Saturday, 14 March 2020

La pratica dello Dzogchen 2° parte





La pratica dello Dzogchen 2° parte


Geshe Lharampa Gedun Tharchin
Sassari
17,18,19 gennaio 2020

****



Oggi cercheremo insieme il nuovo modo significativo, gioioso, di vivere, di essere, di relazionarci qui e ora, imparando ad elevarci nella libertà ad uno stato che va al di là dei condizionamenti, della sofferenza, delle illusioni del mondo dualistico. Dobbiamo imparare a non farci ingannare da una concezione di tempo che è intrinsecamente inesistente e che invece rincorriamo ininterrottamente sprecando la vita perché non sappiamo mai riconoscere l’essenza e il valore incommensurabile e infinito del presente, di ciò che stiamo vivendo qui e ora.
Se comprendiamo l’essenza reale del tempo comprendiamo il valore della nostra vita, indipendentemente da quella assurda misurazione di cui siamo schiavi e non importa che a noi appaia lunga o corta, ciò che è infinito è il presente, questa è la vera libertà dall’ignoranza che produce sofferenza e la mente umana che riesce a percepire correttamente il tempo, possiede tutta la potenzialità per trasformare la realtà.
Nessuno può decidere a priori ciò che è vero e ciò che non lo è, non esiste una percezione oggettiva della realtà perché questa può essere solo soggettiva. Lo stesso fenomeno è percepito in modo differente da diversi soggetti e questa è la condizione che la filosofia buddhista definisce realtà convenzionale, relativa, e che dipende esclusivamente dalla interiorità personale. Ma proprio avendo coscienza di questa potenzialità infinita della nostra mente siamo in grado di trasformare la realtà convenzionale e di saper osservare e comprendere la realtà assoluta, ultima, la vacuità.
Sono due i modi osservazione della realtà, il primo è la nostra stessa mente che è paragonabile all’occhio che vede, mentre il secondo è riconoscere che tutte le facoltà mentali che scaturiscono da questa mente sono come gli occhiali che, in base alle diverse colorazioni e tipologia delle lenti, riflettono le qualità mentali maturate e che proprio grazie a queste lenti noi possiamo trasformare.
La mente osserva la realtà convenzionale, mentre le qualità mentali sono le potenzialità che ci mettono nella condizione di trasformare quella stessa realtà secondo una visione più chiara che ci permette di distinguere, di scegliere, di non prendere tutto, ma di selezionare e raccogliere solo ciò che ci fa bene neutralizzando tutte le inutili emozioni distruttive, la confusione, che ci fa immergere nell’illusione di una visione distorta.
Ad esempio noi aspiriamo alla compassione, ma sarebbe uno spreco di energia davvero sciocco pensare di poter maturare in un poderoso sforzo di volontà la compassione del Buddha, mentre con i giusti occhiali, con le lenti adeguate alla nostra vista, possiamo realizzare il livello di compassione a noi possibile, tramite la meditazione, la conoscenza della nostra mente.
Solo con la meditazione noi possiamo trasformare la realtà, perché ci liberiamo dai condizionamenti delle emozioni che ci bloccano, e siamo così in grado di osservare nella pace profonda, averne la giusta intuizione, questa è la grande capacità della mente umana che, come ci ha ricordato mirabilmente Buddha Skyamuni e Je Tsongkhapa, è ciò che permette di superare la radice di tutta la sofferenza del mondo, l’ignoranza fondamentale, i fraintendimenti sorti dalla mancanza di consapevolezza, dall’incapacità di vedere oltre l’illusione e di comprendere.
Nella trasformazione della mente otteniamo la corretta visione dei fenomeni, non più osservati isolatamente come entità totalmente autonome, ma riconoscendoli nella loro vera natura di interdipendenza. Non esiste alcun fenomeno nell’universo che possa esistere in modo indipendente, ma ogni elemento è collegato al tutto, è interconnesso, interdipendente, e in questa consapevolezza ci appare con evidenza e chiarezza la non rigidità dei fenomeni e le infinite possibili sfaccettature, questo significa conoscere la propria mente libera dall’ignoranza, è lo Dzogchen, la semplice contemplazione naturale, la grande perfezione. La mente è già perfetta in sé, soltanto è necessario liberarla da tutte le illusioni fuorvianti proposte dall’esterno, da tutte le illusioni di rituali, coreografie fantasiose e bizzarre, promesse di facile e veloce illuminazione acquisita quasi per magia.
La scienza della mente ci mostra che essa è già perfetta in sé, la dobbiamo solo scoprire, conoscere, così da poter trasformare la realtà, questa è l’illuminazione, capire che abbiamo tutte le potenzialità nelle nostre mani.
La perfezione non è qualcosa che può pioverci addosso dall’esterno, qualcosa di oggettivo immobile, no, la perfezione è solo interiore, della mente consapevole che conosce se stessa ed è in continua evoluzione, mai ferma su rigide posizione statiche.
La trasformazione della visione ordinaria in visione straordinaria, superiore, non dipende certamente dall’organo della vista, ma dalle illimitate facoltà della mente che osserva la realtà nella sua vera essenza e non della apparenza immediatamente, ordinariamente e superficialmente percepita.
Per trasformare la realtà che non è mai ferma, ma è in costante cambiamento, evoluzione, dobbiamo maturare una visione intelligente, flessibile, consapevole, frutto della conoscenza della nostra mente primordiale, non inquinata, la mente di Dzogchen, la mente di grande perfezione, non giudicante, ma chiara, luminosa, aperta e su questa visione fondare la nostra esistenza poiché nulla, nemmeno il più infinitesimo organismo cellulare è isolato, fermo, ma tutto è interdipendente, interconnesso in un movimento infinito da cui sorge la stessa vita. Questa è la visione profonda che nella concentrazione penetra l’essenza di ogni realtà, di ogni fenomeno. Quando noi osserviamo un fiume lo vediamo sempre allo stesso modo, ma in realtà l’acqua che scorre non è mai la stessa e ad ogni istante muta costantemente da milioni di anni e questa è la realtà dei fenomeni. Vivere nella visione profonda del sé, nella purezza della mente, è essere nel samādhi e l’unico potente mezzo per addentrarci in essa è la meditazione sul respiro, il ritmo che scandisce la vita stessa.
