Wednesday, 31 March 2021

LA COMPASSIONE E LA SAGGEZZA

LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin

  

8° LA COMPASSIONE E LA SAGGEZZA


Desidero ringraziare tutti per questo incontro e per la discussione che ne seguirà. La ragione per cui siamo qui è in realtà molto comune, è la stessa ragione che inseguiamo costantemente nella nostra vita quotidiana: abbiamo l’istinto innato di trovare un po' di felicità e di risolvere i nostri problemi, una intenzione che permea tutto il nostro vivere quotidiano. Questa è la ragione principale per cui siamo qui. Così, dobbiamo lavorare insieme per trovare una qualche soluzione, un metodo per aumentare la nostra felicità e per ridurre la nostra sofferenza. 

Questo è lo scopo di ciò che è chiamato Dharma. Dharma è una parola derivante dalla tradizione buddhista, però non è necessariamente legata alla pratica buddhista e consiste piuttosto in una pratica per risolvere questi nostri problemi di natura spirituale.


Oggi ci occupiamo di un argomento che verte su due termini e due questioni fondamentali: compassione e saggezza. In realtà compassione e saggezza sono qualità mentali che dovremmo sviluppare ed aumentare dentro di noi con un vero e proprio  allenamento spirituale. 

Spesso, nella nostra vita quotidiana, ci manca proprio l’opportunità, la possibilità, di dedicarci a questa crescita perché il nostro tempo è assorbito da questioni e problemi di natura materiale. Questa condizione di disequilibrio può essere la causa di problemi di natura spirituale. Per cui la prima condizione per risolvere i problemi della nostra vita dev’essere quella di investire il nostro tempo in maniera equilibrata sia per la soluzione dei problemi di natura spirituale sia per quelli della vita materiale. 

Possiamo notare come nel mondo ci sono alcuni luoghi in cui si dedica la maggior parte del tempo, se non la totalità, alla soluzione di problemi pratici e all’acquisizione di guadagni materiali. Allo stesso modo altrove c'è magari un’attenzione quasi esclusiva a problemi di natura spirituale. Di fatto è molto difficile che si dedichi la stessa attenzione a tutti e due gli aspetti. Questa mancanza di equilibrio è una delle ragioni principali dei tanti conflitti sociali ed è anche la causa dello squilibrio della nostra vita interiore.


Sono lieto di essere in un posto come questo, un centro dove si ha la possibilità di studiare e di confrontare differenti tradizioni spirituali, un’esigenza molto importante nella società di oggi. Confrontarsi e praticare per l’accrescimento del nostro spirito senza essere limitati dalle appartenenze a singole tradizioni spirituali è una cosa importante, soprattutto in questi tempi. È veramente fondamentale perché oggi ci sono molte istituzioni religiose che hanno una mentalità troppo chiusa, troppo esclusiva, per cui spesso se si è buddhisti si può solo essere buddhisti, fare pratica buddhista e non interessarsi ad altre vie, ad altre pratiche. Questo è, appunto, uno specchio della chiusura mentale che è all'origine di conflitti sociali. 

Tale atteggiamento riflette  una mentalità molto antica; nella stessa società tibetana si intendevano le cose in questo modo. Ma questi schemi di pensiero e questa visione delle cose non si addicono e non si adattano ai sistemi democratici della società moderna. Per sviluppare una buona qualità spirituale ed essere il più possibile liberi, spiritualmente e mentalmente, dobbiamo liberarci anche di questo genere di confini e settarismi religiosi. Tale apertura della mente è una delle condizioni principali per lo sviluppo della nostra qualità interiore. Per quanto mi riguarda penso che una persona può essere tranquillamente buddhista, ebrea, islamica. Dietro al concetto per cui, per essere buoni buddhisti, buoni cristiani o quant'altro, si debba essere esclusivamente buddhisti o cristiani eccetera, c’è una cattiva interpretazione della dottrina principale. Questo causa, appunto,  una serie di limitazioni alla nostra crescita spirituale, alla possibilità di aprire il nostro cuore, al nostro sviluppo come esseri umani. 

Così questo centro «Simmetria», qui a  Roma, per quanto piccolo è importante. In genere molte delle cose preziose che troviamo sono in realtà piccole e, proprio perché sono piccole e rare, sono preziose.


Entriamo ora nell'argomento vero e proprio della conferenza. Nel momento in cui si comprende che tutte le tradizioni spirituali sono ugualmente degne di rispetto, allora ci si può applicare pienamente alla pratica e alla comprensione di concetti come compassione e saggezza. 

Ci sono  quattro allenamenti preliminari prima di potersi considerare pronti per la vera e propria pratica della compassione, per comprendere la compassione.

Prima di tutto, è  fondamentale il rispetto di tutte le diverse tradizioni buddhiste e delle altre religioni.


Il primo allenamento preliminare : la preziosa rinascita umana


La condizione successiva è quella di essere consapevoli della preziosità della vita umana. Ogni cognizione religiosa sorge da questa coscienza. 

Come possiamo comprendere quanto è rara e preziosa la vita umana? Per questo caso la tradizione buddhista individua tre caratteristiche. Per ottenere la rinascita umana devono essere realizzate tre condizioni: la prima condizione è la pratica di una perfetta moralità, di una corretta etica. La seconda condizione si ottiene attraverso la pratica delle cinque moralità perfette che sono: generosità, pazienza, perseveranza entusiastica, concentrazione e, in ultimo, saggezza. Queste prime due condizioni non sono sufficienti; la terza condizione che le completa è la dedizione, o aspirazione. 

Sommando i primi tre punti, cioè la pratica di una perfetta etica, accompagnata e supportata dalle altre cinque perfezioni in cui è condivisa, abbiamo sei pratiche. Queste sei pratiche devono essere tutte alimentate dall’aspirazione, da un desiderio vivo. Queste tre condizioni possono dar luogo a una rinascita umana pienamente qualificata.


Naturalmente si può rinascere senza aver praticato la corretta etica con le sue cinque perfezioni e con dedizione. Ma, se per esempio non si è praticata la generosità, si può rinascere in un luogo in cui si ha una estrema difficoltà per trovare abiti e cibo. Da questo discende una catena di conseguenze perché le condizioni difficili ostacolano la possibilità di dedicarsi serenamente alle questioni spirituali. Inoltre, se nelle vite precedenti non si è praticata la pazienza, diventa davvero difficile seguire un cammino spirituale ad ogni livello e con qualsiasi risultato perché si è soggetti all’ira o alla rabbia che distolgono dalla pratica. 


Il punto cruciale per una pratica spirituale è la necessità della pazienza. In realtà la pazienza è determinante in qualsiasi nostra attività: nella carriera, nello studio… Così, se non abbiamo praticato la pazienza nella vita precedente, in quella attuale può essere molto difficile dedicarsi a un’attività con successo e, per quello che ci riguarda qui, ottenere dei risultati nella crescita spirituale. In italiano si parla di «santa pazienza». Mi è piaciuta questa espressione perché caratterizza in modo quasi divino questa qualità. 

