Sunday, 21 October 2018

COMPASSIONE NEL BUDDHISMO TIBETANO




Corso di Alta Formazione
Università La Sapienza – Roma
"Compassione: pratiche, applicazioni e neuroscienze"
venerdi 28 settembre 2018

COMPASSIONE NEL BUDDHISMO TIBETANO
Geshe Lharampa Lama Gedun Tharchin

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BUDDHISMO TIBETANO

Buon pomeriggio a tutti, è un grande onore per me essere qui con voi per presentare alcuni concetti buddhisti sul tema di oggi, la compassione nel suo collegamento con la medicina e la psicologia.
La definizione di buddhismo è unicamente occidentale, in sanscrito e in pali si dice soltanto -l’insegnamento o la realizzazione del Buddha-, non esiste una codificazione che suggerisca una religione strutturata o una corrente ideologica.
Il Buddha, non ha inventato una nuova religione, ma partendo dalla cultura indiana ha approfondito, elaborato, rinnovato ogni aspetto giungendo ad un arricchimento e ad una visione ancora più chiara inclusa nella sua tesi presentazione delle “Quattro Nobili Verità” dei concetti filosofici, Samsara Karma Nirvana e Dharma, già esistenti nell’antica dottrina Vedānta.
Il termine buddhismo dovrebbe dunque essere più correttamente sostituito con i tre concetti costitutivi: «Buddha, Dharma, Sangha». Buddha è l’illuminato. Dharma è il suo insegnamento finalizzato a trasformare nella chiara visione non solo la propria mente, bensì tutti i fenomeni dell’universo in cui il singolo atomo comprende il tutto e viceversa. Questi concetti hanno trovato riscontro oggi nella fisica quantistica. Nel Dharma possiamo dunque trasformare noi stessi e l’universo senza separazioni, non esiste divisone tra mondo interiore e mondo esteriore, alla fine sono un’unica realtà.
Non dobbiamo pensare al mondo esteriore come alle cose che ci appaiono concretamente con i cinque sensi, ma riguarda ogni aspetto, anche quello intangibile, ed è ciò che percepiamo con la saggezza, la profonda conoscenza, la trasformazione interiore, per questo trasformando la nostra interiorità, trasformiamo automaticamente la realtà esteriore.
Nella mia tesi di dottorato ho approfondito i concetti dell’Abhidharmakośa, sul testo del grande maestro Vasubhandu in cui si tratta dell’analisi di tutti i fenomeni dell’universo, questo testo fondamentale è suddiviso in 75 capitoli raggruppati in cinque parti. La conoscenza analitica di Vasubhandu era così grande che in India era considerato il secondo Buddha. Egli descrisse ogni fenomeno sia materiale che intangibile, sia interiore che esteriore.
Concordai l’impostazione della mia tesi sull’Abhidharmakośa con il Dalai Lama che mi diede l’indicazione di approfondire soprattutto questi temi: il primo riguardava il karma, il secondo la cosmologia buddhista e il terzo la mente e il fattore mentale, così la mia tesi era stata triplicata rispetto il progetto iniziale e, dalle 200 pagine previste, alla fine è arrivata alle 600, ma questo lavoro è stato per me davvero formativo, un’esperienza fondamentale.
Per prima cosa mi sono dunque concentrato sul karma in relazione all’universo. Il karma è fenomeno interiore e la cosmologia fenomeno esteriore. Così, come in occidente la visione dell’universo prima di Galileo Galilei era completamente diversa, anche nell’interpretazione tibetana descritta nell’Abhidharma vi era la stessa concezione e pertanto il Dalai Lama mi suggerì di fare uno studio alla luce delle conoscenze attuali con l’estrapolazione dell’essenza dell’antica cosmologia da interpretare nella visione corretta della scienza moderna.
Per fare questa ricerca ho dovuto analizzare in dettaglio tutte le quattro scuole della filosofia buddhista, perché è un errore credere che il buddismo abbia un unico punto di osservazione della realtà, ogni scuola evidenzia aspetti diversi ed è quindi necessario approfondire e studiare attentamente tutte le differenti correnti filosofiche, avendo presente che ci sono limiti importanti dati dalle diverse lingue, infatti i primi testi erano in sanscrito e poi tradotti in tibetano, e ciò comporta inevitabilmente problemi di traduzione e interpretazione.
Il mio primo anno a Roma all’Università studiai la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino comparando i due testi, quello latino con la traduzione inglese, e non erano davvero la stessa cosa. Così avviene nello studio dei testi antichi poiché  la maggioranza dei tibetani li conosce solo in questa lingua non sapendo nulla di sanscrito o di pali e questo comporta indubbiamente differenze.
Il buddhismo entrò in Tibet nel VII secolo grazie al matrimonio del re Songtsen Gampo con due mogli buddiste, una principessa nepalese e una principessa cinese. In questo paese studiò con i maggiori maestri nell’università di Samye. Ma la diffusione completa avvenne all’inizio dell’undicesimo secolo con l’arrivo in Tibet del grande maestro indiano Atisha Dipamkara Shrijnana che fece rivedere e ritradurre tutte le opere, e il buddhismo, così consolidato, si diffuse nel paese articolato nelle quattro scuole fondamentali (Nyingmapa, Kagyupa, Sakyapa e Gelukpa) tra loro diversificate in alcune interpretazioni così come è avvenuto nel cristianesimo, oltre al primo cattolicesimo si sono formate più chiese protestanti, pur rimanendo sempre cristiane.
Le quattro maggiori scuole filosofiche buddhiste sono molto importanti per poter comprendere la dottrina nel suo complesso e sono: Sarvāstivādin, Sotantrica, Yogācāra e Mādhyamica. Sarvāstivādin è una corrente più convenzionale e comune, Sotantrica è un po’ più profonda, Yogācāra la scuola della sola mente è molto sottile e infine Mādhyamica è ancora più scarnificante, mostra i meccanismi dell’illusione nella conoscenza relativa, né mente, né io, né nulla, tutto è nella vacuità.
Queste quattro scuole rappresentano l’evolversi di un unico processo, iniziato con lo studio filosofico, scendendo poi a livelli sempre più profondi di conoscenza sino alla Mādhyamica la scuola della visione pura fondata da Nāgārjuna, un grandissimo mistico, la cui opera principale è la Mūlamādhyamacakārikā, il fondamento della Via di mezzo.
Per noi è essenziale nell’approccio al buddhismo conoscere l’analisi di Nāgārjuna della via di mezzo, raccolta nel testo di Madhyamika Prasanghika, perché è la base per poter comprendere il reale e profondo concetto di vacuità, ed è altrettanto importante confrontare lo studio in tutte e quattro le scuole.