La nostra mente è pura da tempo senza inizio e noi dobbiamo solo saper riconoscere la sua grande perfezione che nei bambini avviene in modo naturale, poi man mano cresciamo e accumuliamo conoscenze ed esperienze noi la inquiniamo con false protezioni rimanendo così sempre più soffocati sotto strati e strati di coperte pesanti che impediscono ogni vera visione pura.
Un secondo aspetto della mente primordiale è la capacità di realizzare i propri obiettivi, il percorso della vita, in modo spontaneo, il che non significa soddisfare qualsiasi desiderio passi per la testa, ma soltanto quelli proficui alla propria crescita umana.
Una terza caratteristica è la naturale gentilezza, l’amore, la compassione che la mente pura riflette come specchio offrendo nella riflessione la giusta risposta ad ogni domanda che la vita propone, il vero percorso da affrontare nel preciso momento in cui si presenta. Scoprire la perfezione in ogni cosa realizzando così la perfezione nell’imperfezione del mondo, in totale armonia.
Questo è il più grande dono dell’umanità, la grande perfezione della mente pura primordiale che viene denominata in vari modi, a seconda delle diverse scuole del buddismo tibetano, è detta Dzogchen, Mahāmudrā, Rigpa e altro ancora, tutte terminologie che definiscono la stessa unica realtà e il nostro lavoro dunque deve essere sopratutto indirizzato allo sviluppo della conoscenza autentica della nostra mente.
Lo Dzogchen in generale si basa sull’Atiyoga che è l’ultimo dei nove yoga, o yāna o sentieri e indica il veicolo supremo, più diretto, però ciò non significa che sia superiore ad altri, l’obiettivo è uno solo, il punto di arrivo che però si può raggiungere su strade e con mezzi diversi, l’importante è sapere qual è il veicolo a noi più confacente in base a come siamo, all’attitudine profonda, alla nostra capacità, personalità, maturazione, preparazione, dobbiamo scegliere il mezzo più idoneo che può essere la bicicletta, l’auto, il treno regionale per assaporare il paesaggio o quello ad alta velocità e infine il mezzo ancor più rapido, l’aereo. Non esiste un veicolo migliore dell’altro, tutti si equivalgono in quanto abili a raggiungere la stessa meta, ciò che conta è conoscere se stessi e scegliere quello a noi più consono e adeguato.
I nove veicoli sono suddivisi il tre categorie, la prima è relativa alla pratica comune ed è adatta a tutti i praticanti e in questa il primo sentiero è quello del gruppo degli Śravakayāna, gli Uditori, cioè di coloro che insieme si accostano alla pratica e necessitano di un maestro, di una guida da ascoltare, da seguire; il secondo passaggio è quello della meditazione concentrata sul singolo punto per approfondire la ricerca della visione profonda dei cinque aggregati del sé: «forma, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza», che sono importantissimi perché includono tutti i fenomeni. Il terzo sentiero è la meditazione sulle quattro nobili verità, il primo e fondamentale insegnamento del Buddha trasmesso oralmente e direttamente e l’unico di cui siamo sicuri perché mai soggetto a differenti interpretazioni nelle varie scuole sorte successivamente sia in Tibet che negli altri paesi in cui si è diffuso il buddismo, questo insegnamento è rimasto immutato per tutti.
La prima nobile verità, della sofferenza, è una realtà onnipresente, da mattina a sera non manca mai, ed è dunque necessario averne coscienza, osservarla e conoscerla, senza sprecare energie in sciocchi e inutili tentativi di combatterla, di respingerla, perché questo è impossibile e ne aumenta il peso. È necessario avere consapevolezza che tutto, anche ogni godimento, è intriso di sofferenza, noi infatti gustiamo con gratitudine un buon cibo perché siamo ben consapevoli della sofferenza della fame, della sete. La prima importante meditazione che dobbiamo fare è sulla sofferenza, dukkha in sanscrito, che non può essere evitata rinnegata come se non esistesse perché è sempre presente in ogni fenomeno e quindi dobbiamo essere capaci di accoglierla, osservarla, conoscerla, comprendere la sua realtà ultima.
Qual è la realtà ultima della sofferenza? e perché è indispensabile conoscerla? La verità della sofferenza non è il dolore in sé, ma la sua realtà ultima è lo stato di non-sofferenza che possiamo scoprire solo meditando sulla sofferenza, una condizione per noi concretamente reale. Non serve infatti meditare su entità astratte o lontane che in realtà non conosciamo davvero, è inutile meditare sul Buddha o su Dio, mentre il dolore è in noi, lo dobbiamo conoscere, questa è la meditazione davvero efficace. La conoscenza profonda della sofferenza è il vero rimedio.
La seconda nobile verità, meno immediatamente riconoscibile, è quella delle cause della sofferenza. La dottrina individua una prima origine nel karma, un argomento che già di per sé richiederebbe analisi infinita, un secondo motivo è costituito dai cosiddetti assistenti del karma, i difetti mentali, l’oscurazione determinata dalla pigrizia che scaturisce direttamente dall’ignoranza. Noi soffriamo realmente soltanto se gestiamo male la sofferenza, perché altrimenti la sofferenza stessa può divenire risorsa. Se conosciamo le condizioni che ogni giorno la vita ci presenta, i problemi da affrontare, uno dopo l’altro, con ordine, calma, intelligenza, non soffriamo in modo caotico e confuso il dolore, ma conoscendo la sua causa possediamo le giuste indispensabili premesse per trasformarlo realmente in risorsa e per fare questo è fondamentale superare l’ignoranza e non crogiolarsi nella consueta pigrizia mentale, è infatti facile e allettante affidarsi a un maestro, ad un insegnamento esterno senza mai analizzare realmente la veridicità di quanto detto e sognare, standosene comodamente nel nostro soffice divano, il nirvāna ottenuto magicamente grazie alla benedizione di chissà quale grande guru o tramite complessi quanto incomprensibili rituali che si vogliono credere in nome di una fede sonnacchiosa senza nemmeno tentare di capire se hanno davvero senso o no, ma i difetti mentali possono e devono essere superati soltanto tramite la volontà di conoscere la sofferenza di cui essi stessi sono intrisi.
