Immaginate che tutto ciò che vedete, toccate e sperimentate non sia esattamente come appare. Questa idea, secondo cui tutte le nostre percezioni potrebbero essere illusioni, ha catturato l'attenzione di scienziati, filosofi e tradizioni spirituali. Una voce affascinante in questo dibattito è quella di Donald Hoffman, che propone la teoria dell'interfaccia percettiva. Secondo Hoffman, il nostro cervello non ci mostra il mondo così com'è realmente. Al contrario, crea un'interfaccia intuitiva progettata per la sopravvivenza, una sorta di “desktop” che ci permette di navigare nella vita in modo efficiente, ma non accurato.
Il nostro cervello riceve informazioni sensoriali limitate, solo segnali luminosi bidimensionali dai nostri occhi. Eppure, riesce a costruire mondi ricchi, colorati e tridimensionali nella nostra mente. È sorprendente che circa il 90% di ciò che “vediamo” provenga dalle previsioni e dai ricordi del cervello piuttosto che dai dati grezzi. Ciò significa che la nostra esperienza della realtà è per lo più una costruzione mentale, ottimizzata per decisioni rapide e sopravvivenza piuttosto che per la verità.
Questa idea si allinea in modo intrigante con le intuizioni della fisica quantistica e del buddismo, nonostante le loro origini molto diverse. La fisica quantistica rivela che ciò che sembra solido e reale - tavoli, sedie, persino i nostri corpi - è per lo più spazio vuoto. Gli atomi sono in gran parte vuoti e la loro solidità deriva dalle forze elettromagnetiche, non dal contatto reale. Inoltre, le particelle non hanno proprietà fisse fino a quando non vengono osservate, esistendo invece come onde di probabilità. Questo “effetto osservatore”
Questa idea si allinea in modo intrigante con le intuizioni della fisica quantistica e del buddismo, nonostante le loro origini molto diverse. La fisica quantistica rivela che ciò che percepiamo come solido e reale – tavoli, sedie, persino i nostri corpi – è per lo più spazio vuoto. Gli atomi sono in gran parte vuoti e la loro solidità deriva dalle forze elettromagnetiche, non dal contatto reale. Inoltre, le particelle non hanno proprietà fisse finché non vengono osservate, ma esistono invece come onde di probabilità. Questo “effetto osservatore” fa eco all'insegnamento buddista secondo cui la realtà è impermanente e dipende dalla percezione.
Il buddismo parla di Maya, l'illusione di un mondo permanente e separato. Insegna che tutto è interconnesso e in costante cambiamento, un concetto chiamato anicca, o impermanenza. La visione buddista suggerisce che il nostro senso di un sé solido e separato è un'idea errata che porta alla sofferenza. Allo stesso modo, l'entanglement quantistico mostra che le particelle possono essere collegate istantaneamente a grandi distanze, evidenziando la profonda interdipendenza di tutte le cose.
Sia il buddismo che la fisica quantistica mettono in discussione l'idea di una realtà oggettiva e immutabile. Mentre la fisica quantistica studia la materia attraverso la matematica e gli esperimenti, il buddismo esplora la mente e la sofferenza attraverso la meditazione e la filosofia. Eppure entrambi giungono a una conclusione sorprendentemente simile: ciò che sperimentiamo come realtà è una rete costruita, fluida e interconnessa piuttosto che un mondo fisso e indipendente.
Comprendere questo può essere allo stesso tempo umiliante e liberatorio. Ci ricorda che il nostro cervello agisce come un motore di previsione, creando una realtà utile ma soggettiva che favorisce la sopravvivenza. Le nostre percezioni non sono specchi perfetti, ma interpretazioni creative plasmate dalla memoria, dal contesto e dalle aspettative. Questo non significa che il mondo non esista – le nostre azioni hanno comunque delle conseguenze – ma significa che viviamo all'interno di una sorta di simulazione mentale.
Alla fine, questa prospettiva ci invita a ripensare ciò che consideriamo reale. Colma il divario tra scienza e spiritualità, offrendo uno sguardo condiviso sulla natura misteriosa dell'esistenza. Che sia attraverso la lente delle neuroscienze, della fisica quantistica o della saggezza antica, la storia è la stessa: la realtà non riguarda tanto fatti concreti quanto relazioni dinamiche, che si sviluppano nell'interazione tra osservatore e osservato.
Questa è una prima bozza di Geshe Gedun Tharchin
ROMA: 28 febbraio 2026
