Friday, 17 August 2012

Preghiera e meditazione come Aspirazione e Realizzazione



Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma 
Preghiera e meditazione come Aspirazione e Realizzazione
Geshe Gedun Tharchin

I testi che leggiamo possono essere utilizzati come mezzo per la meditazione o come preghiera. Se li leggiamo con l’intento di esprimere una preghiera allora il significato sarà rispetto e aspirazione, mentre se li consideriamo per la meditazione, mettiamo in atto i nostri pensieri e quindi un’analisi cognitiva.

In realtà non esiste una netta separazione tra la meditazione e la preghiera, se meditiamo stiamo in un certo senso pregando e viceversa: con la preghiera esprimiamo le nostre aspirazioni, gli obiettivi che vogliamo raggiungere; la meditazione invece è un tentativo di realizzare il significato delle aspirazioni che avevamo messo in luce con la preghiera.

Generalmente quando si parla di religione, o di spiritualità, si pensa sempre in termini di separazione tra la pratica della meditazione e della preghiera mentre, in realtà, esiste solo una differenza sottile che consiste nel fatto che nella preghiera esprimiamo le nostre aspirazioni non per ricevere qualcosa dall’esterno, mentre nella meditazione avviene un lavoro interiore di cui realizzarne il significato, ossia è un qualcosa che rafforza e conferma le nostre intenzioni.

La meditazione è quindi uno strumento per realizzare tutto ciò che ci siamo prefissi con la preghiera.
Per far si che la meditazione dia i suoi risultati è necessaria una costante preghiera; la preghiera senza meditazione è come desiderare di voler andare da qualche parte senza camminare.

La preghiera mostra il cammino da percorrere e la meditazione rappresenta il camminare, ossia lo sforzo, il lavoro. La meditazione senza la preghiera non saprebbe dove andare in quanto non conoscerebbe l’obiettivo, quindi la preghiera dà un impulso alla nostra pratica per andare più veloce.

La preghiera ci aiuta a capire a che punto del nostro lavoro siamo arrivati e dove dobbiamo dirigerci.
Quando leggiamo dei testi come preghiera, interiorizziamo i concetti, le parole, il senso ed ogni volta cogliamo qualcosa di diverso raggiungendo livelli diversi di comprensione che ci aiutano nella meditazione.
E’ importante chiarire le differenze tra preghiera e meditazione; su questo si fa molta confusione, crediamo siano due concetti in contrapposizione, pensiamo che pregare significhi chiedere qualcosa dall’esterno.

Ci sono due tipi di fraintendimenti: c’è chi pensa che colui che medita non abbia bisogno della preghiera in quanto autonomamente sviluppa una crescita interiore e chi ritiene che la preghiera esista senza la meditazione ossia chiedere qualcosa ad un Dio senza la propria realizzazione. Questi fraintendimenti portano le persone a credere o nella meditazione o nella preghiera quindi chi medita non prega e viceversa, invece preghiera e meditazione sono due cose diverse, ma complementari.

E’ quindi possibile pregare e meditare contemporaneamente, in quanto attraverso la preghiera abbiamo l’aspirazione e nella meditazione troviamo la realizzazione. Ad esempio quando leggiamo testi sacri stiamo pregando poiché questi vengono scritti come una preghiera, ma stiamo anche meditando in quanto ne analizziamo i concetti e quindi ne realizziamo il significato. Anche leggere silenziosamente è una forma di meditazione.

Nella società occidentale un ulteriore fraintendimento viene dal considerare la meditazione come una sorta di ginnastica mentale, mentre il vero significato è quello di portare la conoscenza alla realizzazione, ossia i concetti alla loro messa in pratica.

La conoscenza è il risultato di uno studio intellettuale, ma non avrebbe significato se, attraverso la meditazione, non la mettessimo in pratica e quindi la realizzassimo.

La meditazione e la preghiera sono quindi i metodi per portare la conoscenza alla sua realizzazione. Realizzazione significa portare dei concetti nella realtà, ad esempio possiamo sapere cosa siano l’amore e la compassione, ma poi è fondamentale realizzarli nella nostra vita, ossia vivere con amore e compassione.

Domanda: Volevo sapere se per preghiere si intendono solo quelle precostituite, o se ne posso creare io una, e nel caso che valore ha?
Risposta: Dipende dall’intenzione, dalla qualità del tuo cuore. Anche qui può nascere un fraintendimento in quanto a volte crediamo che recitare una preghiera scritta da una persona importante abbia un valore maggiore rispetto ad una formulata da uno sconosciuto o nostra, il valore invece sta nella qualità del cuore con cui viene espressa.

Domanda: C’è differenza se si prega in gruppo o da soli? Ho questa rimembranza dalla religione cattolica dove si crede che alcune preghiere siano più potenti perché recitate maggiormente.
Risposta: Questa è una grande illusione. Non dipende da quante volte o quante persone recitino quella determinata preghiera, ma da come la preghiera tocchi il cuore di ciascuno: più tocca il tuo cuore più ha effetto su di te e quindi diventa efficace. Pregare in gruppo dà un risultato collettivo, pregando da soli si accumulano propri meriti.

Domanda: Ma ci sono dei gruppi cattolici che si riuniscono sostenendo la potenza del gruppo che prega…
Risposta: Esiste un aspetto di verità in questo perché pregare in gruppo crea un’energia collettiva positiva. L’errore può essere nel credere di ottenere più grazia dall’esterno, mentre il senso è quello di rimanere più concentrati.

Domanda: Quando il Sangha recita una preghiera mi accorgo che non abbiamo un ritmo comune, ognuno recita indipendentemente. Questo è sbagliato?
Risposta: No, non è importante recitare una preghiera come se stessimo cantando una melodia.
Nel mio monastero cantiamo a qualsiasi ora del giorno e della notte perché abbiamo molto tempo libero per esercitarci.

Domanda: Studio, preghiera e meditazione sono i lati della stessa cosa?
Risposta: Sono tutti focalizzati sulla stessa cosa. La conoscenza aiuta in quanto arriva all’anima e al cuore. Quel che dobbiamo fare è creare un’unione tra la mente ed il cuore; questo avviene con la meditazione e la preghiera: sono due canali attraverso i quali dalla conoscenza mentale passiamo alla realizzazione del cuore-mente.

Domanda: Ci spieghi meglio che intendi con cuore, mente e anima?
Risposta: Nella traduzione dei testi di filosofia buddista si cerca di non utilizzare termini quali “anima” o “Dio” che ci riportano al Cristianesimo e che creerebbero dubbi e confusione. Nella concezione buddista con il termine “mente” non si intende soltanto il cervello, ovvero un qualcosa che risieda solo nella testa, ma si parla di un qualcosa che abbia un collegamento anche con il cuore, quindi in generale si potrebbe anche chiamare anima.
Analogamente il cuore non è soltanto l’organo che pompa il sangue, ma è un chakra ossia un punto centrale del nostro essere.
E’ comunque importante non sviluppare una concezione accademica o linguistica per distinguere questi termini, poiché il vero praticante è colui che sente queste cose all’interno del proprio essere.  

Wednesday, 15 August 2012

Pratica di Dharma e vita


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma
Pratica di Dharma e vita
Geshe Gedun Tharchin

Il nostro scopo è quello di portare quiete, tranquillità e pace nei nostri cuori e questa pace e tranquillità non è rivolta verso ragioni egoistiche, ma verso tutti gli altri esseri ed il mondo che ci circonda. E’ importante che questa calma e felicità che portiamo all’interno del nostro cuore non vada mai in contrasto con il nostro atteggiamento altruistico.

Questo non è facile da capire e da mettere in pratica senza cadere in una falsa contraddizione; bisogna creare nel nostro cuore queste buone qualità e nello stesso tempo mantenere vivo il principio dell’atteggiamento altruistico, riuscire a metterlo in pratica mantenendo la consapevolezza. Una volta che questo è stato compreso si potrà affrontare qualsiasi sentiero spirituale che permetta di sviluppare le nostre qualità interiori.

La mia esperienza personale, comune a tutti i praticanti, porta sulla via dello sviluppo delle qualità interiori, ma questo parte dal senso dell’io che a volte diventa troppo preminente e nega il fatto che le qualità interiori siano per il benessere degli altri, quindi la pratica stessa diventa contraddittoria perchè non dovrebbe mai prescindere dai due principi: quello dello sviluppo della pace nei nostri cuori ed il pensiero degli altri. Questa è la maggiore difficoltà che possiamo incontrare nella nostra pratica e nello sviluppo delle qualità interiori, in quanto, come detto prima, queste non si possono accrescere senza prendersi cura degli altri. Dopotutto, senza questo pensiero degli altri, a che cosa servirebbe sviluppare le qualità interiori? E’ proprio questo pensiero altruistico che rende significative le qualità interiori le quali possono trovare applicazione in qualsiasi pratica spirituale che diverrà, di conseguenza, bellissima. Si può dire che non esista pratica che sia basata esclusivamente su un atteggiamento egoistico in quanto l’egoismo è considerato come il maggiore ostacolo o disturbo nella pratica personale. Affrontare la pratica di Dharma con atteggiamento egoistico è praticamente impossibile.

