Sunday, 29 July 2012

La Scienza del Buddhismo

La Scienza del Buddhismo
Venerabile Ghesce Gedun Tharchin

Da una conferenza tenuta a Roma il 21 novembre 2010

Oggi mi è stato chiesto di tenere una breve conferenza sul tema della scienza del buddhismo. Non so esattamente cosa significhi dire “Scienza Buddhista” nel contesto sociale e culturale dell’Occidente.
Nella lingua tibetana abbiamo un termine spesso usato nelle nostre Scritture, “Nang Don Rig Pa”. Questa è una espressione molto formale per indicare il buddhismo. Una traduzione letterale in inglese o italiano sarebbe “Scienza Buddhista”, ma il significato va ben oltre. Preso alla lettera “Nang Don” significa “Significato e valore interiore” e Rig Pa sta per “l’arte dell’apprendere”. Pertanto l’interpretazione letterale dovrebbe essere “Le arti per apprendere il significato ed il valore interiore”. Questo è ciò che il buddhismo e la scienza buddhista significano per i Tibetani.
Effettivamente il buddismo è una cultura straniera per i tibetani, perché fu adottata dall’India, dalla Cina e dal Nepal, tra 8° e 11° secolo. Durante il regno dell’imperatore tibetano Song Tsan Gampo le sue due mogli straniere, una principessa cinese ed una nepalese, costruirono i primi due tempi buddisti, il Jo Khang ed il Ramo Che a Lhasa. Essi furono costruiti per proteggere le statue del Buddha che erano state date loro dai genitori. Se uno guarda indietro nel tempo, è veramente un caso strano quello di come il buddismo arrivò per la prima volta nel Tibet!
Nell’ottavo secolo il Tibet era già una società civilmente avanzata culturalmente e politicamente. Il paese aveva successo e riusciva a competere con i paesi confinanti. I tibetani accolsero il buddismo come “Nang Don Rig Pa” ovvero come l’arte di apprendere il valore ed il significato interiore delle cose piuttosto che come una religione come noi la consideriamo in Occidente. Purtroppo col passare del tempo tutta la cultura, storia ed economia del Tibet è finito sotto la dominazione della gerarchia buddista, un po’ alla stessa maniera dell’impero romano quando finì sotto la dominazione della chiesa cristiana.
Detto questo, il vero significato del Dharma è di come il Buddha abbia fatto esperienza e realizzato in se stesso il valore e significato interiore, intrinseco della vita. Ne dette la dimostrazione agli altri per guarire l’umanità ed il mondo dalle malattie inflitte dai tre veleni della vita, l’ignoranza, l’attaccamento e l’odio.
L’arte buddhista di apprendere il valore e significato interiore della vita consiste essenzialmente di quelli che si chiamano i tre più alti principi. Questi sono la moralità, la concentrazione e la saggezza. L’addestramento a questi principi trasformano la vita umana che viene vissuta sanamente e realisticamente e col tempo eliminano completamente i veleni, conducendo ad uno stato che si chiama nirvana, una vita completamente libera dai tre veleni dei quali abbiamo parlato.
Se vogliamo iniziare il sentiero del Nang Dan Rig Pa (l’arte dell’apprendere i valori e significati interiori o intrinseci) dobbiamo cominciare riflettendo su certi aspetti fondamentali:
  • Perché vi sono tanti dolori e sofferenze nella vita umana?
  • Esistono delle cause per questi dolori e sofferenze?
  • Esiste la possibilità di vivere senza dolore e sofferenza?
  • Quale sarebbe la via migliore per ottenere questo?
Per porre queste domande in maniera giusta dobbiamo essere in una condizione spirituale di unità fra chi chiede e la risposta.
Dobbiamo noi stessi essere il medico, il paziente e l’infermiera. Questo sta alla base della ricerca per comprendere e realizzare il vero significato della vita. Storicamente il Signore Buddha ha riassunto tutta la sua realizzazione in queste quattro domande. Questa mappa per trovare il significato interiore si chiama “Le Quattro Nobili Verità”-
Per avvicinarci a questa ricerca iniziamo analizzando la prima Nobile Verità, la Verità della sofferenza Questo è un punto cruciale di meditazione e riflessione. Dobbiamo confrontarci con questo aspetto entro noi stessi, sperimentando nella massima profondità i nostri dolori e le nostre sofferenze.
Nell’applicare il Nang Don Rig Pa dobbiamo rinunciare a tutta la nostra comprensione intellettuale del dolore e della sofferenza. Dobbiamo semplicemente e direttamente “toccare” i dolori e le sofferenze di ogni giorno che passa. Veniamo costantemente torturati e non siamo riusciti a trovare una via d’uscita. Non vi è alcuno sbocco per il defatigante lavoro del nostro mondo interiore.
Però la nobile verità della sofferenza non è la sofferenza stessa. La sofferenza della quale parliamo è nella dimensione psichica e spirituale. Essa ha a che fare con pensieri e concetti erronei. Questa verità è insita nella sofferenza ma non è uguale ad essa. Il dolore è la fonte dalla quale attingiamo la verità della sofferenza. Vi è qualcosa alla quale la sofferenza si affida per avere potere su di noi ed è molto importante sapere cosa sia questa cosa se vogliamo liberarci da essa.
La scoperta e la realizzazione della verità della sofferenza ci porta naturalmente al suo sollievo. Possiamo dire che il fuoco brucia il legno, ma possiamo anche dire che il legno crea il fuoco. Il potenziale per il fuoco è inerente al legno. Così anche, mentre lo sperimentare la verità della sofferenza pone fine alla sofferenza, il potenziale per esserne sollevati risiede nella sofferenza stessa.
Un analisi di questo tipo ci porta alla seconda domanda: Quale è la causa della nostra sofferenza?
Sofferenze psicologiche e spirituali sono probabilmente i frutti di errati concetti con riguardo alla felicità che sono interconnessi ai nostri pensieri erronei. Nel buddismo vi sono quattro concetti erronei che guidano questo processo.
Noi percepiamo:
  1. Cose impure come pure;
  2. Sofferenza come felicità;
  3. Impermanenza come permanenza;
  4. Cose che non hanno un sé come sé concreti.
Questi pensieri erronei ed idee sbagliate producono un mondo illusorio che sta alla base delle miserie psicologiche umane.
Ma è possibile una felicità pura e durevole? Per rispondere a questa domanda dobbiamo riflettere sul nirvana, uno stato mentale o dimensione psicologica nella quale uno può vivere in uno stato indolore, libero dalla sofferenza. Quando ci rendiamo conto del fatto che la nostra mente attuale può essere trasformata in uno stato mentale “nirvana” questo significa che abbiamo stabilito la base del nostro viaggio verso il valore ed il significato interiore.
Una volta stabilito il fatto che la fine della sofferenza è realizzabile, procediamo per esaminare quali misure dobbiamo implementare per approdare allo stato di “nirvana”. Questo è ciò che chiamiamo “La Via della Nirvana”, quei percorsi di addestramento ad alto livello, che potremmo chiamare in lingua più semplice:
Semplicità (rinuncia), amore e comprensione, concentrazione su uno stato mentale focalizzato che può dirigere la sua energia sull’obbiettivo desiderato per intensificare la nostra capacità mentale per meglio affrontare i problemi.
La saggezza derivante da visioni corrette – come le Nobili Verità già esposte – che ci permettono di vedere la sofferenza come sofferenza, l’impuro come impuro, l’impermanente come impermanente ed ciò che è privo di sé come privo di sé.
La realizzazione di queste tre facoltà della mente porrà fine ai nostri dolori e sofferenze psicologici e ci permetterà di ottenere una libertà piena e completa che potremo dedicare alla pace globale ed alla felicità universale dell’uomo che includa tutto gli esseri senzienti.
Riuscire a realizzare i valori ed il significato interiori può essere molto facile purchè uno vi si dedichi con forte determinazione ed interessamento autentico. Non è né una mera espressione filosofica né un trucco psicologico. E’ una maniera pratica e molto solida per risolvere la sofferenza umana in tutti noi. Fondato sull’amore indiscriminato e la saggezza indiscriminata, esso viene riconosciuto sotto il nome di Dharma, Sanatana Dharma, lo Spirito Santo e tanti altri nomi. Ma nessuna parola ne può descrivere il vero significato. Uno ne può soltanto fare l’esperienza entro se stesso attraverso la forza della sua stessa determinazione e diligenza.
Buddha ha detto “Tu stesso sei tanto il tuo maestro quanto il tuo nemico” e “ I Buddha non possono eliminare le azioni negative o sollevare l’umanità dalla sofferenza. I Buddha non possono trasferire la loro realizzazione ad altri. I Buddha liberano gli esseri senzienti solo mostrando loro la Verità. “Inoltre” disse Buddha “Vi ho mostrato il sentiero per la libertà, ma se volete veramente trovarlo dovete trovarlo entro voi stessi”.


