Monday, 18 March 2019

LE EMOZIONI NEL BUDDHISMO
















Le emozioni nel buddhismo





Geshe Lharampa Lama G. Tharchin
9 - 11 novembre 2018
Cagliari









Prima sessione

Benvenuti a tutti in questo bellissimo paese in cui si incontrano le grandi energie di terra e mare, elementi in cui noi piccolissimi esseri umani viviamo, osservando la terra dall’alto non siamo nemmeno visibili, piccole formiche, eppure noi crediamo di essere il centro dell’universo e ci comportiamo con noncuranza, prepotenza e completamente dominati dalle nostre emozioni litighiamo, combattiamo, ci agitiamo in continuazione tentando inutilmente di uscire dalla prigione da noi stessi costruita, causa di tutta l’infelicità e insoddisfazione di ogni nostro istante di vita. In questo condizionamento dato dalle emozioni non viviamo consapevolmente nessun istante del presente, ma affondiamo in ipotetiche e irreali aspettative del futuro e nei disturbanti ricordi del passato, non solo non vediamo il nostro presente, ma tantomeno abbiamo coscienza di ciò che ci circonda, dell’ambiente, della società, del pianeta.
Per comprendere la realtà della vita e di noi stessi, dovremmo vivere nella conoscenza della nostra interiorità e del tutto che esiste al di fuori di noi e che è realmente parte di noi. È essenziale vivere avendo piena consapevolezza del presente, di ogni istante, di ogni respiro, ma per fare questo dobbiamo abbandonare le nostre fittizie certezze, conoscenze, sicurezze che interpretiamo con convinzione come vere, mentre sono soltanto frutto della confusione soggettiva e limitata al nostro piccolo io e derivano dalle visioni distorte di passato e futuro.
Noi siamo qui e ora nel mondo, siamo parte del mondo e non è possibile staccare il proprio io da questa condizione. Noi non siamo soltanto il nostro corpo fisico, ma viviamo in interrelazione con l’intero universo e, che ci piaccia o no, siamo costantemente influenzati dalle condizioni esterne, non siamo un’isola autonoma, ogni cosa è collegata, esistiamo nel tutto e di conseguenza ogni mutazione esteriore provoca una reazione interiore, influenza il nostro mondo spirituale e viceversa.
Ogni fenomeno fisico nel mondo risuona anche nel nostro corpo, così come qualsiasi fenomeno spirituale influenza la nostra interiorità per questo l’emozione di ogni singolo è strettamente interconnessa e interagente con l’emozione degli altri, la mia emozione è la tua emozione, ne sentiamo tutti la risonanza in un condizionamento esponenziale sia positivo che negativo, la mia rabbia, il mio odio non restano fenomeni isolati, definiti entro confini personali, ma si congiungono a quelli degli altri incrementandone la forza, così come altrettanto l’amore, la compassione, il perdono. Ecco perché il più grande inganno in cui cadiamo è quello di credere che sia possibile il raggiungimento di una felicità personale, individuale, uno stato di concreto benessere indipendentemente da ciò che succede all’esterno, agli altri. Questa è l’illusione prima fonte dell’insoddisfazione sottile che permea il nostro quotidiano, la sofferenza dell’intero pianeta.
Il tema che affrontiamo in questi giorni tratta delle emozioni nelle neuroscienze, termine chiaro che definisce lo studio scientifico del cervello in cui ogni parte è preposta a determinate funzioni e risponde a stimoli esterni fisici, emozionali, mentali, ecc. Dunque ogni emozione, sia positiva che negativa, attiva specifici neuroni cerebrali che mettono in moto meccanismi molto complessi che a loro volta influenzano l’intero stato del nostro mondo fisico, mentale e spirituale. Il nostro cervello funziona come una complessa rete di autostrade e se si superano i limiti di velocità si provocano incidenti in tutti i tre livelli di esistenza, la pressione del sangue aumenta con possibili ictus, si perde ogni controllo e si possono compiere azioni molto gravi verso altri e se stessi, le malattie trovano ampio spazio per svilupparsi velocemente.
La meditazione è essenziale all’equilibrio e al benessere e non deve essere praticata con l’illusione di raggiungere rapidamente l’illuminazione, quello stato idilliaco di cui tutti parlano senza avere la minima idea di cosa possa essere, si medita per conoscere se stessi e per avere una visione chiara e consapevole di tutte le complesse interconnessioni che incidono profondamente sia a livello personale che globale. La strumentalizzazione ed enfasi data all’illuminazione, non ha nulla a che fare con il buddhismo e con il Dharma, è soltanto un pericoloso mercato, una vera droga della spiritualità a cui non c’è antidoto.
La meditazione invece è concreta, è come piccolo seme che accudito cresce lentamente qui e ora e i cui frutti fioriranno a tutti i livelli - fisico, mentale e spirituale - e il corpo rilassato potrà affrontare tutte le emozioni che immediatamente interagiscono non solo sul piano psicologico, ma anche chimico e biologico. Avere la consapevolezza di questa interazione è ciò che permette di affrontare ogni avversità e forte emotività con il dovuto equilibrio, senza forzature o accelerazioni. È inutile voler combattere violentemente le negatività quando mancano le condizioni di base affinché questa corsa insensata possa avere buon esito, le velocità devono essere adeguate alla possibilità della strada in quel preciso momento e bisogna semplicemente fermarsi, e quando la situazione ci domina, attivare la capacità della pazienza e dare tutto il tempo necessario affinché la sostanza chimica dell’ampolla si arresti naturalmente, senza fretta, senza forzature, senza battaglie inutili e dannose, la purificazione avverrà naturalmente da sola.
La meditazione induce quella calma in grado di neutralizzare lo smog che annebbia il cervello e indirizza i pensieri nella corretta corsia di marcia seguendo un processo dinamico in continua evoluzione. Alcuni sperimentatori americani hanno voluto dimostrare scientificamente l’effetto della meditazione sottoponendo il meditante, posto artificialmente in uno stato di congelamento mentale, a misurazione tramite elettrodi messi in testa per qualche minuto così da poter valutare le modificazioni delle onde cerebrali, al solo scopo di pubblicare articoli e libri ad effetti speciali da commercializzare ricavandone un lauto compenso, ma tutto ciò non è altro che uno stato di ibernazione mentale che nulla ha a che fare con la meditazione ed è contrario al Dharma. Soltanto singolarmente, nel silenzio della propria interiorità, è possibile riconoscere l’evoluzione, la trasformazione e la purificazione che la meditazione produce nella propria mente, nessun altro può pretendere di farlo dall’esterno.
Un tempo la vita era più semplice e autentica, certamente priva di tante comodità, e non induceva bisogni fittizi che oggi invece reputiamo irrinunciabili, era cadenzata dal duro lavoro quotidiano secondo i ritmi naturali, si coltivava la terra e si pascolavano gli animali seguendo le stagioni e la mente poteva svilupparsi in modo pacifico, profondo, oggi invece, distratti da tecnologie sempre più sofisticate e in continua evoluzione, siamo costretti a sovraccaricare il cervello di nozioni tecniche, di affari da conquistare, da attività da svolgere in tempi sempre più veloci, incalzanti e disumanizzanti e non c’è più né tempo né spazio per pensare, ci stiamo autodistruggendo.
La stessa formazione dei bambini è folle, non li si educa più alla cultura umana, ma li si costringe fin da piccolissimi a un’infinità assurda di attività, devono essere abbigliati in un certo modo, apparire ed essere in costante competizione con gli altri, sempre di corsa, fare, fare senza potersi fermare mai a pensare, ad essere, a crescere nella naturale evoluzione necessaria all’infanzia.
Se non vogliamo trasformarci irreversibilmente in automi meccanici, dobbiamo ridimensionare il fare e recuperare il tempo per essere, dobbiamo eliminare tutte le elaborazioni cerebrali inutili, superflue, che ci soffocano nel turbinio incontrollato di una enorme quantità di energia corrosiva che distrugge il cervello e lasciare invece lo spazio per ritrovare nella calma, nell’essenziale, la capacità di pensare e vivere in una dimensione umana.