La terza nobile verità è la verità della cessazione della sofferenza già insita nella potenzialità della sofferenza stessa, che può superare se stessa unicamente nella conoscenza della sofferenza e delle sue cause e nella realizzazione della sua realtà ultima.
La quarta nobile verità è la verità del sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza, e cos’è questo sentiero? è la sofferenza stessa da cui è impossibile fuggire, è inutile e deleterio negarla, la si deve invece guardare in faccia senza paura, viverla, meditarla e conoscerla. Questo è il sentiero che parte dalla sofferenza e porta alla verità della sofferenza.
Noi viviamo nel samsāra e dunque non esiste nulla che non sia impregnato di sofferenza, dukkha, che possiede in sé la causa della sofferenza, la sua cessazione e il sentiero che porta alla sua stessa cessazione.
Questa è la pratica adatta a tutti, principianti e meditatori avanzati ed è certamente la più indicata e sufficiente per gli uditori, è assolutamente completa in sé ed è la base necessaria per raggiungere qualsiasi livello di profondità fino al nirvāna, lo stato di cessazione della sofferenza.
Altra pratica molto importante è la semplicità, nella via di mezzo, evitando gli estremi, mai troppa abbondanza e nemmeno stato di miseria, ma una vita armoniosa con il necessario. Alla fine, meditando con concentrazione. diminuiscono i difetti mentali, e nella conoscenza delle quattro nobili verità si giunge al nirvāna, lo stato di cessazione della sofferenza e questo è il primo dei nove veicoli, la pratica adatta, perfetta per tutti noi. Il nirvāna è lo stato di illuminazione che produce felicità cioè la cassazione della sofferenza nella sua natura ultima.
Abbiamo analizzato il primo veicolo, quello degli uditori, che necessitano di una guida e di un gruppo e la cui pratica principale è quella delle quattro nobili verità praticando il percorso dei dodici anelli per giungere al nirvāna che non è altro che la verità ultima della sofferenza, la sua cessazione.
Ora possiamo avanzare di un gradino ed entrare nel secondo veicolo, quello dei praticanti solitari, Pratyekabuddhayāna, più forti, intelligenti e autonomi e che non hanno bisogno di nessuna guida, ma ascoltano il maestro interiore. Questi praticanti approfondiscono la meditazione sulla vacuità del sé. Ogni problema nasce dalla ingannevole presenza di questo onnipresente io, tutto vi ruota intorno, tutto è io e mio impedendo in questo modo ogni possibilità di procedere verso l’illuminazione. Conoscere l’io significa maturare con saggezza la conoscenza della vacuità sé. Il lavoro di ricerca dell’io è fondamentale perché più lo si rincorrere e più ci si accorge che è introvabile, che non esiste da nessuna parte, è solo una prepotente ingannevole fantasia.
Noi siamo inevitabilmente soggetti a tutti condizionamenti del samsāra, ma questo non deve assolutamente essere considerato un fatto negativo, è la nostra stessa esistenza. Samsāra e nirvāna non sono due entità distinte, ma aspetti della stessa realtà così come vita e morte, il nirvāna è già qui nel samsāra e dipende solo da noi, dal lavoro interiore, dalle scelte, dalla consapevolezza, la nostra capacità di riconoscere questa realtà accoglierla gioiosamente nella sua interezza. Nessuno ci salverà magicamente dall’esterno, nemmeno il Buddha o il più grande miracolo, soltanto noi possediamo già tutte le potenzialità per realizzare samsāra e nirvāna dalla nascita alla morte, non serve null’altro e dunque l’insegnamento necessario è il silenzio. Per conoscere il sé che vive pienamente samsāra e nirvāna ci si deve semplicemente allontanare da ogni distrazione, da tutto, e raccogliersi nella meditazione silenziosa.
Il terzo veicolo è quello dei Bodhisattvayana, l’attitudine mentale che va oltre la naturale e necessaria compassione e amore che tutti i praticanti devono porre al primo posto, è il desiderio illimitato di offrire completamente agli altri se stessi, la propria vita, senza trattenere nulla, prendendo su di se il dolore del mondo e offrendo in cambio a tutti la propria gioia, il proprio benessere. Abbiamo esempi evidenti di Bodhisattva, Gesù, Buddha, Gandhi è moltissimi altri in ogni ambito non solo religioso, anche sociale, umano e nelle stesse famiglie ci sono mamme autentiche Bodhisattva. I Bodhisattva dedicano completamente la vita e se stessi per portare tutti gli esseri senzienti nello stato di illuminazione e sono consapevoli che per poter raggiungere questo obiettivo devono prima di tutto realizzare loro stessi l’illuminazione.
È un lavoro immenso, ma ciò che conta è l’attitudine mentale, la volontà e la concentrazione poste in ogni atto compiuto a questo scopo. La loro meditazione comprende quelle già viste nei primi due livelli, le quattro nobili verità e la ricerca del sé così da dimostrare inequivocabilmente la prova della sua non esistenza e, infine lo sviluppo della Grande Compassione.
Per comprendere meglio quanto detto finora leggiamo insieme l’importantissimo insegnamento tibetano dato dall’erudito monaco Lobsang Tsong Khapa a Tsa Kho Vonpo Ngawang Drakpa:
I tre Aspetti Principali del Sentiero