Quotidianamente non sempre la nostra pratica è così corretta, il che significa che in un certo senso falliamo nella pratica e questa non ha più quel successo che dovrebbe avere. Se invece riusciamo ad avere un approccio completo alla pratica, allora qualsiasi attività quotidiana diverrà un pratica stessa. Quindi non c’è differenza tra quello che è la pratica e quello che sono le attività quotidiane in quanto queste vengono compiute non per se stessi, ma per chi si ama e per qualsiasi altro essere vivente; questa è la reale pratica.
Tutto questo dovrebbe riguardare la nostra vita, quindi la nostra sopravvivenza non è egoistica, ma è legata agli altri e questo fa si che qualsiasi cosa si faccia diventi un accrescimento, per noi e per gli altri, di gioia, tranquillità e calma.

Questo tipo di trasformazione di ogni nostro atto in una pratica di Dharma è un qualcosa che richiede molto tempo, ma può avvenire attraverso una riflessione analitica, una riflessione di ciò che facciamo attraverso il ragionamento, ed in questa maniera, gradualmente, riusciremo a vederne i frutti, ossia le piccole trasformazioni che ci porteranno a sentire dentro di noi una maggiore calma, pace e felicità. Perciò credo che non ci sia differenza tra la pratica di Dharma e la nostra vita, ma fino a quando troveremo questa differenza significherà che non abbiamo ancora raggiunto la perfezione nella pratica del Dharma.

Questo concetto lo potremmo addirittura utilizzare come strumento di misura, ossia osservare quanto questa differenza che facciamo tra la pratica del Dharma e la vita di tutti i giorni sia effettiva in noi, quindi là dove troviamo una grande distanza tra queste due cose ci renderemo conto di quanto poco stiamo praticando, mentre man mano che vedremo avvicinarsi la pratica di Dharma e la vita ci renderemo conto di quanto stiamo comprendendo finalmente la pratica del Dharma. Quindi la pratica del Dharma è la vita! E più si cresce e più si dovrebbe accumulare Dharma; questa sarebbe una buona cosa, così quando ci avvicineremo al momento estremo, significherà che saremo pronti quanto più possibile per poter raggiungere il Nirvana. (Per Nirvana si intende la pace permanente) Questa è la vera pratica di Dharma dove non ci dovrebbe essere differenza tra come procediamo nella pratica e come procediamo nella nostra vita.

Come dicono anche i maestri del passato, Amore e Compassione sono l’essenza della vita e ogni azione dovrebbe essere causata dall’Amore e dalla Compassione; se potessimo calcolare quante azioni sgorgano dall’Amore e dalla Compassione scopriremmo che quelle che ne derivano ci rendono felici e gioiosi, sono praticamente delle energie spirituali che pian piano accumuliamo fino a che non diventano una nostra abitudine. Ne segue che si deve avere cura di se stessi con un atteggiamento altruistico.

Nella società in cui viviamo si crede che aver cura di se stessi si ottiene soltanto se si sta lottando contro qualcosa e il fatto è che ci si concentra più a lottare contro questo qualcosa che a prendersi cura di se stessi! (risata) Il che fa si che ci stanchiamo nel prenderci cura di noi stessi in quanto combattiamo gli altri, cosa assolutamente inutile in quanto bisognerebbe prendersi cura degli altri per poter prendersi cura di se stessi; questo ci renderebbe sempre più rilassati e non perderemmo mai nessuna energia.

Ci sono milioni di libri nelle librerie, ma in realtà parlano più o meno della stessa cosa: Amore e Compassione. Questo vale per le religioni le quali parlano tutte dell’Amore e della Compassione e di come possiamo condurre una vita sulla basi di essi. Anche prima che venissero scritti i testi sacri, tutto veniva già perfettamente praticato; il fatto di dipendere dai libri o dai corsi che si frequentano o dalle attestazioni che si ottengono, è una cosa completamente nuova.

La nostra è una pratica che si basa sulla capacità delle qualità umane, ossia su di un qualcosa che già appartiene al nostro essere umano e noi, in quanto tali, siamo destinati a questo genere di pratica, ma durante il nostro percorso ci sono delle cose che ci corrompono e ci fanno sviare da una parte o da un’altra, ci distolgono dalla meta e finiscono per contaminare la nostra pura natura umana che ci spinge verso il nostro destino che è la pratica del Dharma. Se si riuscisse a tornare alla fonte di quello che percepiamo, non troveremmo altro che altruismo e nessuna distinzione tra noi e gli altri; soltanto in questo andare verso la gioia e la tranquillità consiste la natura di base dell’essere umano ed in questo trova fondamento il Dharma.

La nostra vita è come una discesa con gli sci, se riusciamo a mantenerci stabili su di essi, ossia sulla nostra pura natura umana di base, giungeremo alla fine essendo felici, altrimenti andremo fuori pista che significa soffrire. Il fatto è che ormai siamo nati e non possiamo restarcene fermi sugli sci con i quali, tra l’altro, non stiamo neppure comodi e poiché il luogo che possiamo incontrare è sempre il Samsara, ma se procediamo lungo la pista con una chiara consapevolezza, allora possiamo anche divertirci.

Un altro esempio può essere quello di un paracadutista: nascere è come essere gettati fuori dall’aereo e cadere nello spazio, ma se non si è più che attenti si rischia di finire male, tuttavia una forte concentrazione consente di atterrare correttamente.

La pratica di Dharma risiede nella nostra natura di base umana che è assolutamente positiva, che non distingue il nostro dall’altrui e tende semplicemente a ciò che è bene. Si può praticare anche senza nessun libro, ma con il proprio libro interiore che è anche il modo più semplice e più diretto, ossia seguire questa natura umana se, ovviamente, ne abbiamo le capacità.

Dunque cosa è la meditazione? La meditazione si compone sulla chiara consapevolezza e la capacità di mantenere ferma e solida la natura umana di base. Mantenere le qualità interiori significa che ogni nostro atto diventa manifestazione di queste stesse qualità e tutto ciò è magnifico!


Sunday, 12 August 2012

Meditazione come osservazione della mente


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma
Meditazione come osservazione della mente
Geshe Gedun Tharchin

La nostra ricerca per la pratica del Dharma ci consente di individuare come è il nostro stato mentale, ma oltre questo è necessario scendere fino ad un livello più profondo d’analisi che ci permetta di scoprire che cosa è la nostra mente.

La mente è, più o meno, quel fenomeno che è alla base di ogni nostra esperienza, e che può, da un lato essere di gioia, felicità, soddisfazione, e dall’altro di sofferenza, dolore od altro.

Oltre al riconoscimento del nostro stato mentale e a vedere l’essenza della mente, esiste un’altra terminologia che è il segreto della mente il quale consiste nella capacità che questa ha di cambiare o modificare le circostanze. Non conoscere il segreto della mente è la più grande ignoranza, è quella che ci conduce verso le più grandi disperazioni e le più grandi sofferenze, ma nel momento in cui si viene a conoscenza del segreto della mente e si è in grado di poterlo utilizzare e mettere in pratica, allora sarà possibile modificare le circostanze in cui ci troviamo trasformandole verso quelli che sono i nostri desideri.

Nella vita quotidiana, i nostri desideri, i nostri bisogni, sono basati su una sorta di fissazione della mente, ma in effetti, non c’è niente su cui essere fissati in quanto tutte le cose sono mutevoli, destinate ad un mutamento costante nel tempo, quindi tutti i nostri problemi derivano dal credere che questa fissazione corrisponda all’obbiettivo che ci proponiamo e che vediamo come capace di esaudire qualsiasi nostro desiderio attraverso cui raggiungere quella serenità che stiamo cercando, in particolar modo quando le fissazioni riguardano qualcosa di materiale. La fissazione su un oggetto materiale rappresenta la maggiore illusione.
Qualsiasi gioia, felicità, soddisfazione, in realtà non ci può giungere dall’esterno, ma dipende da un nostro senso di soddisfazione mentale, ecco perché conoscere il segreto della mente è così importante per poter essere una persona soddisfatta.

Siamo assolutamente in grado di poter semplificare i nostri desideri, bisogni o necessità e facendo questo si semplificano i desideri stessi, quindi quando la nostra mente diventa semplice anche i nostri desideri lo sono e le soddisfazioni si possono ottenere con minor tempo e più facilmente.