Lo studio più autentico del funzionamento della neuroscienza avviene prima di tutto attraverso l’analisi attenta e ponderata delle proprie emozioni con la meditazione profonda che ognuno di noi sperimenta nella propria interiorità, nella propria umanità poiché senza questa qualità è impossibile parlare seriamente di ricerca. La motivazione che induce a compiere questo viaggio nella studio delle emozioni e la loro incidenza nelle neuroscienze implica in primo luogo la necessità di meditare con tranquillità, calma, cominciando a dimenticare il nostro piccolo io e tutto ciò che consideriamo mio, lasciamo scorrere in noi solo i nostri pensieri privati dall’io e dal mio e osserviamoli lentamente, con profondi respiri che li trasformano, li purificano liberandoli dal superfluo così da lasciar emergere la compassione, l’amore e rimaniamo concentrati nella meditazione estendendo questa beatitudine a tutti gli esseri e all’intero universo.
Nella lingua tibetana il termine emozione è descritto come sensazione forte di fronte ad un determinato evento sia esterno che interiore, è una reazione immediata, totalmente al di fuori dello stato di calma mentale. Non dobbiamo dunque confondere la reazione alle sensazioni con la vera compassione, l’amore, che non sono affatto emozioni, bensì realizzazioni autentiche della mente. Ciò che noi invece percepiamo come sentimento di amore, di pena, di rabbia, o anche di momentanee e apparenti realizzazioni mistiche, rispecchia soltanto le emozioni frutto di eventi accidentali e non indica affatto una realizzazione interiore, anzi produce effetti pesantemente negativi sulla possibile evoluzione interiore. La nostra reazione istintiva agli eventi della vita è emozionale e, mentre nelle situazioni positive la sensazione svanisce in breve tempo, in quelle negative sedimenta sviluppando e nutrendo sentimenti duraturi di rabbia, di odio, di rancore.
Nel nostro cammino spirituale dunque non è sufficiente conoscere il bene, l’amore, la compassione, ma è necessario realizzarli interiormente nella profondità della mente libera da qualsiasi emozione fuorviante, è le realizzazione piena della conoscenza che si radica nel continuum mentale. Realizzazione della conoscenza ed emozione sono dunque due condizioni assolutamente differenti e contrapposte, la capacità di distinguere tale differenza è fondamentale, noi dobbiamo seguire e interiorizzare la vera conoscenza e osservare le emozioni per quello che sono, nella loro immediatezza e inconsistenza e lo strumento importantissimo che ci permette tale visione chiara è la meditazione.
La meditazione è totalmente avulsa dal sentire con immediatezza la prepotente presenza dell’io e del mio che, al contrario, sono un ostacolo alla conoscenza vera. Ogni meditazione e preghiera devono essere liberate dal condizionamento dell’io, altrimenti diventano controproducenti, un motivo ulteriore di potenziamento dell’ego che non sa fare altro che chiedere, presume di pregare e meditare con competenza e quindi vuole ottenere in cambio un beneficio, un appagamento, un riconoscimento della sua bravura, ma ovviamente questo è estremamente negativo, invalida ogni attitudine autenticamente spirituale, ottenebra la mente soffocata da un potenziamento ridicolo dell’ego, questo è un rischio molto sottile e sempre presente di cui dobbiamo avere coscienza e attenzione poiché è un impulso immediato, istintivo, per cui dobbiamo vigilare, saper distinguere il falso dal reale, la gratificazione narcisistica dalla silenziosa essenza profonda.
Tale pericolo, ma ben più grave, lo corre chi pratica pūja dietro compenso economico, questo crea un karma pesantemente negativo poiché, come insegna il Buddha, tutto è soggetto alla legge di causa effetto e tutto è caratterizzato da tre segni dell’Essere: Dukkha (sofferenza), Anicca (impermanenza), Anattā (non-ego). L’io e il mio a cui noi riferiamo tutto è una condizione inesistente, è illusione, quindi nella meditazione dobbiamo liberare la mente da questa ingannevole percezione, non c’è nulla di mio, la compassione non può essere mia proprietà, produzione del mio io, deve essere libera da ogni condizionamento e questo vale per tutto, anche per il dolore, per ogni aspetto della vita.
Domanda: Forse è più semplice comprendere questo passaggio per quanto riguarda il dolore emotivo, ma per quello fisico è impossibile, come liberarsene? è una presenza fortemente concreta.
Lama: Con l’attitudine di Bodhicitta, attraverso la trasformazione della sensazione di dolore fisico in offerta, espressione della grande compassione, è l’attitudine dei Bodhisattva ben espressa nella pratica di Tong Len. È indubbiamente difficile per noi attuare questa trasformazione, ma è possibile, separiamo il dolore fisico dal nostro autentico sé, una consapevolezza che possiamo acquisire tramite la meditazione. Osserviamo il dolore fisico in quanto realizzazione della nobile verità della sofferenza, una conoscenza indispensabile nella pratica buddhista.
Il percorso della vita non può essere condizionato dalle emozioni, dalle attitudini impulsive, instabili, non filtrate dalla capacità di pensiero, dall’autentica conoscenza che è esperienza che solo la mente calma, naturale, tranquilla può riconoscere. La meditazione porta la mente alla effettiva esperienza della realizzazione della conoscenza che ci permette ad esempio di sperimentare direttamente che il dolore non è io né mio.
Che cos’è l’io? è identità del sé che non potrà mai diventare il dolore. Il voler individuare, concretizzare in qualche cosa l’io è assurdo, vogliamo trovare in modo tangibile ciò che non lo è affatto e se ci ostiniamo a voler affermare e riportare tutto a questo egocentrismo sprechiamo la vita, creiamo un ostacolo che non ci permette di procedere perché riduce la potenzialità dei nostri pensieri che invece avrebbero una capacità infinita verso la libertà, il bene, ma noi preferiamo rinchiuderci nel piccolissimo spazio di un io illusorio escludendo tutto il resto. Dobbiamo avere invece il coraggio di lasciar andare l’ego affinché tutto ritorni nella naturale normalità, meditare nella calma della mente originaria, così da maturare la libertà di poter espandere la compassione in ogni direzione.
Domanda: Accettare il dolore vuol dire eliminarlo? subirlo? controllarlo? I pensieri si impongono comunque.
Lama: Non si deve né accettare, né negare il dolore, lo si deve lasciare lì dov’è senza cercare di possederlo, semplicemente prenderne atto con il giusto distacco, osservarlo senza introiettarlo, senza doverlo necessariamente pensare. La compassione non ha bisogno di essere pensata per esistere, ha la propria natura ed è completamente avulsa da ogni io e mio, così dobbiamo sviluppare lo stesso atteggiamento distaccato da questo falso idolo che chiamiamo io e nei confronti del dolore comprendere e sperimentare la nobile verità della sofferenza nella pace della mente.
Domanda: Ma di fronte alle emozioni distruttive cosa dobbiamo fare?
Lama: Nella filosofia tibetana non esistono emozioni distruttive, così come non esistono pensieri né positivi né negativi, ma soltanto pensieri virtuosi o non virtuosi. La definizione “emozioni negative” è frutto di grossolani errori di traduzione che fuorviano dalla reale comprensione. Esistono oscuramenti momentanei, rallentamenti che però devono essere osservati sempre come altro da sé, non sono noi e in questo la meditazione che accompagna la profondità della mente è fondamentale, porta naturalmente chiarezza e luce. Persino qualsiasi pensiero non virtuoso, rabbia, attaccamento, avversione, ecc…, può essere occasione di evoluzione, di crescita, tutto ha senso se lo si vive nella consapevolezza della mente. Se non si sperimenta la rabbia non si può conoscere la sua stessa vacuità. La realtà della vacuità e dell’origine interdipendente di tutti i fenomeni sono essenziali alla conoscenza, perché dimostrano l’inconsistenza e l’illusione dell’io e del mio.