La terza paramita (o perfezione)  è la perseveranza entusiastica, che si può definire semplicemente come uno sforzo gioioso, un applicarsi con gioia. C'è un potere, una forza che nasce dalla gioia, una forza legata alla volontà; il cui frutto è darci una grande forza, un grande entusiasmo senza perdere energia, cosa che succede normalmente quando ci applichiamo con grande sforzo ad uno scopo, difatti applicarsi con gioia ci dà un potere che non svanisce. Comunque, se non si ha una sufficiente concentrazione, per quanto si possa provare a praticare è difficile che si ottengano dei risultati, si può fare ben poco. 

L'essenza della concentrazione è la consapevolezza. Saggezza in realtà significa intelletto, la conoscenza che può discriminare il buono e il cattivo, ciò che è giusto o sbagliato. Per ottenere una rinascita umana pienamente qualificata dobbiamo praticare pienamente tutte e sei le perfezioni. Noi pratichiamo queste sei perfezioni per ottenere dei benefici per gli altri e questa è la causa della dedizione, l’aspirazione. 

La forma umana ha le migliori capacità ed abilità per produrre benefici per gli altri. Potremmo tranquillamente praticare le sei perfezioni per ottenere la rinascita pienamente qualificata solo per noi stessi ma questo non è giusto, non rispecchia la terza condizione, quella appunto della dedizione. È per dare benefici agli altri che dobbiamo praticare e la forma umana ha le migliori qualità per realizzare questo scopo. 

Penso che la gente che vive a Roma, in questo senso, in passato deve aver fatto un buon lavoro per vivere le sei condizioni. La realizzazione ottenuta dalla corretta pratica di queste sei perfezioni è definita come la conoscenza della preziosità della forma umana. La ragione fondamentale per cui dobbiamo praticare è portare avanti questa missione. 

Missione tanto importante quanto difficile.



Il secondo allenamento preliminare: l’impermanenza


La seconda delle pratiche preliminari necessarie a evolversi nella vera e propria pratica della compassione è la conoscenza, o la realizzazione della impermanenza.

Primo significato dell’impermanenza è che il nostro corpo cambia nel tempo, è un processo naturale, ogni cosa cresce e decade, invecchia. Nulla può arrestare questo processo perché è naturale, non possiamo fare assolutamente niente per interrompere o contrastare questo processo naturale. Questo è il principio della natura impermanente dei fenomeni. 

Dobbiamo realizzare che il nostro corpo, per quanto prezioso, non dura per sempre e che  il decadimento dei fenomeni materiali illusori non si ferma mai. Il significato  di questa presa di coscienza consiste nel realizzare che non c’è tempo da perdere e che dobbiamo usare il nostro corpo per averne i vantaggi nel presente: qui e ora. 

Questa è la seconda pratica preliminare, essere consapevoli della impermanenza della vita umana e del corpo umano.



Il terzo allenamento preliminare: Il karma ovvero la legge di causa-effetto


La terza pratica preliminare è la realizzazione, la comprensione  della legge di causa-effetto. La legge di causa-effetto è ciò che nella tradizione buddhista chiamiamo normalmente karma. Si basa su tre caratteristiche. 

La regola del karma fissa la sequenzialità degli eventi: rapporti di causa-effetto positivi non possono in alcun modo causare risultati negativi, viceversa rapporti di causa-effetto negativi producono solo risultati negativi. È ovvio che se piantiamo semi di riso può nascere solo riso. Un seme diverso non potrà produrre riso, è una legge della natura, nessuno e niente la può cambiare; e anche noi viviamo immersi in questa legge naturale. 

Così ogni momento gioioso o doloroso che viviamo in questa vita è il risultato delle nostre azioni, delle relazioni di causa-effetto poste precedentemente. 

La seconda caratteristica della legge di causa-effetto consiste nel fatto che non possiamo andare incontro a nessuna esperienza che non sia il prodotto di una qualche nostra scelta volontaria antecedente; è impossibile che l’accumulo di azioni negative da parte mia si traduca in risultati negativi su qualcun altro, ma solo su di me. 

Dobbiamo renderci conto che ogni esperienza alla quale andiamo incontro nel tempo presente è il risultato esclusivo dell’accumulo delle nostre azioni e delle nostre responsabilità nel passato.

La terza caratteristica riguarda il futuro: è inevitabile andare incontro a esperienze create da noi stessi; non c’è modo di far scomparire i risultati delle nostre azioni del passato. Queste sono le tre caratteristiche della legge di causa-effetto che descrivono il funzionamento di tutti i fenomeni. 

È una legge universale di natura, non è una legge applicabile solo a Roma o in Inghilterra. Questa comprensione della legge naturale di causa-effetto è la terza pratica preliminare per evolversi e arrivare al passo successivo della compassione.



Il quarto allenamento preliminare:il samsara


Il quarto pensiero fondamentale è la condizione della vita. In Sanscrito ci si riferisce al Samsara come ciclo delle esistenze. Non è semplicemente esistere ma esistere in dipendenza da qualcos’altro. La nostra vita quotidiana è definita da un processo ciclico. Com’è possibile che si sia vincolati a questo processo ciclico? Perché non ne usciamo? Abbiamo sempre un sacco di cose da fare, molti impegni ed enormi frustrazioni ed impedimenti; com’è possibile? 

Per ciascuno il problema principale è la necessità di nutrirsi per sopravvivere, per cui sarei felicissimo se non avessi questa schiavitù; penso che ci libereremmo da diverse frustrazioni ed avremmo molto più tempo da dedicare alla pratica se non avessimo la necessità di alimentarci. Questa è la nostra vita concreta e materiale, anch’essa prodotta da noi, causata da noi stessi. 

Se comprendiamo il principio di causa-effetto possiamo vedere con sufficiente chiarezza come abbiamo prodotto da noi stessi questa dimensione di vita. Questa è la quarta pratica preliminare della nostra condizione di vita. 

Dal momento che questa condizione è qualcosa che abbiamo prodotto noi stessi c’è poco da essere dispiaciuti, sofferenti o arrabbiati con altri; ho comprato una bottiglietta d’acqua e ne sono deluso, però non posso biasimare nessuno se non me stesso perché sono stato io a comprarla. Questo è un significato particolare, in dettaglio, della conoscenza della nostra vita. Per quanto breve possa essere questa descrizione la pratica di queste quattro condizioni deve essere completa prima di potersi dedicarsi alla vera e propria pratica della compassione. 


La compassione


Non c’è modo di praticare la compassione nella filosofia buddhista se prima non abbiamo praticato queste quattro condizioni. In realtà la compassione dovrebbe sorgere spontaneamente, quasi come risultato dell’attuazione di queste quattro pratiche preliminari.


