopodiché
intrapresi un corso di formazione magistrale Vajrayana di un anno a Gyumed nel 1994. Alla fine
ero soddisfatto dei risultati ottenuti da questa completa formazione spirituale e da allora mi sento rassicurato, consapevole delle molte risorse possibili che mi permettono di vivere in modo
indipendente e di poter aiutare gli altri.

Nel 1995 ottenni una borsa di studio dal Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma, gestito dai
monaci Benedettini, con invito a studiare filosofia e storia delle religioni. Chiesi consiglio a Sua
Santità il Dalai Lama che mi incoraggiò ad accettare. Arrivai a Roma il 15 settembre 1995, risiedendo al Collegio Sant'Anselmo per un anno accademico e frequentando i corsi al Collegio Beda di Roma. 

Durante il mio soggiorno al Sant'Anselmo, ebbi l'onore di accogliere Sua Santità il Dalai Lama nel mio collegio durante la sua visita di tre giorni a Roma. Agivo come principale intermediario tra i suoi segretari e il personale del collegio e questo incarico fu per me un'esperienza unica e profonda e avere la possibilità di stare vicino a Sua Santità il Dalai Lama è un dono prezioso.

Durante questo periodo incontrai al Sant'Anselmo Lama Lodro, un Lama Kagyupa che insegna
meditazione buddhista al Centro Dharmaling, a Roma. In quell'occasione mi fu presentata Maria
Angela Falà che mi invitò a casa sua per un'intervista sulla mia vita e il mio lavoro a Roma.
L'intervista venne poi pubblicata sulla rivista Occidente Buddhista, numero 9, con il titolo “Fra le
antiche mura”. È un bellissimo articolo su di me e sui miei pensieri, il primo articolo che mi
riguarda in Italia!

Lama Lodro è un insegnante buddhista laico francese che ricevette la sua formazione nella
tradizione tibetana Kagyupa, una scuola di buddhismo tibetano diversa da quella a cui appartengo io. Siamo rimasti sempre ottimi amici spirituali e condividiamo ancora molti approcci e pratiche buddhiste. Maria Angela Falà è specializzata nel buddhismo Theravada e ha ricoperto per molti anni numerose posizioni di responsabilità presso l'UBI, l'EBU e la Fondazione Maitreya. È anche redattrice della rivista Dharma e collabora con molte altre pubblicazioni buddhiste in Italia. Condividiamo anche molte opinioni sullo sviluppo futuro del buddhismo in Italia, compresa la sua integrazione e collaborazione con le religioni e le tradizioni consolidate.

Nel 1996 conobbi un monaco Theravada inglese, Ajahn Chandapalo, abate del monastero di
Santacittarama, tramite Maria Angela Falà durante un evento Vesak organizzato dall'UBI. Siamo
diventati ottimi amici ed è il mio più caro amico monaco buddhista in Italia. Grazie alla nostra
amicizia, ho imparato molto sul buddhismo Theravada.

Qualche mese dopo, partecipai con lui a una riunione presso il Ministero degli Interni a Roma in
qualità di membro del comitato di redazione della “Carta dei Valori della Cittadinanza e
dell'Integrazione”. Durante l'incontro si affrontarono vari argomenti, tra cui il dialogo
interreligioso, i matrimoni misti, i materiali didattici per le scuole italiane, la bioetica, l'aborto,
l'eutanasia e la parità di genere. Questo incontro è stato significativo per sensibilizzare l'opinione
pubblica sul buddhismo in Italia e su come i buddhisti italiani, possano praticare i principi
buddhisti nel rispetto delle proprie radici religiose cristiane e della costituzione del Paese, senza
perdere i valori del proprio background culturale e tradizionale. La versione finale della Carta dei Valori fu poi pubblicata molto più tardi il 23 aprile 2007 dal
Ministro degli Interni.

Nel 1997 mi venne assegnata una borsa di studio per studiare negli Stati Uniti per un anno, ma
non accettai, preferendo consolidare il mio lavoro qui a Roma, possibilità datami dall'ospitalità di una generosa famiglia romana. Nel giro di un anno ero conosciuto e apprezzato in Italia e mi resi anche conto che il clima romano si addiceva molto alla mia salute.

Iniziai a insegnare il Dharma in varie parti d'Italia. Insegnai la lingua tibetana all'IsMEO per un
anno e occasionalmente lavorai nella biblioteca dell'IsMEO, aiutando a catalogare la collezione
Tucci di testi tibetani. Tuttavia, ho poi scelsi di dedicarmi interamente all'insegnamento del
Dharma, per i suoi nobili principi e ideali, che ritengo siano le cose più significative a cui
dedicarsi.

