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Wednesday, 27 November 2013

La Mente nella Màhamudhrà









La Mente nella
Màhamudhrà


Lama Geshe
GEDUN THARCHIN









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INDICE

LA MENTE NELLA MAHAMUDRA


Nota dell’autore


PRIMA PARTE - Roma 2007
Meditazione di Māhamudhrā


SECONDA PARTE - Assisi * settembre 2009 *
Introduzione alla Pratica di Māhamudhrā

I Preliminari alla pratica di Māhamudhrā
Māhamudhrā antitesi dell’ego
Il karma e i Tre Aspetti Principali del Sentiero
Le tenebre nel Kali-Yuga e la luce nel cuore



TERZA PARTE – Torino * febbraio 2010
La Pratica di Māhamudhrā

Illusione, conoscenza del sé e della propria mente
Le Quatto nobili Verità e le Sei Pāramitā nella Māhamudhrā
Māhamudhrā, universale dono del Dharma


Testi annessi:
I Tre Aspetti Principali del Sentiero
Gli Otto Versi di Trasformazione della Mente
Preghiera di dedica del Lam Rim
Preghiera di Māhamudhrā


















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NOTA dell’ AUTORE


QUESTO E’ IL TESTO DELL’ARGOMENTO AFFRONTATO DURANTE tre SEMINARI, IL PRIMO TENUTOSI 2007 a Rome e secondo AD ASSISI DAL 18 AL 20 SETTEMBRE 2009 E IL terza A TORINO DAL 13 AL 14 FEBBRAIO 2010.
L’OBIETTIVO DEI SEMINARI ERA INTRODURRE LA CAPACITA’ DI RICONOSCERE LA PROPRIA MENTE-CUORE NELLA FOCALIZZAZIONE DELLA PRATICA DI Māhamudhrā, in TIBETANO, Phyag-rgya chen-po, CONOSCIUTA ANCHE COME IL GRANDE SIGILLO.
L’INSEGNAMENTO DELLA PARTE di ASSISI, E’ STATO, DATO IN ITALIANO, MENTRE A TORINO IN INGLESE GRAZIE ALLA PRECISA TRADUZIONE DI ROBERTO VOLPON CHE, CON RENATA SIMONOTTI, NE HA CURATO LA TRASCRIZIONE. RINGRAZIO QUESTI AMICI DI CUI APPREZZO L’ENTUSIASMO E LA DEDIZIONE.

RINGRAZIO PARTICOLARMENTE GLI ORGANIZZATORI E I PARTECIPANTI AI SEMINARI, E TUTTI GLI AMICI IN ITALIA E ALL’ESTERO.

GEDUN THARCHIN














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PRIMA PARTE



Meditazione di Māhamudhrā

Roma 2007





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Meditazione di Māhamudhrā

La ragione del nostro incontro è la ricerca del significato della vita, un passaggio affatto scontato e spesso problematico, in quanto tendenzialmente riteniamo obiettivi primari, da conquistare con qualsiasi mezzo, gli ottenimenti materiali e la soddisfazione dei desideri mondani.
A volte incontriamo persone a cui apparentemente non manca nulla per avere felicità, sono sani, agiati, in una condizione di benessere generale, eppure vivono in perenne stato di smarrimento e di incertezza verso un futuro che temono e preferiscono ignorare, rimuovono tutto ciò che non cade materialmente nel cerchio della loro comprensione, decidono di eliminare ogni dubbio e negano drasticamente qualsiasi possibile continuità.
Se non si muore improvvisamente a causa di un incidente, ma si sperimenta nell’agonia il processo della fine è possibile avere nell’ultimo istante la percezione della vita futura, però è ormai troppo tardi, manca il tempo per riflettere e allora si è assaliti da una disperata tristezza. Per questo è importante approfondire e analizzare oggi cosa potrebbe rimanere dopo questa forma di esistenza, anche se si tratta di fenomeni che fanno parte di una realtà oscura, non visibile direttamente, a cui ci si può avvicinare solo tramite realizzazioni superiori che però, non essendo ancora state raggiunte, sono accessibili unicamente tramite il ragionamento.
Non si tratta di un ragionamento ordinario, ma della costruzione logica di un pensiero che si fonda su percezioni limpide in quanto la logica non è esclusiva prerogativa dell’intelletto, riguarda anche la capacità di avvertire in modo esplicito e autentico gli eventi.
Le argomentazioni logiche devono basarsi sulla percezione diretta che, a sua volta, diventa la prova dell’autenticità della deduzione intellettiva.
Sono dunque tre le tappe di approccio alla conoscenza della realtà:
  1. La conoscenza basata sulla percezione diretta;
  2. La conoscenza basata sulla logica deduttiva, a sua volta fondata sulla percezione diretta;
  3. La conoscenza basata sulle realizzazioni ottenute tramite la percezione diretta e la logica deduttiva.
Consideriamo ad esempio la fiducia nelle reincarnazioni, una persona che vi creda può tentare di chiarire questa idea a se stessa e agli altri, ma quali strumenti possiede per convincere che ciò corrisponda al vero? come si può dimostrare che la mente di un neonato, o di un feto ancora in formazione, sia la manifestazione di un precedente continuum mentale?
Certamente non è possibile averne con immediatezza una visione accertata, però si può procedere logicamente confrontando la propria affermazione con una realtà analoga, ad esempio osservando che la mente di questo momento è l’imprescindibile risultato della mente del momento precedente, poiché se non fosse esistita ieri non potrebbe esserci nemmeno oggi. Lo stesso procedimento vale per la mente neonata, e questa è una percezione diretta che supporta la concezione deduttiva del passaggio di vita in vita.
Ogni conoscenza nasce dal dubbio che, anche se in parte è negativo in quanto tende a negare l’esistenza di un evento, possiede un secondo aspetto positivo, seppur minimo, e affinché la positività prevalga sulla negatività è necessario applicare il ragionamento.
Analizziamo le forme presenti nella mente attuale e compariamole a quelle dello stato iniziale di questa vita, possiamo così constatare che le qualità mentali di ora sono analoghe alle precedenti e, procedendo a ritroso in questo movimento, deduciamo che lo stesso processo può essere applicato ad un continuum mentale che si trasferisce da un’esistenza all’altra.
Il dubbio ingenera il ragionamento sulla similitudine mantenuta dalla mente nelle diverse fasi della vita esistenza e da questo si desume l’esistenza di un continuum mentale che avanza di momento in momento, di vita in vita.
Domanda: Scusa Geshe, se anche comprendo che la mia mente attuale è simile a quella dell’infanzia ad esempio, come posso dedurre che ciò sia valido per vite precedenti?
Lama: Perché non ci sono differenze, la mente di oggi è il risultato di quella dell’inizio che a sua volta non può che essere il risultato di quella che l’ha preceduta; vi è una continuità ininterrotta del processo mentale con impronte che altrimenti non potrebbe potrebbero manifestarsi né prima né tantomeno oggi.
Domanda: Però è un’ipotesi, non può essere certezza…..
Lama: Con questo ragionamento intendiamo andare al di là delle certezze, dei dogmi enunciati da qualsiasi religione, applicando un procedimento logico, assolutamente libero da condizionamenti, che può portare a credere o no nell’esistenza di vite passate e future.
L’argomento di oggi sarebbe la mente primordiale, ma se non comprendiamo il continuum mentale che passa di vita in vita, come possiamo addentrarci nello stato originale della mente?
Nell’istante in cui si afferma che la mente, il continuum mentale, è senza inizio, qual è il punto in cui si colloca la mente primordiale?
Generalmente si pensa che riferendosi allo stato primordiale della mente si debba ritornare ad un’epoca lontanissima, ma in realtà non sappiamo nulla e ogni tentativo di fissare un tempo genera soltanto confusione.
La caratteristica della mente è davvero interessante, essa può coprire un ciclo infinito, come afferrare il tutto in un unico momento, l’universo intero può essere contenuto dalla mente in questo stesso istante.
La nostra mente è un fenomeno veramente inspiegabile, e non è necessario cercare miracoli all’esterno, già semplicemente osservandola possiamo assistere ad un evento veramente misterioso.
Sono molti gli oggetti di meditazione consigliati, ma il livello più elevato è relativo alla meditazione sulla natura della mente, in sanscrito: “Māhamudhrā”, tradotto nelle lingue occidentali in “Grande Sigillo”, ma nel contesto odierno è inteso come meditazione sulla vera natura della mente, la sua realtà ultima.
La meditazione di Māhamudhrā si articola in due fasi, nella prima ci rilassiamo focalizzandoci sulla natura convenzionale della mente, mentre nella seconda ci concentriamo sulla sua natura ultima.
Gli occidentali, sempre frettolosi, impazienti e perennemente agitati, si illudono di potersi appropriare facilmente di tecniche superefficienti che consentano l’immediato accesso alla meditazione sulla natura della mente, ma ciò è assolutamente impossibile, il cammino per acquisire tale capacità è lungo e necessità prima di tutto di un’adeguata e paziente preparazione della mente attraverso le pratiche preliminari atte a creare le giuste condizioni.
A questo punto, però, è necessario fare chiarezza sul significato delle “pratiche preliminari”, perché il primo fraintendimento consiste nel considerarle semplicemente una sequela di compiti da eseguire prima di affrontare la pratica vera e propria, persuasi che soltanto dopo aver completato la recitazione di un prestabilito numero di mantra, o la quantità di prosternazioni prescritte, o altro ancora, si sia autorizzati a procedere.
È una concezione tradizionale, in sé positiva, a patto però che non sia limitata a un computo aritmetico e meccanicistico di tipo quantitativo e nemmeno si devono considerare queste pratiche come fenomeno preventivo definito entro un arco temporale, al contrario sono sempre presenti, costantemente mantenute in concomitanza con qualsiasi altra pratica. Dunque, quali sono le pratiche preliminari?
La pratica preliminare fondamentale è la grande compassione, ogni nostra preghiera, azione, intenzione, ne deve essere permeata. La grande compassione rientra nell’ambito dell’etica che fa parte dei tre addestramenti superiori: della moralità, della concentrazione e della saggezza.
  1. L’addestramento superiore della moralità si fonda sulla compassione universale;
  2. L’addestramento superiore della concentrazione si colloca al primo livello del Māhamudhrā, ovvero la concentrazione sulla mente;
  3. L’addestramento superiore della saggezza appartiene al secondo livello del Māhamudhrā e consiste nella contemplazione della realtà ultima della mente.
La grande compassione è l’indicazione primaria enfatizzata da tutte le tradizioni religiose, buddhista, cristiana, islamica, ebraica…. ed è una norma applicata anche da coloro che non sono affatto religiosi, anzi spesso i non credenti sono i più generosi nell’applicazione di questa qualità umana.
La grande compassione è sconfinata, non ha limite, non soggiace all’autorità di nulla e di nessuno, è un infinito dono della natura stessa, ed è fondamentale perché fino a quando la mente-cuore non è completamente aperta è impossibile accogliervi il Māhamudhrā.
Aprire la mente-cuore è l’azione più importante della nostra vita, è l’attività della grande compassione, la prima pratica preliminare.
Oggi stiamo affrontando semplicemente il significato sostanziale delle pratiche preliminari senza addentrarci nel complesso labirinto delle tradizioni che prescrivono precise modalità e rituali; recitare il mantra o la preghiera del Padre nostro ha esattamente lo stesso valore.
Pensare che le pratiche preliminari presuppongano la necessità di imitare i tibetani nel modo di vestire, nella recitazione dei mantra, nei loro atteggiamenti esteriori è proprio sciocco e suscita immancabile ilarità in oriente perché è evidentemente qualcosa di assolutamente estraneo alla cultura occidentale. Ognuno deve praticare secondo le proprie tradizioni.
L’attitudine non discriminate, la capacità di vedere l’autenticità della pratica in ogni religione e cultura appartiene al vero Māhamudhrā.
Le pratiche preliminari sono dunque fondamentali per poter sviluppare la concentrazione sulla mente e realizzarne la natura e consistono nella compassione, nell’amore e nella forza che vi applichiamo.
Il secondo livello del Māhamudhrā è particolarmente bello, finalmente non rivolgiamo più l’attenzione all’esterno, distratti dai giudizi su qualcuno o qualcosa, ma restiamo concentrati in noi stessi, nella natura della mente. La difficoltà di questa pratica consiste proprio nell’osservazione della mente da parte della mente stessa. Generalmente attiviamo due fattori: soggetto e oggetto, la mente, il soggetto, medita su un oggetto esterno; invece nel secondo livello di Māhamudhrā il fenomeno è unico perché la mente è contemporaneamente soggetto e oggetto e contempla se stessa.
Questo è il miglior metodo di conoscenza perché nel momento in cui la mente si concentra su se stessa non è più distratta da passato o futuro, decadono naturalmente valutazioni, giudizi, aspettative o paure, è completamente libera da ogni preoccupazione.
Malgrado ciò i pensieri continuano ad affacciarsi alla mente nel tentativo di distrarla e la migliore risposta è la non risposta, così come ha dimostrato inconfutabilmente il Mahātmā Gandhi che in ogni circostanza, anche la più dura, ha mantenuto inalterata l’attitudine equanime e pacifica della non violenza.
Se vogliamo trovare ad ogni costo una risposta agli infiniti pensieri che affollano la mente sprechiamo una quantità enorme di energie e di tempo senza ottenere altro che un peggioramento dell’agitazione e confusione mentale. Non bisogna rispondere, ma neppure ignorare, semplicemente si deve osservare il fenomeno con un equilibrato distacco. Nelle tradizioni Theravāda o Zen si insiste particolarmente sulla obbligatorietà di lasciar andare, di permettere che gli eventi siano nel modo in cui sono senza forzare, senza contrapporsi, è la stessa pratica contemplata nello Dzogchen, nel Māhamudhrā, cambiano le terminologie, ma la sostanza è la stessa, non si risponde né si ignora, si osserva rispettosamente.
Cosa succede nel momento in cui non opponiamo resistenza e ci limitiamo a scrutare e con rispetto i nostri pensieri? Ci accorgiamo che sono come bolle di sapone che non appena formate svaniscono, scoppiano da sole. In questo modo si autoeliminano sia passato che futuro e resta soltanto la vacuità del momento presente, che non significa mancanza di coscienza come se stessimo dormendo, al contrario la nostra mente è particolarmente lucida, chiara come il sole che risplende nel cielo, malgrado le nuvole che lo offuscano momentaneamente.
La mente è anche simile ad un fiume che scorre regolarmente, nemmeno smosso dagli uccelli che si tuffano, dai pesci che nuotano o dalle pietre lanciate nell’acqua, rimane ferma, per nulla turbata dai molti pensieri, raggiunge la calma, la pace.
Un ulteriore passo nel Māhamudhrā è dato dalla ricerca della mente, dov’è? Pare naturale che sia qui, ma se la cerchiamo non la troviamo. Questa investigazione appartiene al Lhagtong, ovvero alla visione del livello superiore della mente, una pratica preceduta da quella di Shine, o calmo dimorare, che porta alla sua pacificazione.
Per poterci dedicare a queste due pratiche dobbiamo preventivamente aver predisposto la mente con i preliminari dell’amore, della compassione e della rinuncia.
Questo argomento meriterebbe una lunga riflessione, ma per ora è bene fermarsi, chiarire e approfondire quanto detto, dunque risponderò alle vostre domande, poi mediteremo insieme.
Domanda: Le sofferenze o disabilità fisiche possono interferire o addirittura impedire la capacità di osservazione della mente?
Lama: No, le condizioni del corpo in questo caso sono assolutamente ininfluenti, siamo ad un livello che travalica i limiti fisici.
Domanda: Le emozioni molto forti, sia positive che negative, possono essere un ostacolo?
Lama: Tutte le emozioni appartengono alla categoria dei pensieri che emergono ininterrottamente durante la pratica e dunque dobbiamo imparare ad osservarle con rispetto nella compassione maturata nella pratica preliminare, senza indugiarvi e mantenendo il dovuto distacco.
Ricordate i tre livelli della pratica:
  1. Preliminari di amore e compassione;
  2. Calmo dimorare della mente;
  3. La realizzazione dell’osservazione e la ricerca della mente.
Queste tre tappe sono fondamentali, prima di tutto dobbiamo sviluppare e aprire il cuore alla grande compassione, capaci di concentrarci sulla mente mantenendola in uno stato di calma serena e profonda ed essere così pronti ad impegnarci a cercarla, una pratica che corrisponde all’osservazione della sua realtà ultima.
Prima di disporci a qualsiasi pratica dobbiamo compiere un atto di fiducia e prendere rifugio nei tre gioielli, Buddha, Dharma e Sangha, che per i cristiani potrebbero corrispondere alla Trinità o in altre tradizioni ad Esseri superiori. E’ un attitudine fondamentale che implica la disponibilità incondizionata ad affidarci alla guida che ci accompagnerà per tutto il percorso.
Per aiutarci ad espandere la grande compassione leggeremo insieme gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (V: testi annessi pag. I), poi mediteremo per sviluppare la calma mentale e infine leggeremo il “Sūtra della Perfezione della Saggezza” conosciuto come Sūtra del Cuore” (V. testi annessi pag. II) che appartiene alla terza fase della pratica.

Seguono letture e meditazione

Leggiamo ancora i “Tre Aspetti principali del Sentiero” (V: testi annessi pag. IV).

La prima pratica preliminare al Māhamudhrā è dunque la gentilezza amorevole, la grande compassione, la seconda la calma dimorante, la terza la realizzazione della mente, e tutte e tre sono contenute e descritte nel Sūtra del Cuore che è l’essenza di tutti i Prajñāpāramitāsūtra, basilare insegnamento Māhamudhrā.
Non cercate in testi rari e complessi il significato del Māhamudhrā, il Sūtra del Cuore contiene ed esprime tutto ciò che esiste da tempo senza inizio, non necessita di altra spiegazione, è completo e a disposizione di chiunque. Non esistono nel buddhismo insegnamenti segreti gestiti da pochi eletti, questo è un ulteriore inganno, una grande illusione, la pratica del Dharma è accessibile a tutti in modo assolutamente equanime, la sua realizzazione dipende unicamente dalla personale capacità e impegno. Il Dharma non è qualcosa che cala dall’alto, né una benedizione del maestro, né un vassoio di dolci, è una preziosa potenzialità posseduta in eguale misura da ogni essere vivente.
Il Māhamudhrā appartiene ai fenomeni dell’universo, è l’essenza stessa di tutto ciò che vi è contenuto, dunque la nostra mente è in questa essenza. Il Māhamudhrā semplifica la realtà, non la complica, e noi in questa pratica diveniamo persone più semplici, umili, gioiose, perché la nostra vita è lineare, priva di sovrastrutture complicate e disturbanti. Nel momento in cui meditiamo sulla mente stiamo meditando sul tutto e questo è magnifico. Domare la mente è domare ogni cosa.
Questa è stata una breve ma essenziale introduzione alla pratica di Māhamudhrā che è bene non scordare e applicare in qualsiasi circostanza, da soli, con amici, così da passare dalla fase del dubbio a quella della convinzione e da questa alla realizzazione.
Ora dedichiamo i meriti accumulati in questa giornata di Dharma a beneficio di tutti gli esseri senzienti e affinché la pace si diffonda sul pianeta.