Spiegherò, come meglio posso,
il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha,
il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva,
la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione.

Coloro che non sono attaccati ai piaceri dell’esistenza mondana,
coloro che si sforzano per rendere utili le circostanze favorevoli e la fortuna,
coloro che propendono per il sentiero che compiace Buddha ,
questi fortunati dovrebbero ascoltare con mente attenta.

Senza una rinuncia completamente pura,
non vi è modo di frenare l’ardente ricerca di piaceri nell’oceano dell’esistenza.
Inoltre, l’attaccamento all’esistenza ciclica imprigiona completamente gli esseri incarnati.
Quindi, sin dall’inizio, bisognerebbe cercare di realizzare la rinuncia.

Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga,
familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita.
Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future.

Se, avendo meditato in tal modo, non nasce nessun desiderio
per i piaceri dell’esistenza ciclica,
e se costantemente, giorno e notte, sorge un’aspirazione alla liberazione,
allora la rinuncia è stata generata.

Tuttavia, se questa rinuncia non viene unita alla generazione
di una completa aspirazione alla più alta illuminazione,
non diverrà causa della meravigliosa beatitudine dell’insuperabile Bodhi.
Perciò il saggio dovrebbe generare il supremo Bodhicitta.

Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi,
sono legati con le strette catene del karma, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato.

Se non possiedi la saggezza che comprende la vera natura delle cose,
sebbene tu abbia sviluppato la rinuncia e il Bodhicitta,
la radice del samsara non può essere estirpata.
Quindi, impegnati intensamente per realizzare l’origine interdipendente.

Colui che vede come inevitabile la realtà di causa ed effetto di tutti i fenomeni
nel samsara e nel nirvana,
distrugge totalmente ogni percezione errata
ed è entrato nel sentiero che compiace i Buddha.

Fin quando le due realizzazioni, quella delle apparenze,
ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente
e quella della Vacuità, ovvero la non-asserzione,
vengono considerate separate, non vi è ancora la realizzazione
del pensiero di Buddha Shakyamuni.

Quando le due realizzazioni esistono simultaneamente, senza alternarsi,
e la semplice percezione dell’inevitabilità dell’origine interdipendente eliminerà
la concezione di un’esistenza intrinseca,
allora l’analisi della visione è completa.

Inoltre, l’estremo dell’esistenza è eliminato dall’apparenza,
e l’estremo della non-esistenza è eliminato dalla Vacuità.
Se comprenderai che la Vacuità appare come causa ed effetto,
non sarai preda delle visioni estremiste.

Quando avrai realizzato correttamente
i punti essenziali dei tre aspetti principali del sentiero,
dimora in solitudine e genera il potere della perseveranza entusiastica.
Raggiungi presto la tua meta finale, figlio mio.