Nota: Testo originale in Inglese pubblicato sul rivista "The Middle Way Journal of the Buddhist Society, London - November 2011."

Buddhist Science

Venerable Geshe Gedun Tharchin
From a talk given in Rome 21 Novembre 2010




Friday, 27 July 2012

SOGNO E MORTE


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma


YOGA DEL SOGNO E MORTE
Geshe Gedun Tharchin

Introduzione all’essenza del Dharma
 
Lo Scopo della Pratica è quello di dare un significato alla nostra vita, abbiamo la sensazione che manchi sempre qualcosa e siamo alla ricerca di qualcosa che ci dia appagamento: il Dharma è la risposta a questa domanda.

Se siamo in grado di gestirlo correttamente il Dharma non si troverà fuori di noi, ma dentro noi stessi…..
fino ad allora la nostra vita sarà fondamentalmente un vagare vagabondi in quel posto di mezzo tra nessuna parte e qualche parte, la missione della nostra vita non sarà stata ancora compiuta, ossia, la nostra vita sarà stata sprecata. Avremo sprecato questa preziosa esistenza umana per qualcosa di inutile.
Si parla spesso di dignità umana …. ma la vera Dignità Umana è il Dharma.
Se abbiamo il Dharma dentro di noi, la nostra dignità sarà sempre lì, non arriverà da fuori, ma bisognerà coltivarla dentro di noi.