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SECONDA PARTE
Introduzione alla pratica di Māhamudhrā
Assisi * 18 - 20 settembre 2009 *



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I preliminari alla pratica di Māhamudhrā

Assisi è un luogo ascetico, favorisce l’approfondimento mistico, e poterlo fare incontrando amici spirituali con cui condividere questo interesse è magnifico. Da molti anni ci ritroviamo per lavorare sulle qualità interiori, l’unica cosa che manca è la pratica personale, assidua e vigorosa, così cerchiamo di intensificare l’attenzione in questi incontri, imprimendovi la motivazione di essere costanti, fermi, stabili nella pratica per poter realmente crescere spiritualmente.
Il Dharma affonda le radici nelle buone motivazioni del cuore.
Qualsiasi azione, positiva o negativa, darà un risultato corrispondente alla motivazione che l’ha determinata, questa è la legge ineludibile del karma, non è di facile comprensione perché appartiene a un livello estremamente sottile.
Quando mi chiedono cos’è il Dharma, termine molto ampio, io rispondo che è la fiducia nella legge del karma, nella natura interdipendente di ogni fenomeno, è il centro su cui impostare la vita.
Conoscere il Dharma è conoscere la realtà nella sua autentica natura di interdipendenza; l’approccio filosofico è articolato e complesso, ma sul piano pragmatico corrisponde esattamente alla nostra quotidianità, ogni azione vi rientra.
Dunque la fiducia nel karma è il fondamento del Dharma, è ancora più essenziale della fede nel Buddha, o nel guru o in Dio, perché comporta una responsabilità concreta in ogni atto e in ogni istante della vita, il proprio cuore ne risponde totalmente.
La filosofia, la prassi, la fede buddhista, cosa sono? Fiducia nel karma in cui conoscere e assumere ogni responsabilità nella verità dell’esistenza.
Tutti vogliono conoscere la verità, sapere dov’è, cos’è, la verità è la legge naturale di causa effetto, dell’interdipendenza dei fenomeni, del karma.
Conoscere la verità dà fiducia nel karma da cui sorge una forza potente nel cuore e tutto ciò che facciamo nella vita assume significato, anche gli errori possono essere utili se l’intenzione è pura.
Il significato sostanziale del Dharma è avere fede nel karma, cioè riconoscere l’essenza della realtà, l’evoluzione dei fenomeni nella legge naturale di causa-effetto.
Questo seminario è impostato sulla concentrazione nel riconoscimento della mente-cuore, la pratica di Māhamudhrā, in tibetano Phyag-rgya chen-po, conosciuta anche come il Grande Sigillo.
Noi discutiamo sempre della mente, ma alla fine non troviamo mai nulla, la Māhamudhrā è appunto la pratica che permette di riconoscere la mente nella concentrazione meditativa. Non servono a nulla tante parole, testi elaborati, studi complessi, la si trova soltanto nella meditazione e, se anche non riusciamo a sperimentarla con piena coscienza, almeno ne possiamo avere un assaggio.
La coscienza della propria mente è essenziale e la si acquisisce in tutte le pratiche spirituali, già in passato avevamo esaminato questo percorso affrontando i Tre principali Aspetti del Sentiero: la rinuncia, la bodhicitta, la saggezza.
La rinuncia implica la conoscenza dell’esistenza e ne osserva l’impermanenza permeata di sofferenza. Tutti noi desideriamo la felicità e vogliamo fuggire dal dolore, dunque è necessario staccarci dalla fonte di infelicità eliminando ogni attaccamento.
Noi invece, completamente confusi, corriamo incontro all’infelicità scambiandola per felicità e ci incateniamo a questa esistenza samsarica che ne è il nutrimento, eppure senza una rinuncia vera, pura non potremo mai trovare quella felicità già a portata di mano, ma che non sappiamo cogliere.
Rinuncia è porre fine a questo errore, è un termine generalmente inteso come negativo, ma volgendo l’interpretazione in positivo, rinuncia è semplicità, è occuparsi soltanto dell’essenziale; conoscere e applicare la rinuncia significa trovare la gioia.
In tutte le società il tormento maggiore è la preoccupazione per il futuro, che si trasforma inevitabilmente in sofferenza e attaccamento, mentre saper godere del momento presente in piena libertà, senza voler afferrare e trattenere nulla, è gioia.
La rinuncia non è la negazione del presente, al contrario è vivere consapevolmente l’oggi nel modo più pieno, libero, non incatenato da vincoli ipotetici nella ricerca di certezze future, è essere nella vera semplicità, questa è la vita dello yogi.
Essere yogi oggi non significa volare, avere chissà quali realizzazioni, che senso avrebbe? per volare è molto più comodo l’aereo, già camminare sotto il sole è sufficientemente faticoso. Tutte queste idee bizzarre, queste magiche favole infantili, non possono che incrementare la confusione e l’immaturità. Essere yogi è saper vivere gioiosamente in modo semplice, essenziale, godendo dello spazio illimitato nell’essenza completamente vuota, libera, aperta.
L’altro giorno leggevo un testo bellissimo di una filosofa occidentale in cui affermava che l’anima è spazio, è vuoto. Di solito noi percepiamo l’anima come qualcosa di concreto, eterno, solido, ma fino a quando non ci liberiamo da questa visione ristretta, chiusa, continuiamo a camminare nella direzione che ci allontana da noi stessi e andiamo incontro al rafforzamento delle illusioni, della sofferenza.
Rinuncia è dunque camminare nella giusta direzione, semplificare, non incrementare infelicità e problemi, vivere l’essenziale.
Il secondo aspetto è la bodhicitta, la mente di grande compassione insita in ogni essere umano, nella purezza del cuore. La mente-cuore completamente purificata è ricolma del vero amore, dell’amore di Dio.
Il terzo aspetto è la saggezza, la conoscenza della realtà ultima, della vacuità, in termini cristiani potremmo dire che è la contemplazione, la visione di Dio.
Tutte le sovrastrutture che noi imputiamo alla vita sono illusioni, la vita stessa è un’illusione strettamente unita alla realtà ultima della vacuità poiché tutto è connesso.
In genere si dice che Dio ha creato tutto il bene, ma allora il male chi lo ha creato? Certamente non Dio, eppure è comunque collegato a Dio, alla realtà ultima. Senza la visione della realtà ultima piombiamo nel caos, percepiamo solo realtà negative. Nella visione della realtà ultima invece tutto è naturalmente illuminato dalla limpidezza del nostro sguardo, ecco la differenza tra la verità ultima e verità relativa.
La nostra fisicità, l’identità che imputiamo al nostro corpo e ad ogni oggetto, appartengono alla verità relativa, mentre nella realtà ultima tutto si fonde nella vacuità. A livello ultimo noi siamo uno, ecco il motivo stesso della grande compassione, non c’è divisione, non c’è più alcun dualismo, io, tu, loro, tutto è l’UNO.
Rinuncia, bodhicitta e saggezza sono aspetti fondamentali del sentiero spirituale. E’ necessario riflettere costantemente sulla vita, sul non dualismo, sull’illusione che deriva comunque dalla realtà ultima, perché se non esistesse la realtà ultima non esisterebbe nemmeno l’illusione.
Se non sappiamo vedere la realtà ultima possiamo solo osservare quella relativa, così la nostra visione è illusoria, affonda nella confusione dualistica.
Se invece possiamo vedere la realtà ultima, l’illusione decade naturalmente e abbiamo una corretta visione.
Ma, ancora, quando riusciamo a vedere sia la realtà relativa che quella ultima, siamo capaci di osservare l’illusione senza illusione, le vediamo perfettamente entrambe nella loro essenza non dualistica secondo la visione della saggezza.
E’ importante ricordare queste tre fasi. Leggiamo dunque insieme il testo radice dei tre Aspetti Principali del Sentiero, che è fondamentale, almeno come motivazione per procedere nel cammino spirituale. (V. testi annessi pag. I)
Segue lettura


La rinuncia la bodhicitta e la saggezza implicano una mente pura, libera dai difetti mentali nella chiara visione, una mente sensibile, semplice, flessibile, attenta, amorevole. In questo modo si domina il proprio ego, un lavoro faticoso ma indispensabile, non a caso nelle scritture è detto che per raggiungere questa meta, la mente pura, l’illuminazione, occorrono infinite esistenze.
Il compito è arduo, richiede una grande forza e solo la fiducia nel karma ci può aiutare in questa impresa per superare il dominio prepotente dell’ego che è la nostra vera condanna. Tutta la sofferenza nasce dall’ego, ed è meraviglioso vedere come San Francesco sia riuscito a sbarazzarsene, così come simbolicamente si è liberato dagli abiti, considerandolo spazzatura.
Per praticare il Dharma è necessario avere la forza di liberarsi dal’ego, esattamente come san Francesco e Milarepa, è il compito più arduo, ma basilare. Perché tutte le religioni condannano il suicidio? Perché è la massima debolezza, il peccato più grande, l’assoggettamento totale all’ego.
La forza del cuore puro che si acquisisce con la rinuncia, la compassione, l’amore, la gentilezza, e la saggezza ci guiderà all’illuminazione, sgretolerà il nostro potentissimo ego.
Questo è lo scopo della vita, essere yogi nella semplicità, nella purezza, nella chiara visione, dobbiamo sciogliere la durezza dell’ego pietrificato nella rabbia, perché la rabbia non è forza, ma debolezza, ed essere aggrappati all’attaccamento è un’ulteriore manifestazione di estrema debolezza.
Lo yogi è libero, vive nella semplicità priva di desiderio, di attaccamento, è pura compassione, gentilezza, amore, saggezza.
L’ego invece si autoalimenta con il desiderio, l’attaccamento, la rabbia, la gelosia, l’odio, con ogni negatività, perché non ha la forza di liberare se stesso, nutre la propria debolezza e ingrossa a dismisura.
L’ego è debolezza, si difende edificando alte mura di paura che pietrificano il nostro cuore e sono origine di tutte le miserie umane, le sofferenze. Più è grande l’ego e maggiore è la paura che ci controlla.
San Francesco non aveva paura di nulla, non la conosceva perché il suo ego era stato completamente annullato; certamente noi non possiamo ottenere questo risultato in un giorno, rischieremmo di accrescere i disastri, ma dobbiamo piano piano e costantemente camminare in questa direzione.
Nella situazione attuale in cui siamo pienamente integrati nel samsāra senza ego non potremmo vivere, è il nostro stesso respiro permeato da attaccamenti, invidie, gelosie, avversioni, contrasti, rabbia, per cui non è possibile distruggere tutto questo in un momento, è un processo lento quanto inesorabile, un passo alla volta, con calma e consapevolezza, senza pretendere un impossibile risultato immediato.
L’insegnamento del Dharma è prezioso per tutti, perché non impone regole, rigide modalità di azione, dà soltanto preziosi suggerimenti che ognuno può applicare secondo le proprie capacità e attitudini, presenta la realtà nella sua essenza e ogni persona decide autonomamente se, come, e quando, accoglierli e praticarli.
La pratica del Dharma è personale, l’individuo la deve adattare a sé stesso, non esiste condanna o giudizio per chi non volesse accogliere questo consiglio, è una libera scelta, noi siamo già torturati e condannati a morte dall’ego e sarebbe proprio inutile imporre ulteriori castighi.
La legge naturale agisce automaticamente senza bisogno di norme, di avvocati, di tribunali. L’ego ci affonda sempre più nel caos e il Dharma ci propone la via d’uscita, la scelta è nostra.
Spiegavo questi concetti ai miei amici in Sardegna e uno di loro ha ammesso di non volersi liberare dal samsāra perché, avendo tutto, salute, benessere, agi, ci si trovava perfettamente. In un certo senso potrebbe aver ragione, ma significa che non ha compreso cosa sia in realtà il samsāra, perché se lo si esamina attentamente si vede che non contiene nulla in grado di donarci l’autentica e duratura felicità. Oggi si può stare benissimo, ma domani?
Il samsāra ha aspetti molto belli, desiderabili, e la sofferenza dell’esservi dentro non è imputabile alla sua essenza, bensì alla nostra confusione mentale che, di fonte ad un oggetto bello, desiderabile, produce immediatamente reazioni di attaccamento, di invidia, di avversione, di rabbia.
I Bodhisattva di tutte le religioni pregano di rinascere nel samsāra al solo scopo di servire gli altri, non temono la sofferenza, non esiste paura in loro perché hanno ottenuto il pieno dominio dell’ego. Avendo eliminato l’ego non esiste più sofferenza, pregano di prendere su di sé tutte le negatività, le sofferenze, le malattie degli esseri senzienti.
Anche per noi non sempre le malattie, le tribolazioni sono negative, se vissute consapevolmente e trasformate in offerta per il bene degli altri, sono positive, possono essere il risultato delle preghiere formulate in una vita precedente, non sappiamo, nulla è mai ciò che appare ai nostri occhi annebbiati e semiciechi.
Osserviamo la figura di Gesù, la sua tremenda agonia, la morte in giovane età, a cui è seguita l’immediata diffusione del suo messaggio senza barriere di luogo e di tempo, questo è il risultato delle sue potenti, autentiche preghiere di Bodhisattva.
Qualsiasi situazione, anche la più tremenda, può essere negativa o positiva, tutto dipende dalla presenza o assenza dell’ego. Dov’è questo ego? Non lo possiamo identificare in un posto preciso così da estirparlo facilmente, è ovunque, ci pervade e dunque il suo ridimensionamento, la sua sistematica demolizione, richiede un lavoro lunghissimo e costante, il computer e le tecnologie moderne sono completamente inservibili, solo la pratica paziente del Dharma potrà ottenere risultati.
Oggi tutto è veloce e le persone non sanno più essere pazienti, non si può aspettare, si dice “il tempo è denaro” e dunque bisogna correre, i risultati devono essere immediati, ma se a livello materiale ciò appare necessario, non lo è affatto sul piano spirituale in cui bisogna imparare a vivere con semplicità, rinuncia, compassione, amore, bodhicitta, saggezza, visione della realtà ultima, fede nel karma.
Noi siamo nel samsāra e quindi viviamo nella realtà ingannevole, ciò che conta è esserne consapevoli, perché se ce ne scordiamo il caos mentale di cui si nutre l’ego sarà sempre più disastroso.
Se portiamo degli occhiali blu vediamo tutto blu, la catena dell’Himalaya come la città di Roma, l’importante è sapere che questa percezione non corrisponde alla realtà, è frutto dell’illusione prodotta dalle lenti colorate. Questo livello di conoscenza è accessibile a tutti ed è fondamentale, irrinunciabile, per poter procedere nel Dharma.
La consapevolezza della visione illusoria della realtà ci permette di non averne più la concezione dualistica, possiamo osservare qualsiasi fenomeno alla luce della realtà ultima, continuando a esistere nell’illusione, ma senza illusione.
Se siamo consapevoli dell’impermanenza dei fenomeni, della brevità della vita, sorge spontaneo l’entusiasmo per la pratica del Dharma, per la meditazione, non si tratta di fare miracoli, di avere visioni paradisiache, ma di maturare la calma mentale che è l’unica vera arma in grado di disarmare, di sconfiggere, il demone della morte.
Nell’agitazione, nella rabbia, nella debolezza dell’ego i demoni banchettano, sguazzano nel loro elemento, ingrassano, ma di fronte alla calma e alla pace scompaiono perché non hanno più nutrimento, non possono sopravvivere.
Per questo è necessario meditare sull’impermanenza continuamente, ogni giorno, dal risveglio mattutino al sonno della notte.
L’applicazione dei Tre Aspetti Principali del Sentiero è l’imprescindibile preliminare alla pratica della Māhamudhrā, perché senza questa base è impossibile radicare nel nostro cuore la meditazione libera dalla malattia mortale dell’ego.
Queste pratiche preliminari sono irrinunciabili per poter diminuire, demolire il terribile ego così facilmente potenziato dalla benzina dell’attaccamento, della rabbia, della gelosia, tanto che se non vigiliamo e lasciamo sfuggire una sola fiammella tutto esplode e in un attimo brucia completamente la pace e la tranquillità accumulata in giorni e giorni di pratica, di meditazione, di umiltà, di gentilezza, e poi dobbiamo faticosamente ricominciare dall’inizio.
La nostra vita è così, per accumulare meriti, virtù è necessario impegnarsi con sforzo, pazienza, generosità, pace, semplicità, mentre per ridurli in cenere basta un secondo, e in questo siamo dei veri esperti, lo facciamo continuamente.
Ecco perché questi incontri sono così preziosi, abbiamo la possibilità di praticare insieme, di riflettere tra amici, di meditare sull’impermanenza nella mistica atmosfera di Assisi, nei luoghi di San Francesco.
Ci ritroveremo domani mattina pel la meditazione e dopo la colazione riprenderemo l’insegnamento.


Māhamudhrā, antitesi dell’ego

Oggi è una bellissima giornata di sole, l’aria è pulita e l’energia positiva che ci avvolge è forte, tutto è interdipendente, fratello sole, sorella luna, madre terra, chi ha costruito un disegno così perfetto? Nessun esperto ha mai trovato una risposta univoca, né religiosi, né filosofi, né scienziati.
E’ una domanda importante da cui nascono tutte le teorie, del big bang, di Dio, di Brahmā, dell’interdipendenza, della vacuità….ma la risposta comune non esiste ed è abbastanza ridicolo vedere come ognuno si barrica nella torre delle proprie certezze che spesso difende con la forza, e impone con violenza agli altri, considerando la propria come unica, universale verità, ma questo è un grande errore umano che frantuma l’equilibrio dell’universo.
Le violenze, le guerre in nome della presunta unica verità, sono il nostro conflitto interiore che obbligandoci ad una scelta ci allontana dalla via di mezzo, lasciandoci la sola alternativa degli estremismi e così, malgrado la nostra vita sia relativamente facile, agiata, siamo perennemente insoddisfatti, infelici. Non c’è soluzione apparente, desideriamo la felicità, ma corriamo incontro all’infelicità, costruiamo ogni attimo sull’illusione, sull’ ingannevole mondo esteriore in un completo squilibrio.
Ci chiediamo come sia sorto l’universo, ma la domanda ancora più essenziale è: come possiamo calmare la mente?
Ieri abbiamo accennato alla Māhamudhrā, il grande sigillo, ma la traduzione più corretta sarebbe “grande gesto”, la qualità di un potente modo di essere nell’equilibrio della profonda ricchezza umana, è la presentazione di sé a livello ultimo.
La Māhamudhrā non è dunque un gesto fisico, bensì un atteggiamento mentale solido, luminoso, la motivazione con cui affrontare qualsiasi situazione, incontro, è l’antitesi stessa dell’ego.
La mondanità ci mostra continuamente il ridicolo spettacolo dell’ingannevole pomposa mostra dell’ego, con ingiustificato orgoglio e vanità si esibiscono i titoli accademici, i riconoscimenti pubblici, lo stato sociale elevato, un presunto potere sugli altri, prosciugando in questo modo il cuore, esternamente si appare luccicanti, ma all’interno si è aridi, svuotati da ogni valore.
Il Māhamudhrā è l’esatto opposto, presenta il vero sé nell’umiltà, nella gentilezza, nella purezza, nella semplicità. Questo è il gesto di Māhamudhrā, non è facile, ma bisogna provarci.
Come ricorda la filosofa occidentale di cui accennavo ieri, (mi pare sia Simone Weil, 1909 - 1943), alla fine la nostra anima è vuota, anche altri filosofi indicano il nostro corpo, che vediamo così concreto, come vuoto, illusorio. Corpo, anima, mente-cuore sono vuoti, anche se noi li percepiamo nelle emozioni della visione illusoria e non sappiamo come gestirli.
Per questo è importante la meditazione, non la si pratica per avere esperienze trascendentali, per andare direttamente in paradiso, ma per conoscere la mente e pacificarla.
Māhamudhrā letteralmente significa: māha, grande, e mudhrā, gesto; non un gesto fisico e nemmeno l’atteggiamento superficiale che potenzia l’ego, ma l’attitudine pura del cuore, il gesto profondo che purifica, libera, apre la mente alla realtà ultima e, se teoricamente sembra un’impresa molto difficile, sul piano pratico disponiamo di uno strumento formidabile, la meditazione, che ci permette di procedere un passo dopo l’altro, di comprendere e applicare la rinuncia, la bodhicitta, la saggezza, i tre aspetti che sono il sale dell’esistenza, ciò che dà sapore, senza di loro sarebbe molto difficile, anzi impossibile, purificare il cuore, vuotarlo da tutte le ingannevoli sovrastrutture, scoprirlo, liberarlo.
Per applicare questi mezzi di purificazione dobbiamo allenarci nella meditazione, dobbiamo imparare a calmare la mente. I tre aspetti principali del sentiero sono le motivazioni per iniziare ogni giornata in modo significativo, piacevole, gioioso.
La rinuncia può essere anche espressa con la parola semplicità, la bodhicitta con amore, compassione, la saggezza con conoscenza della realtà ultima. Non si tratta di dover ottenere ad ogni costo la perfetta completa realizzazione, è sufficiente mantenere la motivazione, l’intenzione di sviluppare incessantemente queste tre qualità della mente e poco alla volta si familiarizza con il loro messaggio e ci si avvicina alla meta.
Altri preliminari alla Māhamudhrā, sono rappresentati dalla necessità di ottenere la calma fisica e mentale, la meditazione è essenziale per la conoscenza e tranquillità della mente, ma anche il corpo deve essere pacificato nell’armonia con mezzi appropriati come lo yoga. La mente e il corpo devono poter sentire la gioia, non bisogna forzare, non è una ginnastica faticosa, è un allenamento dolce ed efficace e bisogna dedicarvi tutto il tempo necessario, senza fretta.
Una volta raggiunta la capacità di rimanere stabili nella gioia tranquilla della mente e del corpo possiamo focalizzare l’attenzione su un oggetto qualsiasi che non deve essere né troppo illuminato né al buio, concentrandoci su di esso senza distrazioni, perché la mente è una scimmia impazzita, salta costantemente da un punto all’altro, è una bomba che può esplodere in qualsiasi momento distruggendo tutto.
Il primo passo è dunque la pacificazione fisica e mentale, mentre il secondo consiste nella capacità di osservare un oggetto, di analizzarlo in ogni dettaglio con rilassatezza, naturalmente, senza forzatura alcuna.
Questi sono gli esercizi da praticare durante il giorno, ma anche la notte prima di addormentarci possiamo mantenere lo stato meditativo visualizzando in noi una piccola luce bianca.
A qualsiasi livello della pratica è necessario essere diligenti, assidui, sereni, tranquilli, gioiosi senza costringersi a fare nulla, ma abbandonando definitivamente la pigrizia.
Facciamo una piccola pausa per il the e poi risponderò alle vostre domande.