***
I tre aspetti principali del sentiero sono sostanzialmente riassumibili in Rinuncia, Bodhicitta e Saggezza che realizza la realtà ultima. Bisogna chiarire che con il termine rinuncia qui non si intende quella comunemente intesa, cioè l’abbandono, la privazione di qualcosa a cui teniamo, al contrario, è rinuncia alla sofferenza, superare il samsāra e progredire accedendo a un’attitudine mentale superiore. Noi viviamo nel samsāra, non possiamo rinnegare questa condizione, è questa stessa vita, ma possiamo trasformarla, andare oltre, proiettarci nel nirvāna, samsāra e nirvāna hanno lo stesso sapore, sono inscindibilmente legate, non si può avere l’una senza l’altra.
Abbiamo dunque visto i primi tre veicoli e noi possiamo praticarli tutti o anche uno solo di essi, non fa alcuna differenza, soltanto noi conosciamo il nostro livello interiore, la capacità di assimilare e percorrere un sentiero piuttosto che un altro e questi primi tre livelli, ricordiamo, sono quello degli, Uditori con l’approfondimento delle quattro nobili verità nell’ottuplice sentiero, dei Praticanti solitari nella meditazione sulla vacuità del sé e dei Bodhisattva con l’attitudine alla grande compassione che si realizza nella pratica delle sei pāramitā, o perfezioni: «Generosità, Etica o moralità, Pazienza, Perseveranza entusiastica, Concentrazione, Saggezza» e tra queste la virtù più difficile da praticare probabilmente è la pazienza, che deve essere applicata sempre e in tutto. Lo scopo ultimo del Bodhisattva è raggiungere l’illuminazione completa nella realizzazione della saggezza ultima con la Bodhicitta che desidera portare tutti gli esseri all’illuminazione. I veicoli nel Sūtra sono la base, le indicazioni di vita.
Sono rimasti ancora altri sei veicoli, i primi tre appartengono alla categoria dei Tantra esteriori e gli ultimi tre a quella dei Tantra interiori o Anutarayoga Tantra.
Nel mantra yana sono applicate le regole che riguardano più aspetti e i primi pratiche, la più importante per noi, è quelli esteriori. Il kiryātantra riferita particolarmente alla cura del corpo, della propria salute, dell’alimentazione, dell’ambiente, e tutto è strettamente interconnesso con il nostro fondamentale compito di sviluppare la nostra natura divina.
Il secondo veicolo è il Caryātantra che si sviluppa in perfetto equilibrio in una pratica interiore ed esteriore, per cui qualsiasi consueta azione quotidiana è svolta contemporaneamente nella meditazione. Seguono poi varie pratiche con devozioni a specifiche divinità, ma che qui non analizziamo perché per noi non così importanti, per giungere infine al terzo livello dello Yogatantra in cui si enfatizza maggiormente la pratica interiore, senza comunque mai abbandonare la pratica esteriore.
Le pratiche del Tantra interiori, Mayayoga, Anuyoga e Atiyoga sono il percorso della felicità nell’unione ultima dello stato di non-dualismo assoluto.
In questi giorni insieme abbiamo affrontato argomenti molto importanti. Siamo alla ricerca della verità, la verità del sé, la verità dell’io, la verità della mancanza del sé e la verità della mancanza dell’io. E questa la meditazione e felicita'.

Grazie.....




Saturday, 22 February 2020

བོད་ལྕགས་བྱི་ ༢༡༤༧ ལོ་གསར་ལ་བཀྲིས་བདེ་ལེགས་ཞུ། Happy Tibetan New Year of Mouse-Iron 2147, Felice Anno Tibetano del Topo-Metallo 2147 


བོད་ལྕགས་བྱི་ ༢༡༤༧ ལོ་གསར་ལ་བཀྲིས་བདེ་ལེགས་ཞུ། 
Happy Tibetan New Year of Mouse-Iron 2147
Felice Anno Tibetano del Topo-Metallo 2147 




ཚེ་རིང་ནད་མེད་ཚེ་བསོད་རྒྱས་པ་དང་།  མཐའ་དམག་དུས་འཁྲུག་ཞི་ནས། རྒྱལ་ཁམས་བདེ་ཞིང་སྐྱིད་པའི་སྨོན་འདུན་བཅས། དགའ་བྱང་ལྷ་རམས་པ་དགེ་བཤེས་དགེ་འདུན་མཐར་ཕྱིན་ནས།