COMPASSIONE

Oggi dobbiamo affrontare insieme il tema della compassione che nella concezione buddhista non può essere limitata alla descrizione data dalle lingue occidentali. In sanscrito la parola originaria è karunā, in tibetano si utilizzano tre parole snyng-rje, tse-wa, champaSnyng-rje amplifica l’aspetto della compassione, tse-wa quello dell’amore e champa la gentilezza amorevole, ma tutte indicano l’inscindibile insieme.
Nei testi la definizione classica di snyng-rje indica la partecipazione al dolore degli altri con l’intenzione di liberare queste persone dalla sofferenza. Champa invece è rivolto in particolare all’assenza nelle persone di felicità, di gioia, che ci induce a desiderare di donare loro gioia, di offrire ciò che manca. Sono due aspetti della sofferenza e per questo esistono due azioni diverse da porre in atto, i due modi di approccio si fondono in tse-wa l’amore, ecco perché si devono usare tre distinte parole per definire un unico processo.
La compassione può esistere solo nell’altruismo, shen phen gyi sem, la mente altruistica che tutto racchiude e che si può esprimere unicamente nella fondamentale realizzazione dell’equanimità.
Si giunge all’attuazione della compassione, della gentilezza amorevole, dell’amore soltanto se questi aspetti sono fondati sul terreno basilare dell’equanimità che ci rende liberi dal voler essere eccessivamente vicini, con attaccamento, e dall’essere troppo distanti, nell’indifferenza o nell’avversione, e ci fa permanere stabili e bilanciati nella via di mezzo. Questa libertà interiore è data dall’equanimità, il primo passo indispensabile, seppur ancora privo di compassione, gentilezza e amore, ma necessario per poter procedere.
I quattro aspetti della compassione da coltivare per sviluppare la mente altruistica sono detti i quattro illimitati o incommensurabili, il primo è la mente di equanimità illimitata; il secondo la mente della compassione o benevolenza illimitata; il terzo la mente della gentilezza amorevole illimitata; il quarto la gioia compartecipe illimitata.
Cominciamo ad analizzare come possiamo realizzare il primo aspetto, l’equanimità, dovendo liberare la mente che vaga inesorabilmente nella nebbia di attaccamento, avversione, ignoranza, indifferenza egoistica.
Domanda: Quali sono le pratiche per coltivare l’equanimità?
Lama: Secondo la visione del buddhismo l’equanimità è il primo passo per poter realizzare l’obiettivo ultimo che è la grande compassione e per fare questo è necessario rivolgere la concentrazione al proprio interno per trovare la vera natura del proprio cuore mente e quando si giunge a questa visione autentica ogni attaccamento, avversione o ignoranza scompaiono automaticamente poiché abbiamo consapevolezza di essere tutti nella stessa condizione, nella barca del samsāra. Riconoscere la sofferenza comune del samsāra ci rende coscienti di essere unità.
L’opera principale del grande maestro Śāntideva, il “Bodhisattvacaryāvatāra” che letteralmente significa “L’entrata nell’attività dei Bodhisattva” o La Vita del Boddhisattva, approfondisce nel particolare tutti gli aspetti della compassione.
Nel Bodhisattvacaryāvatāra si dice: “Una persona impermanente come può attaccarsi in modo permanente ad un’altra persona altrettanto impermanente? Una persona impermanente come può odiare in modo permanente un’altra persona impermanente?” L’impermanenza è caratteristica di tutti i fenomeni, per cui essendo io impermanente come posso nutrire attaccamento o avversione verso chi o cosa è altrettanto impermanente? Questa consapevolezza è il primo passo verso l’equanimità.
Attaccamento e odio, amicizia e inimicizia, guerra e pace sono condizioni estremamente volatili, impermanenti, e allora che senso ha sprecare la vita in modo così insensato? Dobbiamo invece procedere passo a passo nella via di mezzo, essere nell’equanimità che è saggezza.
Ricordo uno studioso tibetano, Gedun Choephel morto nel 1951, uomo di grande genio, poeta eccellente, ma purtroppo in conseguenza alla sua incarcerazione in Tibet il suo lavoro venne completamente saccheggiato. La sua storia è paragonabile a quella di Giordano Bruno. In uno dei suoi canti più belli dice: “Le formiche non hanno occhi, eppure corrono diritte a ricercare la felicità, i vermi sono senza gambe, ma corrono a ricercare la felicità, tutto il mondo corre per ricercare la felicità come a una maratona”. Siamo tutti impegnati nella stessa unica corsa dunque è saggio procedere nella via di mezzo aiutandoci a vicenda, così sarà più facile vivere tutti in armonia e gioia.
E’ saggio porsi l’obiettivo di fare una buona azione ogni giorno e quest’attitudine mentale svilupperà automaticamente, giorno dopo giorno, l’altruismo in una reale condizione di cuore aperto ed equanime.
L’equanimità è dunque il primo fondamentale passo, il secondo passo, immediatamente conseguente, è la compassione.
Questa compassione fa crescere nel cuore la gentilezza amorevole con il sincero desiderio di sollevare gli altri dalla loro sofferenza e la volontà di scambiare se stessi con gli altri, dare loro la propria gioia, il proprio benessere, e prendere il loro dolore.
Questa natura della compassione è pura gioia, reale, condivisa in cui si assapora pienamente il senso dell’esistenza, si gode la bellezza e l’essenza gioiosa della vita.
Non sempre ne siamo consapevoli, ma nessuno può vivere soltanto per se stesso, il significato di ogni esistenza è nella condivisione e compartecipazione di ogni istante di ogni azione, nell’essere armoniosamente comunità umana.
L’attitudine naturale dell’essere umano è compassionevole, qualsiasi lavoro, azione individuale serve ad altri, è collaborazione, ma, offuscati dall’ignoranza, possiamo distruggere questo spirito collettivo, la spontanea offerta di ciò che sappiamo fare e che è un servizio condiviso e altrettanto ricevere il frutto del lavoro altrui. Questa cooperazione è ciò che rende le nostre giornate confortevoli e ricche di senso. Invece noi stupidamente pesiamo il valore del nostro lavoro e lo monetizziamo e vogliamo guadagnare più denaro, indifferenti, ignorando il vero valore dell’azione e chiudendo il cuore in un gretto egoismo che vanifica ogni gioia, ogni senso profondo della ricca collaborazione umana.
La società è naturalmente altruistica, è luminosa e gioiosa, ma nell’ignoranza noi la trasformiamo in grigio e desolato deserto egoistico.
E’ importante comprendere questo concetto, la compassione non può mai essere individualista, lo stesso motivo della nostra esistenza su questo pianeta è la condivisione compassionevole della realtà nella consapevolezza di appartenere tutti ad un’unica grande famiglia umana.
La saggezza ci rende consapevoli della compassione che è presente e agisce in ogni azione, ma senza questa conoscenza saggia del naturale altruismo insito nel cuore umano, inevitabilmente cadiamo nel pozzo dell’oscura ignoranza che si trasforma in egoismo che nulla vede, nulla conosce e affoga nell’infelicità dell’attaccamento e dell’avversione.