Quindi dobbiamo innanzitutto conoscere la nostra mente e quello che è l’essenza della mente in generale e, cosa più importante, conoscere il segreto della mente che significa saper avere a che fare con la propria mente e come semplificarla.

A volte i problemi possono venire dal fisico; i problemi fisici possono portare anche problemi mentali, ossia una sorta di disturbo della mente o, addirittura, a perdere la capacità di ragionare ed il risultato è che in questo modo peggioriamo ulteriormente la nostra condizione fisica.

Alla base di queste difficoltà c’è proprio la mancanza della meditazione ossia la mancanza di conoscenza su come poter intervenire sulla propria mente. Stabilizzare quindi la mente, essere all’interno della mente, essere concentrati su di essa, fa in modo di non permettere che la mente sia disturbata sia da fastidi fisici che da problemi esterni o mancanza di oggetti materiali; queste sono cose che si possono superare se si è capaci di creare un’atmosfera pacifica all’interno della propria mente in modo tale da poter poi affrontare le circostanze, le situazioni ed i problemi di salute. Questa atmosfera pacifica permette di progettare la mente, di ridisegnarla, e questo permette di rendere perfetto tutto ciò che ci circonda in quanto uno dei motivi che stanno alla base delle nostre difficoltà è la non corrispondenza che riscontriamo tra la mente ed il mondo esterno: la nostra mente è come se fosse affamata e non riuscisse mai a calmare questa fame; dato che quelli che sono i desideri della nostra mente non corrispondono con quello che riscontriamo nel mondo esterno, questo attua una serie di difficoltà e problemi.

L’aspettativa di poter raccogliere dall’esterno qualsiasi cosa, come gli oggetti, che sia in grado di soddisfare questa fame, è qualcosa di assolutamente impossibile da compiere, quindi la sola possibilità è quella di conoscere questo segreto della mente che ci permette di ridisegnare la mente e poterla organizzare in base alle circostanze in cui ci si trova. In questo modo qualsiasi cosa venga riscontrata nel mondo circostante se ne sarà sempre soddisfatti, felici, gioiosi, benevoli e aperti.

Non possiamo ignorare questo fenomeno, perché questa è la realtà stessa in cui viviamo.
E’ quello che sta succedendo alla società in cui viviamo, nella quale ci sono sempre più problemi e difficoltà che derivano proprio dal fatto di ignorare la mente.
La mente è un soggetto di cui non si parla all’università, in parlamento, che non interessa alle industrie, ed il risultato è, quindi, di sempre più confusione; l’unica cosa nella quale ci si impegna è, ad esempio, la manipolazione genetica della frutta o delle cose da mangiare, al punto che quando si va al supermercato, quasi si stenta a riconoscere un’albicocca da un pomodoro! (risata)

E questa è la società nella quale ci troviamo, molto difficile e complessa, e questo deriva dall’atteggiamento che si ha, per cui vengono create cose nell’aspettativa che queste possano soddisfare la fame interiore che abbiamo, il che è impossibile.

Per colui che abbia invece una conoscenza di quel che realmente è la mente (una mente non nel senso occidentale, ma qualcosa di differente) esiste la possibilità di ottenere una soddisfazione grazie al fatto di poter ridisegnare la mente a seconda di ciò che ci circonda e quindi poter ottenere delle soddisfazioni che in realtà sono a portata di mano.

In fondo disegnare la mente è una cosa facile perché è una cosa che ci appartiene interamente, non è possibile che qualcuno esternamente lo possa fare, ma è nel momento in cui ci dimentichiamo della nostra mente che sorgono i problemi.

La mente non ha la caratteristica della sofferenza in quanto è un fenomeno neutrale, fornisce sensazioni neutre, così se si è in contatto con la propria mente si avranno sensazioni neutre. Desiderare la felicità è causa di problemi, così come desiderare di evitare la sofferenza, quindi bisogna fare esperienza della condizione neutra. Questo essere nella mente, avere sensazioni neutre, significa essere un perfetto essere umano.

La meditazione non è provare sensazioni speciali, anzi in quel caso è più confusione che meditazione! (risata) L’effetto della meditazione è quello di avere sensazioni neutre ovvero naturali. La sensazione pacifica è quella che c’è nella condizione neutra.

Nella nostra società, soprattutto tra i giovani, sono purtroppo diffuse le droghe o comunque sostanze intossicanti che vengono assunte proprio per questa ricerca della felicità, ma in realtà sono un desiderio di sofferenza. Una esperienza di piacere non ha niente a che fare con la felicità e con la pace, ma è soltanto una sensazione estrema.

Anche una vita che si svolge troppo nel lusso è una forma di sofferenza, così come vivere sotto i ponti è una sofferenza. (risata)

In questa società la grande illusione viene dalla televisione, dai film, perché le persone prendono le cose che vedono come esempio; ho notato la stessa cosa nella mia famiglia dove, vedendo queste cose e prendendole ad esempio, si dice “Vorrei essere così”, ma questa è una grande illusione nella nostra società, perché siamo sempre alla ricerca di poter soddisfare i nostri desideri e le nostre necessità con le cose mondane, materiali, cosa che è assolutamente impossibile, ed è il segno evidente che non sappiamo nulla della nostra mente, segno che non viviamo dentro la nostra mente.

E’ necessario essere presenti nella propria mente, pacifici in qualsiasi circostanza incontriamo.
Ecco perché dire di conoscere la propria mente è così importante nell’ambito meditativo, ed anche quindi la Consapevolezza è un punto cruciale nel Buddismo, perché questo corrisponde alla possibilità di poter vivere all’interno della propria mente.

Bisognerebbe essere capaci di osservare, quasi di guardare la propria mente, vedere che sta facendo, che sta pensando, che sta guardando…questo è magnifico. Passiamo il tempo ad osservare quello che pensano o fanno gli altri, non facciamo altro che ipotesi su quello che è la mente degli altri, crediamo di avere una sorta di chiaroveggenza, mentre in realtà siamo totalmente ignoranti sulla nostra mente (risata) ed è questa la fonte dei nostri problemi quotidiani; ho provato a fare ipotesi su quello che gli altri pensavano, o che pensavano su di me, ma nel 99% dei casi mi sbagliavo! (risata)

Noi facciamo tutto questo in maniera volontaria e gratuita, ma questo altro non è che una cattiva abitudine che si acquisisce con il tempo, un neonato non l’ha ancora sviluppata, ha una mente pura che guarda tutto con occhio neutrale per cui è sempre sorridente, affettuoso, gioioso. Se si mettono insieme due bambini, uno tibetano ed uno cinese, questi non ci penseranno due volte a giocare e basta, ma se sono due adulti, un tibetano ed un cinese, cominceranno a guardarsi e pensare come si devono muovere (risata). Un mio amico dice che i tibetani ed i cinesi sono adesso come l’acqua e l’olio, impossibile mescerli. Forse in Tibet ci stanno riuscendo…chissà…(risata)

Questo osservare la nostra mente, stare nella nostra mente, è quello che solitamente tendiamo a non fare, ed è, invece, proprio quel che si fa nella meditazione.

E’ importante questa pratica di trasformare la mente nel suo aspetto positivo, perchè è una prospettiva che ci permette di vedere tutte le cose in positivo, ed è magnifica questa capacità di modificare tutto in positivo e, quando si è circondati solo da cose positive, non c’è più alcuna ragione per potersi agitare o preoccupare.

Domanda: Che cosa è esattamente il segreto della mente?
Risposta: Il segreto della mente si basa sulla flessibilità della mente stessa che ci permette di poter trasformare totalmente le cose in un aspetto positivo; il segreto della mente consiste appunto in questa qualità. Tendenzialmente siamo abituati a ricercare gli aspetti positivi ed evitare quelli negativi, quindi essenzialmente operiamo una divisione; il segreto della mente consiste nel trasformare tutto in positivo senza appunto fare divisioni. Per poter far questo è necessario trasformare la mente e sulla base di questo, si otterranno delle grandi realizzazioni frutto di queste attitudini positive.

Domanda: Il centro della mente è vuoto?
Risposta: Vuoto? Si, è perfetto. Il centro della mente non soltanto è vuoto, ma è un grande vuoto.

Domanda: Quando tu dici mente, che cosa intendi con questo termine? Perché a me viene da pensare al nostro concetto di mente che credo sia diverso…
Risposta: La mente è un qualcosa che non ha la possibilità di essere riportato in parole, è un qualcosa che va al di là del linguaggio, e che si riesce a conoscere solo attraverso le esperienze meditative. Visto che se non c’è meditazione non si riesce a trovare la mente, è per questo che le università, il parlamento e le industrie sono prive di mente, anche nelle conferenze o gli incontri di studio che vengono organizzati da centri Buddisti, si tende a parlare molto senza meditare, quindi si può dire che ci sono Buddisti senza mente! (risata)
Per quanto una persona possa studiare, se non pratica e non medita, non potrà mai conoscere la mente, quindi nessuna meditazione equivale a nessuna mente, nessun Buddismo e nessun Dharma, e questo è il risultato della situazione attuale.