Ogni volta che parlo di compassione noto che la gente vuole soffermarsi su questo concetto a lungo; ritengo sia sbagliato perché in realtà la compassione è un risultato. Nel momento in cui raccogliamo i frutti dell’applicazione delle quattro pratiche preliminari la compassione sorge spontaneamente. 

Allora, vediamo come avvicinarci alla vera e propria pratica della compassione, una volta raggiunti e completati i risultati delle prime quattro pratiche preliminari. 

Ci sono diversi passi da seguire. La prima considerazione da fare è quella sugli svantaggi del nostro comportamento egoistico. A questo proposito le scritture tradizionali ci dicono che dovremmo bandire colui che si lamenta di tutto, di ogni cosa. Questo è l’atteggiamento egocentrico, concentrato su se stesso. Quando abbiamo dei problemi andiamo sempre alla ricerca di cause esterne e non troviamo mai la vera ragione che è solo in noi. 

È buffo perché questa visione rovescia il nostro modo di vedere abituale. In realtà è lavorando con molta semplicità e continuità su questo atteggiamento egocentrico che possiamo risolvere i problemi. 

Quindi una prima definizione di compassione è rispettare tutti, senza accusare nessuno e senza lamentarsi perché la causa dei nostri problemi non è al di fuori di noi, non è lì, ma qui, dentro di noi e questo aspetto della compassione è molto realistico. In questo caso la compassione ha due aspetti: il primo è rispettare gli altri, il secondo è compiangere i nostri atteggiamenti negativi. Questo non significa compiangere noi stessi ma solo i nostri atteggiamenti negativi. Anche rispettare noi stessi è compassione. 

Nella tradizione buddhista la difesa, e quindi la preservazione di noi stessi è cosa saggia; è importante che distinguiamo bene queste due cose: noi e i nostri atteggiamenti negativi. Questo aspetto della compassione è allo stesso tempo spirituale e pratico; può essere messo in atto a livello singolo, di gruppo o finanche per un’intera nazione.

Nel secondo verso delle scritture si dice: «Meditate sulla grande gentilezza di tutti gli esseri».

Perché dobbiamo quindi rispettare gli altri? Perché gli altri sono la causa della nostra felicità, di tutte le nostre qualità e di tutti i nostri guadagni. Sono sempre molto gentili con noi ed ogni cosa diventa oggetto di rispetto se meditiamo sulla grande gentilezza di tutti gli esseri. È molto facile comprendere questo concetto: se non ci fosse nessuno e fossimo completamente soli come potremmo essere felici? È molto semplice. 

Ciò vale anche riguardo alla mia esperienza personale, relativa alla mia venuta in Occidente e al fatto che ho sentito la mancanza dei miei amici. Gli altri sono l’unica causa della nostra felicità, tranquillità e persino della nostra posizione sociale: un primo ministro o un presidente, se fossero soli, chi governerebbero? Io sto parlando ma ci siete voi che mi ascoltate, altrimenti a chi parlerei? Anche una singola persona è necessaria. Questa condizione è prodotta dagli atteggiamenti noi tutti, insieme. Se riflettiamo con attenzione possiamo realizzare che ogni individuo è gentile con noi. 

Pensiamo al grande problema della guerra. Quello che dobbiamo assolutamente fare è difendere noi stessi. Ma come? Io non credo che le maschere antigas siano un grande mezzo di difesa, anche perché sono molto scomode da portare. La compassione è già una prima grande tecnica di autodifesa: ci libera dalla paura. 

Riassumendo, ci sono questi due aspetti della pratica della compassione: il primo è non accusare gli altri come causa della nostra sofferenza perché l’unica causa risiede nei nostri atteggiamenti negativi; il secondo è rispettare tutti gli altri esseri per la loro estrema gentilezza nei nostri confronti. Nel momento in cui abbiamo sviluppato i quattro aspetti preliminari e i due aspetti della compassione dobbiamo praticare in concreto. In tibetano si chiama Tong Len, la pratica del dare e ricevere. Significa dare tutte le nostre buone qualità agli altri e prendere su di noi tutte le responsabilità dei nostri problemi. Poiché gli altri sono molto gentili con noi non possiamo fare altro che sviluppare un atteggiamento altrettanto gentile nei loro confronti. Non c’è una verità numerica perché «gli altri» è indefinito, l’io è uno, quindi rivolgere questo atteggiamento di compassione agli altri è la cosa più grande che si  possa fare. 

Così forse si comincia a capire cos’è la compassione e quanto grande è la mente compassionevole: è la cosa più grande che possiamo fare dal momento che possediamo questa forma umana. 


Per quanto riguarda la tradizione buddhista, lo scopo più alto è sviluppare e coltivare questa attitudine che si definisce compassione e praticarla. Se la pratichiamo correttamente essa diventerà la causa primaria, la fonte della nostra piena gioia, felicità e tranquillità, e diventa anche la fonte di gioia, felicità e tranquillità per gli altri. Tra tutti i fenomeni dell'universo il più prezioso è quello della compassione. Perché è il solo e unico fenomeno che dà gioia e tranquillità universali. E si basa su fatti concreti, sulla realtà, non stiamo creando nulla di nuovo. 

Quindi dalla definizione di compassione, nella tradizione buddhista, deriva anche la definizione delle azioni negative: semplicemente è ciò che va nelle direzione opposta alla compassione. Le azioni negative sono quelle che arrecano infelicità a noi e agli altri, quelle  positive invece vanno nella direzione dello sviluppo della compassione, portano felicità e potenziano ulteriormente lo sviluppo della compassione. Queste sono cose basate su fatti concreti, su quei quattro principi di cui parlavamo all’inizio.


In tibetano la saggezza si traduce con “she-rab”,  un termine che definisce un tipo di intelletto, di conoscenza, capace di discriminare il buono dal cattivo. Dividiamo la saggezza in due parti: da un lato quella che si definisce conoscenza del livello convenzionale della verità, e dall’altro la conoscenza della verità ultima. Queste due conoscenze sono legate a queste due realtà di fatto: la realtà convenzionale e la realtà ultima, superiore. Queste due realtà sono collegate, sono due aspetti di ciascun singolo fenomeno. Sul livello di verità convenzionale i due aspetti buono e cattivo, sofferenza e felicità, esistono realmente, sono veri ad un livello convenzionale; ma quando andiamo più in profondità, al livello della verità ultima, essi coincidono.