LO JONG

L’amore non è qualcosa che si crea dal nulla, è già insito nel cuore umano, deve semplicemente essere riconosciuto, coltivato nell’equanimità. Tutto questo è trattato diffusamente nell’opera di Śāntideva.
Vi è poi un altro testo molto importante di Nāgārjuna il “Ratnāvalī” tradotto con “La preziosa Ghirlanda” o “La ghirlanda dei Gioielli”.
Entrambi i testi dei due maestri indiani, Śāntideva e Nāgārjuna, sono fondamentali nella pratica della compassione e dell’amore e sono alla base degli ulteriori approfondimenti dei maestri tibetani che li unificarono in un’unica essenziale pratica: il Lo Jong.
Un grande impulso alla pratica del Lo Jong fu dato dal maestro bengalese, figlio di re, Atīśa Dīpankara Śrījñāna, che, giunto in Tibet nell’XI secolo su richiesta dei maestri di questo paese, fu uno dei maggiori fautori della seconda diffusione del buddhismo in Tibet, dando così impulso e rinnovamento alla prima diffusione che si era ormai indebolita nella confusone di un’eccessiva dispersione.
Atīśa ricevette l’incarico di riportare il buddhismo al giusto messaggio e così si dedicò a revisionare tutto ciò che era stato scritto e detto precedentemente. Atīśa constatò che i tibetani erano più pigri e meno intelligenti degli indiani e dunque sarebbe stato più difficile per loro fondare la pratica sullo studio dei sūtra ed elaborò di conseguenza un percorso concreto, diretto, che non lasciava possibili scappatoie: il Lo Jong che è il cuore del Lam Rim, il sentiero graduale che conduce all’illuminazione, e che raccoglie l’intero insegnamento del Buddha.
Atīśa chiarì che le quattro scuole filosofiche e tradizioni elaborate in Tibet non erano affatto in contraddizione tra loro, ma, al contrario, si integravano perfettamente costituendo la complementarietà del completo sentiero graduale dall’inizio fino all’illuminazione, il “Lam Rim”. All’interno di tale percorso il Lam Rim focalizza il cuore della pratica del buddhismo, la compassione, approfondisce dettagliatamente cosa sia la compassione e come praticarla nell’insegnamento del “Lo Jong”. “Lo” significa mente e “Jong” significa allenamento, nel senso di esercitare, indirizzare, educare, addestrare, purificare, trasformare la mente, vi sono infinite traduzioni, ma letteralmente è: allenare la mente.
Atīśa introdusse il Lo Jong che divenne man mano il cuore del buddhismo tibetano, che tutti i maestri, di qualsiasi scuola, accolgono ancora oggi come pratica principale, la pratica della Bodhicitta. Atīśa ebbe molti discepoli, ma il principale fu Dromtönpa, un laico, nomade che fonderà la scuola Kadampa, “Ka” significa Buddha e “dampa” istruzioni, in cui ogni insegnamento, ogni atto, confluisce in un'unica realtà: la compassione e l’amore totalmente altruistico.
I seguaci di questa scuola si rivolgevano l’un l’altro chiamandosi semplicemente Geshe, cioè amico spirituale o amico virtuoso. I Kadampa praticavano la semplicità più autentica, come i frati minore di San Francesco, non vi era bisogno di nessun titolo, di nessuno studio particolare, solo la purezza di cuore nella pratica della compassione, giorno e notte.
Il titolo di Geshe assunse poi nelle successive scuole significati diversi ed è a tuttoggi indice di elevato livello di studi e conferito soltanto ai dottori in filosofia scolastica monastica, ma il vero senso, quello che io accolgo perché realmente autentico, è anche oggi “amico spirituale”, colui che pratica il Lo Jong.