Domanda: La mente può essere considerata come Bodhicitta?
Risposta: La Bodhicitta è la grande mente. “Citta” significa mente, “Bodhi” illuminazione, quindi la Bodhicitta rappresenta una mente completa dell’illuminazione.
Negli antichi testi indiani, nei Veda e nella Baghavata Gita, c’è un riferimento a tre termini fondamentali che sono: Verità, Mente e Beatitudine, che corrispondono perfettamente gli uni con gli altri: attraverso la mente si scopre la Verità e scoprendo la Verità si giunge alla Beatitudine e questa è la pratica del Dharma per cui senza mente non c’è Dharma e quindi la mente è il punto centrale.

Domanda: Volevo capire meglio la relazione tra la malattia e il Dharma.
Risposta: La radice di ogni malattia fisica è nella mente, quindi avendo cura della propria mente si può curare qualsiasi cosa.
Con la pratica del Dharma, anche nel caso di una malattia incurabile, si può trasformare la sofferenza ed il dolore in qualcosa di positivo, ossia se ne possono cogliere gli aspetti positivi; in questo modo si purificano molti Karma negativi acquisiti precedentemente, in quanto, avendo la consapevolezza, non si è preda di stati depressivi, mentre se si affronta la malattia in modo negativo, questa può diventare fonte di ulteriori Karma negativi. Il Dharma è la comprensione della Verità.
 
 

Saturday, 11 August 2012

Natura Interdipendente


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma
Natura interdipendente

Geshe Gedun Tharchin

Buddha ha insegnato il Dharma con l’intenzione di essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti, i
suoi insegnamenti vengono da un cuore compassionevole, dalla Bodhicitta.

Il modo per poter aiutare gli altri è quello di mostrare loro la visione corretta, inoltre ogni
insegnamento del Buddha è sempre iniziato con la spiegazione della natura interdipendente della
realtà che è ciò che dovremmo considerare come retta visione la quale ci conduce al Nirvana.
In questo caso per Nirvana si intende la liberazione dal Samsara, dalla confusione; non si deve
pensare al Samsara come ad un luogo o ad una realizzazione, ma esistono anche dei piccoli Nirvana
che sono da considerare come più pratici da ottenere perché l’unione di Amore e Compassione con
la natura interdipendente della realtà ci può condurre alla realizzazione di questi piccoli Nirvana che
sono degli stati di libertà dalla confusione e dall’ignoranza, ed il Sutra del Cuore è un contesto
molto utile per seguire questo tipo di pratiche.

La pratica del Dharma non si limita a venerare il Budha, ma ci avvicina alla realtà.
Le scritture dicono che ogni movimento del Buddha, sia fisico, mentale o verbale, non avviene se
non c’è un significato, ossia che non sia di beneficio agli esseri senzienti e questo perché qualsiasi
moto di parola, mente o corpo del Buddha, viene dall’Amore e dalla Compassione, perfino il suo
respirare porta beneficio agli esseri senzienti. Tutto questo non è possibile soltanto grazie alle
qualità del Buddha, ma si tratta di un magnifico esempio che anche noi possiamo seguire
camminando nel sentiero da lui tracciato.

Sta scritto che gli esseri mondani hanno paura al solo sentire il signore della morte, ed in modo
simile, il signore della morte ha timore al solo sentire pronunciare il nome del Buddha, e questo
perché il Buddha è il solo che può insegnare agli esseri mondani come poter sottomettere il signore
della morte.

Al Buddha vennero poste quattordici domande riguardanti quattordici argomenti, il primo dei quali
era se il mondo avesse una fine o meno, a cui il Buddha rispose semplicemente con il silenzio;
partendo da questo fatto ci si chiede come può esistere un Buddha che sia onnisciente? Il fatto che
non avesse risposto poteva significare apparentemente che non conosceva la risposta e quindi non
poteva essere onnisciente. In realtà il Buddha non rispose in quanto sapeva che c’erano cose che
poteva ed altre che non poteva fare, così come c’erano alcune cose di cui poter parlare ed altre di
cui non avrebbe potuto parlare, ma il fatto di non aver dato una risposta non vuol dire che non lo
sapesse. Questo perché il Buddha conosceva quello che era il livello mentale e le attitudini dei suoi
discepoli e dei suoi ascoltatori, e proprio per questo sapeva quando e che cosa doveva rispondere
per poter essere di perfetto aiuto agli altri ed ecco il motivo per cui quella volta il Buddha rimase
silente; il silenzio stesso può essere una risposta, si può rispondere tacendo e quella è la migliore
risposta.

A queste domande sui quattordici argomenti che riguardavano ad esempio se il mondo avesse una
fine o se esistesse l’”io”, il Buddha non diede risposta in quanto rispondere affermativamente o
negativamente sarebbe stata un’azione pericolosa e quindi non sarebbe stata di beneficio, ma
avrebbe potuto fare del male. Questo tacere del Buddha è quindi nato dalla Compassione.
Noi tendiamo, invece, a dare sempre una risposta anche quando non ne sappiamo abbastanza! Sono
stato invitato ad una trasmissione sul silenzio su Rai 3, ma a questo invito è seguito soltanto un
silenzio da parte loro, non se ne è fatto più niente (risata), e questo è un chiaro esempio di come sia
la natura interdipendente della realtà a produrre le cose e non noi: loro volevano fare una
trasmissione sul silenzio ed il silenzio si è prodotto! Parlare del silenzio pone il problema del modo
in base al quale parlarne, in quanto sembra abbastanza contraddittorio! (risata)
E’ la natura interdipendente della realtà che costituisce la retta visione la quale non siamo noi a
produrre, ma che già esiste e che dobbiamo soltanto comprendere.

Generalmente tutto ciò che è prodotto dai tre veleni (ossia rabbia, attaccamento ed ignoranza) sono
considerate cose negative, mentre ciò che viene prodotto dall’opposto dei tre veleni (ovverosia quel
che non è rabbia, attaccamento ed ignoranza) viene considerato positivo; si dice, però, che là dove
l’intenzione sia positiva, anche azioni compiute con la parola e con il corpo come mentire e rubare,
pur apparendo come negative, in realtà sono da considerarsi positive per la motivazione che hanno.
Quindi: è possibile che mentre la mente non ruba, la mano possa rubare? La mente non sta
compiendo nessuna azione negativa in quanto è pervasa dall’intenzione positiva: anche un’azione
che apparentemente può sembrare negativa in realtà non lo è. Ed ecco perché le azioni del
Bodhisattva che siano all’apparenza negative o positive, in realtà sono tutte virtuose proprio perché
l’attitudine e la motivazione mentale vengono prima di tutto.

Quindi è possibile che un’azione sia negativa e virtuosa al tempo stesso e questo è un bel tema per
farci un dibattito, ma può essere un argomento pericoloso perché può succedere che qualcuno pensi
che certe eccezioni possano essere lecite; ad esempio le guerre sante, con la Bodhicitta non si può
pensare di uccidere qualcuno, ed anche il più piccolo animale deve essere guardato con Amore e
Compassione.

Un esempio d’eccezione può essere quello di colui che sa che qualcuno vuole uccidere altre persone
e quindi per impedirgli di fare ciò lo uccide, ma questa eccezione deve essere comunque l’azione di
un Bodhisattva che sa quel che sta facendo.

Nell’ambito Buddista vengono riportate queste eccezioni le quali, in quanto tali, non appartengono
al nostro livello ordinario. Da un punto di vista morale, ossia dell’Amore, della Compassione e della
Bodhicitta, non possiamo far del male a nessun essere senza eccezioni, quindi è davvero difficile
trovare un’azione che sia al contempo negativa e virtuosa, perché per uccidere, ad esempio, ci deve
per forza essere un atteggiamento violento come, allo stesso modo, mentire o rubare comprendono
un atteggiamento negativo.

Quando si parla di un’azione non violenta questa richiede che in maniera assoluta non ci sia la
presenza di alcun male compiuto su nessun essere senziente, altrimenti persone come Bin Laden
vengono giudicate come esseri violenti e quindi uccisi, ma dal punto di vista della Bodhicitta anche
questi devono essere giudicati con Amore e Compassione perché c’è comunque qualche mezzo
pacifico per liberarli. Questo è il nostro principio etico ossia dettato dall’ Amore e dalla
Compassione e quindi non violento.

