Sunday, 22 November 2015

IL KARMA


LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 


2° IL KARMA


Risulta fondamentale approfondire il discorso sul Dharma: il Dharma definitivo è quello che si chiama Nirvana. Quest’ultimo può essere considerato come la fine della sofferenza; il dharma quindi e’ la somma via per arrivare alla liberazione. Esso non è altro che l’insieme di tutti i mezzi che portano alla liberazione, all’illuminazione: lo studio, l’ascolto e la contemplazione. C’è un altro termine in sanscrito che prende il nome di Abhidharma, e cioè la suprema realizzazione della natura. L’Abhidharma è la diretta comprensione, il sublime apparire della definitiva consapevolezza dei fenomeni. L’Abhidharma è quello che noi chiamiamo il supremo Dharma e cioè il mezzo ultimo per arrivare al Nirvana. Studiando il termine Dharma ci accorgiamo che possiede diversi significati. All’inizio, per cominciare ad apprenderlo, dobbiamo studiare ciò che è in relazione con esso e tutto quello che dobbiamo fare per collegarci al supremo, all’ultimo Dharma. Quando parliamo del Dharma vuol dire che abbiamo a che fare con ciò che ci può condurre  alla liberazione dalla sofferenza, alla liberazione dal Samsara

Samsara e Nirvana sono due entità molto distinte: il Samsara è il caos; il Nirvana è uno stato mentale di realizzazione in cui ogni cosa è chiara e limpida e non vi è più confusione alcuna. Il fatto che stiamo cercando il Nirvana vuol dire che siamo in uno stato di disordine. I mezzi per uscire da questo stato e raggiungere la realizzazione, la chiarezza, che è invece il Nirvana, sono chiamati con il termine Abhidharma

L’Abhidharma è l’estrema realizzazione della vacuità, è la somma percezione della realtà, è la definitiva comprensione della reale natura delle cose. Il percorso è lineare: il Samsara, l’Abhidharma e poi il Dharma, ovvero il Nirvana.

Dal momento che stiamo nel Samsara, e cioè nella confusione, cerchiamo di comprendere e di studiare l’Abhidharma. Questo è il livello convenzionale dell’Abhidharma; diverso è  il livello ultimo cioè quello della reale comprensione della vera natura delle cose. Quindi, quello che chiamiamo l’Abhidharma convenzionale, che è correlato con l’Abhidharma tradizionale, sono tutti i mezzi per raggiungere quello definitivo. Tali mezzi sono lo studio e la contemplazione, ed entrambi ci permettono di capire la natura della realtà. 

In questo momento viviamo nel Samsara indipendentemente dal fatto che siamo Buddha, Arhat o Bodhisattva e vogliamo fuoriuscire dal esso. I mezzi che ci permettono di fare ciò sono correlati all’essenza del Karma

Viviamo nel Samsara a causa del Karma. La volontà di uscirne implica che vogliamo cambiare il nostro Karma.
Per Karma intendiamo il nostro lavoro personale, l’azione concreta da intraprendere. Tutto ciò che succede nel Samsara dipende dal Karma. A  volte ci domandiamo come è possibile che tanti eventi siano prodotti da esso,  e questo è difficile da immaginare. 

Il Buddha ha detto che comprendere i livelli ed i funzionamenti sottili del Karma è più difficile che comprendere il concetto di vacuità. Inoltre, ha anche affermato che tutti gli esseri supremi, Bodhisattva e Arhat, possono aver realizzato i concetti della vacuità, ma come funziona la vacuità e comprendere i sottili livelli del Karma, può farlo solo Buddha. Quindi, non possiamo aspettarci di capire tutto quello che riguarda il Karma,  sarebbe impossibile. Farò comunque del mio meglio per cercare di spiegarlo.