Nel 1999 ottenni una borsa di studio per frequentare un corso di lingua inglese di tre mesi a
Cambridge e fui invitato a trascorrere due mesi come insegnante ospite presso il Chung Hwa
Buddhist Institute di Taipei. Colsi con successo entrambe le opportunità, ma negli anni successivi continuai a frequentare corsi di filosofia e storia della religione occidentale presso l'Università Angelicum, ricevendo un sostegno finanziario da un fondo fiduciario nel Regno Unito.

Nel 2000 mi trasferii alla Fondazione Maitreya come monaco ospite e questo mi permise di
svolgere la mia pratica quotidiana di meditazione nel piccolo santuario della fondazione e
impartendo lezioni di Dharma a molti amici di Roma e anche di altre parti d'Italia, pur
continuando i miei studi e la mia attività di scrittore. Ho ricevuto molti gesti di apprezzamento dai miei amici italiani. Ho anche tenuto corsi e partecipato a conferenze in varie località in Italia, Svizzera e Inghilterra.

Nel 2003 è stato pubblicato il mio primo libro in italiano, “La Via del Nirvana”, e alcuni dei miei
articoli e discorsi sono stati pubblicati in Italia e all'estero.

Vivere come monaco tibetano in un contesto urbano come Roma può non essere facile, ma come
dice il proverbio, “la pratica rende perfetti” e come disse Shantideva: “Tutto può diventare
semplice con l'allenamento”. In tibetano, la parola “Bikshu” (Ge Long in inglese) significa ‘monaco’ e deriva dal termine sanscrito che significa “vivere per il Dharma sostenuto dalle offerte”. Nella terminologia indù, “Sannyasi” implica una vita di rinuncia. Pertanto, un Bikshu è qualcuno che pratica azioni virtuose basate sulla realizzazione del nirvana e sulla rinuncia ai benefici materiali del samsara più mondano. Pertanto, la vita di un monaco si fonda su uno stile di vita abile e sul giusto atteggiamento. Sulla base di ciò, non trovo difficile vivere a Roma, nella consapevolezza di mantenere sempre una motivazione di rinuncia, almeno,
faccio del mio meglio per farlo.

Dopo molti anni vissuti a Roma, ora sento che Roma è la mia casa, non solo per abitudine, ma
anche per il fascino della sua storia antica e la sua incomparabile bellezza artistica. Mi sento
molto a mio agio a vivere in Italia, un paese in cui una buona civilizzazione permette di vivere
nella libertà diritti sociali e diritti democratici nel rispetto dei cittadini e dello Stato.

Il 6 maggio ​di questo anno partecipai a un evento commemorativo per padre Agostino
Antonio Giorgi (1711-1797) a San Mauro Pascoli, in occasione del 210° anniversario della sua
morte. Padre Giorgi scrisse un dizionario tibetano, l'Alphabetum Tibetanum, a Roma. Imparò la
lingua tibetana dai frati cappuccini che erano stati in Tibet. Tra questi missionari cristiani che si
recarono in Tibet vi furono padre Ippolito Desideri e i fratelli cappuccini, che lasciarono un segno nella storia tibetana. Molte delle opere in lingua tibetana di Ippolito Desideri sono state tradotte e pubblicate dall'IsMEO.

Anche il famoso tibetologo italiano Prof. Giuseppe Tucci ha lasciato una vasta collezione di libri
e scritti tibetani sulla storia, la cultura e le arti tibetane. Il professor Tucci invitò due studiosi
tibetani di Dharamsala a Roma per collaborare con lui all'IsMEO e il professor Luciano
Petech produsse molti scritti sulla storia del Tibet e sulle regioni occidentali. Le opere di questi
italiani sono diventate una testimonianza molto significativa della storia, della cultura e della
religione del Tibet. Sto dicendo che le relazioni tra i due paesi si basano da tempo su scambi
culturali, religiosi e letterari. Io iniziai a scrivere un'autobiografia molto tempo fa, ma ora mi
sembra una missione impossibile!