Monday, 10 February 2020

IL NOBILE OTTUPLICE SENTIERO DEL DHARMA





IL NOBILE OTTUPLICE SENTIERO DEL DHARMA


GESHE LHARAMPA GEDUN THARCHIN
27 OTTOBRE 2019 
CENTRO KIMANI 
BASSANO DEL GRAPPA 
VENETO
*****

Oggi è una giornata particolare perché è la ricorrenza di “Diwali” la festa della Luce che in India è tanto importante quanto in occidente lo è il Natale, e si celebra ogni anno negli ultimi giorni di ottobre per concludersi a novembre secondo il calendario lunare in cui l’energia fisica e spirituale coincide con il movimento cosmico costituito dalle fasi che iniziano con la luna nuova, poi crescente, piena, e infine calante. Questo periodo è considerato particolarmente potente in quanto genera un considerevole rafforzamento di tutte le energie personali, fisiche, psicologiche, spirituali che si integrano con quelle dell’ambiente circostante, in pratica il cosmo interiore si armonizza pienamente con il cosmo esteriore.
In tutte le religioni orientali queste fasi lunari di novembre sono considerate particolarmente proficue alla pratica spirituale e favoriscono la trasformazione interiore potenziando gli effetti di qualsiasi azione virtuosa. Diwali significa lampada, luce interiore che purifica l’anima, il cosmo, l’illuminazione. Luce è la prima parola che è stata usata per definire Dio.
E la fiamma della lampada può ardere e illuminare solo grazie alla presenza dell’aria, e questo ci mostra come il primo elemento da vivere in modo consapevole sia proprio il respiro, il fondamentale soffio vitale. Il respiro è la base su cui fondare tutto, la stessa esistenza e dunque per crescere umanamente non si può respirare in modo inconsapevole, ma è essenziale meditare concentrandosi sul movimento di inspirazione ed espirazione, poiché senza aria la fiamma della lampada non può ardere e, altrettanto, se il vento è eccessivo la fiamma viene spenta bruscamente, il giusto, cosciente equilibrio nell’armonia è base essenziale su cui tutto si fonda armoniosamente.
Ma cos’è questa lampada che dà luce, calore e senso alla vita umana? È la compassione, l’amore. Senza amore e compassione il nostro cuore si indurisce come pietra inerte nell’aridità oscura, nella tristezza, nella rigidità sterile. Allora per accendere e alimentare la fiamma di questa lampada dobbiamo lasciarci sprofondare nel ritmo del respiro, che dilata il cuore, apre ogni cellula del corpo, ci rende amorevoli, consapevolmente fraterni, naturalmente compassionevoli.
Il seme di amore e compassione è innato nel cuore umano, non è necessario faticare per trovarlo, né acquistarlo a caro prezzo, è totalmente gratuito, già presente, lo dobbiamo solo far germogliare, coltivare con attenzione e cura, dolcemente, gustando la grande bellezza di questa luce, l’essenza della mente, la natura di Buddha.
Dalla lampada di amore e compassione sprigiona la fiamma della saggezza. In genere pensiamo che saggezza, intelligenza, conoscenza, capacità siano unicamente il risultato di un duro e faticoso percorso di ricerca, di studio e, anche se certamente questo impegno è necessario all’approfondimento di queste qualità, esse sono già insite in noi e scaturiscono spontaneamente dalla nostra compassione.
In genere il nostro unico obiettivo, quasi un chiodo fissato ossessivamente nella bramosia dell’ego, è raggiungere l’illuminazione al più presto possibile, senza particolare impegno possibilmente, ma per miracolosa trasmissione e così costruiamo castelli fantasiosi, inventiamo rituali e magie di ogni tipo senza ovviamente ottenere alcun risultato e, al contrario incrementando ostacoli e confusione. Invece l’illuminazione è la realtà più semplice, pulita, sgombra da qualsiasi costruzione esteriore, è naturalmente la vera essenza del cuore umano.
L’illuminazione è la pura semplicità, il valore umano in cui siamo finalmente liberati da quell’ego che è il fautore di tutti i conflitti, paure, inganni che ci incatenano nella sofferenza. L’ego è lo schiavista che ci soggioga alla percezione di un “io” che in realtà non esiste in quanto è l’illusione che sorge dall’inconsapevolezza del sé.
Per raggiungere lo stato di illuminazione è necessario liberarsi dall’ego illusorio e lo si può fare soltanto tramite l’armonia di amore, saggezza, compassione, siamo così naturalmente liberi nello spazio infinito in cui ci possiamo muovere senza più le catene dei condizionamenti dell’ingombrante, ingannevole ego.
Questo è il significato della festività di Diwali, una giornata di meditazione nella luce interiore, poiché la meditazione è lo strumento di base per realizzare saggezza e compassione, e dunque ora insieme ne sperimentiamo subito la potenza ad iniziare dalla consapevolezza del respiro in ogni movimento di inspirazione ed espirazione. Da questa concentrazione consapevole sul respiro sorgono naturalmente compassione e amore da cui scaturisce la saggezza e dalla saggezza emerge il riconoscimento della propria natura purificata, spoglia e splendente particella nell’universo. Sperimentiamo dunque consapevolmente questa semplicità pronti ad immergerci spontaneamente, senza alcuno sforzo, nella meditazione.
(segue meditazione)
Il respiro nella consapevolezza dà risultati ben diversi dal respiro inconsapevole, nella consapevolezza troviamo l’armonia di una mente che, non più chiusa nella consueta rigidità, diventa pacifica, aperta, elastica, stabilmente saggia. La saggezza è la conoscenza della verità ultima, la conoscenza dell’autentico sé e per questo è imprescindibile il nutrimento della sorgente di amore, compassione, saggezza.
Nel buddhismo il lavoro principale consiste nella conquista di se stessi, la capacità di osservarci come realmente siamo, senza le pesanti illusioni in cui costantemente ci crogioliamo, invece nella consapevolezza di sé sviluppiamo gioiosamente e spontaneamente il desiderio di compassione, armonia, allontanandoci sempre più dagli ordinari ostacoli di rabbia, odio, avidità, rancori.