Seconda sessione
Iniziamo questa seconda giornata consapevoli di avere il grande compito di cambiare lo stato di essere sapendo che tutto ciò che facciamo è preziosa esperienza e conoscenza a cui possiamo accedere con forte motivazione, concentrazione, tranquillità mentale e saggezza. Il punto di partenza fondamentale è la motivazione che nasce dal centro del cuore, ma non dall’io, è la volontà autonoma e libera di cambiare lo stato dell’essere indipendentemente dai capricci di quel primo attore narcisistico e incombente - l’ego - è la determinazione, la decisione, l’intenzione risvegliata nel nostro cuore per trasformare lo stato dell’essere da ciò che era ieri a ciò che dovrà essere domani, e tra i due aspetti c’è uno spazio vuoto, l’oggi, un ponte, unico spazio completamente a nostra disposizione, privo di attaccamento per il passato e di aspettative per il futuro, questo è l’autentico Bar-do, lo stato intermedio.
Si pensa sempre che per sperimentare il Bar-do sia necessario morire, ma non è così, il Bar-do è qui e ora, è lo stato libero dalle emozioni. Per scegliere un cambiamento nel futuro è prima necessario abbandonare il passato e il passaggio essenziale è vivere il presente, compiere il cammino necessario ad attraversare quel ponte che unisce un passato che ormai non esiste più ad un futuro che ancora non c’è. Il cambiamento non può avvenire in un istante, non si passa dal nero al bianco in un'unica sequenza, ma è necessario attraversare tutti i colori dell’arcobaleno e se non si vive autenticamente il presente, se non lo si trasforma con consapevolezza liberandolo dalle emozioni, anche passato e futuro sono privi di senso, tutta l’esistenza è priva di senso. Nello spazio del Bar-do viviamo il presente nella consapevolezza di essere nella natura di vacuità.
Per comprendere questo concetto meditiamo insieme la stupenda visione del sūtra del cuore:

Il Cuore della Perfezione della Saggezza
Il titolo sanscrito è : Bhagavati Prajna Paramita Hrdaya
Rendo omaggio ai Tre gioielli
Così una volta udii:
Il Bhagavan dimorava a Rajagrha, presso il Picco dell’Avvoltoio, con un gran numero di Arhat e un gran numero di Bodhisattva e a quel tempo il Bhagavan era entrato nell’assorbimento meditativo sulla varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”. In quello stesso tempo, l’arya Avalokiteśvara, il Bodhisattva mahasattva, era assorto nella stessa pratica della profonda perfezione della saggezza e vide che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca.
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile bikshu Śāripūtra si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva e gli disse: “come deve addestrarsi un figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?
Quando fu detto questo, l’arya Avalokiteśvara, il Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Śāripūtra e disse: “Śāripūtra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza, dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo: dovrebbe vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca.
La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Quindi, Śāripūtra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.
Quindi, Śāripūtra, nella vacuità non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della morte. Allo stesso modo, non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.
Quindi, Śāripūtra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza.
Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra della perfezione della saggezza – il mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra uguale a ciò che non ha uguale, il mantra che fa tacere tutte le sofferenze – è vero perché non è ingannevole. Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:
TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA
Śāripūtra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero addestrarsi alla profonda perfezione della saggezza.
Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento meditativo e lodò l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo che era eccellente.
Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei Bodhisattva, è proprio così; dovrebbe essere così. Bisogna praticare la profonda perfezione della saggezza proprio così come hai rivelato. Perciò anche i Tathagata se ne rallegreranno.
Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile bikshu Śāripūtra, l’arya Avalokiteśvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme all’intera assemblea, inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura e dei gandharva, tutti gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva detto.
***
Questo testo è una delle più raffinate forme di meditazione, è completo e rappresenta perfettamente lo stato dell’essere qui e ora nella realtà meditativa, consapevole, libera da emozione, illusione, delusione, confusione. È rappresentato in un radicale dialogo mentale tra tre persone: il Buddha, il Bodhisattva Avalokiteśvara e l’Arhat Śāripūtra. Tre persone con differenti realizzazioni: il Buddha ha raggiunto l’illuminazione, Avalokiteśvara lo stato di Bodhicitta e Śāripūtra un livello di nirvāna di liberazione da ogni illusione, e tutti tre, indistintamente, dimorano nella piena consapevolezza della visione della vacuità.
Noi oggi dobbiamo dunque permanere in questo stato mentale di introspezione in consapevolezza come il Buddha e Avalokiteśvara e come Śāripūtra che pone domande nella profonda meditazione e concentrazione in questo fondamentale dialogo nella vacuità, che non significa affatto vuoto, nulla, perché al contrario lì c’è tutto, non manca niente, non c’è solo ciò che è inutile, mentre noi siamo così abituati a riempire la mente con tutto ciò che non serve che non ci rendiamo conto che manchiamo di tutto quello che realmente serve e questa è la causa di confusione e annebbiamento mentale, della pesantezza che ci ricaccia nella palude nebbiosa e oscura della mancanza di senso.
Per attuare il vero cambiamento che libera la mente dobbiamo avere forte motivazione con grande concentrazione e saggezza, queste sono le tre fondamentali qualità in cui essere qui oggi: il Buddha come motivazione, Avalokiteśvara come concentrazione e Śāripūtra come saggezza. È importante avere quest’attitudine mentale per meditare un tema così complesso come quello di questo seminario, le emozioni nel buddhismo e nella neuroscienza e per farlo dobbiamo anche conoscere la struttura, le reazioni biochimiche del nostro corpo e tutte le connessioni e interrelazioni con gli elementi esterni, con ciò che mangiamo, facciamo, pensiamo e diciamo.
È difficile parlare di emozioni a causa dei limiti linguistici perché, come abbiamo già detto, questo termine non esiste in tibetano, almeno non nell’accezione data nei paesi occidentali di derivazione anglofona, mentre il significato è ben più complesso, non è solo sensazione, è più simile all’impulso che deriva dal profondo, una risposta ad un accadimento, però non è nemmeno solo questo poiché coinvolge tutti i cinque aggregati. Spesso parliamo di emozioni distruttive, concetto che non esiste nella cultura tibetana, così non essendoci traduzione davvero corrispondente potremmo indicare il concetto di emozione come forte impulso di breve durata in risposta ad un incidente esterno che può essere a volte positivo e a volte negativo, ma in ogni caso si tratta di una sensazione inconsistente, non autentica.
A volte proviamo sensazioni interiori forti, ci pare di aver realizzato l’impermanenza ad esempio, ma non si tratta affatto di autentiche realizzazioni spirituali, sono solo illusioni momentanee, fugaci e false prodotte da fattori esterni che ci portano ad una reazione immediata e non sono reale conoscenza. La conoscenza autentica, genuina, vera, duratura deve provenire da un fondamento di calma mentale stabile, tranquilla, pacifica, radicata nella saggezza e mai soggetta a momentanei sbalzi emotivi, per questo il primo fondamentale passo nella meditazione è volto allo sviluppo della calma mentale, lo stato di Shiné.
Per avere la vera conoscenza bisogna riconoscere la natura effimera delle emozioni e per conoscere le emozioni bisogna liberarsi dalle emozioni. Dobbiamo imparare a individuare con chiarezza ciò che noi usualmente siamo abituati a definire emozioni, sia positive che negative, le positive sono quelle che ci procurano allegria, gioia, mentre quelle negative ci portano tristezza, confusione, malumore, ma entrambe, senza alcuna distinzione, sono effimere, momentanee, inaffidabili e non hanno alcuna consistenza in grado di interferire con l’autentica conoscenza.
Il sūtra del cuore esprime al massimo livello l’esperienza di purificazione della mente che taglia alla radice ogni illusione, e qual è questa radice che genera tutti i problemi dell’esistenza? La traduzione ufficiale la enuncia come ignoranza fondamentale che pervade il mondo, ma-rigpa, la non conoscenza o incoscienza, il limite del samsāra in cui noi vediamo ogni elemento come separato, indipendente, e Il Buddha spiegando questa condizione ci ha invece mostrato la realtà dell’originazione interdipendente di ogni cosa.
Per superare l’ignoranza fondamentale è necessario conoscere la realtà dell’originazione interdipendente di tutti i fenomeni, e quando abbiamo consapevole conoscenza di questa condizione, la radice di tutti i problemi, la confusione, è annullata, svanisce e giungiamo naturalmente alla chiara visione, alla conoscenza della vacuità dei fenomeni che hanno originazione interdipendente: Vacuità e originazione interdipendente sono due facce della stessa medaglia. La vacuità non è vuoto, non è nulla, ma è la pienezza della Luce, è l’infinita possibilità del tutto, ma solo attraverso la conoscenza dell’originazione interdipendente di fenomeni possiamo giungere alla chiara visione della vacuità. Il sūtra del cuore esprime perfettamente questo concetto “La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza”, ogni singolo fenomeno ha questi quattro aspetti nella propria natura dell’origine interdipendente, la vacuità della pienezza del tutto e questa consapevolezza ci permette di cambiare il nostro stesso stato di esistenza.
Noi siamo formati dai cinque aggregati: - forma, sensazione, percezione, formazione mentale, coscienza - e allora la domanda che dobbiamo porci è questa: - “i cinque aggregati sono noi, o siamo noi i cinque aggregati?” - È importante avere conoscenza di questo aspetto altrimenti ogni nostra azione, la meditazione, la compassione, l’amore non solo vengono vanificati, ma possono essere controproducenti in quanto diventano basse strumentalizzazioni atte a nutrire e sviluppare unicamente il nostro ego e la possessività nei suoi riguardi.
Ecco perché è necessario meditare per conoscere prima di tutto il proprio stato di esistenza, - come sono formato? cosa sono esattamente i cinque aggregati che mi permeano? - allora tutto diviene più chiaro e la natura di qualsiasi problema è ridimensionata automaticamente sino a dissolversi. Dobbiamo apprendere la vera conoscenza attraverso la consapevolezza che inizia dalla giusta domanda: - Come si è formato ciò che chiamo io e mio? Come si sono formate le mie sensazioni, percezioni, formazioni mentali, coscienza e la mia stessa forma? - La consapevolezza non è automaticamente attiva, implica un intenso lavoro, deve addentrarsi nella profondità del proprio stato di esistenza in modo tale da indurci a decidere fermamente di voler cambiare la motivazione con un processo che implica la meditazione analitica.
Nel buddhismo tibetano vi sono due forme di meditazione: la prima è detta meditazione concentrata sul singolo punto ed è volta a riportare la mente nel suo naturale stato di pace, di calma, di concentrazione, e la seconda è la metilazione analitica che taglia alla radice l’ignoranza, l’illusione, l’emozione, la confusione e ci porta alla conoscenza vera di noi stessi, del nostro corpo e della nostra mente di tutto il nostro stato di esistenza.
I cinque aggregati ci formano e dunque dobbiamo analizzarli uno per uno, ad ogni livello, fisico, biologico, chimico, neurale, psichico, emotivo e solo in questo modo alla fine troveremo la natura dell’io, tutto ciò che costituisce la nostra forma. Non c’è alcuna separazione tra io e mio e quando noi definiamo uno di questi aggregati come “mio” - mia sensazione, mia conoscenza, mia realizzazione…- siamo fuori strada, non esiste mio separato da io.
L’analisi di ogni aggregato è un viaggio affascinante, non si devono avere preconcetti, bensì curiosità, passione, consapevolezza, concentrazione, solo in questo modo scopriremo la bellezza della vera natura dell’io, il primo passo verso la conoscenza della vacuità del sé. Il nostro ego così prepotentemente presente e che noi viviamo giorno e notte come realtà tangibile e indipendente, è la più grande illusione su cui fondiamo l’intera esistenza, lo riteniamo tangibile, centro della nostra esistenza, ma quando cerchiamo di definire l’io non riusciamo a trovarlo da nessuna parte e allora sorge il dubbio, c’è o non c’è? e questa incertezza è il primo importante passo nella giusta direzione perché ci porta a dubitare dell’esistenza di un io indipendente e a distruggere in noi le false convinzioni.
In questo crollo di sicurezza sorgono immediatamente due dubbi: nel primo ipotizziamo di non essere capaci di trovare l’io che però esiste da qualche parte, nel secondo invece compiamo un salto di qualità e dubitiamo della sua esistenza e proprio da questa incertezza nasce la necessità di meditare, di conoscere e alla fine, dopo lunga d estenuante ricerca, non trovandolo giungiamo alla constatazione che questo famoso io non c’è.
Tale procedimento è la prima pietra della trasformazione mentale, è lo stesso continuum mentale che passa dall’ignoranza alla conoscenza in modo naturale, passaggio dopo passaggio, dubbio dopo dubbio e questo è il più importante compito che dobbiamo svolgere nel tempo della nostra vita perché è ciò che imprime il vero valore ad ogni azione, pensiero, parola che compiamo quotidianamente, senza dover difendere nulla e quindi senza alcuna paura di perdere ciò che non si può perdere perché non è, eppure la paura è l’emozione più presente e condizionante nella nostra vita in quanto scaturisce direttamente dall’illusione dell’esistenza dell’io.
Dobbiamo imparare prima di tutto a indagare e osservare la nostra paura sino a scoprirne la vacuità e ugualmente quest’attitudine vale per tutte le altre emozioni, attaccamento, odio, rabbia, sino ad averne totale consapevolezza. Ovviamente data la confusione in siamo costantemente immersi non è facile ad esempio mantenere la consapevolezza della rabbia nel momento in cui questa si manifesta togliendoci ogni razionale capacità di pensiero, tanto che persino la psicoanalisi affronta questo problema e spiega come gestirlo, ma con un approccio diverso da quello buddhista che invece si focalizza, non sulla manifestazione in sé, quanto sul condizionamento centrale: “l’io” poiché è proprio questo il momento migliore per annullarlo, per scoprirne l’inconsistenza tramite la consapevolezza della rabbia e dell’io illusorio, e nel contempo indica come unica possibilità di uscita tramite la meditazione, la saggezza.
Fermiamoci per qualche istante nella meditazione.