Nella tradizione buddhista sul piano di verità convenzionale ci sono delle differenze ma sul piano della verità ultima tutto è uguale. Significa anche che non c’è nulla di completamente nero o completamente bianco, ogni cosa può cambiare, la natura è trasformazione. Da questo punto di vista non c'è nulla a cui rimanere vincolati, a cui aggrapparsi o da odiare profondamente. Non ci sono nemici o amici assoluti. Si tratta della duplice natura, di due aspetti di una sola cosa. Se riflettiamo su questo principio e lo paragoniamo al nostro modo di pensare quotidiano troviamo una differenza enorme; ciò significa che le percezioni, i pensieri e i giudizi che abitualmente abbiamo sulle cose sono opposti alla vera realtà delle cose. 

Quindi, le nostre percezioni istintive non sono normalmente corrette e non dovremmo seguirle. Dopo una valutazione, una percezione, dovremmo fermarci sempre un attimo a pensare, non dovremmo mai agire senza riflettere. Attraverso questo tipo di indagine ed attenzione un uomo può interrompere ed evitare molti problemi che derivano dal comportamento irriflessivo. Questo è ciò che chiamiamo propriamente saggezza. La chiave per aprire gli occhi della saggezza, dell’intelletto, è conoscere la realtà ultima dei fenomeni ed è strettamente  collegata al concetto di compassione. Non c’è possibilità di praticare una completa compassione senza una reale saggezza e, senza una completa pratica della compassione, non c'è possibilità di praticare ed ottenere una completa saggezza. Questi due atteggiamenti mentali sono complementari. Sono necessari l’uno all’altro per svilupparsi. 


Ogni tipo di pratica che riguardi compassione e saggezza deve svilupparsi in tre passaggi: per prima vi è una fase di studio, di lettura e di apprendimento; la seconda è una fase di osservazione e la terza è di contemplazione. Questi tre livelli, tre gradini, sono molto importanti per seguire una pratica corretta. La ragione per cui dobbiamo praticare la compassione è suscitata dagli aspetti del vero intelletto, della vera saggezza, ed è la stessa ragione per cui dobbiamo arrivare a discernere la verità ultima dei fenomeni.


Domanda: esiste una spiegazione del termine "gentilezza" dell’altro e/o verso l’altro, ed è possibile metterla in rapporto con il termine «sacralità» dell’altro?


Risposta:  è giusto considerare gli altri come sacri, più che gentili, anche quando non ci appaiono tali. Non è facile ovviamente sviluppare questa considerazione ma, per quanto possa non essere facile, dobbiamo continuare a pensare ai tanti  benefici che ci derivano  dalla semplice esistenza degli altri.


Domanda: si è parlato di persone che non si contentano mai, che si lamentano sempre, dobbiamo averne compassione, cercare di parlar con loro o emarginarli?

Risposta: nel  Buddhismo si ritiene che sia molto difficile giudicare una persona dall’esterno; se abbiamo di fronte un perfetto Buddha o uno stupido non possiamo saperlo. Quindi un buon modo per avvicinare una persona è intanto quello di rispettarla e cercare di capire il motivo per cui si lamenta. Nel momento in cui le mostriamo  rispetto è probabile che in tale persona si sviluppi qualcosa di speciale. In realtà è molto più facile che il nostro prossimo sia buono più che cattivo e, se riusciamo a rispettarlo, gli diamo una maggiore possibilità di manifestarsi come tale. Questa è una buona pratica sia per noi che per gli altri. C’è un parallelismo con i Vangeli dove c’è scritto: "non giudicate per non essere giudicati", il Buddha ha detto qualcosa di simile: "nessuno può giudicare un altro se non è un Buddha”.


Domanda:  rispetto al karma è stato detto che un’azione positiva va nella direzione dello sviluppo della compassione e invece una negativa ovviamente se ne allontana e, una volta compiuta, è impossibile tornare indietro. Vorrei chiedere due cose: per quanto riguarda l’azione negativa nella religione cristiana c'è la remissione del peccato, che non è un tornare indietro ma, in qualche modo, un riscatto del debito che si è acquisito compiendo una determinata azione negativa. 

Esiste qualcosa del genere nel Buddhismo? La seconda è una domanda rivolta anche a me stesso: come faccio o discriminare l’azione che sto compiendo: se è buona o cattiva?

Risposta: non c’è in effetti nella tradizione buddhista un concetto come la remissione del debito ma una cosa che può avere la stessa funzione: la purificazione. Anche se il danno relativo all’azione negativa compiuta rimane, attraverso la purificazione si possono incrementare le qualità positive. Lo sviluppo delle qualità positive è automaticamente la purificazione delle azioni negative. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, l’unico criterio per discriminare le azioni negative da quelle positive è osservare se producono felicità e  tranquillità negli altri oppure disturbi e problemi. In generale, prima di coinvolgersi in una qualsiasi azione bisogna fermarsi e pensare, senza seguire l’istinto. Questo significa sviluppare la consapevolezza. La meditazione è il grande aiuto per sviluppare la consapevolezza.

Domanda: ad un certo punto ha parlato di difesa, come possiamo difenderci?


Risposta: sviluppando la compassione.


Domanda: se le azioni buone e cattive sono due aspetti di una stessa realtà quando io compio un’azione pensando di essere nel giusto ma questa crea, realmente o potenzialmente, danno agli altri, in che posizione mi trovo rispetto allo sviluppo della compassione?

Risposta: indipendentemente dal risultato, dal danno arrecato agli altri,  quando l’intenzione è giusta si tende a considerare l’azione in modo un po' più positivo che negativo. 

Ci sono sempre due livelli nella motivazione: il primo livello, quando si compie un’azione positiva, senza arrecare danno al prossimo,  con una motivazione positiva, compassionevole; il secondo livello, quando,  pur essendo guidati da una motivazione compassionevole, si arreca del danno agli altri. In entrambi i casi, si compie comunque un’azione positiva.



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LA CONCENTRAZIONE

LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin

 

 16° LA CONCENTRAZIONE


Continuiamo a parlare della Samatha, la concentrazione. Lama Tzong Khapa ha detto che la concentrazione è come una montagna: è la base della stabilità, può arricchire il potere e la dimensione della mente. Questo genere di concentrazione può essere diretto verso qualsiasi oggetto positivo e condurci a una flessibilità del corpo e della mente, portandoci a uno stato mentale positivo. 

Quando parliamo del livello ordinario della Samatha parliamo della mente in condizione di tranquillità: questo è il massimo livello di sviluppo della concentrazione, il suo aspetto chiaramente più positivo perché, per sua stessa natura, la concentrazione è positiva e sviluppa aspetti della mente positivi. Gli aspetti positivi della concentrazione li abbiamo già dentro di noi ma per poterne raggiungere i massimi livelli sono necessarie le tecniche indicate per sviluppare la Samatha. 