I SETTE PUNTI DELL'ADDESTRAMENTO MENTALE

Tra i seguaci della scuola Kadampa molto importante fu Geshe Chekawa che mise per iscritto l’insegnamento Lo Jong in un unico testo completo “Addestramento della mente in sette punti. Vi sono molti altri documenti sul Lo Jong ma questo è il più importante, non manca nulla, è sostanziale.

I testi tibetani, per purificare la pratica da ogni ostacolo, iniziano tutti con il rendere omaggio al Buddha, o a una particolare Divinità, o al protettore, questo comincia invece con: Omaggio alla Grande Compassione. Ogni gesto di rispetto e devozione, accendere una candela, l’incenso, inchinarsi nel saluto a mani giunte, prosternarsi, tutto è grande compassione, poiché tutti noi, indistintamente, siamo manifestazione della grande compassione.
Siamo un’unica famiglia che nasce nella radice della grande compassione, soltanto dobbiamo prenderne coscienza, esserne pienamente consapevoli, ogni relazione umana nella società è unione, solidarietà, compassione. L’essenza del Lo Jong dunque è simile al nettare che nutre, trasforma, fa crescere la mente-cuore.
In Tibet le fondamentali istruzioni vengono fatte risalire al lignaggio del maestro che le ha elaborate, e il Lo Jong deriva dal lignaggio Serlingpa, maestro che Atīśa, nei suoi viaggi per molti paesi, incontrò nell’isola di Sumatra e da cui ricevette l’addestramento mentale alla grande compassione, la Bodhicitta. Atīśa al ritorno in India e poi in Tibet diffuse capillarmente questo prezioso insegnamento del Lo Jong che dunque ebbe la prima origine in Sumatra.
Prima abbiamo accennato a quattro scuole di filosofia buddhista e Atīśa apparteneva alla corrente Mādhyamika, il massimo livello di istruzione, mentre il maestro di Sumatra, Serlingpa, apparteneva alla scuola Sarvāstivādin, meno raffinata, di base, ma questo non costituì nessun ostacolo, perché il centro di entrambe era la Bodhicitta, la Grande Compassione.
Atīśa, grande studioso, abate nella sua università, era dunque assai più istruito del suo maestro, ma questo non aveva alcuna importanza, lui continuava a viaggiare e con autentica umiltà a cercare e apprendere dai maestri di altri paesi. Atīśa ricevette con profonda concentrata consapevolezza del dono che gi veniva offerto la fondamentale istruzione del Lo Jong dal maestro Serlingpa.
Vediamo dunque quali sono i sette punti dell’addestramento mentale: Primo punto (per prima cosa esercitati nelle pratiche preliminari), indica la necessità di esercitarsi con consapevolezza nelle quattro pratiche preliminari: a) riconoscere la preziosità e la rarità della propria esistenza umana; b) riconoscere l’impermanenza; c) riconoscere il karma, la legge di causa effetto; d) riconoscere i limiti della propria vita e del mondo.
Il secondo punto analizza le due Bodhicitta.: 1) la Bodhicitta ultima o assoluta e 2), la Bodhicitta convenzionale o relativa.
1) Nella bodhicitta ultima, Avendo ottenuto la stabilità mentale, si riceve l’insegnamento segreto. Considera tutti i fenomeni come un sogno. Ciò non significa che i fenomeni siano falsi, ma semplicemente che non sono concreti, non corrispondenti a ciò che percepiamo come reale.
E poi analizza la natura della mente innata, è l’antidoto stesso che si libera da sé nella vacuità della vacuità, medita sulla natura fondamentale di ogni cosal’essenza del sentiero. Questa è la concezione espressa dalla corrente Cittamātra, la scuola della “Mente soltanto”.
Nel periodo post meditativo insegna ad osservare con consapevolezza come l’illusionista che osserva ciò che appare come se fosse spettacolo di illusionista.
Riconosce l’istruzione Lo Jong come diamante dalle infinite potenzialità, come il sole che illumina ogni cosa, come pianta che cura ogni malattia e, vedendo le cinque degenerazioni [1) della visione, 2) delle passioni, 3) dei tempi -kāliyuga-, 4) del declino della forza vitale, 5) dell’aumento dei difetti corporali nel decadimento fisico], le trasforma nel sentiero del completo risveglio tramite lo sviluppo ininterrotto di compassione, amore, equanimità, gioia.
2) La pratica della Bodhicitta convenzionale o relativa è spiegata nei seguenti versi: Attribuisce l’intera colpa dei problemi a un solo fattore, che non sottintende il peccato, la responsabilità individuale, né nostra né altrui, ma indica lo stesso limite della natura umana. La parola tibetana per esprimere questa radice che produce stress è Rang chei zin. Ran significa sé - chei zin visione egocentrica con attaccamento molto sottile a se stessi ponendosi mentalmente al primo posto sempre - Noi dobbiamo semplicemente riconoscere questa condizione umana e soltanto in questo modo possiamo davvero trasformarla con gioia, soddisfazione, senza inutili sensi di colpa, questo è il nostro compito, ciò che dà senso alla vita, è la filosofia della compassione, la filosofia del Dharma.
I più seri e forti praticanti tibetani sono gli antichi maestri geshe Kadampa che in silenzio e umilmente praticavano giorno e notte il Lo Jong.
Medita sulla grande gentilezza di tutti gli esseri. La Bodhicitta convenzionale medita sulla naturale gentilezza di tutti gli esseri e ci mostra la necessità di permanere in modo nascosto, senza voler mai apparire, nell’attitudine di grande compassione. Noi ci poniamo spesso domande inutili, vogliamo analizzare l’autenticità della gentilezza nostra o altrui e ci perdiamo, l’unica cosa da fare allora è meditare sulla Bodhicitta ultima e considerare tutti i fenomeni come un sogno.
Ora giungiamo alla pratica del Tong Len, il cuore del Lo Jong, la pratica del dare la propria felicità agli altri e prendere la loro sofferenza utilizzando l’alternanza del respiro, con l’inspirazione si prende la sofferenza altrui e con l’espirazione si dona la nostra felicità.
Generalmente quando meditiamo con questo movimento del respiro pensiamo che ad ogni espirazione buttiamo fuori tutte le nostre negatività, diventando automaticamente saggi e migliori, mentre inspirando accogliamo ogni positività, ma in questo modo aumentiamo soltanto in modo esponenziale l’ego.
Il Tong Len è la più grande pratica dell’umanità, Gesù Cristo ne è l’esempio più visibile. Prendere su di sé la croce, offrire la propria vita, per il bene di tutti gli esseri.
Ma nella nostra pratica prima dobbiamo imparare a prendere su di noi la nostra stessa sofferenza e, altrettanto, donare sempre a noi stessi ogni bontà. Solo dopo aver imparato a conoscerci e purificato noi stessi in questo modo, possiamo addentrarci nella profondità del prendere su di noi la sofferenza altrui e dare loro ogni benedizione, gioia, serenità. Alla fine ogni respiro si trasforma nella pratica della compassione.
Prima di procedere dobbiamo avere consapevolezza che nelle nostre relazioni con gli altri vi sono tre oggetti, tre veleni e tre virtù. I tre oggetti sono gli amici, i nemici, e coloro che ci appaiono neutri; i tre veleni sono l’attaccamento, l’avversione, l’indifferenza; le tre virtù sono la trasformazione dell’attaccamento in amore e compassione, dell’avversione in gratitudine compassionevole perché questi nemici verso cui proviamo odio sono in realtà i nostri migliori amici in quanto autentici maestri che ci permettono di sviluppare le nostre qualità, e, altrettanto, la nostra indifferenza verso chi ci è neutro diventa saggezza della compassione.
Questo è ciò che trasforma il Lo Jong nei quattro pensieri incommensurabili: l’equanimità illimitata, l’amore o benevolenza illimitata, la compassione illimitata, la gioia compartecipe illimitata. Tutto questo è gioia di vivere nel mondo indipendentemente dalle circostanze in cui ci troviamo, perché è ciò che imprime senso ad ogni istante di vita.
Il tempo è volato, ci sarebbero ancora molte cose da dire e siamo riusciti a trattare soltanto i primi due punti, ma potremo rimandare ad altra occasione la spiegazione dei restanti cinque e di altro ancora. Troverete, non appena sarà pronta, la trascrizione di questa conversazione nel mio blog così potrete approfondire quanto detto oggi.