(segue breve meditazione)

Le emozioni sono una sensazione impulsiva provocata da eventi imprevisti, risultato della legge di causa effetto, quindi nulla di realmente consistente, anche se possono provocare problemi spesso molto pesanti e dunque è necessario esaminare come affrontare queste emozioni nel quotidiano poiché il loro effetto, siano piccole o grandi, condiziona la nostra vita, eppure noi generalmente vi ci contrapponiamo frettolosamente, con superficialità, senza mai cercare di capire di conoscere, perdendo ogni consapevolezza del livello profondo in cui dovremmo invece essere, ecco perché è fondamentale la meditazione, la consapevolezza, la conoscenza, la motivazione.
Così il Buddha nello stato meditativo di samādhi, della visione profonda, ispirò il dialogo meditativo con Avalokiteśvara e Śāripūtra, per attivare la motivazione, la conoscenza. Meditazione concentrata e meditazione analitica si completano, senza contraddizione alcuna, e ci accompagnano nella infinita potenzialità della mente offrendoci tutti gli strumenti per superare qualsiasi difficoltà, sofferenza, ostacolo, facendoci riconoscere il loro intrinseco valore. La nostra mente non è solo il nostro cervello, è ben più articolata, tra cervello e spirito, ha un’infinita potenza ed è questa che dobbiamo imparare a conoscere.
Comprendo bene come non siano concetti facili da assimilare, ma proprio per questo è fondamentale la meditazione analitica che, passo dopo passo, ci porta con concentrazione consapevole nella profondità di noi stessi, è la motivazione che ci fa ricercare senza preconcetti la nostra mente così da poter giungere infine alla conoscenza della realtà della originazione interdipendente, unica condizione in cui possiamo considerare l’io, la mente e qualsiasi fenomeno.
Nulla esiste al di fuori dell’originazione interdipendente, della vacuità dei fenomeni, questo è lo stato dell’esistenza, e se riflettete ricorderete che già Platone ne aveva avuto intuizione. Ciò che importa è la domanda, non la risposta, la ricerca nel dubbio, questo è il segreto della saggezza e dunque concludiamo questa mattina rimanendo concentrati sulla domanda.
Grazie a tutti.




Terza sessione
Iniziamo oggi con la lettura del:
Cantico Sulla Visione Mādhyamika Con Le Quattro Consapevolezze
Per Ricevere La Pioggia Di Siddhi Del Settimo Dalai Lama

Questa speciale istruzione venne data direttamente da Mañjusrī al maestro Tsong-Khapa.
Il cantico spirituale su come mantenere le quattro consapevolezze, unito ad un’istruzione sulla meditazione sulla visione della vacuità, è stato composto dal monaco buddhista Kelsang Gyatso per creare la predisposizione alla corretta visione in sé e negli altri. Versione italiana a cura dell’Istituto Lamrim, Roma

La Consapevolezza del Guru, del vero Maestro spirituale

Sull’immutabile sede
Dell’unione di Metodo e Saggezza,
Siede il Maestro gentile,
L’Incarnazione di tutti i rifugi,
Un Buddha che ha completato l’abbandono e la realizzazione.
Avendo abbandonato ogni concezione errata verso Lui,
Pregalo con concezione pura.
Non lasciando divagare la tua mente poni in Lui fede e rispetto,
Con Consapevolezza.


La Consapevolezza della Compassione

Nella prigione della sofferenza del samsara vagano gli esseri di sei tipi, privi di felicità.
Li vi sono i genitori che ci hanno nutrito con grande gentilezza.
Abbandonando l’attaccamento e l’avversione,
Medita con amore e compassione,
senza lasciare che la tua mente divaghi
Mantienila salda nella compassione,
Senza dimenticarti
Mantienila salda nella compassione.