Recentemente, ho pensato di condurre una breve ricerca sulla storia scientifica del Tibet, in
particolare sulla situazione dei tibetani in esilio, poiché è lì che sono nato e cresciuto. Sto anche
pensando di creare un progetto di ricerca sullo sviluppo degli studi tibetani in Italia. Sento che è
mio dovere fare queste cose, dato il tempo e le circostanze in cui mi trovo. Tuttavia, il mio sogno
principale è quello di dedicare la mia vita all'insegnamento del Dharma, scrivendo e studiando per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Credo fermamente che tutte le religioni abbiano lo stesso valore nel servire l'umanità. Tutte
predicano gli stessi principi di amore e verità, nonostante piccole differenze nelle loro norme,
regole e regolamenti. Sogno di unire gli elementi significativi comuni a tutte le religioni per
consentire loro di servire l'umanità nel miglior modo possibile, diventando un'autentica fonte di
pace, tolleranza e armonia.

I messaggi che mi ispirano maggiormente sono derivano essenzialmente dalla filosofia ahimsa
di Gandhi, la Passione di Cristo, la saggezza della Via di Mezzo del Buddha Sakyamuni, e la semplicità di San Francesco d'Assisi. “Meno desideri, meno problemi”: se potessi dare un messaggio agli altri, sarebbe questo.

Geshe Gedun Tharchin,
Roma, 19 maggio 2007

Sunday, 20 January 2013

Il valore spirituale nella vita quotidiana 3° (Il cuore trasforma la mente)







Il valore spirituale nella vita quotidiana 4°
Geshe Gedun Tharchin
Dharma Weekend: 1-2, dicembre 2012



(Il cuore trasforma la mente)

La sintesi di ciò di cui abbiamo parlato sinora è espressa nella preziosa preghiera tibetana; - Gli Otto Versi di Trasformazione della Mente - che ora vi leggo:

OTTO VERSI DELLA TRASFORMAZIONE DELLA MENTE
Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri 
per realizzare il fine supremo
possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando sarò con gli altri, 
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.

Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative, sopraffatti da sofferenze,
avrò sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale.

In breve, direttamente e indirettamente, offro
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsara.

Questi versi esprimono perfettamente il centro della pratica, infatti non si deve mutare l’anima, ma è necessario trasformare la mente che, nella confusione samsarica, non è in grado di farlo da sola, un tale mutamento può avvenire soltanto nell’apertura del cuore, dell’anima, il cervello non ha nessun ruolo in questa essenziale realizzazione spirituale.

“Quando sarò con gli altri, 
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore”

Non si possono amare gli altri con la testa, con la razionalità che pone se stessi sempre al primo posto, il ribaltamento di attitudine è opera del cuore, la saggezza nasce nell’anima che è il nostro centro, il nostro esistere.
L’azione che scaturisce dal cuore è naturalmente amorevole, gentile, saggia, non necessita di giudizio alcuno, di etichette che la qualifichino come buona o cattiva, bella o brutta, è al di là di ogni tentativo di manipolazione, assolutamente impermeabile a qualsiasi contaminazione.
La mente induce inevitabilmente ad uno stato di tensione, di confusione, e questo non è in sé né negativo né positivo, è parte della vita ed è necessaria alla nostra evoluzione poiché, se trasformata nel cuore, ci condurrà nella luce che illumina l’esistenza.
La confusione samsarica in cui siamo inevitabilmente immersi non può essere ignorata, eliminata, è parte della nostra mente, non la si deve combattere, ma trasformarla con la consapevolezza e la compassione che naturalmente ci conducono verso la saggezza.

“Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.”

Dove sorge l’emozione negativa? - Nella mente, nel corpo.
L’emozione in sé è neutra, inevitabile, altrimenti non saremmo umani, ma robot, però è necessario affrontarla ed eliminarla senza indugio quando, consapevolmente, si riconosce il danno che può causare a se stessi e agli altr. 

“Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative, sopraffatti da sofferenze,
avrò sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.”

Interessante questo verso, noi come agiremmo guidati dalla razionalità e dall’istinto? - Prenderemmo un bastone allontanando con disprezzo e condanna questi individui.
Se riflettiamo con il cuore però comprendiamo che la loro errata visione non è imputabile alla persona, è l’espressione di un disagio che noi non sappiamo né possiamo giudicare e di conseguenza condannare, anzi, il contatto con questa realtà è la vera sfida alla propria pratica spirituale, dovremmo davvero ringraziare questi preziosi amici che, gratuitamente, ci offrono simili occasioni di consapevolezza, di crescita, di maturazione umana nell’amore, compassione e saggezza.
“Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.”