(Pausa)

Domanda: Hai affermato che il nemico numero uno è l’ego, e dunque quando la mente ne ha coscienza comincia a riconoscerlo e ad opporvisi, ma è sempre comunque la mente, seppur più sottile e raffinata, di questo stesso ego di cui pare non sia facile liberarsi, quindi mi chiedo, a livello relativo è ugualmente importante comportarsi bene anche se questo potrebbe addirittura potenziare l’ego? A me non sembra che l’ego sia sempre un nemico, può essere molto utile nella vita.
Lama: L’ego è nemico in quanto distrugge, danneggia la nostra vera essenza, ostacola la realizzazione dell’autentico significato dell’esistenza umana, corrompe ogni azione, in questo senso è il nemico numero uno, anche se a livello samsarico è contemporaneamente il nostro protettore. Ad esempio la Cina è il nemico del Tibet, però in un certo senso lo protegge dalle conquiste di altre nazioni che sicuramente lo avrebbero invaso altrettanto. L’ego pur essendo un ostacolo reale alla nostra crescita spirituale, può essere trasformato, diminuito, controllato, ma fino a quando non raggiungeremo una realizzazione elevata e non saremo completamente liberi, autonomi, quasi illuminati, sarà sempre presente.
Domanda: Rispetto alla domanda se ha senso comportarsi bene o no, cosa pensi? Perché è vero che a volte si è gratificati dalla propria “bontà” e questo ingigantisce l’ego, si può persino diventare più egoisti.
Lama: L’ego e l’egoismo sono due aspetti diversi, l’ego nasce dall’attaccamento che induce ad aggrapparsi al sé illusorio, ingannevole, è il risultato della fondamentale ignoranza, della mancanza di conoscenza e di saggezza, a volte può esserci l’ego senza necessariamente la manifestazione dell’egoismo. L’egoismo è una conseguenza dell’ego, un modo di rapportarsi agli altri che affonda in un’ignoranza ancora più radicale, afferra l’ “io” e il “mio” nella visione completamente ingannevole. Per questo lo studio, le lettura delle scritture sono importanti, ma la meditazione è assolutamente fondamentale, indispensabile, insegna a riflettere su se stessi, sui propri comportamenti, a riconoscere l’attaccamento, l’ignoranza, l’avversione, la visione ingannevole e distorta della realtà. E’ essenziale diventare come gli yogi, mentre non lo è essere degli studiosi.
Domanda: Puoi spiegare quali sono gli strumenti che ci permettono di capire come possiamo avere una visione non dualistica e di conseguenza adattarvi la nostra vita?
Lama: Il primo passo è provare, incamminarsi passo dopo passo, lentamente, e cercare di vedere la realtà in modo non dualistico. L’unico modo di risolvere la sofferenza è trasformarla in felicità, questo è non dualismo, perché gli aspetti di sofferenza e felicità si elidono nell’equanimità, non c’è più differenza sono la stessa realtà. Ad esempio praticando il Lo Jong e il Tong Len si scambia l’altrui sofferenza con la propria felicità, unificandole e cambiandole, il dolore resta dolore, non diventa piacevole, Gesù lo ha vissuto pienamente fino all’ultima goccia, ma se lo si riceve con piena generosa accettazione e se ne riconosce il valore, lo si trasforma in fonte autentica di gioia, e con la fede nel karma si ottiene una grande purificazione.
Domanda: Faccio un esempio, una visione non dualistica potrebbe essere data dall’attitudine interiore che, indipendentemente dalla situazione che si sta vivendo, bella o brutta, sia comunque perfetta, il massimo, e la si accetti gioiosamente?
Lama: Si, diciamo che è una via di mezzo, forse considerarla il massimo è eccessivo….La via di mezzo comunque è sempre il massimo, ed è necessario in ogni cosa mantenere la gioia del cuore.
Domanda: Quando penso al non dualismo, influenzata ovviamente dalla formazione cristiana, ho sempre presente l’immanenza di Dio, non Dio come persona o altro da me, ma come luce purissima della perfezione assoluta dell’amore che tutto pervade e di cui noi siamo fatti, quindi se io, tu e l’universo ha in sé questa luce ogni divisione è automaticamente annullata, tutto ritorna all’Uno.
Intervento: Se tu pensi di ricevere aiuto da questa visione per te sarà veramente così, ma è ancora l’ego che vede se stesso.
Intervento: La visione è la fusione nella pura luce di amore assoluto e perfetto che trascende ogni ego, semplicemente non esistono più il mio, il tuo o il suo ego, ci dissolviamo in questa luce che è già in noi e che oggi possiamo solo intuire. Questo naturalmente a livello teorico, perché nel presente stato samsarico il mio ego falso e ingannevole è sconfinato e più pesante che mai.
Lama: Molto bene, sono domande importanti anche sul piano pratico.
Domanda: Io non capisco il significato della frase degli Otto Versi di Trasformazione della mente che cita: In breve, direttamente e indirettamente, offro ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri; possa io segretamente prendere su di me tutte le loro azioni negative e sofferenze.”
Lama: Quando l’avrai capita vuol dire che hai raggiunto l’illuminazione!....il significato di questo verso è approfondito e spiegato nella pratica del Tong Len, dare e ricevere nella visione non dualistica che trasforma la sofferenza in felicità. Se tu non offri la tua felicità ad altri non potrai mai trasformare la tua sofferenza in felicità. La sofferenza è inevitabile e sempre presente nel samsāra, anche se tu fossi illuminato, dunque bisogna trasformarla in valore positivo. Per questo i Bodhisattva pregano di nascere laddove ci sia il dolore più grande, la malattia, le condizioni peggiori. Questo è il livello mistico dell’esistenza, non i miracoli eclatanti.
Domanda: E’ un po’ quello che ci hanno insegnato nel catechismo, Gesù ha offerto completamente sé stesso per la nostra salvezza. Tutto diventa una naturale via di gioia se impari a donare la tua pace e felicità…
Lama: Si, proprio così, Tong Len, non dualismo, via dei Bodhisattva, gioia perfetta.
Domanda: Tu hai detto che dovremmo benedire il nostro nemico, e intellettualmente capisco che ciò possa farci del bene, ma come sentire sinceramente questa benedizione, come si può benedire un nemico?
Lama: I nemici sono una importante sfida per noi, se sappiamo perdonare con tutto il cuore ci rendono migliori, più forti. Se riusciamo a scoprire il valore che c’è in loro facciamo un salto di qualità, abbiamo tutto da guadagnare.
Intervento: La benedizione al nemico potrebbe essere un offerta di ringraziamento, perché il nemico ci ha costretto a confrontarci con l’ego, a vederlo per quello che è, e dunque cominciare a ridimensionarlo. Infatti se incontrassimo solo persone che ci elogiano e gratificano, non avanzeremmo di un millimetro nel cammino spirituale, anzi sarebbe un ulteriore nutrimento per l’ego, e dunque è assolutamente vero che il nemico è il nostro miglior amico, un vero maestro, e per questo lo benediciamo con tutto il cuore e sincera gratitudine.
Lama: Vero, è proprio così.
Intervento: Infatti San Francesco non cercava la compagnia delle persone che lo osannavano, ma era contendo di stare con quelli che lo criticavano, sentiva che questo era un aiuto per lui.
Con questo non è che dobbiamo cominciare ad insultare la gente per far loro del bene!....
Lama: San Francesco era un vero Bodhisattva, al suo livello tutto ormai appariva nell’autentica luce chiara e naturale, questo è il risultato di una lunghissima pratica della pazienza e di tutte le pāramitā esercitata in tante esistenze, noi invece dobbiamo ancora faticare molto, nulla è così automatico, spontaneo, noi siamo feriti dalle offese, ci arrabbiamo, mentre per Francesco era immediato motivo di gioia.
Molto bene, interessante dibattito, pare che questo argomento sia entrato nel nostro DNA, concludiamo dunque dedicando i meriti acquisiti per il bene di tutti gli esseri senzienti.



Il karma e i Tre Aspetti principali del Sentiero

Esaminiamo il primo verso dei Tre Aspetti Principali del Sentiero, rinuncia, bodhicitta e saggezza:
Spiegherò, come meglio posso,
il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha,
il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva,
la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione
La rinuncia è l’aspirazione alla liberazione dal samsāra ed esprime il significato essenziale delle scritture del Buddha storico Sākyamuni, ma anche di tutti gli altri, cristiani, musulmani, atei, ogni essere ha in sé la buddhità, come l’alito divino, e i Buddha, i Santi, i Maestri di tutte le religioni portano questo messaggio.
È un importante concetto, le differenze sono evidenziate soltanto dalle etichette che attribuiamo a qualsiasi cosa, erigendo così complicazioni tanto sciocche quanto inutili, invece dovremmo imparare a vivere la realtà nella sua essenza genuina, pura.
Oggi ciò che non è complicato non ha valore, non si concepiscono studi universitari lineari, semplici, anzi la complicazione è sinonimo di sapienza, di dottrina.
Specializzarsi nelle religioni significa scrivere libroni enormi che sottolineano le diversità, l’islam dimostra le proprie prerogative, l’ebraismo, il cristianesimo, il buddhismo altrettanto e così tutto diventa complesso, separato, l’esame di un possibile incontro, la semplificazione nell’essenza dell’obiettivo spirituale, non è prerogativa degli studiosi, dei veri e riveriti esperti.
Tutto questo è frutto dell’illusione edificata dall’ego, mentre il significato profondo insegnato dai Buddha, passati, presenti e futuri di tutte le religioni è la rinuncia. La rinuncia che libera dal samsāra, dal caos mentale prodotto dalla visione ingannevole del mondo.
Il secondo aspetto, il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva, è la bodhicitta, la grande compassione, l’amore di Dio. Bodhisattva significa grande cuore, Mahātmā, grande anima, così era chiamato Gandhi, e il Bodhisattva vive nella bodhicitta, citta è mente, cuore, e bodhi illuminato.
Se il nostro cuore è piccolo, ristretto, vediamo soltanto noi stessi, non c’è posto per null’altro, mentre nel grande cuore c’è spazio per tutti, è aperto accogliente, rilassato, gioioso, e chi lo avvicina trova armonia, serenità, riposo.
Il terzo aspetto, la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione, è la saggezza, la visione chiara della luce, senza luce non si va da nessuna parte, si è ciechi. La luce ci permette di riconoscere il mezzo adatto a noi, la bicicletta, l’auto, o l’aereo, non importa quale veicolo scegliamo, Hinayāna o Mahāyāna o Vajrayāna, ciò che conta è che sia adeguato alle nostre capacità, tutti portano allo stesso risultato.
I Tre principali Aspetti del Sentiero rinuncia, bodhicitta e saggezza, sono essenziali in tutte le religioni: il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha è la rinuncia, il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva è la bodhicitta e la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione è la saggezza che realizza la realtà ultima, questi concetti sono universali e nel XXI° secolo devono essere patrimonio di ogni fede.
La rinuncia è non attaccamento, la bodhicitta è amore, la saggezza è conoscenza, luce del cuore.
Certamente per noi è impossibile vivere su questo pianeta senza attaccamento, però lo possiamo ridurre, eliminare tutto il superfluo e rimanere nella via di mezzo del giusto desiderio, del giusto attaccamento.
Lo stesso vale per la bodhicitta, la nostra compassione non può essere incondizionata e pura come quella di Gesù, però nella via di mezzo possiamo avere il giusto amore, l’importante è cominciare a sviluppare queste qualità curandole come una pianticella che deve crescere, il seme delle virtù è piantato, ma se non annaffiamo ogni giorno il terreno, se non proteggiamo il germoglio, la pianta seccherà. A questo serve la meditazione sistematica che ci mostra le nostre potenziali qualità offrendoci i mezzi per preservarle, perché in caso contrario non vediamo e perdiamo il senso dell’esistenza.
Allo stesso modo dobbiamo riconoscere la vera natura della sofferenza in modo da non confonderla con la felicità, perché solo con questa consapevolezza possiamo diminuirla, ridimensionare i problemi, diventare liberi.
Invece la nostra incapacità di fermarci, di riflettere ci rende simili ad una pentola a pressione, pieni di rabbia, di tensione, di frustrazione, tanto che al minimo intoppo rischiamo di esplodere.
Di fronte a qualsiasi sofferenza e problema la prima cosa che facciamo è cercare un colpevole, che ovviamente è sempre altro da noi, noi non siamo mai responsabili di nulla e se non riusciamo a individuare un qualsiasi reo imputiamo la colpa allo stato, al tempo, alla natura, al destino, a Dio ….
E’ molto difficile ottenere la vita umana, nostro incommensurabile valore, e ne siamo totalmente responsabili in prima persona, non esistono colpevoli esterni, siamo noi gli artefici del nostro destino, nella gioia e nel dolore, nel bene e nel male.
Dobbiamo vivere il tesoro prezioso e raro dell’esistenza consapevoli della sua impermanenza, della legge del karma, riflettendo e meditando ogni giorno.
La percezione della realtà come permanente è l’ostacolo maggiore al nostro sviluppo, e sulla base di questa ignoranza costruiamo l’attaccamento, accusiamo gli altri di ingannarci, mentre siamo proprio noi gli artefici del nostro inganno.
Nella consapevolezza dell’impermanenza invece tutto si scioglie naturalmente, la rabbia, l’attaccamento, l’odio, resta la preziosità di ogni istante vissuto con rinuncia, amore e saggezza.
La fiducia nel karma, nella legge di causa effetto, è una grande purificazione.
Domanda: Ma come puoi avere fiducia in qualcosa che non conosci? il karma è l’insieme delle cause che hanno prodotto la tua situazione, perché averne fiducia?
Lama: La fiducia nel karma è simile alla fiducia in Dio, nel Buddha, anche in loro crediamo per fede senza averli mai conosciuti e il karma è ancora più vicino a noi perché ne abbiamo esperienza.
Intervento: Forse, per evitare confusione, in italiano è più corretto dire “credere nel karma” piuttosto che “aver fiducia”.
Domanda: Ma una persona non può sapere se ciò che sta facendo crea karma negativo o positivo….
Lama: Perché no?
Risposta: perché c’è l’ego che fuorvia ogni percezione….
Lama: L’ego è inevitabile, ma ciò non toglie che in piena coscienza tu sappia cosa è bene e cosa è male e decida di conseguenza, questa decisione crea un karma di cui tu sei l’unico responsabile. Noi non siamo ancora risvegliati e quindi immersi nell’illusione, inscindibilmente soggetti all’ego che però possiamo usare per fare molte cose buone, per sviluppare le nostre qualità, l’ego non è sempre e soltanto negativo, dobbiamo semplicemente mantenerlo nel giusto equilibrio.
Intervento: Mi sembra che nel controllo dell’ego siano importanti le proprie motivazioni, se si agisce per vanagloria, arroganza e ricerca di gratificazione certamente è negativo, ma se lo si utilizza con intenzione altruistica può essere decisamente positivo. Nel cristianesimo si insiste particolarmente sul libero arbitrio, ognuno sceglie individualmente il proprio comportamento, il che mi pare molto simile alla responsabilità di cui parlavi prima, vedo una stretta connessione con l’ego.
Intervento: Volendo esemplificare con una metafora banalissima: qui davanti a me c’è un piatto di spaghetti e sia io che tu siamo affamati, a questo punto ho tre possibilità: la prima è che non me ne importa niente della tua fame e lo mangio tutto ben sapendo che sto commettendo un’azione che creerà un karma negativo; nella seconda scelgo invece di dividere il pasto con te, e nella terza ti offro tutto il piatto, in questi due casi se la mia motivazione è la preoccupazione per la tua salute creo un karma positivo, ma se lo faccio per mostrare a Geshe quanto sono brava il karma, malgrado l’azione in sé buona, sarà negativo.
Intervento: Ma un’azione buona, se non è purificata in un sentiero spirituale, non è sufficiente secondo me. Se vedo che Tiziana, un’amica a cui voglio bene, ha fame, è naturale che le dia da mangiare, non c’è nessun merito in questo, soltanto nel caso in cui io dessi ugualmente da mangiare a Tiziana sapendo che è un dovere, malgrado lei mi sia antipatica e ostile, forse potrei aver creato un karma positivo.
Intervento: Ciò che fa la differenza è sempre la motivazione, non le circostanze.
Lama: Comunque la partecipazione dell’ego, di più o di meno, è imprescindibile in questa esistenza. Nulla è mai completamente positivo o negativo, tutto è misto, c’è un po’ di entrambi, anche se la motivazione determina la positività o meno delle nostre azioni. La nostra stessa esistenza è il prodotto del karma misto, che possiamo comunque migliorare, in questo consiste la fede nel karma.
La rinuncia all’attaccamento è riferita sia all’apparenza di questa esistenza che all’apparenza delle vite future dipendenti dal karma e in questo senso dobbiamo averne fiducia, sciogliere ogni illusione.
La rinuncia è focalizzata su se stessi, è un primo indispensabile passo, ma poi bisogna andare oltre e realizzare il secondo aspetto, della bodhicitta, la compassione rivolta agli altri, alle loro sofferenze e difficoltà.
Siamo tutti esseri samsarici allo stesso modo, soggetti alle stesse tribolazioni e se osservando le azioni negative di un altro ci soffermassimo un attimo a pensare alla sua sofferenza, tutta la nostra rabbia, l’odio, l’avversione, svanirebbero, e proveremmo invece la stessa compassione che avremmo per noi nelle stesse circostanze. I versi continuano:
Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi,
sono legati con le strette catene del karma, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze.
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato.
L’intenzione altruistica si sviluppa riflettendo sulla condizione in cui si trova il prossimo in balia dei quattro fiumi, che sono….. li ricordate?
Risposta: Nascita, invecchiamento, malattia e morte.
Molto bene, prima abbiamo analizzato la causa della nostra sofferenza e concluso che la rinuncia è il primo indispensabile passo verso la liberazione, ora le stesse riflessioni devono essere estese agli altri che, come noi, sono schiavi degli stessi fiumi samsarici, legati alle catene del karma, imprigionati nella gabbia di ferro dell’attaccamento all’ego, completamente accecati dall’ignoranza fondamentale, e torturati dalle tre sofferenze….che sono?
Risposta: Sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza omnipervasiva della condizione.
E’ importante riconoscere questi tre aspetti del dolore, il primo è il più grossolano, quando una parte del corpo fa male è evidente; il secondo, del cambiamento, è già più sottile, può presentarsi come situazione piacevole, ma immediatamente dopo essere trasformata in dolore, ad esempio nell’assunzione di alcool o di droghe; il terzo, della condizione, è estremamente sottile, è l’insoddisfazione, il senso di vuoto, di tristezza che permea ogni istante e qualsiasi situazione, e l’unica possibilità di soluzione è la rinuncia.
Riflettendo sui tre tipi di sofferenze che colpiscono gli esseri samsarici si genera l’altruismo, la consapevolezza della condizione equanime in cui tutti ci troviamo, il desiderio di condivisione, di fraternità, di pace e armonia, questo è il Dharma.
Il Dharma è verità, non è inventato o proprietà esclusiva di qualcuno, si esprime nella verità della semplicità che ci permette di abbandonare l’ingannevole visione illusoria e tutto diventa evidente, le sofferenze, la condizione degli esseri, i residui del tempo di questa era, il Kali-Yuga, in cui tutto è pronto per esplodere, le bombe esterne ma anche quelle interiori.
Concludiamo questa sessione con la lettura degli Otto Versi di Trasformazione della Mente (V. testi annessi pag. III).