E’ possibile che nel Tibet, in passato, siano stati commessi tanti errori di valutazione su queste cose,
per cui capitava che un Lama dicesse di uccidere e la gente lo faceva; ed è quel che troviamo anche
nella nostra società, ad esempio le guerre sante dove i capi spirituali sono in realtà dei generali.
Nel governo tibetano in esilio il ministro della difesa è un monaco, ma se ci fosse un vero stato non
ci sarebbe un monaco a ricoprire questo incarico, comunque per la società tibetana questo è
possibile in quanto deriva dalla mentalità del passato poiché nell’antico Tibet si sono verificati casi
in cui dei monasteri hanno fatto guerre anche contro il governo stesso, tra questi anche il monastero
di Sera, ma d’altra parte si trattava di un governo molto debole e quindi una comunità forte come
quella dei monasteri dell’epoca, poteva tranquillamente permettersi di avere un atteggiamento
belligerante con la scusa della difesa del Dharma.

Dobbiamo quindi essere molto attenti a non fraintendere quello che è il nostro principio etico
dell’Amore e Compassione che è assolutamente non violento.

Domanda: Quale è il punto di visto Dharmico nei confronti di vittime che noi omettiamo di
proteggere? Se non faccio un’azione, buona e cattiva contemporaneamente, per proteggere una
potenziale vittima, non sono responsabile? Parlo di responsabilità morale, ossia se causo la morte di
altre persone perché ometto di fare un’azione cattiva, non sono responsabile?

Risposta: La tua responsabilità morale è semplicemente quella di non commettere un’azione
negativa, cioè qualsiasi azione che possa far del male a qualsiasi essere vivente per quanto piccolo
possa essere.

La gravità di una particolare situazione fa parte dei segreti della vita, i segreti del Samsara che sono
molto difficili da riconoscere. L’unica cosa che possiamo fare è proteggere la nostra mente, non
perdere mai la pazienza, l’Amore e la Compassione, il nostro rispetto totale nei confronti di
qualsiasi essere vivente, questo è il modo tramite il quale possiamo misurare la nostra attitudine.

Domanda: Rimango perplesso…come deve fare, ad esempio, un chirurgo di fronte ad un malato
che sta per morire, deve non intervenire secondo il Dharma?

Risposta: Questa non è violenza in quanto il chirurgo sta curando quella persona che è l’opposto di fare del male.

Domanda: Allora prendiamo un poliziotto…può uccidere un poliziotto per impedire un omicidio?

Risposta: Questo dipende dal karma negativo del poliziotto.

Domanda: Però, se fin dai tempi più antichi, nessuno avesse mai reagito ci troveremmo ancora con
i più forti che sottomettono i più deboli; se non c’è una difesa dei deboli, che a volte richiede un
metodo violento, alcuni popoli sarebbero scomparsi, le donne sarebbero delle serve…
Risposta: Questi sono concetti che nascono dall’idea che ci sia una permanenza delle cose.

Domanda: La legittima difesa è lecita?

Risposta: L’unica cosa che si deve difendere è ciò che nessuno ti può distruggere: la mente e quindi la Bodhicitta. La difesa è un qualcosa che viene sottolineato in occidente al punto che spesso sembra quasi una scusa, in fondo se non ci fosse stata questa tendenza a difendersi, il mondo sarebbe differente, non ci sarebbero confini o stati in quanto la difesa è un concetto di chiusura, mentre se ci fossero sempre. Amore e Compassione assoluti non ci sarebbe bisogno di difendersi.
E questo è proprio il Dharma, ossia un concetto straordinario che va oltre il modo di pensare
ordinario e che caratterizza le persone realizzate. Dovremmo provare questa visione straordinaria delle cose nella nostra vita ordinaria




Thursday, 9 August 2012

I 3 tipi di buddha


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma

I 3 tipi di buddha
Geshe Gedun Tharchin

Secondo la storia buddista indiana esistono tre ordini di esseri che hanno raggiunto il Nirvana, :
1. I buddha pienamente illuminati, coloro che hanno raggiunto la completa mente del Risveglio, ed hanno maturato la piena abilità per poter insegnare il Dharma secondo le necessità particolari di ogni essere.
2. I pratika buddha ossia, i buddha solitari, non hanno raggiunto la mente di piena illuminazione ma hanno superato tutte le emozioni afflittive. A causa della enorme compassione sviluppata rinunciano a divenire buddha completamente risvegliati ed anzi rifuggono i luoghi dove esiste già un Buddha perché i suoi insegnamenti bastano a condurre tutti gli esseri al vero Dharma. Così essi si ritirano in luoghi ove non esista un vero buddha ed insegnano non attraverso la parola ma attraverso il silente linguaggio del corpo. Praticano quindi intenzionalmente in luoghi solitari e soltanto al vederli gli esseri imparano il Dharma.
3. Gli sharvaka buddha, ossia i buddha uditori, non hanno tutte le capacità per insegnare il dharma autonomamente, ma seguono invece il Buddha e si assumono la funzione e la responsabilità di trasmettere i suoi insegnamenti quando il Buddha non c’é. Quindi dopo che il Buddha storico è trapassato i suoi insegnamenti sono stati trasmessi di lignaggio in lignaggio attraverso gli sharvaka buddha, buddha non sono ancora indipendenti perché non sono completamente illuminati ma che insegnano quello che hanno ascoltato dal Buddha.
Così abbiamo visto tre ordini di maestri e di modi di insegnamento. In questa nostra epoca del XXI secolo non è presente un Buddha storico, ed è anche molto difficile trovare uno sharvaka buddha,o un pratika buddha, quindi bisogna accontentarsi di fragili insegnanti (ridendo) che possono trasmettere solo un Dharma molto limitato per cui finisce che siamo tutti un po’ confusi. Noi dobbiamo riconoscere questa situazione dalla sua prospettiva storica e il l Dharma dei nostri tempi è come una fiammella in una notte di tempesta di fulmini, di vento e di assenza di luce.

A livello individuale però, il Buddha pienamente illuminato, uno sharvaka buddha o un pratika buddha, può essere sempre lì presente vicino a noi, perché ogni volta che noi ne abbiamo bisogno loro non fanno mai mancare la loro presenza, perché è il loro particolare dovere, perché è il risultato di causa e condizione, è questo è il risultato dell’incontro di due fenomeni interdipendenti.
Infatti il Dharma non proviene solamente da Buddha ma dall’incontro del Buddha con i suoi seguaci. Questo è un altro livello nel quale questi tre ordini di esseri possono esserci di aiuto.

All’interno di noi stessi coi sono questi tre buddha, e tutte queste buone qualità, e tutte queste qualità sono le nostre maestre ed insegnanti, le nostre guide . E’ un punto fondamentale quello di mantenere e preservare queste buone qualità, il che ci aiuta in modo diretto, mentre il Buddha ci può aiutare solo in modo diretto.

Comunque anche se si parla di Buddha, Dharma, Sangha, o di questi tre ordini di esseri, in ogni caso ci sono tre punti di vista dai quali devono essere visti:
il primo livello è quello storico, che è quello assolutamente convenzionale;
il secondo livello più sottile, è la loro onnipresenza, il fatto che loro possono essere sempre presenti interdipendentemente dalle nostre condizioni;
il terzo livello è invece quello che si manifesta all’interno di noi stessi con le qualità di Buddha, Dharma, Sangha.
Ed è questo un punto molto importante perché queste qualità interiori devono essere curate, ed il prenderci cura di queste qualità è la pratica. Quindi la meditazione è proprio prendersi cura di loro.

E’ questa una faccenda piuttosto complicata, perché per quanto sia facile prostrarsi e rendere omaggio ad una figura esterna, un Baghavan, un guru, un maestro o ad una statua, è molto più difficile rendere omaggio alle qualità che si trovano all’interno di noi stessi … ci sono mote statue dentro di noi, così preziose da non aver prezzo. Questi sono in effetti i nostri veri protettori, quindi ogni volta che leggiamo i testi, dobbiamo sempre rammemorarci delle nostre qualità interiori ed è una cosa che manca nella nostra vita quotidiana, è molto più facile costruire grandi templi e grande statue; guardate il Tibet in cui esistevano grandi statue e templi che sono stati comunque distrutti, l’unica cosa che si è potuta salvare è nel cuore dei tibetani stessi, ossia le loro qualità interiori , e quindi questo rende evidente che l’unico nostro protettore sono le nostre qualità interiori. Gli Stupa, i templi, le statue non sono altro che un prodotto artistico.