Per conquistare tali risultati abbiamo bisogno di acquisire due tipi di condizioni tecniche: la prima è la flessibilità del corpo e della mente che ci permette di poter assumere qualsiasi posizione. La seconda è la gioia del corpo e della mente che viene sperimentata durante un’intensa concentrazione. Quando noi dimoriamo all’interno di essa, anche se in modo non necessariamente intenso e durevole, saremo sempre ben consapevoli di questi due aspetti, conseguibili anche con una concentrazione più breve, più leggera e più superficiale. L’importante è essere consapevoli di questo contatto perché ci fornisce la spinta per continuare la nostra pratica meditativa. Qualsiasi tipo di concentrazione dà questi due risultati però bisogna distinguere tra una forma di concentrazione positiva e un’altra negativa. Ciò che le distingue è il diverso oggetto. Chiaramente quella di tipo negativo si manifesta quando abbiamo per oggetto qualcosa che ci influenza e ci condiziona in maniera negativa e viceversa. Quando l’oggetto che ci influenza sarà positivo anche il nostro karma sarà positivo. Quindi è importante il modo in cui viene influenzato il karma a seconda del tipo di concentrazione.

 

Entrambi i tipi di concentrazione, sia quella positiva che quella negativa, portano ai due conseguimenti di cui parlavamo all’inizio: cioè alla flessibilità del corpo e della mente e al piacere e alla gioia della concentrazione. Ma è importante comprendere che concentrarsi su cose negative ci influenza negativamente e, viceversa, concentrarsi su cose positive ha un effetto benefico su di noi. Quindi, nel momento in cui ci concentriamo, è opportuno scegliere un oggetto positivo e sperimentare i due conseguimenti in relazione all’oggetto. 


Ora vediamo come e perché la meditazione è importante, fondamentale e come funziona la concentrazione. Per innalzare  il livello della nostra vita spirituale è importante sviluppare progressivamente e far crescere dentro di noi questi aspetti della meditazione: i due conseguimenti, l’oggetto positivo e l’uso dei mezzi abili. Tali elementi sono utili per poter sviluppare con tranquillità la concentrazione. Questo meccanismo assomiglia all’atto di prendere una medicina per curare il proprio corpo: è più importante come la si prende piuttosto che quanta se ne prende; questo è il segreto dei cosiddetti mezzi abili. Ci sono comunque dei mezzi tecnici per poter sviluppare la concentrazione. 


Come abbiamo detto in precedenza esistono diversi ostacoli da superare per arrivare a una corretta concentrazione. Il principale di essi è la pigrizia. Essa costituisce il primo ostacolo che dobbiamo affrontare e  superare per poter progredire nella pratica e per poterlo neutralizzare dobbiamo applicare quattro rimedi. 


Il primo rimedio è l’apprezzamento per la concentrazione, cioè il conoscere le sue qualità: come funziona e quali ne sono i conseguimenti, i risultati che si ottengono. Questo ci fa sviluppare un apprezzamento automatico per la concentrazione ed è un incentivo per continuare la pratica. 


Come conseguenza di questo apprezzamento si genera un’aspirazione a voler continuare la pratica, da cui nascono perseveranza e sforzo entusiastici. L’apprezzamento, l’aspirazione e lo sforzo entusiastico costituiscono le tre condizioni basilari per poter mantenere e sostenere la motivazione a perseverare.

 

Per poter sviluppare queste tre condizioni sono necessari: lo studio, la lettura e l’ascolto degli insegnamenti sui quali poi meditare. Sono strumenti che viaggiano paralleli e sono collegati tra loro producendo così l’aumento della concentrazione. Stiamo parlando di logica buddhista così come viene esposta dal famoso maestro Dharmakirti che è stato il più famoso maestro di logica dell’India. Egli ha detto che non esiste modo per fermare il sorgere della concentrazione quando le condizioni sono presenti. Ciò è vero per qualsiasi cosa perché non c’è modo di fermare la crescita dei risultati di una qualsiasi cosa una volta che le condizioni di essa siano state poste. Questo è molto importante perché generalmente siamo sempre concentrati sui risultati invece che sulle cause che li generano. 


Quindi quando vogliamo sviluppare la concentrazione è inutile tentare di meditare se per prima cosa non abbiamo stabilizzato dentro di noi le tre condizioni della concentrazione. Queste ci concedono un potenziale dinamico maggiore per poterla sviluppare. Se  le potenzialità sono ben radicate, cioè queste condizioni, anche durante una meditazione molto breve esse potranno sviluppare una concentrazione enorme. E’ importante, quindi, per quanto è possibile, tenere ben vive queste tre condizioni. 


Infine esiste il quarto rimedio, il rimedio più efficace per spazzare via ogni tipo di pigrizia: quello di aver la mente allenata e flessibile. Anche nella pratica dello yoga all’inizio risulta difficile assumere alcune posizioni che sembrano molto complicate però, andando avanti e allenandosi, il corpo diventa più flessibile e man mano si perde quella sorta di resistenza ad assumere certe posizioni. Lo stesso discorso può essere applicato alla meditazione. Quindi: abbiamo parlato della pigrizia che è il primo dei cinque ostacoli alla concentrazione, abbiamo visto quali sono i suoi quattro rimedi e come l’addestramento e la flessibilità della mente siano i rimedi più immediati e più diretti per superarla.


Il secondo ostacolo alla concentrazione è la perdita dell’oggetto della nostra meditazione. Questo aspetto è molto importante perché, come abbiamo detto, concentrarci su un oggetto positivo ci dà degli influssi benefici mentre concentrarci su un oggetto negativo influenza negativamente il nostro karma. In questo caso l’ostacolo sta nella possibilità che l’oggetto svanisca. Ad esempio: se durante la mia meditazione mi sto concentrando sull’immagine di Tara c’è il rischio che questo oggetto venga meno e mi concentri su un’altra cosa. Allora non importa con quanta chiarezza questo oggetto sia focalizzato ma l’importante sarà non perdere la sua visualizzazione, e per visualizzazione non si intende l’uso della vista ma la visualizzazione interna che avviene con il terzo occhio.

 

Da principio non dobbiamo aspettarci di vedere l’oggetto ben chiaro davanti a noi, questo verrà con il tempo e con il progredire della pratica, l’importante sarà invece non perdere l’oggetto della concentrazione. Il rimedio per superare questo ostacolo è la presenza mentale, la consapevolezza. Questo elemento è molto importante e si può definire l’elemento centrale della concentrazione. Si insiste molto sulla pratica della consapevolezza, ad esempio sul  mangiare con consapevolezza, masticando ogni boccone quarantasei volte, e questo è utile per imparare a focalizzare la propria consapevolezza su un oggetto. 