Le tenebre nel Kali-Yuga e la luce nel cuore

Riprendiamo l’insegnamento dopo esserci scaldati con il buon the accompagnato dall’ottima torta.
Le pause che frammentano la meditazione, le letture, lo studio, l’insegnamento hanno un particolare significato, sono una festa, rappresentano il tempo in cui sentire la gioia della pratica, della vera pace interiore, esteriore, universale.
Oggi si parla in modo indiscriminato di pace, tutti la sbandierano come proprio vessillo per promuovere sé stessi, i propri interessi, politici o religiosi, ma in questa strumentalizzazione non vi è nulla che assomigli alla pace, la pace è esclusivamente nel cuore umano, mai all’esterno.
Il pranzo, la cena, l’ora del the, sono importanti momenti di pausa dal lavoro dagli affanni quotidiani, in cui riflettere, elaborare consapevolmente, nutrire la pace nel proprio cuore. Se non si percepisce questo aspetto la nostra meditazione sarà sterile, per questo è bene frammentarla con tante piccole pause in cui godere della gioia della meditazione stessa, assaporare ogni istante con concentrazione.
Se non sappiamo cogliere questa essenziale fonte di pace continuiamo ad agitarci come pazzi da mattina a sera, rincorrendo non si sa bene cosa in modo distratto, con il pensiero sempre rivolto altrove e mai centrato su ciò che stiamo facendo. Persino nei sogni trasferiamo questo superficiale spreco di tempo.
Dobbiamo dunque imparare a rilassarci e sentire la pace nel nostro cuore perché, come è detto nei Tre Aspetti principali del Sentiero:
Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga”
Dunque i momenti in cui godere pace e serenità sono rarissimi, non si possono comprare al mercato o averli in prestito dalle banche, siamo sempre oppressi dalle preoccupazioni e dall’angoscia, soltanto quando incontriamo una circostanza favorevole dobbiamo saperla cogliere farla fruttare nella pace interiore diventando così autentici esseri umani.
Nei molteplici impegni quotidiani ci muoviamo come robot, privi di umanità, qualità che ritroviamo invece nella meditazione, nella contemplazione.
Gli uomini sanno progredire notevolmente nella scienza, nelle più complesse invenzioni, ma nessuno può inventare ciò che esiste, dall’inizio alla fine, nel cuore di ognuno, la vera naturale umanità.
Questo è il valore più prezioso, eppure la società cosiddetta evoluta lo sta negando, oggi è perduto, non conta più nulla, le nuove generazioni sono private della sua conoscenza e non ne hanno nemmeno memoria, eppure l’umanità è intangibile e intrinseco patrimonio della cultura umana.
Il materialismo tecnologico pretende di riempire il vuoto interiore degli individui, ma ne scava un baratro ancora più fondo, come le montagne di Carrara, ferite, svuotate, annientate.
L’unico elemento che può riempire il cuore umano è la spiritualità che produce pace, contentezza, pienezza dell’umanità che ognuno deve coltivare con cura in se stesso.
E’ impossibile risolvere tutti i problemi del mondo non c’è riuscito Gesù Cristo, né Buddha, né Gandhi, ma ognuno deve cominciare da sé, riempire il proprio vuoto con pace e tranquillità.
L’epoca in cui stiamo vivendo appartiene ai “residui del tempo”, anche conosciuto come “età oscura”, in lingua indiana “Kali-Yuga”, in cui ogni spazio è stato occupato dalla negatività, mentre il periodo precedente, dell’ “epoca bianca”, era pieno di positività che poco alla volta è stata consumata dalla dissennatezza degli esseri e ha svuotato spazi sempre più ampi immediatamente riempiti dall’energia negativa che ora pervade tutto.
Abbiamo infiniti esempi di questa degenerazione nelle incredibili violenze suscitate dai motivi più futili e insignificanti, l’infelicità aggressiva pronta ad esplodere al primo soffio, i volti contratti dalle tensioni, la desolazione personale, sociale, ambientale pervade ogni ambito, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta, dai minimi ma devastanti conflitti, alle guerre, ai crimini più efferati contro gli esseri e contro l’ambiente, tutto sta decadendo.
Domanda: Quindi il tempo residuo di quest’era corrisponde ai tempi degenerati?
Lama: Si, Kali-Yuga significa epoca nera, tutta la positività è stata consumata ora ne restano solo residui, per il resto è riempita dalla negatività. La speranza è che una volta toccato il fondo più fondo si potrà risalire, però è un evento ancora lontano e per questo è così difficile ottenere le circostanze favorevoli e la fortuna.
Oggi siamo nei tempi degenerati in cui tutto deve essere rigidamente imposto dall’esterno, i ritmi e le modalità dell’apprendimento, quelli del lavoro che a volte pur occupando tutto il giorno non garantisce nemmeno il minimo vitale. Non c’è più spazio per la naturale crescita umana, tutto è una rincorsa per poter vegetare in una non vita.
Dov’è il necessario tempo per meditare, per coltivare la pace interiore, per assaporarne la gioia? Dov’é? Questo spazio non esiste più, è stato annientato.
La vita è complessa, estremamente difficile a causa di questi tempi di Kali-Yuga che certamente non possiamo trasformare in un giorno, ma è importante riconoscerli, averne piena coscienza e quindi contrapporsi alla negatività imperante coltivando la positività interiore, dobbiamo avere fiducia nella legge di causa - effetto, nel karma, o in Dio, è la stessa cosa, ricordare che siamo responsabili di ogni evento della nostra vita.
La fiducia nel karma, riconoscerlo, accoglierlo consapevolmente e agire di conseguenza è una grande purificazione, il motore più potente per avanzare, è anche più importante della fede nel Buddha, in Dio, a cui ci rivolgiamo chiedendo aiuto. Ma l’aiuto più immediato e certo viene da noi stessi, lo costruiamo noi momento per momento nel karma, non possiamo delegare a nessuno questa responsabilità, nemmeno al Buddha o a Dio.
Domanda: Come nelle guerre entrambi gli eserciti avversari pregano dicendo “Dio è con noi ci proteggerà e vinceremo” e il povero Dio dove dovrebbe schierarsi?...
Lama: Si, questo è veramente un aspetto ridicolo, soprattutto quando si parla di guerra santa, a Roma ho visto diversi quadri in cui sono raffigurati papi e vescovi che benedicono i crociati. Lo stesso è avvenuto in Tibet e in tantissime parti del mondo, questi sono gli errori che hanno causato la degenerazione di quest’era.
Dobbiamo dunque chiedere aiuto a noi stessi avendo fiducia nel karma, potremo così far fruttare le rare e preziose circostanze favorevoli e la fortuna. Certamente questi sono tempi negativi, ma il fatto di vivere in questo paese è già una gran fortuna, il livello di vita è elevato, tutti hanno accesso all’istruzione, ad una certa agiatezza, l’unica cosa che manca è la disponibilità mentale, il tempo per fermarsi a riflettere a meditare. Per una vita proficua e completa dobbiamo imparare ad unire i due aspetti, materiale e spirituale, coltivando pace e tranquillità perché solo questo tesoro ci è di aiuto, dall’inizio alla fine di questa stessa esistenza.
Non ha senso vivere in tensione, preoccupati per ciò che avverrà nelle vite future, si sprecano opportunità preziose che invece devono nutrire la positività di questa stessa vita, dobbiamo coltivare qui e ora la pace, la gioia, altrimenti viviamo male il presente senza nemmeno sapere se e come ci saranno altre esistenze.
Le circostanze favorevoli possono produrre frutti solo se sono accompagnate dalla fortuna, che è il risultato dell’accumulazione di meriti.
La preghiera che accumula meriti non è la richiesta disperata di chissà quale miracolo, ma è mirata a generare le buone intenzioni, è una forma di meditazione, la pratica dell’offerta nella generosità.
Le circostanze favorevoli e la fortuna insieme ci permettono di nutrire il nostro cuore, di coltivare l’autentica felicità, la pace la tranquillità. Non esiste per questi tesori il mercato nero come per gli organi umani, li possiamo trovare e alimentare soltanto in noi stessi.
In questi tempi degenerati di assoluta Kali-Yuga in cui il materialismo è la nuova religione, si uccidono esseri umani per prelevare organi da vendere ad altri esseri affinché possano prolungare la loro esistenza. Simili azioni corrompono irrimediabilmente l’energia dell’universo, lo affondano nell’oscurità, eppure una piccola meditazione, un’attitudine diversa nella buona motivazione, apre nell’universo uno spiraglio di luce, contribuisce a rischiarare, a rompere la cortina nera che lo avvolge. Questo è il nostro compito, anche se abbiamo la sensazione che sia la nostra missione impossibile è comunque l’unica via che possiamo e vogliamo percorrere.
Dobbiamo contrapporre all’oscurità del Kali-Yuga la luce del cuore, della serenità, della pace, del sorriso. Mi capita spesso, camminando nel mio quartiere a Roma di salutare le persone che incontro, ma la maggior parte non risponde e mi guardano in modo strano, sembra che scappino velocemente a testa bassa come tanti automi.
Noi apparteniamo ad un unica famiglia umana e ognuno deve consapevolmente assumersi la responsabilità del proprio ruolo, della propria missione, non è tanto importante quanto si realizza, ciò che è fondamentale è la volontà, l’intenzione, l’impegno verso l’obiettivo.
Le circostanze favorevoli e la fortuna potenziano le buone intenzioni che praticate giorno dopo giorno ci permettono di godere consapevolmente della gioia e della pace che riempie il nostro cuore e porta luce a noi stessi e agli altri.
Ogni giorno è necessario meditare sugli Otto versi di Trasformazione della Mente, (V. testi annessi pag. III) sono una preghiera fondamentale per lo sviluppo e il consolidamento della pratica perché hanno la capacità di penetrare sempre più nella profondità della mente-cuore espandendola, trasformandola poco alla volta in modo naturale ed estremamente potente.
Questo amore puro è la forza, unica e incontenibile, che sgorga spontaneamente dai grandi esseri della storia, Gesù, Buddha, i Bodhisattva, i Santi. Un cuore pieno d’amore non lascia spazio libero al dolore è completamente riempito dalla gioia.
Io vengo in questo posto, “Casa Regina della Pace” da parecchi anni, incontro amici e insieme pratichiamo il Dharma in serenità, armonia e pace, questo significa avere molta fortuna e circostanze favorevoli.
In occidente si organizzano continuamente importanti conferenze sulla pace, ma se prestate attenzione potete notare come gli oratori siano sempre aggressivi, arrabbiati, questa è la prima cosa che mi ha colpito al mio arrivo dall’India e ne sono rimasto scioccato.
Gli argomenti in genere sono di rilevanza fondamentale, sui diritti Umani, sull’ambiente, e anche le organizzazioni promotrici estremamente serie, Amnesty International, Green Peace, e tanti altri, eppure in questi meeting c’è tutto fuorché la pace, tutti urlano uno contro l’altro, è un controsenso.
I diritti umani devono essere rispettati nel cuore umano, altrimenti non esistono, sono solo parole vuote. Combattere contro gli altri è facile, basta poco per mettere dell’esplosivo e far saltare un palazzo, ma la vera costante faticosa battaglia è con sé stessi, è l’etica sottile che coltiva il rispetto per gli altri, la loro cura, nel ridimensionamento del proprio ego.
Non dobbiamo cercare grandi realizzazioni, perché nelle piccole cose, nel lavoro quotidiano molto sottile di pacificazione e gioia del proprio cuore raggiungiamo gli obiettivi più elevati e raffinati.
Nel mondo materiale si rincorrono le carriere più importanti e remunerative, ma nella spiritualità è esattamente il contrario, nel minimo, nel nascosto, si ottengono le realizzazioni vere, durature, ricche di luce.
Siamo giunti alla fine di questo seminario, un piccolo prezioso raggio di sole che dedichiamo per il bene di tutti gli esseri senzienti, dell’umanità intera, dell’universo.
Leggiamo insieme la Preghiera conclusiva del Lam Rim, (V. testi annessi pag. IV), dedicando con gratitudine la scintilla di luce che abbiamo costruito in questi giorni con la meditazione, la pace la serenità, affinché tutti gli esseri senzienti la possano condividere.

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TERZA PARTE
La pratica di Māhamudhrā
Torino * 13 - 14 febbraio 2010 *






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Illusione, conoscenza del sé e della propria mente