Come possiamo comprendere che ogni evento  è prodotto dal Karma? Innanzitutto partiamo dalla sua definizione. Secondo i testi classici tibetani è uno stato della coscienza.
Esistono, a tal proposito, due livelli mentali: uno è la mente temporanea, e cioè la mente che appare e scompare, l’altro è la mente principale.
Il Karma è collegato alla mente secondaria o temporanea , cioè a quella mente che con un termine occidentale potremmo definire «volatile».
Per esempio, la rabbia appartiene alla mente secondaria e non a quella primaria perché non siamo perennemente arrabbiati, mentre questo stato mentale appare o meno a seconda delle circostanze.
Ciò non vuol dire che se non siamo arrabbiati abbiamo abbandonato la rabbia: questa è dentro di noi, nel sottosuolo, come se stesse in uno stato di sopore.
Questa è una caratteristica della mente temporanea, che, appunto, appare e scompare, a seconda del manifestarsi degli eventi.
La mente secondaria può essere meglio compresa come processo d’intenzione.
L’intenzione accompagna ogni funzione mentale ed esistono cinque stati generatori: il primo è la sensazione, il secondo è la concezione, il terzo è l’intenzione, il quarto è l’ispirazione e infine il quinto è il contatto.
Questi cinque stati onnipresenti sono quelli che accompagnano ogni funzione mentale.
Per quanto riguarda la sensazione, ne possiamo distinguere tre tipi: piacevole, non piacevole e neutra. 
Per quanto attiene alle intenzioni possiamo dire che ogni azione che viene intrapresa è sempre accompagnata da intenzioni, da motivazioni. Anche gli stati mentali positivi come la comprensione e la benevolenza sono accompagnati da questi stati mentali.
Persino quelli negativi come la rabbia e l’odio rispondono a tale meccanismo di funzionamento. Anche quando siamo arrabbiati c’è sempre un’intenzione dietro la nostra rabbia. Nell’intenzione c’è l’aspetto principale di quello che chiamiamo Karma
Da un punto di vista psicologico è abbastanza chiaro come si crea il Karma. Se per esempio diamo del denaro a dei mendicanti per strada questo crea un buon Karma, ma come avviene ciò? Esso nasce dalla buona intenzione che motiva la mia azione.

Come esempio possiamo portare un aneddoto storico. Ashoka è stato un re indiano dell’antichità molto illuminato e chiamato il re del Dharma perché impostava le sue scelte politiche secondo gli insegnamenti del Buddha e secondo la legge del Dharma. Era un re molto ricco, buono ed apprezzato. Si racconta che quando il re era bambino e vide il Buddha passare per strada rimase molto colpito dalla sua figura e, non avendo nulla da offrirgli, gli diede una manciata di sabbia con la quale stava giocando sulla riva del fiume. Le sue  qualità mentali e la sua positività discendevano anche da quel piccolo gesto. Quale fu l’intenzione del bambino in quel momento? Quella di far felice il Buddha. Il piccolo re aveva visto questa figura di monaco che lo aveva reso molto felice e quindi voleva ricambiarlo pur non avendo nulla da offrire. L’intenzione apparsa in quel momento ad Ashoka lasciò una forte impronta nel suo io, quell’impronta gli ha consentito di crescere e gli ha fornito le condizioni per far germogliare un buon frutto.
Dedicarsi alla spiritualità è molto più importante che dedicarsi agli aspetti materiali della vita. 
Il Buddha fa l’esempio del seme di sesamo che è molto piccolo ma che può produrre un grande albero. Lo stesso vale per noi: una piccola intenzione positiva può produrre grandi cose.
Quindi è chiaro come sia possibile produrre un buon Karma. Non è una credenza cieca o qualcosa a cui dobbiamo attribuire una simile connotazione. Il Karma positivo crea risultati positivi, il Karma negativo crea risultati negativi. 

Ci sono quattro caratteristiche del Karma
la prima è la certezza, è certo che un Karma positivo crea un risultato positivo e viceversa; 
la seconda è che non sperimenteremo alcun tipo di Karma che non sia stato creato da noi stessi; la terza caratteristica è che se creiamo un Karma positivo o negativo questo non scomparirà, non andrà perduto;
la quarta caratteristica è che un piccolo Karma positivo può generare un grande frutto. 