L’incoscienza del respiro ci fa vivere in un limbo confusionale è la causa principale del non controllo di noi stessi, se cominciamo invece ad essere consapevoli del respiro impariamo poco alla volta a vedere la realtà senza più questi miraggi ingannevoli, siamo sempre più lucidi e coscienti di ciò che in realtà siamo.
Armonia non significa essere sempre serafici e contenti, si può altrettanto vivere ogni emozione dolorosa poiché anche la rabbia, l’attaccamento e altro possono essere importanti in quanto possiedono potenzialità positive, però è necessario imparare ad averne conoscenza nella visione non dualistica in quanto la verità non ha mai un unico polo, ma si realizza nell’equilibrio di entrambi i poli opposti, ecco perché l’armonia umana, la vera saggezza può essere realizzata solo nella via di mezzo o Mādhyamika, la filosofia spiegata dettagliatamente dal grande maestro indiano Nāgārjuna.
La via di mezzo deve essere applicata sempre, in qualsiasi circostanza, è il contesto in cui si costruisce la giusta misura, l’equilibrio della saggezza che conosce la verità convenzionale, una conoscenza che può avvenire solo nella consapevolezza di ogni azione, pensiero, parola, interiore e dell’ambiente esteriore. Nella via di mezzo si cammina in quell’unico percorso che può portare alla conoscenza della verità ultima.
Abbiamo già affrontato un argomento particolarmente intenso analizzando i vari passaggi per giungere alla retta visione della saggezza. Tutto ciò si realizza secondo i fondamentali insegnamenti del Buddha, le Quattro Nobili Verità e l’Ottuplice Sentiero.
Il primo insegnamento dato dal Buddha a Benares dopo aver raggiunto l’illuminazione e è imperniato sulla realtà comune a tutti gli esseri,quella della sofferenza ed è articolato nell’analisi di quattro passaggi, le “Quattro nobili Verità”.
La prima nobile verità, facilmente comprensibile, è la -Verità della Sofferenza- è così presentata dal Buddha: “Ecco, o monaci, la nobile verità sulla sofferenza: la nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la morte è sofferenza, essere unito a ciò che non si ama è sofferenza, essere separato da ciò che si ama è sofferenza, non ottenere ciò che si desidera è sofferenza. Riassumendo i cinque aggregati dell’attaccamento sono sofferenza.” e questa sofferenza si articola a sua volta in tre livelli, il primo livello, più semplice, è la sofferenza della sofferenza, facilmente individuabile in un preciso dolore: mal di testa, di denti, una malattia, è la constatazione di un’imprescindibile realtà umana, il secondo livello riguarda invece la sofferenza del cambiamento è un po’ più profondo e sottile e riguarda tutto ciò a cui noi ci afferriamo come se fosse permanentemente positivo, mentre in realtà è quanto mai effimero e impermanente, ad esempio riguarda tutto ciò che a prima vista può anche apparire appagante, gratificante, desiderabile come mangiare smodatamente cibi gustosi, fumare, bere alcool, assumere droghe per chissà quali viaggi psichedelici, ma le cui conseguenze si presentano immediatamente come intensa sofferenza. Infine il terzo livello, molto sottile, è la sofferenza del condizionamento o sofferenza pervasiva, onnipresente, è quell’insoddisfazione, senso di vuoto, sempre presente anche nei momenti di grande momentanea felicità. La prima nobile verità della sofferenza è sia convenzionale, quella che sperimentiamo nel quotidiano, che ultima.
La seconda nobile verità è -La verità sull’origine della Sofferenza- è così presentata dal Buddha: “Ecco, o monaci, la nobile verità sull’origine della sofferenza. È questa sete che produce la rinascita, il ri-divenire, che legata a un’avidità passionale che trova nuovo piacere qui e là, ossia sete di piaceri dei sensi, quella dell’esistenza e del divenire e quella della non-esistenza”. Nell’indagine sulla causa dell’insorgere della sofferenza si riscontrano essenzialmente due fattori determinanti, il primo è il karma e il secondo l’ignoranza fondamentale che ingenera continuamente le illusioni che confondono la mente e impediscono ogni conoscenza della verità a causa di attaccamento, avversione, bramosia, odio.
Il karma, già riconosciuto dalle antichissime religioni pre-esistenti al buddhismo, è il risultato diretto delle nostre azioni fisiche, verbali e mentali e può essere negativo, positivo o neutro, quest’ultimo è relativo alle azioni che compiamo incoscientemente, senza alcuna volontà. La consapevolezza di ogni azione, fisica verbale e mentale è essenziale la senso stesso dell’esistenza altrimenti ci sono solo sprechi inutili o dannosi e a tale proposito io racconto sempre la storia di un antico Geshe Kadampa, persona analfabeta, molto semplice, e grande meditatore. Ogni giorno lui raccoglieva una quantità di pietre bianche e una di pietre nere e, giunto a sera, si soffermava ad analizzare tutte le intenzioni che avevano motivato le sue azioni in quella giornata e per ogni azione negativa metteva una pietra nera mentre per quella positiva una bianca. All’inizio la montagnola di pietre nere era di gran lunga più alta di quella di pietre bianche, ma poi man mano che la sua consapevolezza si affinava la montagna di pietre bianche aumentava e diminuiva quella di pietre nere. Questa è la pratica del karma, imparare ad osservare e valutare le proprie intenzioni così da modificare i propri pensieri, liberando la mente da quelli inutili e negativi, inevitabile causa di sofferenza.