3. La Consapevolezza della Divinità

Nel Divino Palazzo della grande beatitudine
Piacevole a provarsi,
Risiede il corpo della divinità:
Il corpo di se stessi
Con aggregati ed elementi puri.
Una divinità personale inseparabile
Dai tre corpi vi si trova.
Senza concepirli come ordinari,
Coltiva l’identità e il sembiante divini.
Senza lasciare che la tua mente divaghi,
Ponila nel profondo e luminoso
Senza scordarti
Mantienila nel profondo e luminoso.


4. La Consapevolezza della Visione della Vacuità

Il mandala di tutti gli oggetti della conoscenza
Che vengono percepiti o che esistono
E’ pervaso dalla chiara luce,
Che è la realtà ultima.
Un inesprimibile, reale modo d’esistenza
E’ li presente.
Abbandona le elaborazioni concettuali,
Osserva la natura della Vacuità.
Senza lasciare la tua mente divagare,
Ponila in ciò che è,
Senza distrarti,
Mantienila in ciò che è.

Nel congiungimento delle molteplici apparenze
Delle sei coscienze,
Si vede la confusione dell’apparenza dualistica di fenomeni insostanziali, senza base,
Là inganno e magia.
Senza concepirla come vera
Osserva la natura della Vacuità.
Senza che la tua mente divaghi,
Ponila nell’apparenza e Vacuità.
Senza distrarti,
Mantienila nell’apparenza e Vacuità.

***
Queste quattro consapevolezze - del Guru, della Compassione, della Divinità e della Visione della Vacuità - ci portano al reale cambiamento del nostro stato mentale, noi trasformiamo la percezione dei nostri sensi, delle emozioni, tramite la consapevolezza nella conoscenza e nella saggezza.
La consapevolezza del guru non indica una persona in particolare che noi riteniamo oggettivamente perfetta, è un’attitudine mentale rivolta alla propria interiorità e a quegli esseri che dal nostro punto di vista ci sono maestri e possono essere i genitori, i fratelli, gli amici, ma tutto deve essere osservato nella consapevolezza della vacuità che ha la visione pura, profonda, della realtà ultima dei fenomeni. Noi cerchiamo spesso sicurezze, abbiamo bisogno di rivolgerci a qualche protettore, recitiamo mantra, facciamo riti propiziatori, mercanteggiamo preghiere, non c’è limite a queste fantasie ingannevoli che sono completamente estranee alla filosofia del Buddha il quale invece insegna che la nostra più grande protezione è la visione profonda. Non è la sapienza, così come l’intendiamo comunemente, che conta, anzi quella spesso è fuorviante, confonde divenendo la più pesante ignoranza poiché non c’è nulla da sapere, la più grande saggezza è non sapere, è riconoscere la natura di vacuità del tutto. La felicità è la consapevolezza, mentre la sua mancanza è insoddisfazione ininterrotta, disperazione, confusione, sofferenza, soltanto la consapevolezza è equilibrio in qualsiasi condizione, la colonna principale che sostiene tutte le qualità mentali.
Oggi abbiamo letto le quattro consapevolezze nella visione della Mādhyamika, la Via di mezzo. La via di mezzo non è compromesso, ma equilibrio del tutto, tra esistere e non esistere, tra eternalismo e nichilismo. Non significa che ciò che non è tangibile non esista, la vera esistenza non ricade in nessuno dei due estremi, tutto è nell’originazione dell’interdipendenza. La Via di Mezzo è la medaglia le cui facce sono Vacuità e Originazione interdipendente in cui esistono tutti i fenomeni, ma per poter vedere con chiarezza questa realtà dobbiamo essere consapevoli. Senza consapevolezza siamo inevitabilmente immersi nella confusione, nell’illusione, nel samsāra totale. Solo nella consapevolezza è possibile sperimentare la vera gioia, vi è equilibrio, pura visione, base essenziale per ogni crescita:
Sull’immutabile sede
Dell’unione di Metodo e Saggezza,
Siede il Maestro gentile,
L’Incarnazione di tutti i rifugi,
Un Buddha che ha completato l’abbandono e la realizzazione.
Avendo abbandonato ogni concezione errata verso Lui,
Pregalo con concezione pura.
Non lasciando divagare la tua mente poni in Lui fede e rispetto,
Con Consapevolezza.”
Con consapevolezza purifichiamo la visione verso noi stessi e verso tutti e tutto, siamo in grado di abbandonare schemi illusori e preconcetti, ma per sviluppare la consapevolezza è necessario avere forte motivazione, determinazione, conoscenza e una salda concentrazione. Senza consapevolezza si è come in balia delle onde, privi di tranquillità, lucidità, equilibrio. La prima consapevolezza della visione pura è fondamentale e ci rende capaci di scoprire in tutti la buddhità, è la trasformazione della mente che amplifica le qualità mentali proprie e altrui.
Passiamo ora alla seconda consapevolezza, della compassione:
Nella prigione della sofferenza del samsāra vagano gli esseri di sei tipi, privi di felicità.
Li vi sono i genitori che ci hanno nutrito con grande gentilezza.
Abbandonando l’attaccamento e l’avversione,
Medita con amore e compassione,
senza lasciare che la tua mente divaghi
Mantienila salda nella compassione,
Senza dimenticarti
Mantienila salda nella compassione.”
Allora dobbiamo cominciare a chiederci: - È possibile considerare tutti gli esseri come i nostri genitori, coloro che più amiamo? Siamo capaci di liberarci da ogni attaccamento e avversione, sia verso le persone più care che verso i nemici? - Tutti i giorni noi viviamo immersi nella questa totale confusione, inconsapevoli di essere completamente in balia delle emozioni di attaccamento e avversione, dividiamo il mondo tra amici e nemici e ci perdiamo in un gioco perverso che ci esaurisce completamente, ci svuota di ogni energia ed è un terribile spreco di tempo prezioso.
In questo quadro rientrano tutti sentimenti negativi che bruciano sotto la cenere pronti ad esplodere: rabbia, odio, pigrizia, invidia, gelosia, orgoglio, ecc. cioè le cosiddette “emozioni distruttive” che il Dalai Lama ha descritto dettagliatamente in un libro con la speranza di farci riflettere, di indurci a scegliere il cammino della consapevolezza, unica possibilità per poter vedere con chiarezza la realtà e neutralizzare questo cancro nefasto che ci distrugge giorno dopo giorno privandoci delle immense opportunità di crescita perché se sapessimo vedere con chiarezza ci accorgeremmo come anche l’odio possa davvero trasformarsi in amore, il nemico in amico, i conflitti in pace, la sofferenza in gioiosa serenità.
Questo concetto è perfettamente descritto da Kadampa Geshe Langri Tangpa, (XII° secolo) e fa parte degli insegnamenti Lo Jong, poema composto nel periodo in cui in Tibet prosperava la scuola Kadam, nel testo degli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”, Il primo verso dice:
Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri
per realizzare il fine supremo
possa io costantemente prenderli a cuore.”
Se non riusciamo ad avere la visione pura che trasforma un nemico in amico, non può esservi alcuna compassione, forse non riusciamo a realizzare pienamente questo cambiamento interiore, ma ciò che conta è conoscere con consapevolezza questa necessità ineluttabile di trasformazione interiore così che l’emozione distruttiva possa scomparire.
La compassione può avvenire solo nella totale equanimità verso ogni essere e deve diventare intrinseca qualità della nostra mente, libera da ogni attaccamento e avversione, coscienti che il primo attaccamento, il più funesto e devastante, è l’attaccamento all’io da cui consegue ogni attaccamento o avversione verso gli altri ed è l’aspetto fondamentale di cui è indispensabile essere pienamente consapevoli perché rappresenta il più grande inganno e illusione, per questo non dobbiamo mai smettere di indagare, di scegliere la via con lucida consapevolezza. Dobbiamo scegliere onestamente cosa vogliamo coltivare: - l’egoismo egocentrico e ottuso? o la compassione consapevole e chiara? - conoscendo però bene le conseguenze di questa scelta, sapendo che il senso della nostra stessa vita dipende totalmente dalla consapevolezza con cui affrontiamo ogni istante dell’esistenza.
Domanda: Come si può essere costantemente consapevoli?
Lama: La consapevolezza a cui ci riferiamo è la coscienza che deriva dalla conoscenza e dalla motivazione di mantenere inalterata e costante quest’attitudine mentale, con attenzione all’azione che si sta compiendo, ma con totale indipendenza dalla stessa. La consapevolezza che deve essere sempre presente nel nostro continuum mentale è la consapevolezza della natura di sofferenza del samsāra, della natura di impermanenza, della non esistenza intrinseca dell’io, dell’originazione interdipendente dei fenomeni.
Domanda: Come provare compassione verso qualcuno che ci fa del male? Forse l’unica possibilità è pensare che tutti siamo afflitti dalla stessa sofferenza dell’esistenza ciclica e sapendo che tutti ricerchiamo la felicità, anche sbagliano e quindi provare reciproca compassione.
Lama: Perfetto ciò che conta è avere la costanza di procedere lentamente, passo dopo passo, non si diventa Bodhisattva in un istante, non esiste un punto di arrivo, dobbiamo solo camminare, progredire un gradino alla volta scoprendovi continuamente nuova gioia, nuovo senso della vita, entusiasmo nel vedere come lo sviluppo della compassione sia infinito, lo stesso cammino è la beatitudine.
Concludiamo la giornata con la recita degli Otto Versi.