La parola DHARMA non coincide in questo caso con la parola Buddismo ma con L’ESSENZA DELLA REALTA’.

Tutto è Dharma e la realizzazione di questo Dharma dipende dalla nostra Mente In parole semplici il Dharma della nostra Vita deve essere un’esperienza gioiosa costante che si basa sulla realtà delle cose e degli eventi.

Questo Sforzo Gioioso basato sulla nostra Mente va applicato in ogni momento e luogo; sarà un’Esperienza Gioiosa nei momenti gioiosi e quando ci si troverà in un periodo difficile ……….. lo stesso.

l’Esperienza Gioiosa
 
L’ Esperienza di Gioia di cui parliamo ora non è l’esperienza convenzionale emotiva ma è (una vera “realizzazione”) basata sulla Saggezza, sulla Compassione e fintanto che le possederemo, avremo la capacità di permanere in questo stato gioioso.

Questa esperienza gioiosa ci darà la possibilità di creare un’atmosfera gioiosa utile a se stessi ed agli altri e imprimerà un grande impulso alla crescita delle qualità spirituali di tutti noi, altrimenti ci sentiremo orgogliosi quando l’esperienza è positiva e spiazzati nelle fasi negative e così non realizzeremo la vera esperienza gioiosa e non saremo veramente in grado divertirci veramente .

Lo stato vitale delle persone passa comunemente da uno stato all’altro tra eccitamento e depressione senza vera gioia mentre l’esperienza gioiosa stabile del Dharma bisogna mantenerla in tutte le fasi della nostra vita così che ogni esperienza non ci potrà far veramente vacillare o portarci fuori dalla nostra Via.
Grazie a questa protezione, potremo sempre imparare dalle esperienze pur negative.

Nel testo di Lo-jong c’è una frase che invita a stare sempre in questo stato gioioso sforzandosi di farlo diventare una costante della nostra vita perché ogni esperienza diventi costruttiva.

Essere qui in Italia, a Roma, i questo secolo è molto positivo: intelligenza, rispetto dei popoli, un discreto benessere.
Ma anche nelle esperienze veramente difficili bisogna mantenere l’esperienza gioiosa e frasi come “ non ce la faccio” (un tipico mantra italiano dice scherzando Ghesce- La …) sono inutili.
Quindi semplicemente, l’esperienza gioiosa deve essere presente nella nostra vita di tutti i giorni, nel quotidiano,
L’essenza del Dharma è nel perché noi facciamo queste cose


Utilità delle pratiche di meditazione
 
La COMPASSIONE e la SAGGEZZA sono le qualità della Mente che bisogna sviluppare attraverso le pratiche di Meditazione:
  • LA MEDITAZIONE SUL PUNTO SINGOLO
  • LA MEDITAZIONE ANALITICA
Già possediamo naturalmente la Compassione e la Saggezza ma vanno esercitate perché altrimenti, dimenticandocene, usiamo altre cose ….. e sbagliamo spesso.
Quindi il Dharma significa usare la Concentrazione e l’Analisi per ogni aspetto della nostra vita, senza usare rabbia, odio, eccitamento, pigrizia etc. Bisogna cacciare via questi stati vitali e quando si presentano dirgli: “ avete lavorato troppo, riposatevi “ ……… hanno lavorato tanto bene che bisognerà mandarli subito in …...pensione.
L’ESPERIENZA GIOIOSA è qualcosa di buono per se stessi e per gli altri.
A questo punto potremmo praticare costantemente L’ESPERIENZA GIOIOSA per tutta la vita, ma cosa significa veramente per tutta la vita? … fino alla morte???

Le quattro fasi della Vita 
 
Convenzionalmente si intende la vita dalla nascita alla morte ma la nostra Vita si può considerare divisa in quattro parti in cui troviamo:
  • LA NASCITA
  • L’INVECCHIAMENTO
  • LA MORTE
  • LO STATO INTERMEDIO (anche se per ora ignoreremo lo Stato Intermedio).
Quindi la nostra Vita è un fenomeno più complesso ed è composta da tutte e quattro queste fasi in cui ………… L’ESPERIENZA GIOIOSA andrebbe mantenuta costantemente.
Se non abbiamo abbastanza Dharma soffriamo in tutte e quattro le fasi della Vita e se non avremo sfruttato la vita per fare qualcosa di buono, avremo l’occasione di provare lo stato gioioso nella prossima vita.

Subito dopo la NASCITA inizia l’INVECCHAIMENTO.
Considerando che nel buddismo la nascita è intesa al momento del concepimento, l’invecchiamento inizia da lì.
in effetti con INVECCHIAMENTO intendiamo la CRESCITA e con questa:
  • la crescita del nostro Corpo,
  • la crescita della nostra Mente e …
  • la crescita del nostro Sapere ….
………. ma non la crescita delle nostre delusioni afflittive.