Siamo insieme oggi, non per un seminario, per un corso, dopo tre mesi trascorsi in America questa visita è un incontro di Dharma con gli amici.
E’ importante condividere del tempo nella pace, nella calma della mente, e anche se evidentemente non potremo cambiare questo mondo caotico, potremo imparare a vivere pienamente un’esistenza che porta in sé tanti inevitabili momenti dolorosi e piacevoli, perché il modo in cui li percepiamo dipende dalla nostra mente.
Dov’è la mente? Questo è il problema principale da affrontare, la mente è invisibile, senza forma, si presenta come fenomeno psicologico, di pensiero, è l’aspetto più difficile da comprendere, non è maneggevole, eppure tutta la nostra felicità o infelicità dipendono dalla mente, per questo è fondamentale saperla riconoscere, dunque meditare.
La connessione tra la meditazione e la mente è basilare così come lo è il legame tra i concetti, l’immaginazione, i pensieri con la struttura biochimica del corpo, perché lo stato biologico condiziona inevitabilmente quello mentale.
Poiché in Europa viviamo in una società avanzata culturalmente, scientificamente, tecnologicamente, siamo in grado di analizzare i fattori biochimici del corpo e la loro influenza sullo stato meditativo, un armonico funzionamento fisiologico favorisce una buona meditazione.
E’ sorprendente constatare come alcune reazioni emotive siano determinate da precise condizioni fisiche. Nella mia cultura, nei miei studi, si tendeva a considerare esclusivamente l’aspetto mentale e psicologico degli eventi, incluse le emozioni, mentre ora sappiamo che questo non è l’unico fattore che le determina, anche il corpo ha il suo peso.
Anche nelle antiche tradizioni si riconosceva che alcune reazioni potevano sorgere su una base fisiologica, ma mancava la capacità di analizzarle scientificamente, ora invece se ne può misurare e comprovare l’influsso sullo stato mentale, emotivo e persino spirituale.
Se negli insegnamenti classici si insegna a riconoscere e distinguere le tendenze positive dalle negative e a lavorare su se stessi per trasformare le emozioni eccessive, la tecnologia moderna pare disporre di strumenti in grado di valutare il livello di infelicità o infelicità dei soggetti, di codificare ogni stato d’animo, incrociando tutte le variabili sino a poter stabilire la personalità buona o cattiva e le tendenze individuali.
Non c’è però contraddizione tra il procedimento tradizionale della mente e quello della scienza moderna, entrambe sono presenti, sia la componente più strettamente legata alla reazione fisiologica che quella emotiva elaborata su un piano mentale.
Ogniqualvolta ritorno a casa e incontro i miei genitori mi sento felice, ma quando devo lasciarli la tristezza è profonda e sul piano mentale questo è giustificato dal distacco, dalla lacerazione affettiva, ma anche sul piano biologico avvengono reazioni che spesso non sono sufficientemente prese in considerazione.
Questo è un aspetto sottile su cui ragionare per poter comprendere cosa sia in realtà la mente, quando si è felici si dice “questa è la mente”, e altrettanto quando si è infelici, ad esempio tutti parlano della telepatia, ma non è detto che si tratti di un fatto solo mentale, potrebbe dipendere anche da elementi fisici che determinano una comunicazione molecolare senza fili tra le persone. La scienza oggi offre maggiori strumenti per analizzare e comprendere questi fenomeni e prenderne atto non significa affatto entrare in contraddizione con i procedimenti tradizionali classici, al contrario, esaminando i due aspetti nella loro complementarietà sarà più facile comprendere la natura dei fenomeni, come si formano e perché.
La radice della felicità o dell’infelicità affonda in noi stessi e soltanto nella costruzione di un equilibrio, frutto dell’elaborazione mentale delle reazioni emotive, sarà possibile controllare l’aspetto biochimico affinché non divenga predominante.
Il corpo, secondo le antiche definizioni tradizionali, è costituito dai quattro elementi fondamentali: terra, acqua, fuoco e aria, differenti e tra loro in costante antagonismo, ciò rende impossibile la stabilità della materia in una condizione di quiete e di serenità; sul piano fisico il caos e la confusione sono costanti, il cambiamento è ininterrotto, lo sviluppo di un bambino è visibile giorno per giorno e altrettanto l’energia incontrollabile dell’adolescente, anche l’adulto cambia continuamente giungendo alla vecchiaia e infine alla morte, come può questo corpo, in una situazione di perenne mutamento, trovare pace, serenità, equilibrio? Impossibile, persino nelle scritture antiche si dice che se anche si vivesse in un palazzo dorato, non sarebbe possibile avere felicità e pace, anzi maggiori sono le comodità del corpo più grande è la confusione della mente.
Domanda: Come si giustifica questa tua affermazione con il proverbio latino “mens sana in corpore sano” che, già partendo dalla cultura greca, presumeva la necessità di mantenere il corpo nella migliore condizione al fine di ottenere anche la serenità mentale?
Lama: Non c’è contraddizione, è esattamente coerente, infatti se non c’è alcun controllo della mente le reazioni biochimiche del corpo hanno il sopravvento e influenzano lo stato emotivo della persona, del sé, che resta così in balia delle onde incontrollate di felicità o infelicità, il suo star bene o male è in totale dipendenza dello stato fisiologico.
Quando invece una persona, almeno in una certa misura, ha controllo sulla mente, le stesse reazioni biochimiche non possono avere il sopravvento, ed è così possibile mantenere un certo equilibrio, riconoscere e controllare l’influenza dello stato fisico su quello mentale. L’attenzione al benessere fisico va di pari passo con quello mentale e l’eccessivo confort non è benefico né al corpo né alla mente, è necessario mantenere sempre il giusto equilibrio in ognuno di essi, separatamente e congiuntamente.
E’ vero che attraverso l’esercizio fisico si possa influenzare lo stato emotivo, ma è una condizione comunque meno potente del suo contrario, perché addestrando la mente è possibile avere un maggiore controllo sul corpo e sullo stato emotivo che suscita.
L’addestramento della mente, la sua educazione, apporta un beneficio più durevole e potente rispetto a quanto si ottiene con l’allenamento ginnico, e infatti è assai più difficile ammaestrare la mente che non il corpo, e ognuno di noi ne ha esperienza diretta, senza dover ricorrere per saperlo alla lettura delle scritture.
La vera questione da affrontare è: cos’è la mente? cosa sono queste emozioni piacevoli o spiacevoli che influenzano così pesantemente il proprio stato, che natura ha tutto questo?
Sottostante a questo sentirsi bene o male, come si colloca questa aggressiva percezione di io, di essere pesantemente presente in ogni situazione eppure altrettanto indefinibile, imprendibile, che cosa è dunque questo io? è la cosa più misteriosa in noi, quando si cerca di afferrarlo scompare, ma quando non se ne ha coscienza ricompare prepotentemente. E’ un fenomeno sorprendente, come un magnifico arcobaleno ben visibile, ma se si tenta di afferrarlo non c’è nulla da ghermire.
Questo senso dell’io che ci fa dire:“io sto bene… io sto male… io sono così… io sono in un altro modo…” cos’è? da dove viene? perché è soggetto costantemente alla pressione di dover essere il migliore, in ogni aspetto fantastico, superiore?
Nell’insegnamento spirituale classico la domanda su cosa sia l’io in tutte le sue manifestazioni è fondamentale.
Potremmo considerare questa presenza prepotente e manifesta fin dalla nascita come il peccato originale, ovunque si vada si è protetti dalla maschera di questo io.
Se subiamo un’aggressione non diciamo: il corpo è stato battuto, il braccio è stato spezzato, la testa ha ricevuto percosse, ma: mi hanno picchiato, mi stanno uccidendo, io ho un dolore tremendo…” perché istintivamente siamo prevaricati da questo presunto me, dall’arrogante io con cui ci identifichiamo totalmente.
Tanto è maggiore l’emozione quanto più evidentemente si impone l’io, però se ne avessimo maturato una chiara consapevolezza saremmo in grado di riconoscerlo, di imparare ad osservarlo.
Qui sta la radice del problema, ma la radice è sconosciuta e questo rappresenta un ulteriore problema, ecco perché l’ignoranza fondamentale è realmente la causa di tutti i problemi.
L’ignoranza fondamentale è la non conoscenza del problema stesso, e per questo nelle scritture si insiste sulla necessità della realizzazione del sé, cioè di conoscere cosa esso realmente sia.
Non conoscere la radice del problema significa non conoscere il problema stesso, e dunque non conoscere l’io, perché conoscendo l’io si conoscerebbe la radice del problema e se ne troverebbe la soluzione, ma questa conoscenza è ottenibile soltanto nella pratica della meditazione.
Nella meditazione è possibile giungere alla radice del problema, all’io, al sé e dunque alla mente stessa, non si tratta di meditare sulla mente degli altri, questo sarebbe davvero assurdo e impossibile, persino meditare su oggetti esterni è difficile, bensì di meditare sulla propria mente, un compito estremamente arduo visto che non se ne conosce l’essenza, e allora, come si può meditare su qualcosa di cui si ignora persino l’esistenza?
Da questi interrogativi risulta evidente come la nostra visione del mondo sia assolutamente illusoria. Generalmente si pensa che l’illusione sia una conoscenza falsa, ma in realtà non è così, l’illusione è non-conoscenza, se non si conosce nemmeno la propria mente com’è possibile conoscere ciò che la mente conosce? questa è l’illusione fondamentale e, non conoscendo la propria mente, come si può conoscere altro?
Se io conosco una cosa significa che la mia mente la conosce, ma se la mente non conosce se stessa, come può conoscere altro al di fuori di sé? Quindi tutto ciò che è fuori è illusione, e con ciò non si intende che sia in falso, ma semplicemente, non essendo conosciuto, se ne ha una percezione annebbiata, distorta, non corrispondente alla realtà.
Dal punto di vista di uno yogi, cioè di un essere altamente realizzato, l’intero mondo è simile ad una drammatizzazione teatrale messa in scena da esseri estremamente confusi, e la fortuna in questo caso è sapere di essere confusi. Questo è un buon punto di partenza perché dharma, religione, valore spirituale si fondano sulla consapevolezza del proprio disordine interiore.
Il caos del mondo è così vasto che è impossibile definirlo e le differenze da luogo a luogo sono davvero irrilevanti. Credo che in Italia in parte si sia aiutati a mantenere una linea non troppo scombinata grazie alla presenza della chiesa che quotidianamente ribadisce il suo messaggio dando indicazioni precise, laddove queste mancano invece la confusione è più marcata, inoltre l’Italia è stata nella storia un importante centro culturale e anche questo favorisce la possibilità di mantenersi entro determinati binari, è una grande fortuna, però, malgrado queste possibili differenze il mondo è comunque un’illusione, non è falso in sé, ma visto in modo distorto, non se ne conosce la realtà a causa della non conoscenza della propria mente. Per questo la meditazione sulla mente è irrinunciabile.
I tibetani meditano eccessivamente sul mandala, sulle divinità, e poco sulla mente. In realtà i mandala, le divinità, sono l’immagine della mente, ma i tibetani continuano a interpretarli rispettivamente come paradisi realmente esistenti e potenti protettori esterni, cosi invece di meditare sulla mente tramite la sua stessa immagine, meditano sulla loro illusione che assume la forma di divinità e di mandala, e ciò aggiunge illusione all’illusione e confusione alla confusione.
I tibetani credono sinceramente che i loro re del passato fossero tutti Bodhisattva, esseri santi, e che il Potala, il palazzo del Dalai Lama in Tibet, sia la terra pura di Chenrezig infatti stesso nome, Potala, significa residenza del Buddha della compassione, senza essersi mai soffermati sull’esistenza in questo palazzo di prigioni in cui i condannati non stavano certamente nella beatitudine, questa è l’illusione, una fede distorta portata avanti per secoli in un mondo completamente illusorio.
Il Potala è stato costruito sui resti di un antico palazzo edificato mille anni prima dal re Songtsengampo riconosciuto dagli antichi come emanazione di Avalokiteśvara, e le sue otto consorti come emanazioni di Tara, di conseguenza il Potala non poteva che essere il palazzo del Buddha della compassione già conosciuto con il nome sanscrito di Avalokiteśvara o tibetano di Chenrezig, questa è chiaramente una visione fantasiosa, ma se ne parlo ai tibetani sono biasimato perché nessuno vuole rinunciare alla propria illusione, anche se è causa di statico radicamento nella confusione samsarica. La schiavitù nel samsara non presuppone l’essere stati incarcerati da qualcun altro, bensì essersi autonomamente legati ai ceppi nella propria prigione.
Da oltre cinquant'anni i tibetani sono stati cacciati dalla loro terra, esiliati in vari paesi, ma non hanno cambiato in nulla la loro concezione fantastica, pensate alla potenza di una simile illusione.
La stessa cosa accade in ogni società e individuo. Restando ancorati, fissi nelle proprie illusioni non si può costruire nulla di nuovo e la stessa speranza di indipendenza dei tibetani diventa soltanto un’ulteriore illusione, incrementata dagli atteggiamenti altrettanto confusi degli occidentali, che sognano un Tibet magico, la terra pura, ma è solo la promozione turistica della fantasia tibetana.
Tutto questo dimostra quanto la mente sia complessa, difficile da limitare entro inesistenti confini concreti, è un fenomeno metafisico e per arginare le sue costruzioni fantastiche è necessario usare uno strumento dello stesso tipo, metafisico, non facile, duro, cioè la meditazione.
Nella meditazione chi vi può dare istruzioni o manuali per l’uso? Nessuno, non esistono ricette né formule predefinite per scoprire la mente, soltanto voi stessi potere giungere a questa rivelazione tramite la meditazione costruita a vostra misura, un gradino alla volta. I grandi santi del passato, hanno meditato tutti a lungo, duramente e faticosamente, non esiste una meditazione comoda, questa è un’altra grande illusione.
Non solo in Europa, ma anche in India in Tibet, ovunque, quando mai i santi, i realizzati del passato hanno avuto vita facile, confortevole, lussuosa? mai, tutti senza eccezione hanno sopportato enormi difficoltà e sofferenze nella loro meditazione, anche se l’immagine che il mondo moderno offre è completamente falsa, si vorrebbe mostrare un santo, un Buddha che ha ottenuto tutte le realizzazioni facilmente, in un bel palazzo, servito e accudito. Ciò è veramente fuorviante e succede che qualche studente ingenuo si entusiasmi all’idea di raggiungere facilmente l’illuminazione in un cammino dorato e comodo. Nulla di più sbagliato, basta guardare la vita di Sāntideva, di Nāgārjuna, di san Francesco, di san Benedetto, di sant’Antonio, di Milarepa e di tutti gli altri per rendersi conto che la realtà è ben diversa.
Occorre grande determinazione nella meditazione, e anche se oggi non sarebbe certamente possibile vivere come gli eremiti del passato, come san Francesco, ciò non ci esime dal doverci applicare con il massimo sforzo.
Se Gesù Cristo apparisse oggi a Torino chi lo riconoscerebbe? nessuno, e se si presentasse San Francesco sarebbe sicuramente considerato matto e rinchiuso in carcere o in reparto psichiatrico. Probabilmente anche in Tibet accadrebbe la stessa cosa, quindi ciò che si può fare è impegnare ogni sforzo nella costruzione della pace interiore, nella ricerca dell’armonia e della serenità della mente.
Sono dunque due i punti su cui concentrare il proprio sforzo: il primo è trovare la mente, scoprire cosa realmente sia, e il secondo è scoprire come la mente influisca su di noi, sulle sensazioni che ci condizionano.
E’ dunque indispensabile non stancarsi di meditare sulla propria mente che è al contempo soggetto e oggetto, perché se veramente si vuole cambiare qualcosa dentro di sé si deve accogliere questa bella sfida, altrimenti si parteciperebbe solo ad una piacevole festa, come faranno i tibetani questa notte in occasione del capodanno con musica, danze e preghiere ai protettori per essere liberati da tutti gli ostacoli dell’anno appena concluso e protetti per tutti gli avvenimenti di quello a venire. Ci saranno oracoli, cerimonie, rappresentazioni volte alla protezione del governo tibetano in esilio, ma tutto questo non serve altro che a fomentare le illusioni del povero popolo tibetano che si allontana sempre più dalla reale possibilità di cambiare veramente iniziando dalla trasformazione della propria mente.

Abbiamo parlato della mente, delle emozioni, della meditazione sulla mente, e delle principali cause della confusione mentale che ci mostra in modo distorto il mondo, la nostra stessa vita e di tutto ciò che appare ai nostri sensi.
L’unico aspetto positivo in questa nebbia è la consapevolezza, la capacità di riconoscere il disordine mentale che ci avvinghia, e questa conoscenza è ciò che chiamiamo saggezza.
La saggezza non comporta l’eliminazione automatica e definitiva della confusione, ma semplicemente permette alla mente di vederla e riconoscerla per quella che è.
E’ come indossare occhiali dalle lenti blu, si vede ogni cosa colorata di blu, ma si sa che ciò non corrisponde alla realtà. Allo stesso modo i dolori, i problemi, le sofferenze sono illusori, così come lo sono le loro cause, sono illusorie le gioie, la felicità, e le loro cause, ed è questa illusione che ci trattiene nel samsāra.
Il samsāra non è un ambito fisico entro cui si è stati imprigionati, ma piuttosto una condizione della mente, e il solo modo per uscirne è acquisire la conoscenza della propria mente, del proprio sé.
Il sé è davvero strano, perché quando lo si cerca è introvabile, non appare, eppure è sempre lì, è imponente, impositivo, pesante, e non sappiamo cosa esso sia esattamente, lo sentiamo, lo percepiamo, lo viviamo, abbiamo la sensazione che qualsiasi evento accada a questo sé.
Queste sensazioni, emozioni, pensieri, non sono l’io che sente, si emoziona e pensa, ma è la mente, e questo è il punto difficile da comprendere, da analizzare. Ci sono domande?
Domanda: Prima dicevi che in Italia abbiamo la fortuna di avere la chiesa che offre una linea di pensiero, di condotta, che è di grande aiuto, ma io mi chiedo se invece proprio questo non aumenti l’illusione, anche perché chi dà queste certezze non è illuminato….
Lama: L’illusione non è sempre totalmente negativa, può avere qualcosa di positivo e l’insegnamento della chiesa ha molti buoni valori, identici in tutte le religioni, cambia solo il linguaggio, necessari per aiutare le persone a comprendere e dare senso costruttivo alla loro vita, inoltre in Italia la chiesa è elemento integrante del retroterra storico e culturale di cui dobbiamo tener conto, è parte di noi.
Parlando di illusione non vogliamo indicare una realtà intrinsecamente falsa, ma ci riferiamo al nostro approccio alle situazioni.
La caratteristica esterna dell’illusione è dipendente dall’orientamento mentale, è la qualità della mente che definisce ciò che esternamente apparire positivo o negativo, tanto che un aspetto apparentemente negativo in questo momento, tra qualche minuto potrebbe essere percepito positivamente.
L’esercizio, l’addestramento mentale, è sempre a livello individuale, non sociale e collettivo, perché soltanto l’approccio personale può cambiare il proprio modo di sentire e di sperimentare.
Anche meditare sulla mente è un’illusione perché la mente stessa è coperta dall’illusione, non si tratta dunque di eliminare l’illusione, ma piuttosto di comprenderne l’essenza vera, l’illusione è il vero problema e nessuno può sfuggirvi, siamo nel samsāra eppure siamo arrabbiati con il samsāra, lo respingiamo, e questo non è bene perché stiamo tentando di fuggire dal samsāra, ma è impossibile perché è la nostra stessa casa, dunque è necessario riconoscere questa illusione e prendersene cura.
Se si affrontano le sensazioni di gioia e di dolore come se fossero statiche, definitive, non si è in grado di vedere e di comprendere l’illusione, soltanto riconoscendola senza contrapposizione e chiusura si comprende che gioia e dolore sono illusioni, resta però la domanda: chi sperimenta l’illusione della gioia e del dolore? questo strano io, o la mente?
Si comincia così ad indagare, ad osservare il meccanismo del sorgere dell’io, che cos’è? è uguale o differente dalla mente? è la mente che prova gioia e dolore? e in questo caso l’io da dove proviene? o è invece l’io che prova gioia e dolore? e allora la mente che cos’è?
In questo modo si indaga sulla natura della mente e dell’io, sulla costruzione dell’automatismo che ci fa dire “io provo dolore… io sento felicità”.
Dalle forti sensazioni dell’ “io sono felice” nasce l’attaccamento, e da quelle dell’“io provo dolore" sorge l’avversione, la rabbia, ed entrambi, attaccamento e avversione, diventano inevitabilmente fonte di sofferenza e si scopre così che non sono altro che grandi illusioni.
Si vede chiaramente che l’io, il sé, è illusione e si comincia a scoprire la stessa modalità di costruzione dell’io, si riconosce il samsāra, cioè l’illusione, ma questa illusione da dove sorge? dalla mente? e questa mente che è illusa come può essere purificata, liberata dall’illusione? Vi è una sola risposta: tramite l’indagine, la meditazione, la visione vera delle cose.
La meditazione è lo strumento che permette di non essere oscurati, dominati dall’illusione, anche se è impossibile nel samsāra esserne liberati completamente.
Domanda: I filosofi greci, gli stoici mi pare, spiegando l’atarassia proclamavano la necessità di affrontare ogni cosa con distacco, e mi pare che tu confermi lo stesso percorso, cioè che l’unica possibilità di alleggerire il peso delle illusioni sia quello di affrontare ogni esperienza della vita con un senso di distacco…
Lama: Si, hai espresso bene il concetto, oggi abbiamo cercato di affrontare questo argomento utilizzando il linguaggio più comune, ricorrendo il meno possibile a termini filosofici, religiosi o dottrinali, ma il senso è lo stesso.
Prima di concludere questa giornata meditiamo insieme brevemente sui temi trattati.
(segue meditazione)

Grazie Roberto per la traduzione e buona serata a tutti.