Grazie per l’attenzione, e buona serata 


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Thursday, 4 October 2018

KARMA, MEDITAZIONE E TRASFORMAZIONE INTERIORE



Seminario del Geshe Lharampa Lama Gedun Tharchin
mercoledì 26 settembre 2018
Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma

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"Karma, meditazione e trasformazione interiore"

Oggi siamo qui per analizzare insieme i tre aspetti enunciati nel titolo di questo incontro e che sono basilari nella costruzione della nostra esistenza.

Il primo è il karma, un termine sanscrito che include sottilmente più significati, ma nella sua traduzione in altre lingue si indica un unico senso, un lavoro. Nelle lingue occidentali, che partono tutte dalla traduzione inglese, diventa azione come risposta alla fondamentale legge di causa effetto.

Navigando in internet troviamo molteplici spiegazioni sul karma e ho notato che qui in occidente quando si pronuncia il termine karma la risposta immediata è: il destino, mentre in realtà non lo è affatto, può essere invece la causa del nostro destino.

Generalmente nelle descrizioni date dalle religioni che affrontano il karma ci si riferisce quasi automaticamente alle innumerevoli vite passate che determinando la condizione attuale e che si proiettano in altre infinite vite future. 

Ma questa è una interpretazione superficiale e spesso completamente distorta della realtà, dunque siamo qui, in un contesto universitario nel dipartimento di medicina e psicologia, e abbiamo tutti gli elementi per poter analizzare la questione in modo serio dunque, giustamente, non ci curiamo né delle vite passate né di quelle future, è più che sufficiente ed essenziale occuparci di questa vita.