Far crescere quindi:
  • L’ESPERIENZA GIOIOSA,
  • LA COMPASSIONE,
  • LA SAGGEZZA
………. E non la sofferenza.

Quindi man mano che cresceranno le qualità spirituali decresceranno proporzionalmente le afflizioni e cresceranno la gioia che si presenterà più costantemente nella nostra vita e così che al momento della MORTE, non avremo più spazio per esperienze gioiose, …….. perché ne avremo avute abbastanza.

La differenza tra invecchiare e crescere è appunto questa: se riusciamo a morire con questa esperienza gioiosa riusciremo a entrare con esperienza gioiosa nello Stato Intermedio e quindi in una Rinascita in stato gioioso.
Questo è NIRVANA.

Nel linguaggio moderno bisogna trovare nuove parole per tradurre questa esperienza, c’è bisogno di un Buddha occidentale per tradurre queste parore difficili dal Sanscrito che non è più tanto usato nemmeno in India.

Il significato del Dharma è molto semplice, va solo tradotto nelle lingua moderna e tentare di capirlo dalle parole dei Guru indiani in India, può ingenerare molta confusione.
Dharma era stato tradotto all’inizio in inglese come Verità ma ad oggi possiamo affermare che non esiste più una vera traduzione.
In tibetano per esempio esiste un vocabolo che esprime i concetti compresi di quella parola sanscrita, ma se in italiano non esiste una traduzione univoca, vuol dire che qui in Italia, non si è ancora ben capito cosa sia il Dharma. Bisogna allora capire l’ESSENZA DEL DHARMA così difficile da capire.
Il Dharma è quindi questa esperienza gioiosa che va coltivata ed espressa per tutta la Vita intesa come insieme di tutte e quattro le sue fasi .
Ma come fare ?
….. come possiamo morire facendo della morte un’Esperienza Gioiosa per entrare nello Stato Intermedio e poter Rinascere in Stato Gioioso?
Questo dipende dalla capacità di invecchiare o crescere con questa esperienza gioiosa, le due facce dell’invecchiamento.

Noi dormiamo per la metà della nostra vita e dormire come Esperienza Gioiosa è molto importante perché influisce molto sul nostro stato di veglia e questo dipende dalla nostra capacità di vivere da svegli l’esperienza gioiosa.
È da svegli il momento migliore per fare i conti col Dharma, questo influenzerà positivamente il sonno e da qui influenzerà positivamente il momento della Morte, biondi da qui l’esistenza nello Stato Intermedio fino alla Rinascita con l’Esperienza Gioiosa che è la cosa più difficile.

Se riusciamo a mantenere l’Esperienza Gioiosa si potrà scegliere la nostra Rinascita.
Tutto è collegato alla nostra Mente e Corpo presenti che sono già passati in queste fasi, non dobbiamo pensare a qualche Terra Pura per scappare dal Samsara.
Il Dharma è libertà spirituale non fisica.

Dominare se stessi, questa è la capacità del Dharma, così si può permanere nel Samsara perfettamente.

Praticare il Dharma di giorno e di notte
 
L’elemento chiave della pratica del Dharma, e per Dharma intendiamo l’Essenza (come Consapevolezza e Introspezione ) così come abbiamo detto questa mattina, è l’essere in grado di far permanere l’Esperienza Gioiosa di giorno e di notte. Questi due fattori chiave sono le due cause/condizioni necessarie.

Per Consapevolezza intendiamo quindi la capacità di riportare alla Mente l’Esperienza Gioiosa alla quale ci siamo riferiti finora… ed è molto importante avere conoscenza dello stato che vogliamo mantenere. Anche le esperienze che vogliamo vivere in futuro andrebbero (“conosciute” ?) con forte determinazione a patto che questa forte determinazione sia sempre supportata dalla Consapevolezza e dalla Concentrazione.
La Concentrazione è la forma vivente della Consapevolezza, è la Consapevolezza orientata ad un obiettivo singolo. Bisogna poi fare in modo che abbia continuità tramite l’aiuto della Introspezione.
L’alta qualità che dobbiamo raggiungere è l’Osservazione Analitica, che è un’altra forma di Consapevolezza.
Queste due fasi fanno parte della stessa pratica:
  • Concentrazione per un tempo prolungato;
  • Analisi di tematiche diverse.
C’è molto lavoro da fare, mentre il primo ostacolo alla Concentrazione è la pigrizia, l’ostacolo maggiore alla corretta Osservazione Analitica è l’ignoranza.
Col supporto quindi della Consapevolezza e dell’Analisi potremo mantenere viva l’Esperienza Gioiosa in tutte le fasi della nostra vita quotidiana.

Essere in grado di mantenere questa Esperienza Gioiosa in stato di veglia è necessario per portare questo stato nella fase di sonno, tanto che se pure non avessimo questa intenzione questo accadrà comunque.
Non è comunque assolutamente utile pensare di praticare solo durante il sonno, sarebbe un’illusione, una buona pratica durante il sonno è solo il risultato di una buona pratica durante il giorno.
Durante il giorno infatti i nostri sensi sono svegli e manifesti, e da loro abbiamo una collaborazione, mentre dormiamo invece, essi sono temporaneamente inattivi ed è quindi più difficile mantenere la nostra pratica.