Le Quatto nobili Verità e le Sei Pāramitā nella Māhamudhrā

La data di questo incontro non era stata programmata in funzione della fortunata coincidenza con il capodanno tibetano, ma è un’ottima occasione per festeggiarlo essere riuniti per analizzare la Māhamudhrā.
Per affrontare la Māhamudhrā non è necessario perdersi in complessi discorsi o accese discussioni, è invece indispensabile saperne focalizzare l’aspetto centrale, comprenderla, e questa capacità dipende dalla propria pratica, dallo sforzo impegnato anche nel passato.
Nel precedente seminario di Assisi, riportato nella prima parte di questo documento, si è affrontata la modalità di preparazione della mente alla meditazione di Māhamudhrā.
La mia presenza qui oggi è in parte un regalo a Renata, che è una praticante non buddhista della Māhamudhrā, infatti il buddhismo ha avuto inizio circa duemilacinquecento anni fa, ma la Māhamudhrā esiste da tempo immemorabile, è come il Veda, il Sanatānadhrma, il Dharma universale senza inizio.
L’essenza della Māhamudhrā è la vacuità che va al di là di ogni tempo ed è il centro dell’insegnamento buddhista.
La Māhamudhrā, allo stesso modo degli insegnamenti cristiani, fornisce tutti gli strumenti per realizzare l’illuminazione in una vita, e vi leggerò ora la preghiera del lignaggio di Māhamudhrā che poi cercherò di spiegarvi almeno in parte, ho ricevuto questo testo nel 1981 dal maestro Ling Rinpoche, uno dei tutori del Dalai Lama, è molto interessante e introduce direttamente nella cuore della questione.
(segue lettura del testo in tibetano)
Domanda: abbiamo sentito la tonalità, è interessante ma perché l’hai letta a noi che non capiamo nemmeno una parola?
Intervento: In questo modo ci ha trasmesso l’energia della preghiera.
I versi appena letti esprimono ammirazione nei confronti di tutti coloro che in passato hanno praticato la Māhamudhrā, indifferentemente dalla loro tradizione, siano cristiani, islamici, buddhisti, o bönpo, perché la Māhamudhrā è un dono naturale all’umanità, appartiene a tutti, è la ricchezza e la qualità della mente umana, la stessa mente e la sua natura sono la Māhamudhrā e questa unione è ciò che definiamo armonia. I conflitti interiori, così come quelli esteriori, sono causati dall’incapacità di armonizzare la mente con la sua natura ultima.
Riconoscere la mente e la natura ultima della mente è la pratica di Māhamudhrā attraverso cui si può conoscere se stessi, è il cammino che porta verso l’illuminazione, la realizzazione del sé.
Nel primo verso si descrive il continuum mentale che è prigioniero della trappola dell’aggrapparsi al sé, e in quello successivo si afferma la necessità di recidere questo nefasto legame, non si tratta di tagliare il continuum mentale, bensì la catena dell’afferrare il sé.
La mente ordinaria presente in tutti noi possiede la stessa natura della mente di Buddha, però è tuttora prigioniera, incatenata all’afferrare il sé, e la pratica di Māhamudhrā consiste proprio nel recidere il giogo che lega il continuum mentale.
Il metodo per tagliare il legame dell’afferrare il sé procede di passo in passo e comincia con la pratica della gentilezza amorevole, che poi matura nella compassione, la quale a sua volta si trasforma nella grande compassione universale, la bodhicitta.
L’essenza di questo concetto è chiaramente espresso nella preghiera di Māhamudhrā (V. testi annessi pag. VI), sostanzialmente in questo verso:
Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il Māhamudhrā del sentiero dell’Unione,
O Guru venerabili,
Guide spirituali che, per discepoli fortunati,
Avete diffuso l'essenza del Dharma,
Vi prego di concedermi la vostra benedizione.”
L’attaccamento al sé, l’afferrarsi al sé può essere esaminato da due angolazioni, la prima riguarda il sorgere dell’idea del sé a cui ci si attacca immediatamente coinvolgendosi completamente sul piano emotivo, mentre la seconda concepisce l’idea del sé a un livello più sottile, però entrambi sono ugualmente presenti.
In quest’unico verso sono contenute tutte le informazioni riguardanti la Māhamudhrā, che non è il bastone magico che, calato sulla testa del discepolo, produce illuminazione istantanea, anzi richiede un lavoro duro e tanto coraggio, si deve operare sulla propria mente ottusa, chiusa, piena di dubbi e di paure.
La mente scorre nel letto di un fiume che si frammenta in tanti rivoli e correnti, così nel continuum mentale si impongo più insicurezze che sicurezze, più debolezze che coraggio, più pensieri negativi e distruttivi che pensieri positivi e creativi, più sofferenze che felicità, e allora ci si deve domandare come mai ciò avvenga, la risposta è contenuta nel Lo Jong, l’addestramento della mente, nel verso che cita: “Il principale e unico colpevole è l’afferrare il sé, l’attaccamento al sé, da questo sorge tutto il resto”.
La Māhamudhrā non rimane a livello superficiale, ma affronta concretamente questo problema, va direttamente alla sua sorgente e ne combatte e sradica la radice.
La pratica del Lo Jong, la trasformazione della mente, è parte del metodo della pratica di Māhamudhrā, che consiste nello sviluppo dell’amore, della compassione, della bodhicitta conseguente allo sradicamento dell’attaccamento al sé.
Questo testo ha un titolo molto interessante, armonioso, Gelugpa-kagyüpa, che però può essere tradotto in due modi diversi:
Sua Santità il Dalai Lama ha scritto un commentario in cui, definendo la Māhamudhrā, conferma l’unione delle tradizioni Gelugpa e Kagyüpa, vi è però una seconda interpretazione, infatti il termine Gelug significa anche Ganden, cioè del monastero di Ganden, e la parola kagyü esprime anche il concetto di trasmissione verbale, quindi questo titolo potrebbe essere ugualmente tradotto come “la trasmissione orale del monastero di Gaden”.
Comunque nella Māhamudhrā non sono importanti il lignaggio e le tradizioni, ciò che conta è la sua stessa essenza, è un dono all’universo.
Il termine sanscrito Māhamudhrā significa: maha: grande, universale e mudra: modo di essere; qualsiasi realtà vi è dunque inclusa, non c’è più distinzione, persino l’illusione, la confusione, la stupidità, la follia non sono più valutate come qualcosa di negativo a sé stante, infatti la mente chiara, aperta, libera, può riconoscere la natura di Māhamudhrā in ogni cosa, al di là di come questa appaia ordinariamente.
Praticare la Māhamudhrā significa percorrere il sentiero dell’unione, eliminando ogni discriminazione, infatti non abbiamo nessun elemento per valutare e dividere, e come potremmo dunque giudicare la confusione dell’altro quando noi stessi ci troviamo nella stessa identica situazione e non siamo in grado di vedere le cose come realmente sono? E’ impossibile, eppure è esattamente ciò avviene nella società imprigionata nel caos generale dei tanti individui che pretendono di eliminare la nebbia scura che avvolge gli altri, senza vedere che essi stessi ne sono completamente schiavi, questo è il samsāra.
Soltanto la pratica della Māhamudhrā può aiutare a diminuire il disordine samsarico, aiuta ad aprirsi alla tolleranza, alla pazienza, alla gentilezza amorevole, alla compassione, favorendo così una maggiore comprensione degli altri e quindi di sé stessi.
L’approccio alla Māhamudhrā è la capacità di vedere direttamente la natura di vacuità della propria mente, e non può avvenire ricorrendo all’analisi intellettuale, alla psicoanalisi o usufruendo delle migliori tecnologie di un laboratorio specializzato, e nemmeno tramite la benedizione di un essere realizzato o di un’iniziazione magica.
Soltanto rivolgendo lo sguardo al proprio interno, alla condizione della propria mente, è possibile trovare il giusto sentiero dell’unione di Māhamudhrā, se invece ci disperdiamo nella più facile e immediata osservazione del caos esteriore non otterremo nulla. Come si può chiarire la confusione esterna se non si è chiarita quella interiore?
Per ottenere una visione chiara della propria mente è necessario acquisire due fattori fondamentali: l’accumulazione di meriti e la purificazione delle attitudini negative, indicazioni che sono presenti in tutte le religioni.
Il santo Milarepa non era un erudito, un dotto insegnante, ma un tipico tibetano della regione occidentale al confine con l’odierno Nepal e come i suoi compatrioti aveva una testa molto dura, egli non fece null’altro che meditare la Māhamudhrā, sostenendo che l’intera pratica del buddhismo (io preferisco dire del Dharma) è contenuta nella pratica delle sei pāramitā o perfezioni trascendentali: Generosità, Moralità, Pazienza, Perseveranza entusiastica, Concentrazione e Saggezza.
Le sei pāramitā sono inscindibilmente connesse all’accumulazione dei meriti e alla purificazione delle negatività; le prime tre rappresentano quelle che nel buddhismo tibetano sono definite pratiche preliminari, perché se ci limitassimo ad eseguire fedelmente le centomila prosternazioni, le centomila offerte del mandala e così via, senza il sostegno perseverante delle pāramitā, senza sviluppare l’attitudine alla generosità, alla moralità e alla pazienza, non otterremo alcun risultato, la nostra pratica sarebbe completamente inutile, sterile, e sicuramente trarrebbe maggior beneficio, almeno sul piano fisico, da un buon allenamento in palestra.
Le pratiche preliminari comportano prima di tutto l’applicazione, sempre accompagnata dalla perseveranza entusiastica, delle prime tre perfezioni, perché se ci limitassimo alla contabilità dei mantra o delle prosternazioni otterremmo unicamente il potenziamento dell’orgoglio nutrendo pericolosamente l’ego dharmico, che è il peggiore di tutti, perché il Dharma è finalizzato alla distruzione dell’ego, ma se al contrario è potenziato da una pratica impropria si va incontro al disastro, non c’è più soluzione, la medicina stessa è scaduta, inutilizzabile. Dunque l’ego dharmico è la malattia incurabile più grave, questo è il grande rischio del praticante di Dharma che deve sempre mantenere vigile l’attenzione e lo sguardo interiore, per non incorrere in simili errori.
Oltre alle pratiche preliminari ordinarie ci sono quelle straordinarie che prevedono una contabilità altrettanto massiccia, così ci si affanna a contare per concludere tutti questi compiti in modo da assicurarsi il paradiso, ma in questo modo ci si carica unicamente di una forte tensione che alimenta in modo abnorme l’ ego.
Sia chiaro, non vi è nulla di male nelle pratiche preliminari canoniche a patto che siano fondate saldamente sulla generosità, sulla moralità e sulla pazienza, e tutte accompagnate dalla perseveranza entusiastica, questo è imprescindibile al fine di scampare al pericolo di trasformarle in alimenti deteriorati che fanno male e gonfiano a dismisura l’ego.
Senza questa consapevolezza lo sforzo e l’energia impiegati nel compimento delle pratiche preliminari sono vani e incrementano il caos e gli oscuramenti della mente che è già normalmente sollecitata da un insensato e disordinato susseguirsi di pensieri, e alla quale non si deve aggiungere la micidiale confusione dharmica.
Io credo veramente che i preliminari siano una buona pratica, ma sclerotizzarsi sul conteggio è davvero fuorviante e pericoloso, è come se si dovesse pagare un mutuo alla banca ed è veramente ridicolo e folle.
La pratica del Dharma deve invece essere gioiosa perché trasforma, migliora, infatti la quarta perfezione è la perseveranza entusiastica, la gioia nell’accumulazione dei meriti e nella purificazione delle tendenze negative. Invece il computo ossessivo del numero dei mantra o delle prosternazioni o di altro non garantisce affatto che ciò avvenga, è solo una questione contabile inutile, probabilmente era un metodo buono anticamente per i tibetani, ma oggi per noi non è adatto.
Domanda: Anche Lama Yeshe suggeriva di non fossilizzarsi sul conteggio dei vari preliminari perché non lo riteneva opportuno per il nostro tipo di vita, consigliava invece di dedicare del tempo, tre giorni, una settimana, un mese o quel che si poteva, in cui praticare concentrandosi sulla qualità piuttosto che sulla quantità, ritieni che possa essere un’impostazione migliore per noi?
Lama: Si, potrebbe essere più adatto, ma il punto centrale è intendersi su ciò che significa ritiro, certamente non vuol dire andare altrove e cominciare a fare cose assolutamente strane e diverse dalla propria vita consueta, come oggi è di moda. Il vero ritiro è rimanere nell’ambiente consueto e, dal momento del risveglio sino a notte, imparare a osservare se stessi applicando concretamente le pāramitā. Il senso del ritiro è stare dove si è e trasformare la mente tramite la pratica.
Le pratiche preliminari producono accumulazione di meriti e purificazione delle negatività, creano cioè le condizioni adeguate affinché la mente possa agire su se stessa.
Lo stato ordinario della mente è irrequieto, agitato, in costante movimento, salta da un oggetto all’altro senza soffermarsi su nulla, ciò rende inaccessibile ogni possibilità di cambiamento, di riflessione, e l’unico mezzo che permette di uscire da questa condizione di follia e acquietare la mente è applicarsi nelle pratiche preliminari delle pāramitā che purificano ogni negatività e favoriscono l’accumulo dei meriti.
Per praticare correttamente i preliminari è necessario conoscere, saper giudicare in che stato si trova la mente, di cosa necessita, ciò che possiede e ciò che le manca, perché se si tenta un approccio superficiale e indiscriminato non si otterrà nessun risultato. La misura della validità della propria pratica non è il libro contabile, ma è la capacità di giudizio sulle condizioni effettive della mente.
Il termine tibetano “pratiche preliminari” potrebbe forse essere tradotto più correttamente con “pratiche fondamentali” in quanto esse costituiscono il fondamento delle prime tre perfezioni, sempre accompagnate dalla quarta, su cui si costruiscono le ultime due, concentrazione e saggezza, che rappresentano la pratica effettiva della Māhamudhrā.
Ricordiamo l’insegnamento di Milarepa, qualsiasi pratica di Dharma si stia facendo, occorre sempre compierla nell’ambito delle sei pāramitā.
Se osserviamo tutti i livelli della pratica di Dharma, dall’elevato Vajrayāna al Theravāda o dal Theravāda al Vajrayāna, constatiamo che in tutti l’elemento costante è rappresentato dalle sei pāramitā o perfezioni trascendenti.
Personalmente ritengo che il Theravāda sia la pratica superiore perché si dirige in modo diretto e sollecito al nocciolo della questione: la necessità di comprendere le Quattro Nobili Verità, mentre troppo spesso coloro che ritengono di praticare il Vajrayāna non le conoscono nemmeno.
Ancora oggi molti tibetani, prendono iniziazioni, partecipano a manifestazioni e rituali, ma non conoscono le Quattro Nobili Verità, e questo è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere, diventa un gioco per bambini, un piacevole picnic ascoltando musica, un’ennesima illusione in cui si sogna di rinascere nella prossima vita nella terra nascosta di Śambhala.
In questo modo i rituali del Vajrayāna si riducono ad una pratica minore del Dharma, mentre la comprensione delle Quattro Nobili Verità diventa la pratica più elevata, e la Māhamudhrā ne è parte.
Ci sono tanti modi di definire la Māhamudhrā: Mādhyamika, Rigpa, Dzogchen, ma se ascoltiamo le parole di coloro che ne hanno esperienza, ci accorgiamo che, pur dando nomi diversi, stanno tutti parlando della stessa realtà.
Per prima cosa devono essere compresi i preliminari fondamentali utili a riconoscere l’instabilità, l’irrequietezza della mente, il suo divagare, e applicare le prime tre perfezioni con grande perseveranza in modo da portare la stessa mente ad uno stato di calma, di quiete, che diventa la base necessaria su cui costruire le successive pāramitā.
Praticando con perseveranza la generosità, la moralità e la pazienza la mente non salta più superficialmente da un oggetto all’altro, ma si tranquillizza e si concentra senza difficoltà su ciò che sta osservando, e l’acquisizione di questa capacità indica che si sono accumulati i meriti e purificate le negatività e dunque si sono compiuti i preliminari, si è posto il fondamento affinché la mente possa procedere oltre.
Avendo interiorizzato quest’attitudine le pratiche preliminari tradizionali come le prostrazioni, l’offerta dell’acqua, la pulizia del tempio, sono fantastiche, soprattutto la pratica del pulire è davvero stupenda tanto che si racconta, per dare un esempio della sua importanza, la storia di un nipote del Buddha che era particolarmente ottuso e non riusciva ad imparare assolutamente nulla, non era nemmeno capace di tenere a mente una parola intera; così il Buddha, pensando a quali preliminari potessero essere adatti, gli ordinò di pulire le scarpe dei monaci. Il ragazzo completò con scrupolo e rispetto questo compito e il Buddha lo assegnò alla pulizia del tempio, che non era allora un locale chiuso, ma completamente all’aperto. Il ragazzo non si stancava di pulire con devozione, e dopo un certo tempo il Buddha gli disse di aggiungere a questa mansione la recita ininterrotta di un mantra il cui significato era: “tolgo la polvere dal tempio e tolgo la polvere dalla mente, tolgo la polvere dal tempio e tolgo la polvere dalla mente….”. Questa pratica era senza fine, perché è impossibile eliminare la polvere dal terreno, comportava contemporaneamente l’applicazione della pazienza, della generosità, e della moralità, ma il discepolo vi si applicò con una tale gioiosa perseveranza che accumulò moltissimi meriti e ottenne la purificazione delle negatività nella completa pulizia della sua mente e rapidamente fu in grado di concentrarsi e di giungere alla saggezza. Questo è il modo in cui il nipote del Buddha realizzò in quella stessa vita lo stato di Arhat e ottenne la liberazione.
Pulire la casa come se fosse un tempio è una ottima pratica preliminare, non è necessario andare chissà dove, la propria casa è naturalmente il proprio tempio, la sua pulizia è senza fine, si deve ricominciare ogni giorno, offre dunque una possibilità preziosa.
Le pratiche preliminari o pratiche fondamentali sono dunque le perfezioni della generosità, della moralità e della pazienza che è davvero la più difficile da applicare.
Sāntideva nel Bodhicaryāvatāra vi dedica un intero capitolo, il sesto, inizia affermando che non c’è peggior negatività della rabbia e dell’odio e non c’è pratica più difficile della pazienza. Se veramente volete essere coraggiosi praticanti del Dharma praticate la pazienza.
Essere pazienti non significa sopportare qualcuno che ci sta tagliando un braccio, ma è rimanere fermi quei cinque minuti che precedono la reazione, vuol dire non scattare aggressivamente e immediatamente. Leggiamo alcuni versi di questo testo 1.
Sāntideva - BODHICARYĀVATĀRA - Capitolo 6° -
LA PERFEZIONE DELLA PAZIENZA

  1. Questa adorazione dei Sugata, la generosità, la buona condotta osservata nel corso di migliaia di eoni: l’odio distrugge tutto ciò.
  2. .Non c’è male uguale all’odio, non c’è pratica spirituale uguale alla pazienza: Perciò con vari mezzi, con grande sforzo, si sviluppi la pazienza.
  3. La mente non trova pace, ne gioisce di piacere o diletto, né si addormenta, né si sente sicura finché il dardo dell’odio è conficcato nel cuore.
  4. Persino coloro che si onora con doni e rispetto, e anche i propri dipendenti, bramano di distruggere il padrone che è sfigurato dall’odio.
  5. Anche gli amici rifuggono da lui. Egli dà, ma non è onorato. In breve, non c’è verso per cui chi è incline alla rabbia sia ricco.
  6. Chi comprende che l’odio è un nemico poiché crea simili sofferenze, e con ostinazione lo colpisce, è felice in questo mondo e nel successivo.
  7. Consumando il cibo della frustrazione preparato facendo l’indesiderabile e ostacolando il desiderabile , un odio tagliente mi abbatte.
  8. Perciò distruggerò il cibo di questo ingannatore, perché questo odio non ha altro fine che il mio assassinio.
  9. Che io non turbi il sentimento di gioia partecipe, anche all’arrivo di qualcosa di estremamente sgradito. Non c’è nulla di desiderabile nello stato di frustrazione, al contrario, ciò che è salutare viene trascurato.
  10. Se c’è una soluzione, che senso ha la frustrazione? Che senso ha la frustrazione se non c’è soluzione?
  11. Sofferenza, umiliazione, dure parole e disonore: non desideriamo queste cose né per noi stessi né per i nostri cari; ma è l’inverso per i nostri nemici.
  12. La felicità è rara. La sofferenza persiste senza sforzo, ma solo attraverso la sofferenza si può trovare scampo. Perciò, o mente, sii forte!
  13. Nel Karnāta i devoti del Durgā sopportano volentieri e inutilmente il dolore di ustioni, ferite, e altro ancora. Dal momento che la mia meta è la liberazione, perché sono un codardo?
  14. Con la pratica nulla rimane difficile. Così, facendo pratica con i disagi minori, diventano sopportabili anche i disagi maggiori.
  15. L’irritazione di cimici, moscerini e zanzare, di fame e sete, e sofferenze quali un grande prurito: perché non le consideri insignificanti?
  16. Freddo, caldo, pioggia e vento, viaggio e malattia, prigione e percosse: non bisognerebbe essere troppo sensibili al riguardo. Altrimenti l’angoscia peggiora.
Noi al contrario siamo costantemente preoccupati da tutte queste cose prima ancora che accadano, non abbiamo tempo di praticare la pazienza e andiamo esattamente nella direzione opposta alla saggezza della Māhamudhrā in cui tutto si mostra nella sua realtà di equanimità e gli inutili affanni scompaiono, evaporano naturalmente.
Le pratiche preliminari consistono nell’applicazione delle sei pāramitā, in particolare della pazienza e nel Bodhicaryāvatāra non si accenna affatto alla necessità di contare di centomila in centomila, prostrazioni o mandala o altro, e nemmeno Nāgārjuna e Dharmakīrti ne parlano, né tantomeno il Buddha, soltanto i tibetani lo fanno, ma non so da dove venga questa modalità di praticare, è comunque un grande fraintendimento che comporta l’illusione di ottenere automaticamente l’illuminazione avendo contato e concluso correttamente quanto prescritto, è un vero problema non solo per i tibetani, ma anche per gli occidentali che ne hanno subito fatto il business dei ritiri, con un’efficiente e produttiva organizzazione aziendale, questo è terribile per il Dharma, però è tutto parte del samsāra.
Terminiamo qui per ora e nel pomeriggio affronteremo la parte relativa alla meditazione più strettamente connessa alle successive perfezioni della concentrazione e della saggezza e naturalmente della Māhamudhrā.
Grazie.