Il mio compito in particolare è quello di affrontare questo argomento senza alcuna preoccupazione relativamente alle vite passate che tanto affascinano e incuriosiscono impegnando le persone in un assurdo dispendio di energie, di tempo e di senso e tantomeno delle vite future la cui ricerca negli oracoli, nelle predizioni è davvero uno spreco insensato. 

Ci si affida alle divinazioni, all’astrologia, al potere magico di oggetti e tutto questo a cosa serve? il passato è passato e nessuno può avere certezze sul domani, eppure ci si è persi in queste stoltezze per secoli interi incrementando così una grande confusione e travisando completamente il vero significato del karma. 

Il karma è altra cosa, non ha nulla a che fare con la conoscenza di vite passate o future, Il karma è la consapevolezza della propria coscienza qui e ora, detta anche continuum mentale e ora risiede nella mente del nostro presente.
Questa mente consapevole non dimora solo nel cervello, né nel cuore, né nei vari chakra, ma permea ogni componente della nostra esistenza umana, è il karma che possiamo giungere a sentire ed è questo il compito che oggi affrontiamo, siamo ricercatori, dobbiamo trovare il karma nella coscienza che copre l’intera esistenza umana presente, in ogni momento, qui e ora, nel corpo, nella mente, nell’anima, nello spirito.

Se oggi pesiamo una persona di 50 kg. e ripetiamo l’operazione il giorno seguente avremo sempre lo stesso risultato, ma le sue emozioni saranno le stesse o no? Potremmo vedere che oggi è felice, domani triste, dopodomani neutrale e così via, e dunque la nostra ricerca non è volta alla condizione fisica, più statica e quantificabile, ma nella costante  evoluzione del pensiero, nel cambiamento interiore che si modifica ad ogni istante da mattina a sera, questa percezione è il risultato del karma.

Il karma non è codificabile in una forma che aggiunge peso, è una materia intangibile. Non dobbiamo ripetere gli stessi incomprensibili termini antichi, bensì imparare a vagliarli alla luce della conoscenza attuale in una visione che scorre parallelamente alle sempre nuove e più profonde scoperte della scienza, dobbiamo comprendere il senso del termine usato calandolo nella 
consapevolezza del mondo moderno, di ciò che viviamo ad ogni istante oggi.

In questa visione quando parliamo di karma positivo, negativo, neutrale, non ci riferiamo a nulla che provenga da ieri, né che sarà domani, ma alla condizione di questo stesso momento.

Sperimentiamo il karma pesante quando ci sentiamo depressi e ci pare che nulla vada bene, ed è proprio in questo momento con la consapevolezza di tale pesantezza che possiamo trasformare la situazione. Anticamente si procedeva con rituali vari di purificazione che avevano comunque un loro effetto perché la persona si concentrava con fede in tale azioni, ma oggi questi mezzi non avrebbero alcun valore per noi, abbiamo altri strumenti da utilizzare, la conoscenza scientifica, articolata, sottile che ci aiuta ad affrontare la realtà con saggezza, consapevolezza, conoscenza, impariamo ad applicare nella nostra esistenza la compassione, la pazienza, l’amore e immediatamente la depressione scompare, la luce illumina la bellezza del presente.

Nessuno ci costringere a vivere nel karma pesante, abbiamo tutti gli strumenti nelle nostre mani per trasformarlo per passare dalla tristezza ad una gioia autentica, profonda, questo è stato l’insegnamento del Buddha: “Tu sei il tuo maestro, ma tu puoi essere il tuo peggior nemico” nessun altro può farlo dall’esterno perché tu sei l’unico responsabile della tua esistenza, puoi rendere proficua o sprecare la tua vita, portarla al fallimento, solo tu sei l’artefice della tua umanità.

Tu e solo tu costruisci il tuo karma, qui e ora, tutto dipende dalla tua forza di consapevolezza, di conoscenza, di capacità di purificazione così da trasformare nel momento presente l’intero sistema della tua esistenza umana.

Questa capacità è evidente soprattutto quando ci si trova nelle condizioni di maggiore  difficoltà, nei momenti faticosi e dolorosi della vita, poiché ci dà la possibilità di trasformarli davvero grazie alla consapevolezza e alla conoscenza in grado di liberarci dalla nostra stessa pesantezza, di togliere quel peso sempre più opprimente posto sulle nostre spalle che annienta e non ci permette di procedere sul sentiero della vita con profondità e leggerezza.

Dove risiede questo karma pesante? come è giunto? dove andrà? Nessuno lo sa e nessuno può darci una risposta, quindi perché perdere la vita nel tentativo di chiedere divinazioni per conoscerne le origini nel passato o per avere presunte proiezioni per il futuro. Questo è solo coreografia, spesso business ed è un gioco estremamente pericoloso. 

L’unico modo per liberarci dal peso del karma è purificare il karma pesante attraverso il karma positivo, questo è l’unico antidoto che abbiamo nelle nostre mani proprio adesso, qui e ora, e che dobbiamo usare subito, non rimandare a ipotetiche vite future o a chissà quali fantasiose immaginazioni, noi e solo noi possiamo e dobbiamo agire nel momento presente. 

Dobbiamo acquisire la consapevolezza per conoscere questo karma perché, così come quando il nostro corpo sta male se non sappiamo quale malattia lo affligge non possiamo nemmeno curarlo, dobbiamo fare altrettanto con la mente.

Il primo passo è la conoscenza delle cause della stessa malattia e solo allora sarà possibile trovare il rimedio per eliminarle e guarire. Tale procedimento è naturale ed essenziale per trasformare il karma pesante, la medicina necessaria è la consapevolezza, il Dharma.