Le correnti grossolane 
 
Durante la giornata le correnti grossolane che attraversano i nostri sensi sono attive e la manifestazione di queste inizia in un punto sito al centro della nostra fronte.
Queste correnti, chiamate “venti”, percorrono il nostro corpo e, quando ci addormentiamo si ritirano nel chacra sito sulla fronte quindi queste correnti si dissolvono e si concentrano in questo punto d’origine per poi scendere attraverso la gola fino al nostro cuore. Solo allora dormiamo profondamente.
Quando il flusso sta passando nella gola il sonno è più leggero ed è il momento in cui sognamo, mentre quando arrivano al punto sulla fronte significa che ci stiamo svegliando, quindi si riattivano le correnti che sono in relazione con i nostri sensi .

Addormentarsi e risvegliarsi correttamente
 
Di solito ci addormentiamo spontaneamente, ma questo non è un buon modo se davvero vogliamo portare una buona pratica nel nostro sonno.
Occorre invece addormentarsi in modo intenzionale per via della propria volontà e, per farlo, dobbiamo essere in grado di portare queste cinque correnti al centro del cuore, attraverso la gola (dove avremo sogni consapevoli che stiamo sognando, poi di nuovo intenzionalmente riportarle attraverso la gola, nel punto al centro della fronte per poi risvegliarci.
Quando siamo in grado di addormentarci e svegliarci in modo controllato, allora si è giunti ad un punto in cui si può mescolare la pratica tra veglia e sonno.
Ma come fare ? … Nel modo più semplice, sviluppando forte concentrazione e forte determinazione.

L’importanza dei sogni
 
Svegliandoci, potremo ricordare i segni o dormendo essere consapevoli che stiamo sognando. Queste esperienze sono il prodotto di forte Volontà, Concentrazione e Consapevolezza.
Un punto importante è che queste pratiche siano intraprese con Intenzione Dharmica, se si perde Intenzione Dharmica, tutti gli esercizi diventano fantasie inutili, e per questo abbiamo dovuto fare una lunga premessa a proposito dell’essenza del Dharma. Solo grazie a questa intenzione, si potrà portare anche nei nostri sogni questa essenza.
Forte concentrazione, forte determinazione, Consapevolezza, sono utili in fase iniziale per ricordare da svegli le esperienze di Dharma fatte durante i sogni o, in sogno, ricordare l’esperienza di Dharma fatte durante il giorno.
Questo è lo Yoga del Sogno.

La morte
 
Se come abbiamo già accennato per avere una buona Rinascita in stato di Esperienza Gioiosa è necessario sperimentarla anche nello Stato di Morte e poi nello Stato Intermedio, così durante la morte sarà necessario far sorgere quella Esperienza Gioiosa propria del Dharma con le modalità che si saranno via via acquisite in vita con l’esercizio della pratica dello Yoga del Sogno.
Cosa ci serve di più? … Questo è il Dharma, l’Essenza di tutti i fenomeni. Dire che il Dharma viene dall’india o dal Tibet, significa non aver capito nulla a proposito del Dharma.
Questa genuina esperienza di gioia non è grossolana allegria, ma fa tesoro di quella bontà e positività che possiamo trovare in noi stessi e negli altri durante lo stato di veglia, esperienza che poi trasporteremo nel sonno ed eventualmente durante la morte per permetterci una rinascita positiva.
E’ significativa l’esperienza di Ghandi che nel momento del suo assassinio, restò calmo, rilassato, non perse mai la sua concentrazione e la sua determinazione, non manifestando il minimo cenno di cattivi pensieri.
Questo è lo Yoga della morte.

Pensare di ottenere pari realizzazioni, rivolgendosi a divinità mortifere tibetane vestite alla tibetana col relativo apparato scenografico di suoni e colori è pura fantasia.
Ma allora bisogna diventare tutti Lama tibetani?… No questo non è possibile solitamente, ma lo scopo comune non è questo, l’importante è che l’unica cosa su cui concentrasi sia l’esperienza del Dharma.

Ma le pratiche tantriche non sono necessarie quando ci si limiti a praticare la Compassione, la Rinuncia , la Saggezza.
E’ importante paragonare la nostra pratica sul nostro livello, ma non con la pratica di Marpa o di Nagarjuna, oggi dobbiamo confrontarci con la società del nostro tempo.
Bisogna diventare Lama da soli come h fatto Ghandi che è il modo migliore …. e più economico. E’ importante diventare Lama da soli per potersi offrire.
Il Dalai Lama disse:  Se volete fare un’offerta, fatela a voi stessi. Se volete portare rispetto, portatelo a voi stessi.

Infine, l’importante non sono le correnti o i venti, ma la pratica essenziale, è il mantenere la consapevolezza durante la Veglia, il Sonno, la Morte … e la Rinascita.