Māhamudhrā, universale dono del Dharma

Iniziamo il pomeriggio con una breve meditazione.
(segue meditazione)
In accordo con la tradizione, l’approccio alla Māhamudhrā consiste nella ricerca della visione corretta per mezzo della meditazione. Riguardo alle due ultime perfezioni, la concentrazione e la saggezza, si sta cercando la saggezza tramite la concentrazione. Queste due ultime pāramitā sono la pratica vera e propria di Māhamudhrā.
Le prime tre pāramitā, generosità, etica e pazienza, sono la fase della preparazione, integrate dalla quarta, la perseveranza entusiastica, che è sempre necessaria sopratutto alle caratteristiche specifiche della pratica della Māhamudhrā. Allo stesso modo, ogni pratica di Dharma deve svolgersi nel contesto delle sei Pāramitā altrimenti sarebbe veramente difficile distinguere ciò che è autenticamente Dharma da ciò che non lo è.
La comprensione delle sei Pāramitā ci mette nella condizione di poter vedere con chiarezza ciò che è relativo alla pratica preparatoria, preliminare, e ciò che è parte della pratica vera e propria, e soprattutto sappiamo distinguere ciò che è autenticamente pratica da ciò che è semplicemente struttura, formula, cultura o tradizione.
Tek-pu” è quel basso seggiolino che alza il corpo dal suolo. Nella preparazione alla meditazione si insiste sulla posizione del corpo, che deve essere confortevole, rilassata, al fine di calmare e stabilizzare la mente. Non esiste una norma uniforme, valida ugualmente per tutti come se fossimo tanti soldatini, vestiti allo stesso modo, con lo stesso tipo di cuscino, e così via, ognuno deve trovare il supporto più idoneo, affinché il corpo si mantenga naturalmente stabile, con la colonna vertebrale diritta, nella posizione descritta nei sette punti del Vairociana.
Rimanendo immobili si permette all’energia sottile di circolare che, invece, a causa del movimento del corpo sarebbe annientata e dispersa dall’energia grossolana, per questo è necessario mantenersi saldi nella corretta postura, non è soltanto un esercizio fisico, è soprattutto mentale.
Seduti in modo corretto e rilassato favoriamo la pulizia dei centri energetici tramite la respirazione in nove cicli, un’antica tradizione dello yoga indiano. Il corpo nell’armonia della posizione stabile è attraversato dall’armonia del respiro, dell’energia o vento, che porta armonia alla mente. La mente si muove per mezzo dell’energia-vento e questa passa attraverso il corpo, così all’inizio occorre calmare l’energia del corpo, poi l’energia-vento, poi l’energia della mente.
In questa condizione armonica del corpo, dell’energia e della mente, si è preparato il giusto spazio al pensiero positivo e si accoglie l’ospite nel proprio tempio pulito e tranquillo.
Se invece corpo, mente ed energia sono agitati, in disordine, come è possibile invitare nella casa sporca questo ospite di riguardo?
Quando la mente è quieta vede chiaramente la realtà nella sua essenza equanime, non esistono tensioni che discriminano buono e cattivo, favorevole e avverso, tutto è neutro, stabile, armonico, e soltanto in questa condizione è possibile richiamare il pensiero positivo e con una buona motivazione generare il rifugio e la bodhicitta, praticare il guru yoga e formulare preghiere, non finalizzate ad acquisire qualcosa, ma come supporto allo sviluppo del pensiero positivo.
In genere vi è un grosso fraintendimento per quanto riguarda la preghiera, troppe volte la si riduce a richiesta piagnucolosa, ma questo non ha proprio senso, è risultato dell’angoscia, dell’agitazione e della confusione, mentre in un corpo calmo e in una mente chiara pervasa da una motivazione positiva sorge l’autentica preghiera di amorevole compassione e altruismo, non come richiesta, ma come auspicio altruistico, come ammirazione delle qualità positive.
Avendo dunque manifestato, con corpo, energia e mente calmi, il pensiero positivo e generato il rifugio, la bodhicitta e il guru yoga, presenti in ogni pratica, si è nella condizione di poter praticare la Māhamudhrā in quanto la mente è pulita, priva di tutto, è libera anche dalle pratiche che hanno preceduto questo momento, è naturale, non cerca altro, non ha desideri, pensieri, preoccupazioni, si trova nel suo stato naturale completamente aperto, come nello spazio vuoto, nella trasparenza di un cristallo, in piena e chiara consapevolezza, e questo è lo stato in cui è possibile guardare la mente.
Come alla fine delle pratiche c’è la dedica, lì la mente si ferma e non cerca più altro. Rimane nel suo stato naturale, libera e in pace, senza creare o seguire altri nuovi pensieri, in uno stato di chiara consapevolezza, una mente né assopita né drogata.
La consapevolezza non articola alcun pensiero, ma rimane nello stato naturale libero e in pace. Trascorso un certo tempo, qualche minuto, si osserva questo stato, come la mente appare ora.
La si guarda all’improvviso, la si coglie di sorpresa.
Nella mente ordinaria, inquieta, appaiono in modo incontrollato moltissimi pensieri, questi non sono un prodotto della mente, non si dice: adesso penso e i pensieri appaiono, ma essi sono naturalmente lì. Nella calma della meditazione, osservando la propria mente, senza identificazione con i pensieri, li si osserva con distacco come se si assistesse ad uno spettacolo.
Un altro metodo per permettere alla mente di rimanere nel suo stato naturale consiste nel tagliare il pensiero nello stesso istante in cui sorge, senza aggressività, ma pacificamente, dolcemente, in questo modo si libera la mente dal pensiero concettuale.
La mente, sia nello stato di veglia che in quello del sonno, è costantemente pervasa e dominata dai pensieri concettuali e, poiché la maggior parte di essi sono negativi, generano quella sofferenza che ci fa affondare sempre di più nel samsāra.
I pensieri negativi producono una cattiva respirazione, una pessima circolazione dell’energia, dei venti, che automaticamente sviluppa una nociva condizione fisica, in questo modo sorgono le malattie, le difese immunitarie crollano.
Māhamudhrā è liberare la mente dai pensieri concettuali, cioè avere la capacità di osservarli e, nel constare tutta la loro inutilità, lasciarli decadere, non è necessario combatterli, si annullano naturalmente. Autoliberazione, “rang-drol”, significa liberare se stessi dai pensieri produttori di conflitti in quanto questi nemici se ne vanno automaticamente senza necessità di ingaggiare uno scontro.
Semplicemente mantenendo la mente pacifica nella chiara consapevolezza il nemico, il pensiero concettuale, se ne va da solo, senza combattere.
I pensieri che sorgono sono molti, ma la mente è una, un solo continuum mentale, perché se fossero due esisterebbero due persone diverse, ma questo unico continuum mentale è sottoposto a un’infinità di concetti, di idee, di desideri, che determinano uno stress mentale che affatica senza produrre nulla di buono. Dunque è necessario interrompere la causa dello stress, fermiamo tutti questi pensieri, oppure osserviamoli come se fossero una rappresentazione teatrale, non sono nostri, ma nascono dalle circostanze in cui viviamo.
Con questo tipo di meditazione si comprende la natura convenzionale della mente, non la sua la natura ultima, ora non sarebbe possibile. Guardando lo spettacolo dei pensieri senza identificarsi con essi e contemporaneamente volgendo lo sguardo alla mente, la si riconosce, la si vede nella sua essenza, uno spazio vuoto, e per la prima volta si sperimenta la natura convenzionale della mente con chiara consapevolezza.
La natura convenzionale della mente è chiara consapevolezza.
Cos’è la natura della mente? vi è la natura convenzionale e la natura ultima, la vacuità della mente, ma per comprenderla è necessario prima capire cosa sia la vacuità, un compito non facile.
Per comprendere la vacuità della mente occorre comprendere cosa sia la mente.
Prima si conosce la natura convenzionale della mente, poi si conosce la mente, e infine si giunge a conoscere la vacuità della mente, la sua natura ultima.
L’unione di vacuità e mente è l’autentica Māhamudhrā, il sentiero dell’unione di Māhamudhrā.
Per realizzare la vacuità della mente è necessario realizzare prima la vacuità del sé, infatti, poiché non si conosce se stessi, come si può conoscere la propria mente? non è possibile, se non conosco Michele, come posso dire quella è la casa di Michele? vedo una casa, ma non so chi vi abiti.
Non si può conoscere la propria mente senza prima aver riconosciuto il sé.
Non si può meditare direttamente sulla vacuità della propria mente senza prima aver meditato sulla vacuità del sé.
Dunque è necessario cercare questo sé perché, come abbiamo detto fin dall’inizio, l’attaccamento al sé è la radice del problema, ed è proprio l’afferrarsi al sé che impedisce la conoscenza della propria mente.
Quindi, dapprima occorre liberarsi dall’afferrarsi al sé, iniziando dall’esercizio della concentrazione sulla natura convenzionale della mente, che si intensifica con il potere della consapevolezza.
Da qui non c’è modo di procedere immediatamente al riconoscimento della natura ultima della mente, ma è necessario procedere prima al riconoscimento del sé e della vacuità del sé, per poi procedere alla conoscenza della vacuità della mente.
Sulla base della comprensione della natura convenzionale della mente, concentrandosi su di essa si cerca la vacuità del sé, ma non si può trovare questa vacuità senza prima aver scovato ed eliminato l’attaccamento al sé. Il metodo è sempre lo stesso, non è necessario combattere i nemici, ma semplicemente riconoscere l’attaccamento come tale.
Con una mente calma e chiara si vede il sorgere dell’ignoranza, dell’attaccamento, dell’avversione e si è consapevoli che questa situazione fortifica l’attaccamento al sé, il quale come un motore potente continuamente alimentato da benzina genera il samsāra. Nella meditazione questo meccanismo emerge in modo chiaro e mostra la condizione interiore del samsāra.
Il samsāra che si osserva all’esterno, da cui si vorrebbe fuggire, e a cui ci si riferisce quasi automaticamente, non è altro che il frutto del samsāra interiore che però, al di fuori della meditazione, non si è in grado di vedere, e questo è il vero problema.
Crogiolarsi romanticamente nelle visioni fantastiche delle terre pure, affermare quanto sia bello l’amore, la compassione e come siano magnifici i Buddha, i Bodhisattva, e così via, è essere come i bambini catturati da un bellissimo cartone animato, e affrontare in questo modo la meditazione è ingannare se stessi, è prendersi in giro, perché le Quattro Nobili Verità: della sofferenza, della causa della sofferenza, del sentiero che porta alla liberazione dalla sofferenza e della liberazione dalla sofferenza, non sono un cartone animato.
Talvolta invece le meditazioni sulle terre pure, sui mandala, sulle divinità, piene di colori e di luci, diventano come i cartoni animati, che sono psicologicamente fatti apposta per affascinare la mente dei bambini.
Tra i tibetani ci sono persone di vera profonda devozione che magari già a 13 anni hanno completato il “Ngondro” (la serie delle pratiche preparatorie delle prostrazioni, del rifugio, dell’offerta del mandala, ecc) con grande fede nel loro Guru, ma non conoscono affatto le quattro nobili verità.
Questo ha sicuramente ha rafforzato la loro fede, ma non gli ha portato la comprensione profonda del Dharma, fondata su una vera conoscenza dell’insegnamento del Buddha. La loro semplice genuina integrità, la purezza della loro pratica elementare della compassione, che hanno sicuramente prodotto purificazione e merito personali, sono però l’esatto opposto di ciò che la società moderna propone. Questo cambiamento di condizioni comporta seriamente il rischio che la società tibetana odierna, vittima anch’essa dell’abitudine al pettegolezzo, perda la sua innocenza spirituale.
Stiamo trattando un argomento veramente complesso facciamo dunque un riepilogo.
Prima di tutto è importante comprendere con chiarezza che le Quattro Nobili Verità, sono il fondamento dell’insegnamento del Buddha, e le sei Pāramitā, o Perfezioni trascendenti, rappresentano il sentiero completo del Dharma. Ricordiamo che le prime tre perfezioni sono le pratiche preliminari o fondamentali, le ultime due la pratica della Māhamudhrā e la quarta, della perseveranza entusiastica, è presente in tutte in quanto indispensabile alla loro applicazione.
L’obiettivo della pratica di Māhamudhrā è la vacuità della mente.
Esaminando le Quattro Nobili Verità vediamo che la prima nobile verità della sofferenza, non è esterna, ma interiore: non occorre cercarla all’esterno in quanto è l’esperienza della stessa sofferenza mentale.
La sofferenza è incessantemente congiunta alla mente, nessun anestetico potrebbe annullare questo dolore e tentando di farlo si ucciderebbe al contempo la gioia, dunque l’unico modo per liberarsene senza dover combattere e opporvisi aggressivamente è la meditazione di Māhamudhrā che, tramite l’osservazione della mente stessa, del sorgere della sofferenza mentale o psicologica o emozionale, conduce alla conoscenza della vacuità della mente.
La nobile verità della causa della sofferenza, così come la verità del sentiero che conduce alla liberazione dalla sofferenza, sono parte della mente, della struttura psicologica della mente, ugualmente la verità della cessazione della sofferenza è anch’essa parte del mondo mentale, della natura ultima della mente.
La capacità di liberarsi dalla sofferenza mentale dipende dalla comprensione della natura ultima della mente.
La procedura meditativa che abbiamo illustrato oggi, delle sei perfezioni come facenti parte della struttura meditativa della Mahamudra, è molto efficace. Il primo passo consiste nello stabilizzare la concentrazione sulla natura convenzionale della mente al fine di riconoscerla. Questo deve essere accompagnato dalle pratiche preliminari che producono accumulazione dei meriti e purificazione delle negatività. Questo è il modo di meditare: osservare la mente, senza tensioni, né resistenze, ma lasciando andare ogni pensiero con consapevolezza, senza forzare né combattere, come si insegna nel Theravāda a “osservare e lasciar andare”, così è nella Māhamudhrā.
Meditazione nella Mahamudra è questo “lasciare andare” nella consapevolezza. E’ importante lasciar scorrere i pensieri senza giudicarli né afferrarsi ad essi, concentrandosi invece sulla natura della mente, in questo modo diminuirà giorno dopo giorno il chiacchiericcio mentale e nascerà gioia nel continuum mentale, si avrà maggiore stabilità, tranquillità, meno timori e una migliore conoscenza di se stessi.
Avendo acquisito una stabile chiara contemplazione della natura convenzionale della mente si procede alla ricerca dell’io, del sé; dov’è questo io? cos’è? è il fenomeno più misterioso e crea la maggior confusione, è un nemico che non si può cacciare, è il ladro dentro la casa, il quale, non solo nega di essere un ladro, ma è convinto di essere il padrone di casa e come tale si muove, appare e scompare, quando lo si cerca sparisce e quando non lo si vuole intorno impone la sua presenza, consumando in questo modo tutte le buone qualità e spargendo ovunque solo quelle cattive, e tutto questo disordine deve essere ripulito.
Questo è l’io, l’ego a cui si è così fortemente attaccati, e stranamente, malgrado vi siano tanti rituali, oracoli, divinazioni e preghiere per ogni circostanza, non esiste nessuna pūja per il vero problema, eliminare l’ego, ciò significa che ognuno deve lavorare su se stesso, nessun aiuto può venire dall’esterno.
Un'altra pratica comune nella cultura tibetana è relativa al powa, cioè il trasferimento nel momento della morte del principio cosciente in una terra pura e che prevede l’esecuzione di una particolare procedura atta ad incanalare correttamente il movimento dei venti in modo che si apra spontaneamente una fessura sulla sommità del cranio da cui la coscienza possa elevarsi verso la terra pura; ma siamo proprio sicuri che basti un buco in testa per essere liberati?
Queste visioni infantili sono terrificanti e veramente dannose per la maturazione umana. In America esistono centri in cui si insegna la pratica del powa e terminato l’addestramento si consegnano diplomi che attestano l’abilità a praticarla e garantiscono in questo modo l’accesso al paradiso, ma tutto questo è terribile e si discosta persino dalla tradizione tibetana in cui il morente è comunque accompagnato nel powa dalle preghiere del Lama, in occidente invece tutto è stato trasformato in un business certificato, e questo è davvero molto pericoloso.
La Māhamudhrā è completamente diversa, ognuno vede in se stesso i cambiamenti prodotti dalla pratica, ed è questa trasformazione interiore la vera garanzia.
La Māhamudhrā è una pratica pacifica, non violenta, in cui la mente permane nello stato naturale e lascia scorrere, senza afferrarli, gli oggetti che in questo modo perdono forza giorno dopo giorno, fino a scomparire. Questo è il modo non aggressivo per liberarsi da ogni oscurità, da ogni ostacolo, da ogni impurità e da ogni interferenza e sofferenza.
Non si pretende dunque di ottenere quasi magicamente e istantaneamente l’illuminazione e il nirvāna, non avrebbe alcun senso.
Il desiderio di ottenere l’illuminazione per il bene di tutti gli esseri senzienti è positivo se è tranquillo, senza aspettative, sinceramente motivato dalla compassione che fa procedere un passo dopo l’altro, giorno per giorno, nella pacificazione della mente in modo che sia più chiara e possa al momento della morte lasciare questo corpo serenamente.
La ricerca affannosa, il desiderio esasperato di ottenere subito grandi realizzazioni, l’illuminazione, il nirvana, la buddhità per il beneficio di tutti gli esseri senzienti, non porta da nessuna parte, è attaccamento, illusione, è simile al sogno di un bambino piccolo che vuole costruire un grande grattacielo, di fatto noi siamo come bambini che desiderano diventare Arhat, Bodhisattva, Buddha, ma la nostra spiritualità è infantile, appena abbozzata e non abbiamo maturato nessuna delle capacità necessarie per raggiungere queste mete, possiamo invece realizzare il primo passo di Māhamudhrā che permetterà di evolversi nei successivi.
Domanda: Relativamente alla formula della presa di rifugio nei tre gioielli in cui si auspica l’illuminazione per il bene di tutti gli esseri senzienti, se non la si afferra con attaccamento, ma la si esprime in quanto motivazione di base per procedere sul sentiero, è ugualmente un’attitudine negativa?
Lama: No, a patto che sia completamente libera da ogni attaccamento, dall’orgoglio, e solo come auspicio.
Intervento: però è comunque rischioso perché il confine è molto sottile.
Intervento: Certo, devi essere estremamente vigile e attento senza mai montarti la testa, procedendo prudentemente un passo alla volta, perché il rischio dell’ego è comunque sempre presente, è il ladro che se ne sta comodo in casa….
Lama: Si tratta di essere molto realistici, di imparare a guardare in se stessi, conoscere le proprie forze, senza nutrire con fantasie, illusioni e orgoglio l’onnipresente ego, dopo di che va bene anche fissare un ideale, sapendo però che è a lunghissimo termine e che è appunto soltanto un ideale oggi non raggiungibile.
Quello che praticamente siamo in grado di fare è realizzare il primo passo della Māhamudhrā che è, come dicevamo prima, l’osservazione distaccata di tutto ciò che appare nella mente lasciandolo scorrere e riconoscere la natura convenzionale della mente.
Questo procedimento si inserisce perfettamente nel contesto integrato delle Quattro Nobili Verità, con la Māhamudhrā al centro, e le Sei Pāramitā di supporto.
Nelle Quattro Nobili Verità vi è il pensiero positivo e quello negativo, il samsāra e il nirvāna, tutto è compreso nella base meditativa integrata delle Quattro Nobili Verità, delle sei Pāramitā e di Māhamudhrā. Questa è una condizione realistica della meditazione e costituisce il primo passo verso l’obiettivo.
Entrambi, il samsāra e il nirvāna sono le manifestazioni dello stato ultimo della mente; ma si inizia dall’osservazione della mente fino a comprenderne la natura convenzionale, e si giunge così ad osservare l’io, ma cos’è l’io? L’afferrare l’io, ma cos’è questo afferrare? Poi viene la vacuità dell’io, e si giunge infine alla Mahamudra la vacuità della mente, la natura ultima della mente.
Vacuità della propria mente, non della mente altrui, perché si era meditato sul proprio io, e per far ciò occorreva stabilità mentale, concentrazione sulla natura convenzionale della mente.
Per giungere a comprenderlo si deve prima di tutto osservare il meccanismo dell’afferrare l’io, il sorgere dell’io, il modo con cui è afferrato questo io, per passare alla vacuità dell’io, e soltanto dopo aver visto l’io, dal suo sorgere alla sua vacuità, si può procedere al compimento della Māhamudhrā, cioè all’osservazione della natura ultima della mente.
Si giunge all’osservazione della natura ultima della mente tramite una stabile, quieta, calma concentrazione sulla mente convenzionale, sul formarsi del’io, sull’aggrapparsi all’io, sulla vacuità dell’io. Questo è il modo corretto di procedere.
La pratica preliminare o del fondamento della Māhamudhrā e la pratica vera e propria della Māhamudhrā vanno di pari passo, insieme, non seguono un percorso progressivo che prevede prima il completamento della parte preliminare per accedere in un tempo successivo alla seconda fase, al contrario, l’unione integrata di tutti gli aspetti delle pratiche, preliminare ed effettiva, procede congiuntamente dall’inizio alla fine.
Ci sono domande?
Domanda: Finché va tutto bene sembra possibile praticare tranquillamente, ma quando si è travolti da eventi veramente gravi, come malattie e la morte di persone care, mi chiedo se la pratica non sia soltanto finalizzata, se e come serva, ad affrontare queste situazioni drammatiche?
Lama: La pratica essenziale nel Dharma è la rinuncia, che non riguarda amici, parenti, qualcuno o qualcosa in particolare, non è fuggire dai problemi, ma è la rinuncia al samsāra. Bisogna vivere consapevolmente nel samsāra senza rimanerne attaccati, come il fiore di loto che nasce nel fango, ma non è contaminato dal fango.
Intervento: Lo stesso concetto è espresso nel cristianesimo: “siate nel mondo, ma non del mondo”.
Lama: Infatti, perché non si può sfuggire alla realtà del samsāra, è la nostra casa, come ha detto il Buddha nascita, malattia, invecchiamento e morte non possono essere evitati, riguardano tutti gli esseri indiscriminatamente, in modo assolutamente equanime e il primo passo per affrontare questa realtà è la rinuncia, perché tutto il dolore deriva dall’attaccamento, dall’afferrarsi ad un io che non si conosce. Nella Māhamudhrā si è ininterrottamente consapevoli della condizione samsarica, si riconosce lo stato illusorio della visione della realtà.
Domanda: Come inserisci tutto questo, che è completo in sé, con la pratica del mantra, dei rituali, delle offerte, delle divinazioni e di tutto il resto, perché parrebbe che non ve ne sia necessità?
Lama: La Māhamudhrā è universale e la via che porta ad essa deve essere spoglia da ogni esteriorità, tutte le pratiche che tu hai elencato ne sono inevitabilmente escluse. La Māhamudhrā va diretta alla vera natura della mente-cuore.
La recita dei mantra, di qualsiasi preghiera, delle visualizzazioni, aiutano a connettersi con la mente calma e acquietata della meditazione, sono strumenti e non devono essere confusi con le realizzazioni altrimenti si crea un’ulteriore illusione, la Māhamudhrā è libera da tutto questo, è concretamente immersa nella realtà quotidiana di ognuno.
Lama: Roberto, per favore dacci un tuo commento.
Roberto: Tutto serve per capire. Sbatti contro un muro, poi un altro e un altro ancora e alla fine capisci che devi apportare un diverso ordine in te stesso e quindi cerchi un aiuto, una risposta che ti permetta di rendere significativa la tua vita.
Personalmente, quando nel buddhismo mi è stata spiegata la bodhicitta, ne sono rimasto affascinato, l’ho trovata più che convincente e ho voluto approfondirla, però è talmente vasta e complessa che ogni giorno propone nuovi aspetti da capire e alla fine non si sa più dove collocarli e ci si chiede cosa sia davvero essenziale.
Allora si approda alla scuola Theravāda che smantella tutta la costruzione di mantra, di visualizzazioni, e dice semplicemente: “siedi e osserva” e ci si accorge che in queste due parole c’è tutto, non occorre altro, nemmeno l’aspirazione alla bodhicitta, perché si vede come in realtà si trattasse soltanto di elaborazioni mentali, intellettuali, non reali. E’ come se si avesse a disposizione un’enciclopedia, ma si sapesse che l’unica informazione utile è contenuta in un piccolo foglietto che si ha in mano.
I tibetani possono raggiungere l’illuminazione recitando con devozione il mantra “Om Mani Padme Hum”, un’altra tradizione con lo stare seduti e osservare e così via, le possibilità sono infinite e c’è il rischio di perdersi nei meandri della forma e di avere difficoltà a tornare alla sostanza autentica. Allora ci si chiede se non sia necessario mettere da parte la forma per poter trovare la sostanza. Questa è una domanda….
Lama: Durante la mia permanenza in California sono stato ospite di una coppia di anziani praticanti molto intelligenti e con la mente veramente aperta, non settari, della tradizione Rimé, che mi hanno chiesto di dare alcuni insegnamenti in luoghi diversi, e alla fine Judith, questa signora settantenne che da molti anni pratica il Dharma e si sente autenticamente buddhista, ha commentato: “tu insegni la sostanza, senza aggiungere alcuna forma”.
Anche in questo incontro ho parlato della Māhamudhrā senza forma, se l’avessi insegnata secondo la tradizione tibetana avrei dovuto presentare la Māhamudhrā con forma, che però è tutt’altra cosa.
La Māhamudhrā senza forma è essenziale, è perfetta in ogni religione, cultura, ambiente, situazione di vita, e in ciascuna mente umana.
Io insegno il Dharma, non una religione in particolare, e non c’è in questo nessuna contraddizione con il buddhismo che io seguo in quanto vi sono nato e ne ho ricevuto l’educazione, è parte di me, e dunque pratico la Māhamudhrā nella forma che mi è familiare, ma per voi sarebbe senza senso, voi dovete praticare la Māhamudhrā consapevolmente presenti nella vostre radici.
Questa è la grandezza della Māhamudhrā senza forma, è un regalo universale.
Intervento: Penso che per noi il primo fondamentale obiettivo sia scovare sempre il nemico, il ladro che abbiamo in casa, cominciare a conoscere la propria mente e cercare di trasformarla un passettino alla volta. I metodi che si usano, la recita del padre nostro o i mantra o lo stare seduti ed osservare, non sono rilevanti, sono soltanto strumenti che permettono ad ognuno di trovare la propria strada, indipendentemente da tradizioni, fedi o ateismo.
Lama: Si, è così.