Tutti noi siamo quotidianamente a confronto con qualche problema, sofferenza, confusione, felicità, soddisfazione, questo è il nostro karma, sia negativo che positivo, e quest’ultimo non è sempre in allegria a volte può diventare altrettanto pesante, l’obiettivo è dunque non avere karma, e non è una battuta, al contrario è una condizione fondamentale per la crescita umana.

In genere tutti ci focalizziamo unicamente sulla contrapposizione tra karma negativo e positivo, mentre in questa guerra non ci sono vincitori, perché entrambi colpiscono lasciando cicatrici, dunque il nostro obiettivo è liberarci da simili condizionamenti, cioè liberarci dal karma.

Quando siamo oppressi dal karma negativo utilizziamo il karma positivo per venirne fuori e va bene, ma una volta liberati dal karma negativo dobbiamo comunque lasciar andare anche il karma positivo, poiché se lo afferriamo lo rendiamo automaticamente negativo in quanto ogni attaccamento inevitabilmente si trasforma in limite, sofferenza, dolore, insoddisfazione.

Dobbiamo dunque liberarci dal karma poiché la sua natura è attaccamento, indipendentemente che sia rivolto a positività o a negatività, è comunque matrice di ogni sofferenza.

Nell’ambito dell’esistenza umana ogni azione generata da rabbia, gelosia, emozioni negative, produce inevitabilmente karma negativo, invece ogni applicazione in qualsiasi elemento positivo, importante e assolutamente necessario alla vita, porta karma positivo, ma benché questo sia al momento indubbiamente più piacevole e gratificante, alla fine essendo comunque attaccamento, si trasforma inesorabilmente in sofferenza, preoccupazione, peso, e il prodotto di questo karma è ciò che gli antichi definivano la condizione del samsāra.

Nel samsāra qualsiasi movimento, piacevole o spiacevole alla fine diventa insoddisfazione. Liberarci dal samsāra, cioè spezzare la catena delle rinascite, significa interrompere il karma, non crearne più e per far questo non si tratta solo di eliminare un attaccamento qualunque, sia positivo che negativo, ma di estirpare l’attaccamento radice, la madre di tutti gli attaccamenti che è l’attaccamento al sé, l’aggrapparsi all’io, ciò che ci trattiene nel samsāra, nell’illusione di una distorta visione della realtà.

Il Buddha ha ribadito all’infinito questo concetto indicando tre caratteristiche fondamentali: dukkha - anicca - anattā.

Dukkha è la sofferenza, il dolore, l’insoddisfazione che è inevitabile condizione che pervade ogni spazio della nostra esistenza nel samsāra.

Anicca è l’impermanenza. Noi siamo insoddisfatti da tutto perché cerchiamo sempre in ogni cosa la permanenza, vediamo erroneamente in ogni situazione e oggetto una staticità immutabile concretamente definibile in una forma, mentre nella realtà ogni elemento, dal più piccolo al più grande è impermanente. non è mai  lo stesso dell’istante appena passato. 

Consapevoli dell’impermanenza della realtà non dobbiamo più temere il samsāra dobbiamo imparare a conoscere e a controllare il karma, siamo noi gli unici responsabili della nostra esistenza, nessuno ci obbliga a farci condizionare o dominare dal samsāra, noi decidiamo se soccombervi o liberarci dalle sue catene, dobbiamo dunque imparare a non sprofondare nell’acqua, bensì a galleggiare sulle onde del karma osservando ogni evento, dalle catastrofi naturali a tutto ciò che colpisce la nostra esistenza, considerandoli nella loro natura vera di impermanenza.

Anattā è assenza dell’io. L’attaccamento all’io è la madre di tutti gli attaccamenti, è la più grande illusione, la radice dell’insoddisfazione costante che ci pervade senza interruzione poiché è impossibile soddisfare pienamente il sé a cui ci aggrappiamo come se fosse soggetto concretamente permanente, mentre in realtà non è tangibilmente esistente.

Al Buddha sono state attribuite moltissime qualità, tra queste soprattutto emerge la sua grande capacità di conoscenza della psiche umana e della realtà, e in tale contesto ha insistito a lungo nella descrizione dell’illusione di voler afferrare qualcosa che non è afferrabile, di aggrapparsi a un io come a qualcosa di solido, definito, ben strutturato così da sentirsi sicuri, protetti da ogni evento disturbante e di poterne ottenere tutte le gratificazioni possibili, mentre l’io non è afferrabile in alcun modo, né lo si può trovare da nessuna parte.

L’attaccamento al sé è dunque una gigantesca illusione e quando lo cerchiamo in noi stessi, immediatamente si nasconde, quindi la sfida che dobbiamo affrontare è la consapevolezza dell’assenza del sé, ma sia chiaro, ciò non significa affatto che noi non esistiamo, al contrario noi siamo in quanto persone, mentre è falsa, illusoria e inesistente la percezione che noi abbiamo di noi stessi nell’attaccamento al sé.

Nei momenti di rabbia, di paura, immediatamente proclamiamo a gran voce “IO”, tentiamo di aggrapparvici come a un’ancora di salvezza, ma dov’è questo io? Non lo troviamo da nessuna parte ed ecco che la sofferenza dell’insoddisfazione radicale e sottile emerge in tutta la sua potenza. In questo falso io si crea la radice del karma.

Il nostro scopo non è dunque quello di voler costruire karma positivo, ma quello di liberarci da ogni karma sia positivo che negativo, vivere senza karma, questa è la pace, il nirvāna.