Saturday, 14 July 2012

Boddhicitta e generosita’




Boddhicitta e generosita’

Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma



Insegnamento di Geshe Gedun Tharchin



L’argomento di oggi è la bodhicitta. Comunemente riferendosi ad essa, si intende quella convenzionale, cioè l’aspirazione ad ottenere l’illuminazione per poter aiutare tutti gli esseri senzienti a raggiungere lo stesso obiettivo.

Ma nei testi, nei sutra e nei commentari, si fa spesso riferimento a due diverse bodhicitta:

1. la bodhicitta convenzionale;

2. la bodhicitta ultima, cioè la mente dell’illuminazione che ha realizzato la comprensione della vera natura della realtà.

Un’altra definizione che viene data è:

1. il metodo, che corrisponde alla bodhicitta convenzionale;

2. la saggezza, che corrisponde alla bodhicitta ultima.

E’ dunque sempre necessario distinguere a quale delle due bodhicitta ci si riferisce.

La bodhicitta convenzionale si presenta a sua volta su due livelli:

1. Il livello dell’aspirazione;

2. livello dell’impegno.

La bodhicitta dell’aspirazione sottintende che ancora non si abbia un impegno in alcun tipo di pratica, essa rimane al momento solo su un piano ideale. Ma quando la bodhicitta penetra profondamente nel cuore si trasforma nell’impegno della pratica.

A volte leggiamo riguardo ai Bodhisattva, che c’è un’aspirazione, un sentiero del Bodhisattva e ciò corrisponde sia al livello dell’aspirazione che a quello dell’impegno. La bodhicitta dell’aspirazione si manifesta a livello mentale, mentre quella dell’impegno consiste nell’applicazione nelle sei perfezioni, o paramita.

Santideva, nel Bodhicaryavatara, chiarisce questo concetto con questo esempio: “la bodhicitta dell’aspirazione corrisponde al desidero di recarsi in un determinato luogo e la bodhicitta dell’impegno è invece l’ andare concretamente, il movimento verso quel luogo”. Onde evitare fraintendimenti e confusione è importante riconoscere, leggendo sui testi argomenti riguardanti la bodhicitta, a quale di queste suddivisioni essa appartiene.

Riassumendo: la bodhicitta è suddivisa in bodhicitta convenzionale e bodhicitta ultima.

La bodhicitta convenzionale è a sua volta suddivisa in bodhicitta dell’aspirazione e bodhicitta dell’impegno.Bodhicitta è uno dei termini più importanti della pratica mahayana, che ne comprende tutti e tre i livelli. Con la bodhicitta dell’impegno ci si riferisce all’applicazione delle sei paramita e delle dieci paramita. La pratica della bodhicitta è inclusa nelle sei paramita perché tutte le qualità del Buddha risultano dalle due accumulazioni. Le sei paramita costituiscono la completezza delle cause per realizzare le qualità del Buddha. Tutte le qualità del Buddha risultano dalle due accumulazioni e le due accumulazioni sono completate dalle sei paramita.

La pratica del Bodhisattva e la bodhicitta dell’impegno si attuano con le sei paramita. Delle sei paramita, le prime cinque: la generosità, l’etica, la pazienza, la perseveranza entusiastica e la concentrazione sono accumulazione di meriti, la sesta, la saggezza costituisce accumulazione di saggezza.

La generosità è l’offrire il proprio corpo, i propri beni e le proprie virtù a tutti gli esseri dei tre tempi, senza avere alcun attaccamento.

La generosità presenta tre livelli:

1. la generosità dei beni materiali;

2. la generosità del Dharma;

3. la generosità della protezione.

Nel testo di Geshe Potowa la generosità materiale viene spiegata con cinque esempi: Il primo è conosciuto come “la pelle del serpente”. Quando il serpente cambia pelle lascia quella vecchia dove si trova e se ne va senza alcun attaccamento. Ciò significa che quando si dona qualcosa non è bene voltarsi indietro rimpiangendo ciò che si è lasciato, ma bisogna allontanarsi, senza attaccamento, come il serpente.

Il Bodhisattva non ha attaccamento alcuno e, per quanto ci riguarda, la generosità non consiste solo nel dare oggetti ma soprattutto nel non esserne attaccati. Questa è l’essenza della generosità.

Un altro esempio che risale a tempi molto antichi, parla di due uomini in competizione tra loro per dimostrare chi dei due fosse più generoso. Entrambi offrivano tutto ciò che avevano fino a quando uno dei due, rimasto senza nulla, decise di abbandonare anche i desideri e divenne monaco. Nella rinuncia totale, senza più attaccamento alcuno, nemmeno al concetto di generosità, divenne naturalmente il vincitore.

Il secondo esempio riguarda gli animali selvatici della foresta che non hanno possedimento alcuno, costretti a vagare continuamente senza riparo; similmente, la generosità del Bodhisattva è lasciare ogni cosa, non possedere nulla, nemmeno un posto sicuro in cui poter riposare.

I terzo esempio narra di un proprietario di case, tanto ricco quanto avaro. Un giorno però qualcuno gli fece notare che la sua generosità consisteva nel dare passando le ricchezze da una mano all’altra di se stesso. Resosi conto dell’inutilità del suo agire, cambiò e divenne una persona molto generosa. Con ciò si intende che ognuno può praticare la generosità, sempre, anche cominciando con il dono di piccole cose.