Riguardo a questi tre ordini di buddha non è quindi una questione meramente buddista perché è una riguarda ogni essere vivente, e può essere che qualcuno di questi buddha non abbia mai preso rifugio nei tre gioielli e che perciò non si rechi nemmeno in un centro buddista…
Può quindi essere si possa incontrare un buddha di ogni forma e di qualsiasi livello, in forma di bambino, di infermiere, medico, di professore, di cristiano, di ebreo, di povero, di ricco, evitiamo perciò di costringere le persone in una unica categoria evitando un cattivo Karma; aperto, flessibile e rilassato, questo è il vero Dharma, avere atteggiamenti integralisti rispetto alla propria religione o ruolo sociale, dimostra solo che non si è la persona migliore.

Possiamo ottenere benedizioni, energie, e trasformazioni della mente da tutti questi differenti buddha se solo riusciamo a difendere le nostre qualità interiori.










Compassione, gentilezza amorevole ed equanimità


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma
Compassione, gentilezza amorevole ed equanimità

Geshe Gedun Tharchin

La compassione e la gentilezza amorevole sono l’essenza, il nucleo del nostro cuore, prima di arrivare a questo stato mentale, dobbiamo attraversare una forma di allenamento nella pratica di un attitudine equanime. Spesso non riusciamo a raggiungere questo stato di compassione e la gentilezza amorevole per il semplice fatto che non riusciamo ad oltrepassare lo stadio dell’equanimità.
L’equanimità consiste nel trattare tutti gli esseri senzienti nello stesso modo per il fatto che tutti questi esseri soffrono. Lo sviluppo dell’equanimità si basa anche sull’assunto che il livello di sofferenza che noi stessi proviamo è lo stessa che provano gli altri, e quindi come primo passo, dobbiamo capire che la sofferenza deve essere compresa ed accettata.
Quindi possiamo parlare di tre tipi di sofferenza:
1. Il primo tipo è la sofferenza della sofferenza tra cui facciamo entrare i tipi di sofferenza più comuni come ad esempio le malattie etc. Per esempio quando non mangiamo, abbiamo dei dolori di stomaco.
2. Il secondo tipo di sofferenza è la sofferenza da cambiamento le cui condizioni sono create dalla nostra stessa vita, ad esempio quando abbiamo fame e ci fa male lo stomaco, una volta mangiato, siamo soddisfatti e comodi, in quel momento pensiamo di sperimentare una sensazione di felicità, ma in effetti è solo una sofferenza da cambiamento. Riempire lo stomaco è la causa che poi lo fa svuotare, mentre avere lo stomaco vuoto è la causa della felicità di poterlo riempire, in entrambi i casi parliamo di sofferenza.
Avere dei buoni vestiti, una bella casa, belle macchine,tutti queste manifestazioni, desideri, sono manifestazione della sofferenza da cambiamento.
Sia la sofferenza della sofferenza che la sofferenza da cambiamento, sono entrambe parti della nostra esistenza e sono difficili da evitare, ma possiamo esercitarci a riconoscere la natura dolorosa di queste manifestazioni. Ammetterne la non desiderabilità ci porterà di conseguenza a non voler rincorrere questo tipo di desiderio e quindi, di conseguenza, veder presto diminuita la nostra dose di sofferenze personali.
3. Il terzo tipo di sofferenza è la sofferenza pervasiva, la sofferenza da condizione che, per riprendere l’esempio dell’alimentazione, risiede nel fatto sesso che possedere uno stomaco è di per se sofferenza, infatti se non lo possedessimo, non potremmo sperimentare i due primi tipi di sofferenze. La nostra esistenza attuale è condizionata in partenza dal fatto di avere uno stomaco, solitamente noi interpretiamo il fatto di possedere uno stomaco in modo positivo perché ci permette di mangiare e di stare bene, ma questo invece è il problema più grande.
Così queste tre tipi di sofferenza che condizionano la nostra esistenza vanno osservati e ben indagati; Nirvana, significa poter vivere senza dover avere a che fare con queste sofferenze in particolare col terzo tipo di sofferenza. Se noi osserviamo gli esseri umani, tutti hanno in comune il fatto di avere un corpo che genera di per se sofferenza, ed è da questo punto di vista che possiamo affermare che tutti gli esseri umani, indistintamente, hanno lo stesso tipo di sofferenza.
E’ molto difficile liberare il proprio corpo, che è completamente condizionato da circostanze e condizioni di tipo samsarico ma proprio per questo l’unica cosa che noi possiamo liberare è la nostra Mente che è un fenomeno senza forma, un po’ come lo spazio , non ha stomaci da riempire e non diverrà affamato se non gli date del cibo; quindi la mente ha la grande capacità di sostenere la nostra gioia e la nostra soddisfazione. La nostra mente dovrebbe guardare ai tipi di sofferenze che dipendono dal fisico, quindi dall’osservazione dell’interdipendenza tra la mente ed il mondo fisico, posiamo eventualmente riuscire a sviluppare un’attitudine equanime e quindi, in un secondo momento un certo tipo di compassione di gentilezza amorevole. Quindi la nostra Mente ha una enorme capacità che può sviluppare una piena libertà che è meno dipendente dalle condizioni di tipo fisico.
Dovrebbe essere chiaro a questo punto quali sono le qualità della nostra mente e come queste qualità rendono la nostra mente un fenomeno assolutamente speciale. La nostra mente è come il cristallo, qualcosa di molto prezioso indistruttibile come il diamante.
La rabbia non è qualcosa di forte, la rabbia è un segno di debolezza, la rabbia è la parte più debole dei nostri fattori mentali; la calma, una mente pacificata è la compassione, è la forza degli stati mentali, la vita della mente è costituita dalla calma della mente stessa. Fintanto che la nostra mente sarà calma, significherà che è viva , e che noi stessi siamo vivi, al contrario, quando la nostra mente è sopraffatta dalla rabbia o da una qualsiasi emozione negativa, questo significa che non stiamo più vivendo, e ciò distrugge con la nostra salute mentale anche tutta la nostra salute fisica e ci rende sempre più deboli e dopo un po’ queste emozioni negative diventano i nostri padroni e da quel momento non avremo più nessun tipo di felicità di gioia, di rilassamento; qui non si tratta tanto di pace e rilassamento con gli altri, ma dell’armonia con se stessi con i quattro elementi che ci costituiscono.
E’ quindi importante cercare di non essere sopraffatti dalle emozioni negative ma essere invece dominati da quelle positive, emozioni di pace e di tranquillità.
E’ sempre possibile anche in presenza di una Mente impostata su pensieri e attitudini di pace e tranquillità che si sviluppino a livello superficiale delle piccole manifestazioni negative ma se sono davvero piccole, non saranno di grande ostacolo allo sviluppo della Mente di questa persona. E tutto questo per dire che la maggior parte delle azioni che noi compiamo con il corpo, con la mente e con le azioni, dovrebbero essere per la maggior parte sulla ricerca dell’attitudine di pace e di tranquillità.
Molto spesso la paura e la compassione sono concetti opposti, la paura è segno di debolezza.
Male parole o di attitudini violente sono causate dalla paura non da una mente pacificata, quindi la comprensione della realtà che chiamiamo saggezza combinata con un’attitudine di pace e di tranquillità che chiamiamo compassione, una volta unite queste due qualità, allora noi possiamo creare delle forti cause e condizioni per una salute del corpo e una salute della mente che ci porterà ad uno stato di assenza di paura e questo è molto importante.
Quando invece siamo noi a dover subire delle attitudini di questo genere, cattive parole, o gesti violenti, dobbiamo capire che questi sono non il prodotto di una mente forte, del carattere di una persona con grande forza interiore, ma i risultati di grandissime paure, di grandi sofferenze.
Non bisogna considerare queste persone necessariamente negative o cattive ma queste persone dovrebbero diventare un’occasione per poter sviluppare una grande compassione dentro di noi. Il risultato di questo allenamento è quello si sviluppare una grande forza interiore, una pace e un rilassamento interiore difficile da scalfire, di sviluppare un grande coraggio e saggezza, di sviluppare la comprensione della realtà ultima della sofferenza, del Samsara e di Dukka.
Gentilezza amorevole e la compassione danno grande speranza, grande forza interiore e grande coraggio; riuscire a vedere la sofferenza negli altri ci infonde grande coraggio e più forza, più rilassamento e più tranquillità, nessuna agitazione, nessuna aggressività.
Questo è il risultato di un esercizio particolare, un modo di fare che è molto efficace perché è basato sulla realtà, sul reale modo di funzionamento della realtà basato sulla causa e sull’effetto.
Non è semplice da comprendere e da praticare, ma è importante comprendere che l’osservazione della sofferenza alimenti la nostra forza interiore e soprattutto come confrontarsi con l’aggressività e la rabbia degli altri dia più calma come l’esempio immenso di Gandhi, che sviluppò la sua forza interiore non rispondendo alla rabbia con altra rabbia, ma rispondendo con la calma e la gentilezza amorevole. Questo non significa che dobbiamo accettare supinamente ogni aggressione ma rispondere con compassione evitando di dimostrare rabbia o avversione verso queste persone. Anzi l’osservare queste situazioni può darci la forza per non seguire questo sentiero sbagliato. 