Questo è amore autentico, quello insegnato da Gesù, non: “occhio per occhio”, al contrario: “se ti schiaffeggiano porgi l’altra guancia”, certamente non è facile applicarlo pienamente, ma è necessario svilupparne l’attitudine, la passione, il desiderio di assaporarne la gioiosa potenza nei nostri atti.
Questa è la differenza tra il vecchio e il nuovo testamento, nel primo con i dieci comandamenti si stabiliscono confini precisi tra ciò che è bene e ciò che è male, nel messaggio di Gesù invece si va oltre, l’amore abbraccia tutto e questa è la pratica del Dharma, gli errori umani non sono condannati come peccato, indubbiamente è meglio non farli, ma in ogni caso se ne possono trarre insegnamenti e trasformarli positivamente se si ha il coraggio e la forza di accettare la sconfitta e offrire la vittoria.

“Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale.”

Certamente è difficile, però è l’unica via per trasformare la mente che da sola non potrebbe mai accettare un’attitudine tanto irrazionale, questo valore spirituale è frutto esclusivo del cuore, è impossibile meditare con la testa.

“In breve, direttamente e indirettamente, offro
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.”

Questo verso è il centro della pratica, il messaggio fondamentale di amore e compassione autentici, offerti segretamente, senza grancassa, senza pubblicità. Agire in modo palese per dimostrare quanto si è bravi significa nutrire ulteriormente il già ingombrante e pesante ego, invece l’offerta di sé, diretta e indiretta, può essere solo amorevole e segreta, data non per glorificare se stessi, ma per il bene degli altri, tanto da accogliere con gioia il loro dolore. Non si tratta di nascondere la pratica, ma nemmeno di propagandarla, bisogna agire semplicemente, umilmente, silenziosamente, naturalmente con il cuore aperto.
Proprio avendo maturato quest’attitudine compassionevole i Bodhisattva desiderano sprofondare negli inferi invece di godere la pace del paradiso, del nirvāna, il loro cuore gronda sangue nel vedere una sofferenza tanto grande e il loro più grande desiderio, l’unico, è liberare ogni essere da tanto dolore prendendone su di sé il fardello per pesante che sia.
Quando si è realizzata questa qualità nel cuore ci si ritrova spontaneamente nella libertà totale, la propria crescita umana è completa.
La pratica di compassione non è mai paternalistica, supponente, non è la beneficienza comunemente intesa, ma è un rapporto profondo tra uguali, uno scambio amorevole, silenzioso, di autentica relazione umana, è la realizzazione di compassione e saggezza.
Da compassione e saggezza scaturisce la profonda, autentica, inalterabile gioia del cuore, dell’anima, questo è il significato del mantra  “Om Mani Padme Hum”. Mani è il gioiello e Padme il fiore di loto, saggezza e compassione, Om, corpo parola e mente, che sono trasformati in corpo parola e mente puri dall’unione di saggezza e compassione e Hum, l’io diventa l’Essere.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsara.

Da due giorni stiamo parlando della libertà dell’essere che non ha nulla a che vedere con la libertà dell’io. L’io si deve liberare da un’infinità di cose, ma l’essere è libero nella purezza del cuore, nella natura dell’anima che scorre come un fiume che non può essere arrestato.
Liberarsi dal samsāra significa spezzare le catene che legano la mente e il corpo ai ceppi dell’attaccamento, dell’odio, dell’ignoranza, ed è un lavoro ininterrotto, paziente, in quanto sarebbe impossibile e assurdo vivere nel samsāra ignorandone gli aspetti, è necessario dunque assumere consapevolmente questo compito quotidiano, duro ma possibile, a condizione di aprire il proprio cuore, lasciare libero il nostro essere nell’anima.
Le emozioni emergono a livello fisiologico, psicologico, biologico, ma nella meditazione troviamo tutti gli strumenti necessari per svincolarcene, per non lasciarci condizionare dai numerosi mutamenti e ostacoli che avvengono nel corpo e nella mente.
Nella meditazione si accende la luce del cuore, dell’anima, con la consapevolezza, la concentrazione.
Ora meditiamo, lasciamo riposare la testa e tutto diverrà semplice, naturale.