Queste quattro caratteristiche del Karma sono la base dell’insegnamento del Buddha, che si  può condensare in tre semplici versi: fare del bene, non fare del male e cercare di addestrare la mente. 
E’ molto semplice perché se qualcuno fa qualcosa di negativo sperimenterà risultati conseguenti, il risultato della cattiveria è la sofferenza, il risultato della bontà è la felicità. Gli accadimenti, sia positivi che negativi, dipendono dalle nostre intenzioni e, quindi, dal Karma.
Cercare di addestrare la mente, di dominarla, vuol dire indirizzare le nostre intenzioni, rivolgerle al positivo. Quindi, nel verso che dice di  «non fare cose malvagie» Buddha condensa tutto il suo insegnamento che riguarda l’etica (sila). Se si dimora nella moralità, nell’etica, sarà impossibile compiere azioni negative. 
Il primo verso dice: «Fai cose buone, fai del bene» in quel verso è sintetizzato l’insegnamento del Buddha per quel che riguarda la concentrazione (samadhi). 
La principale sostanza della concentrazione è la consapevolezza mentale. Se qualcuno vigilerà con consapevolezza, farà del bene.
Quando perdiamo la nostra consapevolezza agiamo in maniera errata.
Il terzo verso dice «Cerca di dominare la tua mente». In quel verso è focalizzato l’insegnamento del Buddha per quel che concerne la saggezza (prajna), nel senso di sviluppo delle qualità positive. Così, saggezza significa cercare di determinare ciò che è giusto e ciò che non lo è. Noi commettiamo degli errori perché non abbiamo una visione chiara. Al contrario, se  possedessimo una comprensione univoca di ciò che è positivo e di ciò che è negativo ci asterremmo dal commettere errori.
Bisogna dunque possedere una solida base fondata sull’etica, essere radicati nella moralità, e sviluppare la concentrazione. Una volta che si è ottenuta la moralità e la concentrazione si sviluppa la saggezza. 
Nell’insegnamento del Buddha sono molto famosi i cinque precetti fondamentali. Radicarsi nei cinque precetti va inteso come evitare di essere coinvolti nella negatività. Inoltre, ci sono le dieci azioni virtuose e le dieci azioni non virtuose, e queste a loro volta sono suddivise in tre categorie: le azioni verbali, quelle fisiche e quelle mentali.
Le azioni principali sono le mentali, dalle azioni positive o negative di tipo mentale scaturiscono quelle fisiche e, infine, quelle verbali. 


 Abhidharma: in primo luogo, metafisica buddhista o, più dettagliatamente, parte degli insegnamenti di Buddha Sakyamuni riguardanti lo sviluppo della saggezza e l’analisi dettagliata dei fenomeni; l’Abhidhamma Pitaka è la terza parte del Canone Pali buddhista e rappresenta la base dottrinale sia della corrente Hinayana che di quella Mahayana.

 Samsara: ciclo senza inizio di morti e di rinascite; condizione ordinaria (non realizzata spiritualmente) di esistenza e di sofferenza.
 Cinque precetti fondamentali: astenersi dall’uccidere o danneggiare qualunque creatura vivente; astenersi dal prendere ciò che non è stato dato; astenersi da una condotta sessuale irresponsabile; astenersi da un linguaggio falso o offensivo; astenersi dall’assumere bevande alcoliche e droghe che alterano la coscienza.

Friday, 6 November 2015

Nota dell’autore e Indici - LA VIA DEL NIRVANA



Nota dell’autore

Questo libro è il frutto del lavoro volontario dei nostri amici Anna e Giovanni. All’inizio hanno semplicemente registrato e trascritto alcune delle lezioni del corso che ho tenuto al Centro Tara Bianca di Roma nel 1999 - 2000 (ad eccezione del primo capitolo “Buddhismo” che ho steso per la presentazione di una conferenza pubblica tenuta a Padova e dell'ottavo capitolo "La Compassione e La Saggezza"  scritto per una conferenza tenuta a Centro Simmetria - Roma). Gradualmente l’interesse è cresciuto e alla fine hanno preso l’iniziativa di produrre un opuscolo dal materiale trascritto.