 

La consapevolezza è l’elemento centrale per sviluppare la concentrazione perché ci permette di mantenere il nostro “focus” fisso sull’oggetto della meditazione. Non si dovrebbe perdere l’oggetto della meditazione come, per esempio, nella concentrazione sul processo del respiro connessa con il Tantra. Nel tantrismo la sostanza dell’energia mentale e del respiro, ad un livello molto sottile, sono la stessa cosa mentre, sempre nel tantrismo, si dice che ad un livello più grossolano il respiro è il veicolo della mente e la mente è la guida del respiro: il respiro è il cavallo e la mente è il cavaliere. Concentrarsi sul processo del respiro con consapevolezza permette di arrivare all’unificazione tra mente e respiro e si diventa capaci di controllare il proprio respiro e la propria mente. Nei livelli più alti del Mahamudra l’enfasi viene posta sulla concentrazione sulla propria mente visualizzata come una divinità o un simbolo. Bisogna tenere presente che quando si parla di mente non si intende il cervello.

 

La maniera più efficace per concentrarsi sulla propria mente è quella di porre attenzione al processo del respiro perché la concentrazione sulla mente, senza passare per la respirazione, può essere dannosa se non pericolosa. Per me non c’è molta differenza tra le diverse tecniche come lo Dzogchen o il Mahamudra o le pratiche tipo Vipassana o Samadhi. Queste differenti pratiche non sono in contraddizione fra loro ma sono complementari e interagiscono l’una con l’altra. L’importante è stabilizzarsi sulla concentrazione sul respiro come via per poter sviluppare tutte le altre pratiche. 

 

Nelle pratiche tantriche si parla di venti canali di energia e ci si concentra su di essi per raggiungere i livelli più sottili dei canali della mente.


Noi non abbiamo come obiettivo il raggiungimento di pratiche tanto complicate, l’importante è concentrarsi sul livello più visibile e più grossolano della respirazione per poter poi avanzare in profondità nella pratica e raggiungere livelli più sottili. Per poter raggiungere questi livelli più profondi non c’è bisogno di fare delle visualizzazioni speciali quali quelle sui chakra. Se riuscite a visualizzarli non c’è niente di male però, secondo me, si possono raggiungere livelli profondi semplicemente mantenendo la concentrazione sul respiro. È necessario conoscere i punti essenziali della pratica; non bisogna stare a discutere sul fatto che la nostra pratica possa essere migliore di quella degli altri ma bisogna capire qual’è la sua essenza. La consapevolezza è importante per mantenere la propria concentrazione sul respiro o su un oggetto di visualizzazione.

 

Il terzo ostacolo è la mente offuscata e agitata. In questo caso dobbiamo applicare l’introspezione. Quando siamo offuscati, quando abbiamo la mente offuscata e agitata, dobbiamo usare l’introspezione per capire dove essa ci sta conducendo. Ciò fa sì che la mente non raggiunga livelli di estrema confusione. Quando vediamo che la mente è offuscata e agitata dobbiamo applicare questo rimedio ma, se la mente non è in questo stato e noi lo applichiamo, l’introspezione stessa diventa uno ostacolo. 

Il quarto ostacolo è la non applicazione dell’introspezione. 

Il quinto ostacolo è l’eccesso dell’applicazione dell’introspezione quando essa viene applicata in uno stato in cui la mente non è né agitata e né offuscata, cioè quando non è necessario ricorrervi.


Se parliamo di rimedi, il settimo è quello di utilizzare l’introspezione quando la mente è offuscata e, infine, l’ottavo rimedio è di applicare l’equanimità, cioè sapere quando è il momento opportuno per usare l’introspezione. 


Domanda: che cosa è l’introspezione? 

Risposta: per capire cosa è l’introspezione si può dire che è “vigilare su ciò che serve a guidare al risveglio, a guidare alla consapevolezza” e che ci permette di vedere se certi stati mentali sono presenti o meno. L’introspezione è essere sempre presenti con consapevolezza, in modo da applicare i rimedi qualora sorgessero gli ostacoli; non applicarli se questi non sorgono. I rimedi per placare una mente agitata o per scuotere una mente che è in uno stato di torpore sono di diversa natura. Ad esempio: un tipo di agitazione mentale può essere la stessa felicità che si genera durante la pratica. Quando una persona sta meditando in una situazione ottimale e si genera un sentimento di felicità anche questo potrebbe essere un ostacolo e quindi è necessario applicare dei rimedi come, ad esempio, considerare la condizione impermanente della vita umana. Ciò permetterà di bilanciare un’eccessiva felicità che si può generare durante la meditazione. Al contrario, se durante la meditazione ci sentiamo molto depressi, dovremmo pensare alle nostre buone qualità. Le tipologie degli stati di agitazione e offuscamento possono essere di vario genere e, a seconda dei casi, ci sono vari rimedi.


Il grande maestro Rong-Tonpa disse a Milarepa: “Ti do questo strumento: se mediterai tutta la notte sarai illuminato durante il giorno”. Milarepa ne fu talmente felice che pensò di aver finalmente trovato la giusta meditazione, dopo aver praticato per tanti anni inutilmente la magia nera, ma ne fu talmente esaltato che il giorno seguente non ottenne nulla. Quando arrivò il giorno seguente il suo maestro gli chiese cosa avesse realizzato e lui gli rispose che non aveva realizzato nulla. Allora il maestro gli disse che la sua mente era troppo selvaggia, troppo difficile da domare e lo mandò da Marpa che divenne il suo vero maestro. All’inizio Marpa gli fece passare molti guai perché lo trattava molto duramente affinché egli potesse imparare a calmare una mente esuberante e selvaggia. Tutta la storia della relazione tra Marpa e Milarepa è piena di aneddoti su quanto fondamentale e necessario sia calmare una mente esuberante o risvegliare una mente offuscata.

Se guardiamo attentamente alle biografie di questi grandi yogi come Milarepa, Marpa e anche alla vita dello stesso Buddha vediamo che esse ci offrono tantissimi esempi su come fare per risvegliare una mente offuscata o placare una mente troppo agitata, su come bilanciare la mente per portarla in uno stato chiaro, tranquillo e stabile. Questo non è facile ottenerlo perché ci sono molti aspetti della nostra vita che ostacolano il raggiungimento di tali risultati. Anche la meditazione mentre si mangia e si cammina è molto interessante. 


Abbiamo parlato dei cinque ostacoli e degli otto rimedi, ne abbiamo parlato in maniera molto succinta ma in seguito entreremo nel dettaglio. 


Domanda: non c’è il rischio che la mente diventi troppo apatica, senza reazioni?

Risposta: non credo, perché, insieme alla stabilità della mente, viene coltivata anche la chiarezza  e questa produce reazioni positive perché è come uno specchio. Se lo specchio è pulito esso restituisce un’immagine chiara e pulita ma, se è sporco o offuscato, l’immagine verrà distorta. Quindi la chiarezza e la stabilità sono due aspetti che vanno insieme e che crescono con il potenziamento della concentrazione. La chiarezza mentale è qualcosa che deriva anche dell’introspezione mentre la stabilità è il risultato della consapevolezza;  la concentrazione sta nel mezzo di questi due aspetti. Consapevolezza e introspezione vogliono dire stabilità e chiarezza mentale. Quindi torno a dire che è importante cercare un oggetto positivo per la meditazione. 