(segue meditazione)

Domanda: Che significa concretamente la parola karma?
Lama: In realtà abbiamo parlato tutto il giorno di karma, si potrebbe tradurre con azione del cuore, nel senso che qualsiasi atto di corpo, parola e mente crea confusione e lascia un’impronta nel cuore, nell’anima, il karma, perciò l’azione migliore sarebbe quella che non produce alcuna impronta, priva di karma, ma ciò è possibile solo se nasce dal cuore in quanto ogni sua espressione è pura in compassione e saggezza. Invece tutto ciò che proviene da corpo parola e mente genera inevitabilmente karma.
Esistono altre spiegazioni canoniche, fondate sulle varie disquisizioni filosofiche cui abbiamo accennato in questi giorni, reincarnazione per i buddhisti, Dio per i cristiani e così via, ma sono tutte errate, fuorvianti, inutili, si fondano su motivazioni ipotetiche, usano un linguaggio sbagliato e servono unicamente per etichettare, dividere, controllare e gestire le coscienze con lo spauracchio di tremendi inferni per coloro che osassero confutare interpretazioni arbitrarie e dogmatiche sancite da un potere gerarchico, mondano, ma certamente non spirituale.
La pratica di Dharma non è mercanteggiabile, è una, spirituale, uguale per tutti gli esseri umani, non separa, non cataloga, non etichetta, è nella purezza dell’equanimità di amore compassione e saggezza che ogni essere custodisce nella propria anima.
Domanda: Hai insistito particolarmente su amore, saggezza, compassione, e sulla centralità del cuore, ma non credi che per la consapevolezza occorra invece una mente illuminata, che si muova con la razionalità che la caratterizza e che è necessaria per sapere ciò che si fa? E, in questo caso, una maggior preparazione culturale rispetto a chi non ha ricevuto gli stessi strumenti di conoscenza ha un peso determinante nella consapevolezza?
Lama: La mente non è mai illuminata, costituisce un valido aiuto certamente, ma solo l’anima può essere illuminata. La consapevolezza a cui ti riferisci è fondata sui molteplici aspetti scientifici, psicologici, sociali, medici ed è di tipo esclusivamente cerebrale. 
La consapevolezza spirituale, che forse sarebbe meglio chiamare coscienza, è invece assolutamente avulsa da tutti condizionamenti, culturali, di istruzione o altro, nasce direttamente dal cuore.
Nel buddhismo si parla sempre di “mente” ma con questo termine si intende il cuore, l’anima, non il cervello. La consapevolezza del cuore è la colonna centrale che sostiene l’essere, la vita quotidiana, i chakra diritti, sani, aperti.
Intervento: Questo fraintendimento nell’uso dei termini credo sia dovuto al fatto che noi occidentali colleghiamo immediatamente il cuore al sentimento, all’emozione e la mente all’intelligenza a cui attribuiamo un ruolo indubbiamente primario, mentre un tibetano con il termine mente intende la persona il cui centro è il cuore. 
Inoltre è bene fare un’ulteriore distinzione, si può però essere molto intelligenti e assolutamente privi di cuore.
Domanda: Hai insistito sulla compassione e l’amore verso gli altri, ma credo che sia anche necessario imparare ad avere altrettanto amore per se stessi trovando il giusto equilibrio tra i due aspetti, questo lo si può ottenere tramite la meditazione?
Lama: Certamente, l’importante è meditare senza aspettative, senza illudersi di ottenere chissà quali qualità, semplicemente meditare, lasciando scorrere tutto, senza afferrare né controllare.
Io porto sempre l’esempio della pianticella che deve germogliare piano piano e che con le cure quotidiane, equilibrate, maturerà forte e sana nei tempi necessari, non la si può tirare a forza, o affogare nell’acqua per farla crescere più in fretta, in questo modo la si farebbe velocemente morire.
Domanda: Quanto è saggia l’anima? e da dove arriva questa sua saggezza?
Lama: Da nulla, la saggezza non ha un luogo particolare, è nello spazio, è un dono dell’universo. Saggezza, compassione, consapevolezza sono raggruppate in un nome - Saddharma - o Dharma che è dono dell’universo.
Domanda: Quindi quando ci colleghiamo con la nostra anima ci colleghiamo con l’universo?
Lama: Certamente, è necessario accogliere questo dono senza porre barricate, clausole vincolanti, senza rigidi obiettivi e precise aspettative.
Un regalo è tale solo se gratuito, non lo si può comprare. Lasciando andare ogni attaccamento nella meditazione si dimora nella pace e tutto diviene molto semplice, naturale prezioso.

Grazie a tutti, questo nostro incontro è concluso, non resta che meditare, semplicemente.