Proprio per la natura spontanea di questa iniziativa, il materiale raccolto è parziale e i suoi contenuti limitati. Inoltre, dal momento che non sono in grado di leggere l’italiano, non è stata da me apportata alcuna modifica. Gli insegnamenti sono stati dati in inglese e tradotti in italiano per la maggior parte dal nostro amico Guglielmo. Le lezioni del corso non hanno avuto molta preparazione e la mia limitata conoscenza dell’inglese ha causato alcune lacune nei dettagli delle esposizioni filosofiche. Ma malgrado tutti questi limiti abbiamo fatto del nostro meglio nella redazione di questo libro per controllare la terminologia Italiana, Sanscrita, Tibetana e Pali. Abbiamo anche aggiunto alcune lezioni da me tenute all’Istituto LAMRIM, presso la Fondazione Maitreya a Roma per completare alcuni argomenti. L’ultimo capitolo sulle Sei Paramita è la trascrizione di un corso di un weekend tenuto presso il Centro Milarepa di Torino, volontariamente trascritto dal signor Carlo Francesco Conti e dalla signora Lia. Ho ammirato il loro sforzo gioioso. 

La qualità spirituale di questo libro risiede nella ricchezza e nel senso che nascono proprio dai suoi limiti. Il mio inglese limitato ha fatto sì che io porgessi un Buddhismo molto semplice e accessibile ad ogni tipo di lettore. Nessuna modifica è stata fatta, e il risultato è un’esposizione del Dharma naturale e originale. Le lezioni, date per la maggior parte senza troppa preparazione, presentano la vera essenza del Dharma, sgorgata direttamente dal cuore piuttosto che dai libri o dagli appunti.

Nel breve contenuto di questo lavoro, ho cercato di esporre una profonda ma anche semplice visione dei concetti fondamentali del Buddhismo, al di là delle specifiche tradizioni. Il mio scopo è cogliere l’essenza delle pratiche e delle tecniche di meditazione buddhiste, spogliate dalle influenze dei loro background culturali di origine. Ho cercato di illustrare la chiara, pura, seppur umile modalità propria del Buddhismo di integrarsi concretamente e di semplificare la vita quotidiana di questa nostra sofisticata società telematica. Spero che ciò possa soddisfare l’inevitabile e naturale attrazione che molti esseri umani provano nei confronti della filosofia buddhista e che, ottenendo così benefici a breve e lungo termine, possano infine vivere una vita soddisfacente, pacifica e semplice, pur mantenendo la ricchezza dell’identità culturale di appartenenza e un grande rispetto nei confronti di tutte le tradizioni religiose e dell’armonia sociale.

In conclusione, vorrei esprimere la mia riconoscenza e ammirazione nei confronti degli Umanisti Signora Anna Maria Tomasino e del Dott. Giovanni Liberti per i loro diligenti sforzi nel realizzare questo libro di Dharma. Ringrazio il monaco Zen Guglielmo Cappelli per aver tradotto e corretto gli appunti. Grazie anche al Theravada Bikkhu Chandapalo, Abate del Monastero Santacittarama e alla Dott.ssa Mariangela Falà, presidente dell’ L'Unione Buddhista Italiana per aver letto le bozze.  Porgo uno speciale ringraziamento al Sign. Ernesto Villa per la cura del testo, al Sign. Maurizio Bevilacqua per la bella introduzione e al Sign. Franco Del Moro, direttore dell' Associazione Letteraria "Ellio Selae" per l’edizione finale e la pubblicazione del testo. Ringrazio tutti i miei amici sparsi per il mondo per la loro gentile cooperazione alle mie virtuose iniziative.