Domanda: come scegliere un oggetto su cui meditare?

Risposta: si deve scegliere un oggetto che dia una sensazione positiva. Nella tradizione tibetana si visualizza l’immagine del Buddha in quanto essa non potrà mai dare una sensazione negativa e credo che sia l’oggetto migliore. Anche un fiore può essere un buon oggetto perché non dà sensazioni spiacevoli, ma anche un oggetto neutro può essere adatto. Non bisogna scegliere oggetti di tipo negativo.





I cinque errori:

  1. Pigrizia;

  2. Dimenticanza;

  3. Non riconoscere torpore ed eccitazione;

  4. Non applicazione degli antidoti;

  5. Eccesso di applicazione.





Gli otto antidoti:

  1. Apprezzamento per la concentrazione (fede);

  2. Aspirazione a continuare la pratica;

  3. Sforzo entusiastico;

  4. Flessibilità;

  5. Attenzione;

  6. Introspezione (oconsapevolezza);

  7. Applicazione;

  8. Equanimità.






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LA VIA DELLA LIBERAZIONE

LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 
 

6° LA VIA DELLA LIBERAZIONE


L’argomento di questo capitolo sarà la via della liberazione e chiaramente per «Liberazione» si intende il Nirvana. 

Nirvana è il termine originale buddhista con cui si esprime la Liberazione. In sanscrito si dice Nirvana, in lingua pali Nibbana. 

Letteralmente esso significa «oltre la sofferenza», «superamento del limite della sofferenza».

In altre parole, colui il quale ha raggiunto la Liberazione, il Nirvana, ha superato ogni forma di sofferenza. La via della Liberazione è il percorso di colui che ha superato la sofferenza, la via che conduce al venire meno della sofferenza. 


Abbiamo già parlato altre volte della sofferenza comprendendo che il primo passo per la liberazione è riconoscere qual è il tipo di sofferenza che sperimentiamo nella quotidianità.

La sofferenza di cui stiamo parlando si esprime su due livelli: fisico e mentale. Per un praticante buddhista, da un punto di vista pratico, la sofferenza fisica è il livello più grossolano e più superficiale di patimento. Questo perché la maggior parte delle nostre sofferenze fisiche possono essere lenite dalla medicina.

Anche per quanto concerne quella di tipo mentale,  che possiamo considerare come un problema di instabilità, di disequilibrio di tipo psicologico, è importante comprendere che tale tribolazione è di un livello inferiore. Quindi questo genere di problemi, che possono essere pensati come di tipo meramente psicologico, di instabilità, di squilibrio, dal punto di vista buddhista sono assai relativi.

Invece, esiste qualcosa che ci tormenta e ci angoscia ventiquattrore al giorno. Riguarda quelle che sono chiamate le afflizioni mentali negative che spesso nemmeno ci rendiamo conto di avere. Questa angoscia, quando ci fermiamo e ci analizziamo, l’avvertiamo dentro di noi e sentiamo che qualcosa manca, nonostante tutto pare procedere per il verso giusto. Questa sensazione di vuoto e anche di rabbia pare qualcosa di simile alla fame. Sentiamo che se non riusciremo a soddisfare questo bisogno, a riempire il vuoto interiore che avvertiamo, non saremo mai pienamente soddisfatti. E spesso quel vuoto che alberga in noi ci causa anche problemi di instabilità mentale oppure le afflizioni di tipo fisico di cui parlavo all’inizio.

E’ per questo che il Buddhismo cerca di risolvere tali disagi radicalmente.

Personalmente penso che la tecnica di curare e risolvere i problemi alla radice non sia una prerogativa del Buddhismo. Anche le altre religioni cercano di farlo. Noi cerchiamo di risolverli attraverso la meditazione: meditazione non è altro che cercare di curare i problemi radicalmente. E se pensiamo di curare i disturbi fisici solo con le medicine, non abbiamo compreso cosa sia la meditazione; allo stesso modo se curiamo i disturbi mentali con la psicoterapia non possiamo considerare ciò come meditazione. La meditazione è qualcosa che penetra molto più nel profondo dell’uomo.


Prima di analizzare quali sono i differenti livelli delle tecniche buddhiste, bisogna conoscere lo standard delle vie di liberazione, la qualità media di tutte le tecniche buddhiste, ciò che conduce alla liberazione. 

La radice di tutti i nostri problemi, sia per ciò che concerne i disturbi fisici che quelli mentali, è rappresentata dalla sensazione di vuoto che ci accompagna perennemente. Questo stato d’animo è la causa principale della distruzione della nostra felicità. Anche se abbiamo di che soddisfare tutti i bisogni della vita quotidiana, sentiamo sempre che qualcosa ci manca. 

In prima battuta possiamo parlare di bisogni indefiniti, ma da un punto di vista più tecnico dobbiamo considerare queste sensazioni come attaccamento.

L’attaccamento non è solo il desiderio dei mezzi per soddisfare i nostri bisogni. Esso ha dei significati molto più profondi e finché alberga in noi continueremo ad essere infelici. Come possiamo risolvere tale disagio superando l’attaccamento? E’ impossibile. Anche se facessimo del nostro meglio e ci impegnassimo a fondo non riusciremo mai a trovare qualcosa che possa soddisfare a pieno tale desiderio, che possa porvi fine definitivamente.

Esso è qualcosa di oggettivamente impossibile da soddisfare. E’ come se avessimo una coppa e nulla per riempirla:  allora sarebbe meglio sbarazzarsene. Questa tazza rimane lì, vuota, inutile. Dunque, per ottenere la liberazione, dobbiamo andare al di là della sofferenza: se così non facessimo resteremmo ossessivamente fissati su quella metaforica tazza e non saremmo  mai soddisfatti.

Rimanere attaccati al fatto di voler soddisfare questa sensazione di vuoto è come cercare  di colmare un piatto che non ci è dato di riempire. E questo perché non conosciamo effettivamente la vera realtà di quel piatto.  Se ne realizzassimo la natura incolmabile, avremmo la capacità per realizzare la comprensione. 


Ed è per questo che il Buddha Sakyamuni ha detto che come prima cosa noi dobbiamo riconoscere la sofferenza, perché fino al momento in cui non identificheremo la vera natura del problema rimarremo sempre attaccati, sempre bloccati su di esso.

L’attaccamento stesso è un dilemma impossibile da sciogliere: è questa la sua natura, perché è relazionato all’ignoranza e all’assenza di comprensione. Sono proprio l’ignoranza e l’assenza di comprensione che ci fanno sperare che prima o poi ci sarà qualcosa che potrà riempire il piatto e che, dunque, potrà colmare il nostro vuoto interiore.