Il Buddha, avendo così riconosciuto la seconda nobile verità dell’origine della sofferenza ha proseguito nell’approfondimento per conoscere come poter eliminare queste cause ed è giunto così alla realizzazione della terza nobile verità, -La verità della Cessazione della Sofferenza- “Ecco, o monaci, la nobile verità sulla cessazione della sofferenza. È la cessazione completa di questa sete, abbandonarla, rinunciare ad essa, liberarsene, staccarsene” Dall’eliminazione delle cause che producono sofferenza sorge automaticamente la quarta nobile verità, -La Verità del Sentiero che porta alla cessazione della causa della sofferenza- ed è così insegnato dal Buddha: “Ecco, o monaci, la nobile verità sulla via che conduce alla cessazione della sofferenza. È il Nobile Ottuplice Sentiero, ossia la retta visione, il retto pensare, la retta parola, la retta azione, il retto mezzo di sussistenza, il retto sforzo, la retta attenzione o consapevolezza, il retto raccoglimento o concentrazione.”
L’Ottuplice Sentiero, si sviluppa fondamentalmente nei tre addestramenti fondamentali di moralità, concentrazione e saggezza. I primi due passi di questo sentiero, Retta Visione e Retto Pensiero appartengono alla pratica della saggezza, il terzo quarto e quinto, la Retta Parola, la Retta Azione e il Retto modo di Sussistenza sono invece parte della pratica della moralità e tutti gli otto passi appartengono alla pratica della concentrazione o conoscenza superiore e devono essere attuati in piena consapevolezza.
La Retta Visione è la visione della saggezza che ci mostra la realtà completa, ripulita da tutte le illusioni e dagli inganni che ci impediscono qualsiasi conoscenza presentandoci solo una piccolissima e distorta parte della realtà, cioè esclusivamente quella che passa attraverso i nostri sensi ordinari. Ad esempio noi spesso ci entusiasmiamo all’idea della compassione, ci sentiamo appagati del provare sentimenti altruistici, facciamo volontariato e siamo contenti di essere compassionevoli verso gli altri, percepiamo tutta la gratificazione di essere buoni e ci crogioliamo nella certezza di aver prodotto karma positivo, ma la realtà è ben diversa, questo indica semplicemente che abbiamo attaccamento verso la compassione, siamo compiaciuti di noi stessi e nutrito ulteriormente in modo abnorme il nostro ego, perché siamo capaci di vedere solo una parte di questa situazione, ma non la sua realtà completa, non ne abbiamo ancora la retta visione. Nella retta visione invece, l’ego non ha nessuna ricompensa, ma il sé autentico è in grado di andare oltre la visione della realtà convenzionale e può osservare la verità ultima, senza più dualismi.
Il secondo passaggio, Il Retto Pensiero, indica la necessità e capacità di pensare con consapevolezza. Un buon esempio ci è offerto da Krishnamurti che elaborava concetti essenziali, profondissimi e completi e prima di esprimerli pensava ogni elemento con acuta e totale consapevolezza. È fondamentale non disperdersi in pensieri futili, inutili, ma saper selezionare solo quelli necessari rimanendovi consapevolmente concentrati, questo è il nutrimento per l’evoluzione della mente.
La Retta Parola deve dunque essere valutata con grande consapevolezza così da essere espressa con assoluta chiarezza ed essenzialità, priva di confusione e di inutili appesantimenti, perché si deve trasmettere un messaggio senza sprechi, senza cadere nell’illusione di dover accumulare karma, rimanere nella leggerezza della purezza, nella semplicità di un’eloquenza fertile, libera da attaccamento, ignoranza, senza creare nessun karma. Le nostre giornate invece sono generalmente stracolme di inutili parole che appesantiscono, stancano, svuotano di contenuti ogni realtà e sono un grande ostacolo alla liberazione del sé, che invece può progredire solo se conosciamo consapevolmente il valore di ogni parola detta.
Anche per la Retta Azione vale lo stesso principio, di consapevolezza, purezza dell’intenzione, senza il dannosissimo e illusorio attaccamento all’idea di creare buon karma, di sentirsi importanti e buoni quando compiamo una qualsiasi azione a favore degli altri, che è solo normalità, mentre noi immediatamente ci crogioliamo nel compiacimento della nostra presunta compassione, generosità e bontà, mentre in realtà questa è la peggior illusione e alimentazione del nostro ego. Siamo tutti nella stessa barca e l’aiutarci a vicenda è solo normalità, nulla di eccezionale. La prima causa della sofferenza è questa ignoranza fondamentale che ci impedisce di vedere la realtà nella sua purezza e ci induce invece ad aggrapparci sempre più fortemente allo smisurato ego, alle illusioni di un’immagine di sé assolutamente inesistente.
Il Retto modo di Sussistenza, seppur in relazione con le differenti situazioni individuali, deve essere sempre applicato secondo le giuste ed eque modalità per procurarsi i mezzi necessari per la propria vita senza prevaricazioni, egoismi, avidità, attaccamenti insensati, bramosie. Non si può trarre sostentamento da attività che possono essere potenzialmente nocive ad altri, come ad esempio la produzione e commercializzazione di armi.
I tre successivi passi, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza, Retta Concentrazione appartengono alla pratica della concentrazione.
Il Retto Sforzo non significa,fatica, tensione volontaristica assolutamente inutile, ma semplicemente intelligente meditazione nella saggezza, restare concentrati con equilibrio, consapevolezza e vigilanza. Lo stesso vale per le pratiche di Retta Consapevolezza e Retta concentrazione, la pratica sul singolo punto che consiste nel raggiungere la liberazione dai condizionamenti del corpo materiale, poi dalle sovrastrutture inutili della parola, e infine dalle illusioni della mente grossolana e questa è la via che porta alla liberazione dalla sofferenza, è raggiungibile solo con il superamento dell’ignoranza dell’attaccamento al sé tramite la meditazione che realizza concentrazione e saggezza.
Possiamo concludere il nostro lavoro con la dedica dei meriti a beneficio di tutti gli esseri senzienti.
Grazie a tutti.

****