Il nirvāna è proprio questa serena armonia, nulla di spettacolare, di miracoloso o paradisiaco che potrà essere raggiunto soltanto dopo la morte. Il Buddha ha insegnato che il nirvāna è nel presente, alla portata di tutti, ma non è calato dall’altro per magia, lo dobbiamo costruire passo a passo imparando a liberarci di questo karma, qui e ora, sia negativo che positivo o neutrale.

I pensieri negativi creano karma pesante nella nostra mente, nello spirito, nell’anima, non nel nostro corpo, una pesantezza intangibile che non può essere quantificata su una bilancia, ma ugualmente è potente e condiziona fortemente l’esistenza, crea le differenze nelle emozioni, nel sentimento, nello stato mentale, dunque è necessario purificarci da questa oppressione e l’antidoto a nostra disposizione da porre in atto subito è il karma positivo che rasserena e alleggerisce la mente.

I pensieri, l’attitudine negativa, non sono naturali nel cuore umano e sono altresì assolutamente inutili a se se stessi e agli altri, non producono alcuna soddisfazione e creano unicamente ostacoli alla propria coscienza in primo luogo e alle relazioni con il tutto.

Al contrario l’attitudine positiva della compassione, dell’amore, procede sempre a fianco di saggezza, intelligenza, conoscenza, consapevolezza e queste qualità congiuntamente permettono di superare qualsiasi problema nella propria vita, nella società umana, sono autentico antidoto al karma negativo.

Questo è ciò che stiamo trattando oggi, e io non vi sto proponendo delle certezze, siamo tutti nello stesso cammino di ricerca, dobbiamo sostanzialmente riconoscere, capire come prendere e trattare nella profondità dell’esistenza umana questo nostro karma positivo, negativo o neutro.

Il karma non è il destino, non è un qualcosa del passato, non è una proiezione nel futuro, è qui in questo nostro presente, momento per momento. Ogni assurda preoccupazione per la vita futura o presunto esame delle vite passate costituisce solo karma inutile in cui si spreca assurdamente tutta la vita.
L’unico karma utile è l’amore, la compassione, la conoscenza, la consapevolezza, la meditazione, la saggezza, che ci donano bontà, gioia, serenità in noi stessi e negli altri e in questo modo superiamo ogni paura, preoccupazione, riuscendo alla fine a superare tutto il karma accumulato nella vita nello sradicamento drastico della radice madre dell’attaccamento al sé.
Ecco perché è così importante meditare sul karma, saperne vedere chiaramente la presenza nel sistema della nostra esistenza umana. Così come per il benessere del corpo teniamo sotto controllo la pressione arteriosa e la misuriamo tutte le mattine, altrettanto dobbiamo fare con la mente, iniziare ogni giornata esaminando la pesantezza del karma, è aumentato? Sentiamo il predominio della rabbia, dell’attaccamento, dell’ignoranza, dell’oscurazione mentale? Se la risposta è si significa che sono diminuite compassione, amore, consapevolezza, saggezza, intelligenza e dunque, serenamente e con pazienza, dobbiamo retrocedere di un passo per poi avanzare di due.

Non c’è fretta in questo cammino, ma perseveranza, pazienza, un piccolo passo alla volta, a questo serve la meditazione per breve che possa essere. Non dobbiamo pensare che meditazione sia solo quella del Buddha, ininterrotta sino al raggiungimento dell’illuminazione, l’errore è proprio quello di voler sempre imitare ciò che riteniamo perfetto, noi dobbiamo meditare con consapevolezza secondo le circostanze, le nostre necessità e capacità, non abbiamo bisogno di nulla, l’unico strumento che possiamo utilizzare è l’osservazione del respiro che con il suo ritmo lento produce tranquillità mentale, lucidità, visione chiara di ogni elemento e conseguente superamento di ogni difficoltà con serenità, pace, gioia. 

La meditazione è la medicina per le difficoltà della vita, fa crescere nel Dharma, è il nettare indispensabile per la costruzione di un’esistenza sana, feconda, il gioiello dell’anima, dello spirito. La meditazione porta alla trasformazione interiore, agisce sul karma, lo può cambiare.

Noi siamo qui oggi per cercare insieme il senso di questo processo, l’interpretazione autentica, calata nella civiltà, nella cultura, nella scienza contemporanee, dei termini che stiamo utilizzando: karma, samsāra, nirvāna, Dharma, perché solo in questo modo ne possiamo cogliere l’immediato effetto, l’utilità e il peso che hanno nella nostra esistenza.

E’ una grande illusione, un inutile, insensato spreco, demandare tutto ciò a dopo la morte, cadendo nell’inganno di una impossibile interpretazione delle antiche scritture valide per i loro tempi e in un determinato contesto culturale, ma assolutamente avulse dalla condizione attuale. 

Non sappiamo come avverrà il passaggio nella morte, se sapremo o potremo meditare, ciò che sappiamo è che dobbiamo farlo oggi, trasformare il nostro cuore-mente oggi, dobbiamo avere consapevolezza della nostra condizione umana dei vari momenti di cui la stessa morte è parte, così la meditazione è ininterrotte, presente nel risveglio, nel sonno, nell’attività quotidiana come nella morte.

E’ davvero insensato essere terrorizzati dal momento della morte quando la vera difficoltà, la pesantezza da affrontare istante per istante è il vivere. Chi vive con consapevolezza non avrà alcun problema nell’affrontare consapevolmente il passaggio nella morte.



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