Quindi la non comprensione della natura di tal genere di sofferenza è la causa dei nostri problemi. Comprendere la natura della realtà richiede lo sforzo della meditazione. Ed è per questo che il Buddha stesso ha meditato per sei anni, cibandosi ogni giorno solo di tre chicchi di riso.

C’è da chiedersi come fosse possibile che egli sopravvivesse mangiando così poco.

Io penso che la carica gli venisse dalla sua forza interiore che gli derivava dalla meditazione. Ci sono delle immagini del Buddha, una delle quali molto famosa e viene dal Laos, legate ai sei anni di ascesi totale.

Ho questa immagine sulla copertina di un libro che ha scritto un mio amico, un professore che adesso insegna all’Università di Otani, Kyoto, il cui testo parla dell’Abidharma. Questa immagine del Buddha in ascesi è una figura che mi ispira molto e una volta ho ricevuto una rivista «La via di mezzo della società  buddhista inglese» dove vi ho trovato la stessa foto di questa statua in cui il Buddha è ridotto pelle e ossa e si vedono chiaramente i suoi nervi. Guardando questa immagine ho realizzato che buddhità, Nirvana, Liberazione vogliono dire essere completamente liberi dalla sofferenza.

Penso che sia una cosa che richiede molta pazienza, mentre la gente immagina la liberazione come fosse un processo che avviene per miracolo, per mezzo di una benedizione che qualcun altro ti dà.

Personalmente ritengo che ciò sia impossibile, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno che il Buddha sedesse per sei anni in meditazione.

Egli rappresenta un esempio per i suoi discepoli. Spesso una delle domande più frequenti che mi vengono poste è «Che cos’è il Buddhismo?, Qual è l’essenza dell’insegnamento del Buddha?»

Su tali argomenti sono state scritte migliaia di libri. Le case editrici sono piene di libri sul Buddhismo ma io penso che l’insegnamento migliore del Buddha sia la sua vita. Qual è, dunque, l’insegnamento del Buddha? La risposta è: la sua vita; perché il Buddha ha parlato di essa, delle sue esperienze, delle scoperte, delle rivelazioni che ha avuto attraverso la propria esperienza. Per studiare, per attuare la vita del Buddha non c’è bisogno di leggere miriadi di libri; ognuno di noi può guardare la vita del Buddha come ad un esempio.

Ogni tempio buddhista, di qualsiasi tradizione, ogni centro buddhista, ogni sala di meditazione ha un’immagine del Buddha, ed io penso che questo serva a ricordare la sua vita. L’argomento di questo capitolo è la via per la liberazione; io penso che la risposta a questo argomento sia molto semplice, la via della liberazione è la vita del Buddha. Egli ha dedicato completamente se stesso ad estinguere alla radice i problemi. Era un principe, era figlio di re, ma si è reso conto che questo non serviva a risolvere la sua angoscia e quindi è andato al di là di questa condizione ed ha scoperto i mezzi per soddisfare quell’immensa «fame» che sentiva dentro. Ha meditato per sei anni in maniera costante con pochissimo cibo e dopo tale periodo ha realizzato la vera soddisfazione e quella che viene chiamata l’Illuminazione.

Per il resto della sua vita, per tutti i quarantacinque anni che gli rimasero da vivere egli ha insegnato a tutti, e ha raccontato la propria esperienza. La vita del Buddha tecnicamente è quella che noi chiamiamo Le quattro Nobili Verità.

Esse contengono tutto ciò che è necessario per arrivare alla liberazione. Conoscere qual è la sofferenza, conoscere la realtà della sofferenza: questa è la prima nobile verità, comprenderne la funzione.

Ogni nobile verità possiede tre caratteristiche. Quando si è compresa la realtà della sofferenza, cioè la prima nobile verità, si accede alla seconda che è: qual è la causa della sofferenza?, qual è la funzione di tale causa?, qual è la sua vera realtà? E queste due prime nobili verità, l’essenza e l’origine della sofferenza, devono essere raggiunte e superate.

Questo è il risultato derivante dall’analizzare la sofferenza e le sue cause, quindi si realizza che questa non è l’ultima realtà e, compreso ciò, ci si chiede: «Abbiamo capito questa cosa, ma è possibile eliminarla per sempre?» Quindi si arriva alla terza nobile verità che è la cessazione della sofferenza. La cessazione della sofferenza è addivenire alla liberazione dalle disposizioni mentali negative realizzando le prime due nobili verità.

Realizziamo, dunque, che vi è la possibilità di porre fine alla sofferenza; poi ci chiediamo quali sono i mezzi per realizzarla. Tale percorso logico ci conduce alla realizzazione della quarta nobile verità, che è il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza, il sentiero che conduce al Nirvana.

La quarta nobile verità è il vero rifugio, il vero protettore, essa è molto semplice, contiene gli insegnamenti del Buddha sulla moralità, sulla saggezza e sulla concentrazione e la combinazione di questi tre elementi è la meditazione.

A tal proposito penso che una seria meditazione sia quella basata su una ferrea moralità sviluppata a partire dalla saggezza. Questa è la via per la liberazione. Quando noi guardiamo la via del Buddha questo non vuol dire che dobbiamo fare esattamente ciò che ha fatto lui, cioè seguire tutte le sue orme, ma vuol dire prendere l’essenza della sua esperienza di vita.

Questo è il punto; fare questo secondo le circostanze personali.

Il Buddha era una persona molto intelligente, era un ottimo insegnante e l’ambiente in cui visse era favorevole alla sua liberazione. Forse, oggi non ci troviamo in quelle condizioni così propizie, i tempi sono diversi e anche le condizioni sono diverse, ma cerchiamo di fare del nostro meglio, cerchiamo di tagliare le illusioni alla radice, in profondità. Non dobbiamo coltivare la speranza di poter «tagliare» tutto in poco tempo. Anche soltanto sfiorare il fondo dei nostri problemi è già un’occasione molto propizia.

Le fondamenta delle nostre afflizioni sono molto forti, sono enormi e quindi è impossibile  farle crollare in così poco tempo.

Può accadere che abbiamo questa fortuna, però dobbiamo compiere uno sforzo costante con grande pazienza per poterne ridurre la portata gradualmente. Anche soltanto facendone venire meno una piccola parte sentiamo che questo influenza positivamente la nostra vita e ci dà una sorta di pace interiore e, se continuiamo costantemente in quest’opera di demolizione, esse alla fine scompariranno perché hanno la natura dell’impermanenza. 

Ciò potrà accadere in questa vita, nella prossima o nell’altra ancora: non è un problema di tempo. La vera questione è se noi ci sforziamo o no per farlo. Se noi smascheriamo il nostro ego, i nostri pensieri egoistici e continuiamo giorno per giorno, tutto questo alla fine ci porterà alla soluzione. Questo è quanto in alcuni contesti viene chiamato “il sentiero graduale Lam-Rim




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