Il quarto esempio riguarda un monaco avido, attaccato ai propri beni e con grandi desideri di possederne sempre di più. Un suo amico, stanco di un atteggiamento così stolto, un giorno gli disse: “io ti offro tutte le cose che ho a patto che tu non ne desideri il possesso, fino a quando però tu dici che vorresti quello o quell’altro io non ti darò nulla.” Allora il monaco, riflettendo sulle parole dell’amico, cambiò veramente atteggiamento interiore e dicendo sinceramente a se stesso “non voglio nulla, non desidero nulla”, trasformò il proprio atteggiamento mentale e divenne una persona buona e generosa. Pure questa è pratica della generosità.

La generosità dunque può nascere anche dalle parole. Un’altra storia riguarda Atisha che, essendo venerato da molti, riceva ingenti offerte. I suoi discepoli, incuriositi gli domandarono che cosa ne avrebbe fatto ed egli rispose serenamente che, per quanto lo riguardava, egli non aveva ricevuto alcuna offerta, allora ressi insistettero: “dunque a chi darai tutte queste cose?” Allora Atisha, che era particolarmente esperto nella pratica della generosità, disse: “non importa a chi si da, quello che realmente conta è il dare.”

Nell’azione della generosità ci sono tre soggetti:

1. la persona che dona, il donatore;

2. l’oggetto della donazione;

3. l’atto del donare.

Bisogna comprendere bene che tutti e tre i soggetti sono vacuità. La vacuità è la loro realtà vera. Questo è il modo di praticare la generosità dei beni materiali.

Un’altra storia riguarda un Lama in India, che riceveva molte visite di persone provenienti dai villaggi vicini, ma lui non aveva nulla di materiale da offrire, né cibo, né altro, allora dava loro insegnamenti di Dharma.

Nell’insegnare il Dharma la generosità del Dharma sorge dalla bodhicitta dell’aspirazione e, il Lama, nello stesso momento, riconosce in tutti gli esseri senzienti la natura del Buddha, consapevole che le oscurazioni mentali che essi possono mostrare sono temporanee. L’insegnamento del Dharma ha l’obiettivo di dissolvere le oscurazioni mentali temporanee delle persone che ricevono tale dono, in modo che possa essere liberata la realtà ultima, la natura di Buddha, già viva e presente in ognuno..

Questo è il modo di praticare la generosità del Dharma.

La generosità del Dharma consiste nel chiarire, nello spiegare il Dharma e vi sono tre diversi modi per farlo:

1. Dare l’aspetto terminologico, linguistico del Dharma;

2. Dare il significato del Dharma;

3. Dare i testi del Dharma.

Se si è ancora lontani da elevate realizzazioni suggerisco di non tentare di dare agli altri insegnamenti di Dharma, ma di concentrarsi nella purificazione della propria mente.

Nell’antica India c’era un monaco molto generoso, gentile e compassionevole che leggeva i testi del sutra, non per insegnarli ad altri, ma per la propria realizzazione spirituale, però mentre lui leggeva c’erano nell’aria esseri invisibili che ascoltavano, traendone grande beneficio; questo è Dharma. Quindi anche se pratichiamo il Dharma, leggiamo i sutra per il nostro avanzamento spirituale, se lo facciamo con compassione, amore e gentilezza, automaticamente esso diventa generosità del Dharma.

Quando si legge il Dharma con lo spirito della generosità del Dharma, automaticamente, gli esseri invisibili, i naga, che ascoltano ne sono felici e ci aiuteranno.

La terza generosità è la generosità della protezione. Se una persona con importanti realizzazioni protegge gli altri e opera per il loro benessere, conforta e rende naturalmente felici tutti coloro che hanno la fortuna di incontrarla. Mettendo in atto la generosità della protezione verso animali, persone, o chiunque sia meno capace di noi, rendiamo automaticamente felici tutti questi esseri con la sola nostra presenza. La generosità della protezione è offrirla chi è meno capace, meno potente, e infonde a tutti gioia eliminando ogni paura. Questo è il saper dare la generosità della protezione.

Un esempio evidenzia questo concetto: Se ci trovassimo soli, in una regione deserta, sconosciuta, nota per la presenza di banditi e rapinatori, e vedessimo in lontananza avvicinarsi una persona sconosciuta avremmo una immediata reazione di paura, ma quando, nell’avvicinarsi, riconoscessimo in essa un monaco o un prete ci sentiremmo subito rassicurati. Poter trasmettere questa sensazione ad altri è la generosità della protezione.

Geshe Kadampa Potowa era molto abile nel trasmettere il Dharma usando una gran quantità di chiarissimi esempi. Tutto il Lamrim e il Lojong viene così insegnato in questo testo.