Tuesday, 31 July 2012

LA MOTIVAZIONE E L'ATTEGGIAMENTO


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma



LA MOTIVAZIONE E L'ATTEGGIAMENTO 
E' LA CAUSA FONDAMENTALE DI QUALSIASI COSA



Geshe Gedun Tharchin

Lettura di: I tre aspetti principali del sentiero e Gli otto versi della trasformazione della mente.

La lettura e il riflettere sul contenuto di questi testi ci aiuta a mantenere sempre un atteggiamento dharmico, e ci aiuta ad equilibrare il nostro atteggiamento, perché tutte le azioni in cui siamo coinvolti durante la nostra vita quotidiana sono guidate dal nostro atteggiamento, perché se abbiamo un atteggiamento rivolto solamente ad un solo aspetto allora tutta la nostra vita sarà rivolta verso questo solo aspetto, quindi l'atteggiamento è ciòche fa la differenza nelle nostre esperienze quotidiane, e quindi la sofferenza, la gioia, la felicità, tutto questo non sono nient'altro che le nostre esperienze, e le esperienze sono il prodotto del nostro atteggiamento, e a volte delle esperienze superficiali, come ad esempio mangiare un gelato e poi sentirsi rinfrescati, queste azioni non sono guidate da un atteggiamento profondo ma solamente da condizioni immediate, perché queste esperienze sono condotte da delle condizioni molto superficiali ed immediate, allora anche queste esperienze dureranno per poco tempo, e qualsiasi esperienza, negativa o positiva, di sofferenza o di gioia che non sia prodotta da delle condizioni superficiali e immediate, ma sia guidata da un profondo atteggiamento durerà per molto tempo, e quindi qualsiasi esperienza positiva o negativa, giusta o sbagliata, di gioia o di sofferenza è guidata da un atteggiamento profondo, quindi è molto difficile analizzare dal punto di vista della loro vera realtà, ma queste cosesono determinate dal loro atteggiamento, sono difficili da determinare in maniera oggettiva, ma sono determinate dalla motivazione, dall'intenzione di queste cose, quindi la motivazionee l'atteggiamento è la causa fondamentale di qualsiasi cosa.Quindi la nostra pratica, le nostre letture servono solamente adacuire l'atteggiamento che abbiamo in tutte le cose in cui siamo coinvolti nella vita, quindi la radice di ogni fenomeno, positivo o negativo, giusto o sbagliato risiede appunto nell'atteggiamento. E'difficile analizzare se, ad esempio, questo tavolo è positivo onegativo, quindi è difficile giudicare qualcosa dal suo materiale, perché per esempio se noi prendiamo questo tavolo e colpiamo conquesto tavolo la testa di una persona e quella muore, allora poi pensiamo che è il tavolo che è negativo, mentre invece se utilizziamo questo tavolo per poggiarci sopra dei libri, allora pensiamo che ha una qualità molto positiva, che è un tavolo dharmico, religioso, ma questo è un livello di giudizio, di analisi molto superficiale. Quindi la sua qualità non è né positiva né negativa, quindi il fatto che questo tavolo sia positivo o negativo dipende dall'atteggiamento della persona che ha fatto questo tavolo, quindi l'atteggiamento di colui che ha fabbricato il tavolo, poi condurrà l'esistenza di questo tavolo.

Domanda: Anche il mio che lo uso, anche il mioatteggiamento, come uso il tavolo.

Geshe-Là: Ad esempio c'è una persona a Campo dei Fiori - Roma che è stata uccisa, è stata colpita da una statua di Buddha,[...] è molto interessante, il fatto che questa persona sia statauccisa con una statua di Buddha fatta di legno, nella società tibetana avrebbero pensato che questa persona è molto fortunata,perché è morta essendo colpita da una statua di Buddha, perchégeneralmente per benedire una persona le si posa sopra il capo una statua di Buddha, quindi morire colpiti da una statua di Buddha è una grande benedizione. E quindi è stato uno strano karma per questa persona che aveva comprato questo Buddha per decorare la sua stanza, e poi alla fine è morto per via di questo Buddha. Quindi è un karma molto strano perché magari quella persona aveva comprato il Buddhaperché fosse qualcosa di positivo, quindi se riflettiamo su come il karma funziona questo è molto interessante. In Tibet c'era un'unica grande costruzione che era la residenza del Dalai Lama, ad esempio, c'era una persona che veniva da molto lontano ed era venuta a Lhasa, appunto, per fare un pellegrinaggio, quindi era entrato in questa residenza del Dalai Lama ed era salito molto inalto, e poi aveva affacciato il volto dalle grate di una finestra, e poi era rimasto lì, intrappolato, cioè non poteva più tirare fuori la testa, però pensò che il modo in cui stava morendo fosse molto positivo perché stava morendo in questo palazzo Potala, però nonera così carino il fatto che morisse intrappolato, bloccato in quelmodo, e quindi questo viene utilizzato un po' come un gioco nella società tibetana, anche se il racconto è vero, anche se forse la persona non è morta, però è molto interessante quello che ha detto, perché appunto aveva questo atteggiamento molto interessante, quindi probabilmente se i tibetani sapessero di questa notizia penserebbero che quest'uomo che è morto colpito dalla statua di Buddha è molto fortunato, e come commentiamo questa cosa? Ad esempio, se uno muore essendo colpito da un crocifisso è fortunato o non è fortunato?

Intervento: A me la morte mi fa tristezza, è lamorte che mi colpisce, non il modo o lo strumento con cui è colpito,la morte o un omicidio mi colpisce al di là dello strumento con cuisi uccide una persona. [...].

Geshe-Là: Quindi se analizziamo ad un livello profondo questo evento, si può vedere come questa persona non avesse comprato il Buddha per, cioè l'aveva comprata per avere qualche, una decorazione piacevole nella casa, non aveva mai pensato che poi sarebbe stato l'oggetto con cui sarebbe morto.

Intervento: [...] Geshe mi chiedevo, a proposito del l'interdipendenza, tu hai detto allora il tavolo dipende dalla persona che lo ha costruito, se l'intenzione era buona o cattiva, il tavolo è arrivato a te, e tu ci metti sopra il libro perstudiare, quindi la tua motivazione è buona, ma il tavolo se la persona che l'ha costruito, l'ha fatto con una brutta intenzione, il tavolo conserva questa impressione negativa, o no? Cioè l'oggettoinanimato può conservare una motivazione sbagliata di chi lo ha costruito, e poi, passando di persona in persona, se la porta dietro,o no?

Geshe-Là: Il tavolo non assimila questo tipo dienergie, però c'è ancora la presenza dell'intenzione della persona che l'ha fatto.

Intervento: allora l'intenzione è di chi uccide, non tanto di chi ha comprato o di chi usa il crocifisso, è dell'assassino che sceglie un crocifisso o un Buddha per uccidere. Forse in questo caso tre persone, chi ha costruito il Buddha, chi hacomprato il Buddha e lo tiene in casa, e la persona che è andato incasa e lo ha preso come oggetto per ferire. Anch'io ho fatto una riflessione su questa persona che aveva ucciso con il Buddha, ma non tanto per chi è morto, per chi ha ucciso, non è un caso che abbia scelto quell'oggetto per uccidere. [...] Io penso cioè ha sceltodi uccidere, la cosa come mezzo non mi sembra così importante, forse sbaglio, cioè l'omicida la scelta che ha fatto è di uccidere, poiche fosse la statua del Buddha secondo me, potrebbe avere un significato relativo, non so, o invece anche questo ha un...

Geshe-Là: Per Geshe-là è una cosa molto interessante perché non aveva mai sentito prima una persona che era morta dopo essere stata colpita con una statua di Buddha, perché le persone vengono uccise con dei sassi, con le pallottole delle pistole, ma ancora nonaveva mai sentito appunto che una persona fosse morta uccisa con una statua di Buddha, quindi questo evento è molto interessante,soprattutto è molto interessante il fatto che non si conosce bene quale azione karmica abbia portato a questo evento.

Intervento: Ovviamente c'era una relazione forse passata fra queste due persone che il Buddha in qualche maniera [...],è possibile?

Geshe-Là: Non so

Intervento : Però, scusami Geshe, mi sembra però, rispetto a quello che dicevi tu, di quanto è importante l'intenzione, che quello che è accaduto dimostri come un oggetto,come la statua del Buddha, che viene fatta con un'intenzione positiva, possa diventare, cambiando l'intenzione, uno strumento dimorte, invece, cioè come cambiando l'intenzione, l'oggetto, che può essere stato creato con un obiettivo positivo, se cambia l'intenzione può diventare un strumento invece completamente negativo.