Possano tutti gli esseri incontrare la pace e felicità


                   Lama Geshe Gedun Tharchin 



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LA VIA DEL NIRVANA


a)  Indice

b)  Nota dell'autore  

1)  Il Buddismo

2)  Il Karma  

3)  La Natura di Buddha

4)  Il Senso della vita Umana

5)  La Morte e La Nascita

6)  Rinuncia

7) La Fede e l’Attitudine

8) Compassione e La Saggezza

9)  Entrare nel Mahayana             

10)  Sviluppare il  Bodhicitta 

11)  Le Azione del Bodhisattva

12) La Generosità 

13) La Moralità 

14) La pazienza 

15) Lo Sforzo  

16) La Concentrazione             

17) La Saggezza

18) Tecniche di Meditazione

    a) Il Luogo di Meditazione

    b) Il Cuscino              

    c) La Postura

    d) La Motivazione

    e) Cosa è la meditazione  

     f) La Meditazione sul Respiro

     g) La Concentrazione su un oggetto 

     h) La Dedica

19) Le Sei Paramita                                   

20)      Biografia dell’Autore 

IL SENSO DELLA VITA UMANA


LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 


4° IL SENSO DELLA VITA UMANA

Quello che tentiamo di fare quotidianamente è ricercare l’essenza della vita, darle un senso che vada oltre quelle che sono le preoccupazioni quotidiane. La ragione per cui ne ricerchiamo il senso è aumentare la fiducia in noi stessi e nella nostra vita.
Quando raggiungeremo profonda fiducia nella nostro modo di essere, allora la nostra vita acquisterà stabilità ed equilibrio. Una condizione che sia stabile ed equilibrata ci pone in un rapporto di  pacifica confidenza con noi stessi. In questo senso il Dharma è l’essenza della nostra vita, e ci condurrà allo sviluppo di una fondamentale introspezione. 

Quando parliamo dell’esistenza, dobbiamo distinguere tra uno stile di vita interiore ed uno  esteriore, uno spirituale ed uno materiale. Questa divisione è in relazione alla ripartizione che possiamo fare tra la salute fisica e la salute mentale o spirituale.
Anche i sentimenti possono essere suddivisi tra quelli che producono benessere fisico e quelli che producono benessere mentale.
Bisogna imparare a conoscere qual è il potenziale di questi differenti tipi di sensibilità.
Noi siamo più interessati a mantenere i nostri sentimenti a livello interiore, questo perché la vita spirituale è alla base della vita esteriore e materiale. Quindi, quello che cerchiamo di fare è arricchire l’interiorità in modo da potenziare, di conseguenza, la nostra fisicità. Lo sviluppo delle qualità interiori può permettere di superare i problemi fisici e materiali, e questo non accade solamente durante la meditazione, ma anche studiando il Dharma  e producendo un arricchimento del nostro stile di vita.