OTTO VERSI DELLA TRASFORMAZIONE DELLA MENTE
Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri
per realizzare il fine supremo
possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando sarò con gli altri,
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.

Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative, sopraffatti da sofferenze,
avrò sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale

(ripetere 3 volte) In breve, direttamente e indirettamente, offro
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsāra.
***





Quarta sessione
Iniziamo la giornata rileggendo gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” e poi meditiamo su queste parole applicando la pratica del Tong Len che ad ogni respiro dona amore, in questo l’io, in perfetta comunione universale, diventa pienamente responsabile dell’armonia e del benessere comune e non ha più bisogno di affermare alcuna illusoria identità individuale, agisce in competa libertà. Ogni singolo respiro ha un valore infinito di compassione, ispirando si prende nel proprio cuore la sofferenza altrui ed espirando si offre loro tutta la nostra gioia, felicità, benessere in un’attitudine mentale esattamente opposta alla concezione mondana fondata su un’economia perversa, egoista e funesta. Questa trasformazione mentale produce naturalmente una trasformazione fisica, è cura per il corpo e per lo spirito.
Noi al contrario abbiamo la pessima abitudine di danneggiarci a tutti i livelli, schiacciati dal peso della volontà perversa di possesso, dalle preoccupazioni per difendere ciò che abbiamo, avidi e schiacciati dalla paura perdere qualcosa quando lo diamo ad altri, mentre il nostro benessere psicofisico dipende unicamente dall’esatto contrario. L’attitudine fondamentale per il vero benessere psicofisico, nostro e altrui è dare, offrire il proprio cuore, l’amore e qui non parliamo di quantità di beni materiali, ma della qualità dell’offerta, della generosità e della compassione pura.

(seguono lettura e meditazione)

Continuando nel nostro lavoro di ricerca raccogliamoci dunque nella meditazione della compassione e cominciamo con la recitazione del mantra del sūtra del cuore:

TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA

Attraverso il potere della grande verità delle parole dei Tre Gioielli:
Possano tutte le condizioni avverse essere superate,
Possano essere eliminate,
Possano essere pacificate.
Possano tutti i mali, come i nemici, gli ostacoli, gli impedimenti e
le condizioni avverse svanire - shanti kuru ye svaha -
Possano gli ottantamila ostacoli essere pacificati,
Possiamo noi essere liberati dalle condizioni avverse, nocive,
Possa essere ottenuta ogni cosa favorevole,
E, sotto buoni auspici,
Possa esservi felicità eccellente qui e ora.
***
Ieri abbiamo parlato delle prime due consapevolezze, del Guru e della Compassione, con la motivazione fondamentale di poter trasformare lo stato dell’essere da ordinario in straordinario, liberato dalle emozioni e dalla necessità di vivere ogni istante nella consapevolezza della compassione e della vacuità. Oggi continueremo questo approfondimento fondamentale, infatti nel buddhismo ogni pratica, ogni sādhana (mezzo di realizzazione, di trasformazione dell’ordinario in straordinario) inizia sempre dalla consapevolezza e dalla visione della vacuità. La consapevolezza della compassione realizza la vacuità del sé e dei fenomeni ed è la motivazione inseparabile, fondamentale della vita, è la qualità del Bodhisattva Avalokiteśvara, la divinità, la manifestazione della Compassione.
Meditare su Avalokiteśvara, non significa rivolgersi a un individuo particolare con richieste di varie, ma è riconoscere, accogliere in sé la qualità, l’essenza del Bodhisattva e meditare la realtà della compassione, questa è la terza consapevolezza, della Divinità.

3 - La Consapevolezza della Divinità

Nel Divino Palazzo della grande beatitudine
Piacevole a provarsi,
Risiede il corpo della divinità:
Il corpo di se stessi
Con aggregati ed elementi puri.
Una divinità personale inseparabile
Dai tre corpi vi si trova.
Senza concepirli come ordinari,
Coltiva l’identità e il sembiante divini.
Senza lasciare che la tua mente divaghi,
Ponila nel profondo e luminoso
Senza scordarti
Mantienila nel profondo e luminoso.”