Geshe-Là: [...] Quindi la persona che ha comprato il Buddha e che poi è morta colpita dal Buddha è la stessa, quindiforse morire in questo modo non è tanto negativo, non ènecessariamente negativo. Quindi un oggetto non è di per sé népositivo né negativo, ma è l'intenzione di colui che ha prodotto quell'oggetto che influenza poi l'esistenza dell'oggetto,quindi è anche difficile giudicare se questa statua del Buddha fosse positiva o negativa, perché magari quando è stata fatta eraqualcosa di positivo, quando poi è stata utilizzata per uccidere qualcuno è divenuta qualcosa di negativo, e quindi il fatto che lacosa sia positiva e negativa è determinato dall'atteggiamento, dall'intenzione e non dall'oggetto stesso. Quindi se l'intenzioneè pura, allora anche tutte le azioni che vengono condotte da questa intenzione sono pure anche loro, e quindi queste azioni pure produrranno ugualmente dei risultati positivi, puri, buoni. Le azioniche sono condotte da questa intenzione positiva porteranno anche loro dei risultati positivi. Quindi questo è il modo in cui funziona il livello dinamico dell'attività umana.

Intervento: Quindi l'oggetto conserva un'improntadell'intenzione?

Geshe-Là: No, [...] L'intenzione influenza l'oggetto che è stato prodotto con quell'intenzione.

Intervento: Mi chiedevo questo Buddha che è servito per uccidere adesso, non serve a niente, è puro, è pulito?

Geshe-là: [...] L'oggetto è neutro quindi, il Buddha di per sé è neutro, poi se viene usato in maniera negativa diventa negativo, altrimenti se viene usato in maniera positiva èpositivo, però di per sé è neutro.

Intervento: c'è una frase molto bella, non mi ricordo come si chiama, un commento di Aryadeva che diceva che la pura acqua per gli esseri infernali è vero sangue, per gli dei è puro nettare, per cui dipende dalla percezione e dalla motivazione che ha chi beve, anche se l'acqua è acqua, può essere bevuta come qualcosa di diverso, questo mi sembra una bella descrizione.

Sai perché mi viene da chiedere questa cosa? Perchéio, lo sai, mi piacciono i mercatini dell'usato, tante volte compro degli oggetti usati, e tante volte non li prendo, [...] perché houna sensazione strana, magari un oggetto di per sé, però non loposso prendere, sento che c'è qualcosa che non va, poi non me lochiedo che cosa, però con le cose usate spesso mi succede di avere un rifiuto, o di avere...

Geshe-Là: Quindi dipende da te stessa, perché latua intenzione può cambiare anche questi oggetti, comunque se si hanno dei dubbi è meglio non prendere quegli oggetti, perché comunque dei dubbi creano sempre degli ostacoli nella creazione dell'intenzione pura.

Intervento: Allora io ti devo far vedere una cosa Geshe, quando vieni a casa mia, io ho preso, perché dovevo prenderlo, non lo volevo prendere, sono tornata indietro, in una missione di preti che lavorano in Africa, ho preso una testa di legno africana, abbastanza brutta, molto vecchia, però brutta, con deichiodi così, vendevano per la missione, per i soldi, quindi volevocomprare qualcosa, lasciare un po' di soldi, pochissimi, l'ho vista mi ha colpito la mente, però, non la volevo assolutamente, anche perché non voglio figure umane, o animali di legno, [...] sono dovuta tornare indietro perché dovevo prendere questa testa, sentivo che non potevo lasciarla lì, l'ho presa, come l'ho portata acasa mi faceva un po' paura, allora gli ho messo due tre collanine, l'ho appoggiata nella libreria, ogni tanto la spolvero, però, mi fa un'impressione strana, ormai l'ho presa, allora mi chiedevol'oggetto conserva qualcosa, oppure stimola la mia immaginazione, quindi io non lo so..

Geshe-Là: Il dubbio è un grande ostacolo nelcreare un'intenzione pura.

Intervento: Ma stavo pensando, cioè, seun'intenzione pura, positiva, come dicevi te, dovrebbe sempre dare risultati positivi, invece, [...] io adesso parlo qualcosa forse dimolto concreto, banale, ma spesso nella vita quotidiana questo nonsuccede, allora mi chiedo, forse la nostra intenzione non è cosìpura, e bisogna lavorare più sull'intenzione, o comunque, ci sono degli ostacoli che non dipendono da noi anche.

Geshe-Là: Quindi l'intenzione pura è qualcosa dimolto difficile da sviluppare, non è facile, a volte incontriamodelle difficoltà, degli ostacoli nelle azioni che facciamo proprioperché non riusciamo a sviluppare questa intenzione pura, perché anche se vogliamo sviluppare un'intenzione pura poi incontriamo dei dubbi, o comunque qualcosa che ostacola lo sviluppo di questa intenzione pura. Quindi purificare la mente significa proprio purificare l'intenzione.

Intervento: Ed è un lavoro molto accurato, quello di riconoscere se la nostra intenzione è un'intenzione positiva, perché noi possiamo pensare che è un istinto positivo, un'intenzione positiva poi magari invece è un'intenzione tuttadi un ego molto forte, che vuole dei risultati immediati e positivi.L'intenzione non è un istinto, un impulso. [...] Oggi ci sonodelle azioni che partono da intenzioni nobilissime, poi diventano invece qualcosa di brutto, di negativo ma perché [...] per poi diventare positive.

Geshe-Là: È molto difficile giudicare ciò che è positivo e ciò che è negativo. [...] Quindi il fatto che noi crediamo che qualcosa sia positivo o negativo, non significa che veramente quel qualcosa sia positivo o negativo, cioè dipende molto dai nostri concetti.

Intervento: Stavo pensando alla differenza, che è sostanziale, fra un'intenzione pura e, spesso le nostre intenzionisono condizionate, condizionate da noi, e anche dalle persone, è proprio lì il lavoro.

Geshe-Là: Domande?

Intervento: Vorrei che tu approfondissi questa cosa del dubbio, Geshe che è molto interessante, perché nella pratica divita, [...] noi abbiamo tanto i dubbi, noi occidentali almeno tantissimo ed è sicuramente quello che ci impedisce di seguire in maniera molto focalizzata, perché ci disperdiamo nei dubbi, allorasiccome ce li abbiamo, perché non si può negare, nel caso di dubbio cosa si fa? E' meglio non agire, aspettare, oppure prendere una decisione, scegliere? Che cosa? Scegliere con il cuore e non con latesta. [...] Perché noi siamo invasi dai dubbi noi occidentali, siamo in un momento di passaggio della società, noi della nostra età, dai quaranta ai cinquanta, veramente è un passaggio grande.

Geshe-Là: Il dubbio è qualcosa di causato dalla paura, segno di debolezza che dovrebbe essere abbandonato. Quindi deve essere abbandonato è inutile stare ad aspettare. Aspettare èun dubbio.

Intervento: E certo, certo, lo so, però quando deviscegliere, come fai? Si decide, così, ok, provo così?

Geshe-Là: Con intenzione pura.
E questo è il modo in cui ci incontriamo e condividiamo questa sincerità, questa purezza del cuore, e questo è quello che chiamiamo incontro di Dharma, e quindi incontro di Dharma significa appunto parlare di Dharma, cioè di cose positive, utili, equesto nel modo in cui si può recare beneficio ed aiutare gli altri.Quindi è molto diverso dagli incontri di business, quindi quando sifanno incontri di business, di lavoro bisogna stare a controllare il profitto e cose simili, mentre qui, agli incontri di Dharma, dobbiamo stare liberi, semplici, puri. E questo è un modo per produrre uncomune karma positivo. Quindi noi non stiamo aspettando dei risultatima stiamo semplicemente accumulando un karma positivo. E crearesempre più karma positivo, aiuterà ad avere sempre più gioia, felicità, comunque cose positive, e cambia la qualità stessa dellavita, non produce del denaro, però la qualità della vita cambia, equesto è qualcosa che non può essere comprato con i soldi, perchéè un valore spirituale. Gli esseri umani hanno proprio in maniera innata la capacità di produrre questi tipi di valori, e questo valore è quello che qui chiamiamo Dharma, quindi qui stiamo qui aparlare, a riflettere, a meditare proprio per produrre questo valore,e questo valore è molto speciale, non c'è bisogno di tenerlo, dimetterlo dentro una borsa perché nessuno lo può rubare, è qualcosa di molto interessante.

Adesso leggeremo la preghiera del Lam Rim e poifiniamo.

Grazie