Possiamo concludere questo incontro e vi ringrazio perché è stato veramente bello affrontare insieme questo aspetto del Dharma.












TESTI ANNESSI

I tre Aspetti Principali del Sentiero
Testo insegnato dall’erudito monaco Lobsang (Tsong Khapa ) a Tsa Kho Vonpo Ngawang Drakpa.
Traduzione inglese e note a cura di Geshe Gedun Tharchin - La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.


Porgo omaggio ai venerabili Lama.2

Spiegherò, come meglio posso,
il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha,
il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva3,
la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione.4

Coloro che non sono attaccati ai piaceri dell’esistenza mondana5,
coloro che si sforzano per rendere utili le circostanze favorevoli e la fortuna6,
coloro che propendono per il sentiero che compiace Buddha ,
questi fortunati7 dovrebbero ascoltare con mente attenta.

Senza una rinuncia8 completamente pura,
non vi è modo di frenare l’ardente ricerca di piaceri nell’oceano dell’esistenza9.
Inoltre, l’attaccamento all’esistenza ciclica imprigiona completamente gli esseri incarnati.
Quindi, sin dall’inizio, bisognerebbe cercare di realizzare la rinuncia.

Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga,
familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita.
Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara10,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future11.

Se, avendo meditato in tal modo, non nasce nessun desiderio
per i piaceri dell’esistenza ciclica,
e se costantemente, giorno e notte, sorge un’aspirazione alla liberazione,
allora la rinuncia è stata generata.

Tuttavia, se questa rinuncia non viene unita alla generazione
di una completa aspirazione alla più alta illuminazione12,
non diverrà causa della meravigliosa beatitudine dell’insuperabile Bodhi13.
Perciò il saggio dovrebbe generare il supremo Bodhicitta14.

Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi15,
sono legati con le strette catene del karma16, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé17,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze18.
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri19 che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato20.

Se non possiedi la saggezza21 che comprende la vera natura delle cose22,
sebbene tu abbia sviluppato la rinuncia e il Bodhicitta,
la radice del samsara23 non può essere estirpata.
Quindi, impegnati intensamente per realizzare l’origine interdipendente24.

Colui che vede come inevitabile la realtà di causa ed effetto di tutti i fenomeni
nel samsara e nel nirvana25,
distrugge totalmente ogni percezione errata
ed è entrato nel sentiero che compiace i Buddha.
Fin quando le due realizzazioni, quella delle apparenze,
ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente26
e quella della Vacuità, ovvero la non-asserzione27,
vengono considerate separate, non vi è ancora la realizzazione
del pensiero di Buddha Shakyamuni28.
Quando le due realizzazioni esistono simultaneamente, senza alternarsi,
e la semplice percezione dell’inevitabilità dell’origine interdipendente eliminerà
la concezione di un’esistenza intrinseca,
allora l’analisi della visione29 è completa.

Inoltre, l’estremo dell’esistenza30 è eliminato dall’apparenza31,
e l’estremo della non-esistenza32 è eliminato dalla Vacuità33.
Se comprenderai che la Vacuità appare come causa ed effetto,
non sarai preda delle visioni estremiste34.

Quando avrai realizzato correttamente
i punti essenziali dei tre aspetti principali del sentiero35,
dimora in solitudine e genera il potere della perseveranza entusiastica36.
Raggiungi presto la tua meta finale37, figlio mio38.







OTTO VERSI DELLA TRASFORMAZIONE DELLA MENTE
Gli otto versi della trasformazione della mente” appartengono ad un importantissimo testo scritto da Kadampa Geshe Langri Tangpa, (XII° secolo) e fanno parte degli insegnamenti Lo Jong. Il poema fu composto nel periodo in cui in Tibet prosperava la scuola Kadampa. - La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma
Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri
per realizzare il fine supremo39
possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando sarò con gli altri,
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa40
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.

Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative41, sopraffatti da sofferenze42,
avrò sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale43.

(ripetere 3 volte) In breve, direttamente e indirettamente, offro
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri44;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane45,
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsara46





PREGHIERA CONCLUSIVA DEL LAM-RIM

Per le due raccolte che pervadono la vastità dello spazio, accumulate con molto impegno per lungo tempo possa io diventare rapidamente il potente vittorioso che guida i migratori il cui occhio mentale è ottenebrato dall’ignoranza.
Da ora in tutte le mie esistenze possa Mañjusri prendersi cura di me con amore, possa io trovare il supremo sentiero graduale di tutti gli insegnamenti, praticarlo e compiacere tutti i vittoriosi.
Utilizzando ogni realizzazione dei punti del sentiero, dissiperò l’oscurità mentale di tutti gli esseri attraverso metodi abilissimi dettati dall’intenso potere dell’amore.
Possa io sostenere e propagare per eoni gli insegnamenti del vittorioso, ovunque il prezioso insegnamento non sia giunto o dove sia degenerato, spinto da grande compassione, possa io diffondere la luce su questi benefici tesori.
Possano le meravigliose opere virtuose dei vittoriosi e dei loro figli e la pratica eccellente degli stadi del sentiero all’illuminazione arricchire la mente dei ricercatori della liberazione, possano le azioni dei vittoriosi continuare a lungo.
Possa tutto essere reso favorevole alla pratica del sentiero eccellente e siano dissipati gli ostacoli. Possano tutti gli esseri umani e non umani in tutte le loro vite non essere mai separati dal sentiero puro elogiato dai vittoriosi.
Chiunque, con grande energia, si impegna operando in armonia con le pratiche preparatorie del veicolo supremo possa essere sempre assistito dai potenti dharmapala e possano estendersi oceani di buona fortuna, pervadendo ogni direzione.




PREGHIERA MĀHAMUDRĀ


O Grande Vajradhara, che pervadi tutte le nature,
Glorioso primo Buddha, principio di tutte le famiglie di Buddha
Nella dimora celeste dei tre corpi spontanei,
Ti prego di concedermi la tua benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il Māhamudhrā del sentiero dell’Unione,
O Onnisciente, Eccelso Mañjusrī,
Padre di tutti i Conquistatori dei tre tempi,
Nelle terre di Buddha attraverso i mondi delle dieci direzioni,
Ti prego di concedermi la tua benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il Māhamudhrā del sentiero dell’Unione,
O Guru venerabili,
Guide spirituali che, per discepoli fortunati,
Avete diffuso l'essenza del Dharma,
Vi prego di concedermi la vostra benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il Māhamudhrā del sentiero dell’Unione,
Vi prego concedetemi la vostra benedizione.

Affinché io possa vedere il venerabile Guru come un Buddha,
Superare l’attaccamento per il samsāra,
Completare i sentieri comuni e non comuni,
e ottenere velocemente l’Unione del Māhamudhrā.

(ripetere 3 volte) Il mio corpo e il tuo corpo, o Padre,
La mia parola e la tua parola, o Padre,
La mia mente e la tua mente, o Padre,
Possano, attraverso la tua benedizione, divenire un’unità inseparabile.


1 Tratto dal testo edito da Ubaldini editore – Roma – collana Civiltà dell’Oriente
2 Lama: (termine tibetano, in sanscrito guru) guida o maestro spirituale. Letteralmente: “ricco di qualità spirituali”.
3 Bodhisattva: (termine sanscrito) colui che possiede la Bodhicitta.
4 Liberazione: (in sanscrito moksha) eliminazione di tutte le emozioni afflittive o illusioni, ottenimento dello stato di Arhat, il sentiero della fine dell’apprendimento del sarvabuddha e del pratyekabuddha
5 Piaceri dell’esistenza mondana: piaceri dominati dall’attaccamento ai piaceri dei sensi.
6 Circostanze favorevoli e fortuna: avere buone opportunità e condizioni per praticare il Dharma.
7 Fortunati: coloro che hanno incontrato il Dharma e sono capaci di praticarlo.
8 Rinuncia: autentica intenzione di abbandonare il Samsara e raggiungere il Nirvana.
9 Oceano dell’esistenza: (in sanscrito samsara, in tibetano khor wa) attaccamento alle apparenze di questa vita, interesse per gli aspetti riguardante la vita presente.
10 Samsara: (termine sanscrito) gli aggregati impuri di un essere senziente, che da tempo senza inizio hanno dato luogo al ciclo di morte e rinascita a causa dell’illusione e del karma, e hanno reso gli esseri senzienti carichi delle sofferenze dei sei regni fisici/spirituali.
11 Attaccamento alle apparenze delle vite future: interesse per gli aspetti riguardanti le prossime vite nel samsara.
12 Aspirazione alla più alta illuminazione: (in sanscrito Bodhicitta, in tibetano jang chub kyi sem).
13 Insuperabile Bodhi: lo stato di Buddha.
14 Bodhicitta: (termine sanscrito) autentica aspirazione a raggiungere la completa illuminazione allo scopo di portare tutti gli esseri senzienti allo stato di completa illuminazione.
15 Quattro potenti fiumi: rinascita, invecchiamento, malattia e morte.
16 Karma: (termine sanscrito, in italiano azione, in tibetano les) una sottile impronta nel continuum mentale proveniente da esperienze precedenti, la quale da impulsi ad azioni mentali e fisiche.
17 Attaccamento al Sé: (in tibetano dag zin): percezione errata che si attacca all’idea di un Sé o di un Io intrinsecamente esistente.
18 Tre sofferenze: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza della condizione.
19 Madri: tutti gli esseri senzienti, i più cari, quelli che hanno recato più benefici.
20 Intenzione altruistica di divenire un Risvegliato: in questo contesto si riferisce al Bodhicitta.
21 Saggezza: realizzazione della Vacuità.
22 La vera natura delle cose: la realtà ultima dell’esistenza delle cose, vacue di un’esistenza intrinseca.
23 Radice del Samsara: l’ignoranza, il non vedere la verità, opposta alla saggezza.
24 Origine interdipendente: (in tibetano ten byung) la realtà dell’esistenza delle cose e degli eventi, che esistono in modo interdipendente.
25 Nirvana: al di là della sofferenza, cessazione della sofferenza.
26 Apparenze, ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente: realtà convenzionale o verità convenzionale.
27 Vacuità, ovvero la non-asserzione: realtà ultima o verità ultima.
28 Pensiero del Buddha Shakyamuni: la natura non duale delle due verità.
29 Visione: realtà ultima.
30 Estremo dell’esistenza: l’idea che le cose esistano solo in maniera intrinseca o da sé.
31 Apparenza: Visione comune.
32 Estremo della non-esistenza: l’idea che le cose non esistano, se non in maniera intrinseca.
33 Vacuità: la vera natura dei fenomeni, non esistenti in maniera intrinseca.
34 Visioni estremiste: Nichilismo ed Eternalismo.
35 I tre aspetti principali del sentiero: Rinuncia, Bodhicitta e Saggezza.
36 Perseveranza entusiastica: sforzo gioioso nella pratica del Dharma.
37 Meta finale: illuminazione completa, stato di Buddha .
38 Figlio mio: in maniera diretta, si riferisce a Tsakhowa Ngawang Dakpa; in maniera indiretta a coloro che desiderano realizzare i tre aspetti principali del sentiero.

39 Fine supremo: lo stato di completa illuminazione, lo stato di Buddha.
40 Emozione negativa: (in tibetano nyon mong) le contaminazioni mentali quali rabbia, attaccamento, ignoranza
41 Azioni negative: (in tibetano dig pa) una disposizione mentale causata da un’azione negativa commessa.
42 Sofferenze: (in pali dukkha) la verità della Sofferenza, che ha tre livelli: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza del samsara.
43 Amico spirituale: (in tibetano ge wei she nyen, Geshe) colui che aiuta a fare azioni virtuose.
44 Madri: - tutti gli esseri senzienti sono state nostre madri. – La persona più cara e quella più giovevole.
45 Otto preoccupazioni mondane: le idee generate dal guardare attraverso gli occhi dell’attaccamento e dell’avversione, sono: piacere e dispiacere, vittoria e perdita, lode e biasimo, gloria e disgrazia.
46 Samsara: (termine sanscrito, in tibetano khor wa) attaccamento bramoso alle cose mondane che fa permanere nel circolo della sofferenza e dell’insoddisfazione.