La meditazione di Avalokiteśvara, manifestazione della compassione, aiuta a comprendere e ad essere sempre più coscientemente attratti dalla bellezza dall’essenzialità e potenza della mente di compassione che noi possiamo sviluppare e attuare. La nostra stessa consapevolezza della compassione si trasforma nella divinità che diviene parte inseparabile della mente nella consapevolezza della realizzazione della vacuità, della beatitudine della compassione. Questa divinità non è una realtà esteriore, ma è parte di noi stessi è la fondamentale causa della nostra compassione, lo stato ordinario si trasforma in stato divino, il nostro stesso corpo, i cinque aggregati, acqua, aria, fuoco, terra e spazio, sono completamente ripuliti, purificati. E’ la consapevolezza della vacuità che trasforma la compassione in realizzazione divina, non sono io divino, ma è la realizzazione di questo cambiamento che tutto purifica, il mio corpo, gli elementi, la mente. Siamo così giunti alla quarta consapevolezza:

La Consapevolezza della Visione della Vacuità

Il mandala di tutti gli oggetti della conoscenza
Che vengono percepiti o che esistono
E’ pervaso dalla chiara luce,
Che è la realtà ultima.
Un inesprimibile, reale modo d’esistenza
Pirma E’ li presente.
Abbandona le elaborazioni concettuali,
Osserva la natura della Vacuità.
Senza lasciare la tua mente divagare,
Ponila in ciò che è,
Senza distrarti,
Mantienila in ciò che è.

Nel congiungimento delle molteplici apparenze
Delle sei coscienze,
Si vede la confusione dell’apparenza dualistica di fenomeni insostanziali, senza base,
Là inganno e magia.
Senza concepirla come vera
Osserva la natura della Vacuità.
Senza che la tua mente divaghi,
Ponila nell’apparenza e Vacuità.
Senza distrarti,
Mantienila nell’apparenza e Vacuità.

Questa è la visione della Chiara Luce nella propria coscienza, che è impossibile da spiegare poiché per riuscire a farlo è necessario abbandonare ogni elaborazione concettuale che è costituita esclusivamente da preconcetti illusori e dualistici. Il dualismo ci mostra la realtà percepita tramite le sei coscienze, è distorta dall’illusione samsarica, mentre ben diversa è la visione secondo saggezza. La visione della vacuità è l’opposto della visione dualistica ed è la pura consapevolezza sviluppata nella consapevolezza del Guru, della Compassione, della Divinità e, in particolare, nella nostra vita è fondamentale la consapevolezza della compassione che, con il sapore della beatitudine, trasforma istante per instante la nostra attitudine mentale, è il mandala che realizza la sādhana.
Il mandala non è una raffigurazione di sabbia fine a se stessa, rappresenta il divino palazzo è la beatitudine del compimento della propria compassione, è la gioia che inonda il nostro cuore e tutto l’ambiente. Il mandala è la bellezza della beatitudine in cui il corpo stesso è palazzo divino, i cinque aggregati diventano i cinque elementi puri, la vacuità è l’alchimia che trasforma ciò che è ordinario in straordinario.
Noi concettualmente cerchiamo di cambiare lo stato della compassione da ordinario a divino tramite una concezione ancora dualistica, perché non riusciamo a percepire il suo stato straordinario che è naturalmente già esistente, ma che noi tramite la percezione dei cinque sensi avvertiamo solo come pesantemente ordinario, distinguiamo e pesiamo dolore, sofferenza, confusione come entità distinte, condizionanti e autonome, in realtà però non esiste alcuna divisione e contraddizione perché tutti questi fenomeni non sono altro che onnipresente illusione mentale, non conoscenza, incapacità di vedere la purezza, siamo accecati dalla consueta attitudine dualistica e illusoria che ci porta inesorabilmente al di fuori di noi incapaci di sviluppare le nostre potenzialità e soprattutto egocentricamente ottusi nel non volerci assumere alcuna responsabilità, è infatti abitudine diffusissima quella di incolpare sempre e soltanto gli altri per tutto ciò che non ci piace e che consideriamo impuro e negativo. Ma soltanto quando riusciremo a vedere tutti i fenomeni nella loro realtà ultima ogni percezione sarà pura, nella natura di beatitudine, nella natura divina saremo liberi da simili fraintendimenti, la strada è questa, non c’è altra via, è l’unica grande possibilità che la nostra mente deve sviluppare, per questo ogni sādhana conclude nella vacuità, tutto si assorbe nella vacuità e risorge nella vacuità, questa è la consapevolezza della divinità. La divinità non è uno stereotipo uguale per tutti, ma corrisponde per ognuno di noi alla propria essenza, nella consapevolezza della vacuità.
Domanda: Cosa riguarda esattamente la consapevolezza della divinità? La nostra potenzialità alla buddhità oppure il desiderio di acquisire la capacità alla compassione ad esempio?
Lama: Prima di tutto è necessario meditare per dissolvere lo stato ordinario del sé nella vacuità, dalle quattro consapevolezze si sviluppa la compassione e da questa la trasformazione mentale nella saggezza che purifica la visione e realizza il cammino nella luce del proprio corpo, mente e spirito divini nell’interdipendenza della vacuità.
Questo è il valore, la reale trasformazione mentale che realizziamo nella consapevolezza del Guru, nella consapevolezza della Compassione, nella consapevolezza della Divinità, nella consapevolezza della Visione della Vacuità.
In questi giorni di ritiro abbiamo approfondito insieme argomenti fondamentali per la nostra sādhana, preghiera, meditazione, trasformazione, amore e aiuto reciproco e l’esperienza condivisa del Dharma che non è qualcosa di astratto, di teorico, ma deve essere concretamente vissuto, deve naturalmente cambiare la nostra esistenza.
Grazie a tutti e per concludere dedichiamo i meriti di questi incontri di Dharma con la recitazione della preghiera di dedica:

La Vittoriosa tradizione dei Buddha come fondamento di Pace e Felicità,
Medicina per illuminare le sofferenze di tutti gli esseri senzienti,
Tesoro che realizza le speranze
degli esseri viventi dei tre reami,
Gioiello che soddisfa simultaneamente i desideri propri e altrui.

Dal profondo del mio cuore porgo il mio rispetto ai Maestri,
che mi hanno indicato senza errori i metodi per seguire
il Percorso Fondamentale, come affidarmi ad una guida spirituale
fino a raggiungere, tramite la pace, la completa Illuminazione.

                 (x 3) Possano tutti gli esseri, e noi stessi, incontrare la felicità
Realizzando la rinuncia, la mente del non-attaccamento,
il Bodhicitta, la mente altruistica verso infiniti esseri senzienti,
la Vacuità, la massima visione della Chiara Luce.

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