Un argomento importante da affrontare è quello relativo alle «Sei Paramita» (di cui si tratterà nei capitoli successivi). Esse sono contenute nello sviluppo della mente altruistica, Bodhicitta, che permette di aumentare le nostre qualità interiori.
Vivere praticando le Paramita aiuta ad avere uno stile di vita più salutare e permette di cambiare non solo la qualità della meditazione, ma l’intera vita.
E’ per questo che le sei Paramita sono l’essenza dell’addestramento dello stile di vita del Mahayana. Non c’è bisogno di un solido background filosofico o teoretico, semplicemente  basta vivere sulla base delle sei Paramita. Mirare ed aspirare ad uno stile di vita basato su tale modello ci consente di mantenere una consapevolezza, una completa vigilanza su quanto facciamo nella quotidianità.
Mediante questa consapevolezza possiamo valutare quanto, durante la giornata, attuiamo le sei Paramita o, al contrario, quanto le eludiamo. Dobbiamo renderci conto che le Paramita sono un impegno che, chiunque segua il sentiero Mahayana, dovrebbe cercare di affrontare. La consapevolezza, l’attenzione, la pienezza mentale, l’introspezione sono gli strumenti attraverso i quali possiamo mantenere noi stessi entro tale sentiero.
Come ho già detto, il risveglio e gli istanti prima di dormire sono i due momenti fondamentali per ricordare quello che faremo e che abbiamo fatto durante la giornata. E’ lì che abbiamo la consapevolezza piena di tutto il vissuto positivo.
A tal proposito, ritengo che la consapevolezza e l’attenzione siano dei punti fondamentali, gli elementi più importanti dell’insegnamento del Buddha. Bisognerebbe essere in grado di «riempire» la nostra mente di consapevolezza durante l’arco della giornata oltre che durante l’arco della notte. E’ importante cercare di estendere la nostra attenzione per vivere le sei Paramita durante tutte le ventiquattro ore; questo porterà la nostra vita ad un livello più stabile e più equilibrato.
Vivere con consapevolezza causerà degli effetti benefici sia temporanei che a lungo termine. Gli effetti benefici sono quelli di poter estendere nella nostra esistenza, nella nostra vita quotidiana, i momenti di tranquillità, i momenti di concentrazione e di consapevolezza in modo da poter ridurre lo stress, la tensione che ci deriva dal vivere nel Samsara.

Vivere gli effetti benefici temporanei, in termini di diminuzione dello stress, è la base per i successivi sviluppi quali la realizzazione oppure il Samadhi o la Vipassana.
Percorrere uno stile di vita basato sulle sei Paramita permette le successive realizzazioni, gli obiettivi ultimi della pratica del Dharma.
Quindi, meditazione vuol soprattutto dire  vivere nella concentrazione, con consapevolezza e pienezza mentale, tutta la giornata, esercitando la saggezza.
Significa vivere in confidenza con il proprio stile di vita, eliminando così la confusione. Intendiamo qui per confidenza con se stessi avere coscienza di quella che è la nostra meta finale. Inoltre, questo significa soprattutto affrontare l’esistenza senza paura: qualsiasi difficoltà possa sorgere bisogna saper restare «stabili»; raggiungeremo in tal modo pace e felicità durature.
Questo è quello che si intende parlando di realizzazione di Shamatha e di Vipassana.

La meditazione non è solo quella che si compie in una sala di meditazione, ma è ciò che si deve esprimere durante tutto l’arco della giornata attraverso lo studio, la contemplazione, ma, soprattutto, sperimentando ciò che si studia e si contempla.
Soltanto con l’esperienza individuale una persona può convincersi degli aspetti benefici del vivere nelle sei Paramita.
E’ quello che in termini buddhisti viene chiamata fede, la fede nelle sei Paramita, ma anche la fede nel Dharma e nella meditazione. E’ questo che porta alla fede nel Buddha.
Successivamente può giungere quella nel Sangha, e cioè in coloro che praticano ed «espandono» il Dharma. Quindi si può avere fede ed ammirazione nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha

Sviluppare ammirazione per i Tre Gioielli è quello che si chiama vivere nella fede. Per questo è impossibile per i praticanti buddhisti diventare fanatici. Per fanatici ed integralisti il principale oggetto di fede è la persona, cioè la fede in una persona di cui non si conoscono le qualità e di cui  si seguono parole ed azioni.
Questa è fede cieca: una fede da invasati non è la forma di credo buddhista, è una fede di tipo samsarico. 
Entrambe possono essere definite fedi, tuttavia sono completamente differenti. L’attitudine alla fede nei Tre Gioielli può essere «trasportata» anche in altre religioni e viceversa. 

Ad esempio, i cattolici credono in Gesù Cristo, figlio di Dio. Questa stessa fede è presente anche nei protestanti, negli ortodossi e in altre confessioni cristiane, tra le quali spesso sorgono dispute di carattere teologico. Nel Cristianesimo, inoltre, vi sono dei dogmi: Cristo è figlio di Dio, però è anche Dio, e Maria è sia la Madre di Cristo che la Madre di Dio. Questi stessi dogmi del Cattolicesimo sono ripresi anche da altre confessioni cristiane che però sono più critiche e addirittura polemiche. La critica è un’attitudine presente non solo in  ambito religioso, ma in qualsiasi campo del sapere umano: quando non concordiamo su un punto di vista tendiamo sempre a dire che solo il nostro è quello giusto. 

Anche il Dharma non è immune da tali atteggiamenti. Ad esempio, i buddhisti tibetani credono che il Dalai Lama sia il Buddha, in quanto sua reincarnazione e sua madre, la madre di Buddha. 
Accade lo stesso anche nelle tradizioni Zen e Theravada che affermano, in merito, che i tibetani sono pazzi e che queste credenze non sono vere. Ma anche lo Zen ha i suoi dogmi: ad esempio crede nella trasmissione da cuore a cuore, il tutto a partire da Buddha a Mahakassyapa. Analogamente, le altre tradizioni dicono che gli Zen sono confusi e sbagliano. Anche il Buddhismo Theravada risente dei dogmi; non mette enfasi come nel Mahayana negli ideali del Bodhisattva, non ha rituali elaborati e crede solamente nel Buddha Shakyamuni, il Buddha storico, e segue le sue vie ed il suo insegnamento in maniera molto semplice. 

Questi diversi approcci sono tutti positivi, non c’è bisogno di dire che uno è giusto e l’altro è errato. Come possiamo combinarli ed armonizzarli? L’unica maniera è attraverso la sensibilità e l’esperienza di ogni singolo individuo, non c’è altra possibilità di farlo, non servono conferenze o incontri, perché spesso in queste occasioni la gente arriva pronta a combattere la propria battaglia. 

Penso che sia impossibile cercare di risolvere le diversità dal punto di vista teoretico. L’importante, invece, è la pratica che ognuno affronta nel cattolicesimo, nel Buddhismo Tibetano, nello Zen, nel Theravada. In poche parole, ciò che conta è il risultato. Se questo è positivo vuol dire che tutte le vie e le pratiche hanno un certo grado di equivalenza sul piano concreto. Possiamo convincerci che ciascuna di queste fedi sia corretta perché i praticanti la seguono con devozione ed il risultato è una vita positiva.
Comunque la scelta è individuale e compete a ciascuno di noi. Ciò che conta è non criticare le altre tradizioni.
Malauguratamente, la tendenza alla confutazione delle pratiche altrui è cosa molto diffusa nella società moderna: quando seguiamo una fede e vediamo che un’altra è diversa a livello teorico dalla nostra, tendiamo a dire che la nostra incarna la verità confutando le altre.
Tutto il Dharma è buono se praticandolo siamo in grado di vedere che progrediamo nella quotidianità e diveniamo persone migliori.
Come è possibile comunicare agli altri la propria esperienza? Soltanto con il nostro modo di essere, non per il tramite di sofismi filosofici. 
Questo è un problema presente anche nella società tibetana perché molti credono che il Dalai Lama sia il Buddha, essendo la reincarnazione di Avalokitesvara. E quando questi incontrano persone che non credono in  ciò emergono aspre dispute sulla questione.
Vi sono poi persone che arrivano a desiderare la morte di qualcuno a loro avverso, raffigurando questi come una sorta di demonio. 

La fede è la convinzione che una certa pratica è buona per se stessi, e non che quella pratica rappresenti la verità assoluta.
Se invece non si riescono a sperimentare gli effetti benefici vuol dire che quella data pratica non va bene per se, ma non vuol dire che sia errata in assoluto.
Ci sono persone che affermano di avere una grande realizzazione praticando una data via e questo può essere possibile, ma non significa certo che sia l’unica via esistente.


 Bodhicitta: letteralmente, mente dell’Illuminazione (bodhi= risveglio, citta= mente); mente che aspira a raggiungere l’Illuminazione a beneficio di tutti gli esseri senzienti.

 Paramita: perfezioni, modus comportamentale per raggiungere la meta spirituale.