Abbiamo presentato la generosità dei bei materiali, del Dharma e della protezione attraverso esempi semplici e chiari e questo è un metodo molto originale ma efficace di spiegare il Dharma. Alcuni esempi sono strettamente connessi alla cultura tibetana e forse non è sempre facile darne una spiegazione esauriente, in ogni caso sono importanti, non dimentichiamoli.

Lama: Qual’era il primo esempio?

gruppo: la pelle del serpente..

Lama: Si, i primi cinque esempi appartengono alla generosità dei beni materiali, poi ne abbiamo due per la generosità del Dharma e altri due per la generosità della protezione. Il secondo esempio?…. Il primo esempio era la pelle del serpente, il secondo gli animali selvatici che non posseggono alcun rifugio, il terzo è il proprietario di case, il quarto il monaco con tantissimi desideri, c’è poi l’esempio di Atisha che insegna con grande abilità l’importanza del dare indipendentemente dagli esseri a cui si da, e, infine, l’esempio delle persone in competizione per il primato di generosità finché uno dei due, divenendo monaco, risulta essere il vincitore.

Il titolo dell’interessante testo di Geshe Potowa potrebbe essere così tradotto: “L’unione dei gioielli degli esempi del Dharma”, è l’unico insegnamento dato esclusivamente con esempi.

Un esempio si chiama “Ama nga yin” che significa, “Madre, sono io” e narra la storia di una pigra ragazza che, sposandosi, era andata a vivere nella casa del marito, ma un giorno, afflitta, torna a casa dalla madre e dice “mamma io ho molti problemi”. Ciò significa che, se entrando nel Dharma incontriamo troppe difficoltà, è un segno che non abbiamo sufficiente accumulazione di meriti.

Un giorno un giovane monaco giovane andò da Geshe Potowa e gli chiese come riuscisse a trovare esempi tanto semplici quanto chiari e comprensibili nel suo insegnamento e lui rispose tranquillamente: “io ricevo questi esempi dal maestro Prajna”. Ma, ci domandiamo, chi è il maestro Prajna? Infatti egli non esiste nel mondo fisico, con questa risposta Geshe Potowa si riferiva alla propria conoscenza personale, al maestro interiore.

Ciò significa che se noi sappiamo avere consapevolezza della realtà esterna appariamo agli altri come maestri e questo è un segno di avere una buona comprensione del Dharma.

Gli esempi raccolti nel libro di Geshe Potowa sono scaturiti direttamente dalla sua coscienza e io sono assolutamente affascinato da questo metodo di insegnamento; è divertente usarlo nel contesto tibetano, ma trasporlo nella realtà occidentale può essere davvero complicato, chissà, forse un giorno riusciremo a trovare esempi italiani altrettanto incisivi e diventare come Geshe Potowa!….

Grazie.










Thursday, 12 July 2012

I principi della Dharma


Serie di lezione tenuta al Istituto Lamrim, Roma


I principi del Dharma 



Geshe Gedun Tharchin


"..è importante condividere questo valore con generosita', con altruismo in un’attitudine che potenzia il proprio sviluppo; la condivisione e' il metodo con cui accrescere ogni qualita' in se stessi, risponde alla natura interdipendente, alla legge di causa effetto, ma per poterlo fare e' necessario innanzitutto riconoscerlo, e cio' non e' affatto facile, - come individuarlo dunque' Il valore e i principi coincidono, il valore umano e' la dignita', e' tutti i principi di vita che costituiscono una risorsa indispensabile alla stabilita' mentale e che in questo contesto sono il Dharma, parola sanscrita intraducibile; riconoscere il proprio valore e' riconoscere il Dharma, non come entita' esterna, ma in se stessi, un impegno veramente arduo, attuabile solo tramite la meditazione, la riflessione, la contemplazione. 


Verificando il proprio cuore sara' possibile riconoscere il proprio Dharma, ma cos’e' questo cuore' certamente non ci si riferisce a quello fisico, bensì' all’attitudine spirituale di amore e compassione, il più' elevato significato nell’esistenza umana.Non e' facile discernere in se stessi il Dharma, non si tratta di avvertire le emozioni in tutta la loro potenza, di seguire sentimenti effimeri, si tratta di amore vero, autentico, stabile, e' il principio della propria vita, la dignità', e deve necessariamente essere condiviso con gli altri in ogni momento e in tutte le ordinarie attività' quotidiane.Cosa sono l’amore e la compassione universali' non certamente il sentimento che proviamo nei confronti delle persone care, vanno ben oltre, sono una realtà' solida, genuina, duratura, gia' presente in ognuno di noi, dobbiamo soltanto discernerne i segnali e nutrirla, farla crescere.

Noi siamo costantemente turbati dalla sofferenza, dai dispiaceri, dai dubbi, dall'insoddisfazione, dal rancore, dall'attaccamento, poiche' non abbiamo ancora realizzato in noi stessi l’amore universale e la generosità' altruistica, dunque l’insoddisfazione incessante che ci sfinisce non e' causata dalla mancanza di oggetti materiali, dalla impossibilita' di realizzare i desideri mondani, bensi' dall’assenza di amore e compassione.Non pretendiamo di possedere la perfezione dell’amore di Dio o di Buddha, e' sufficiente sviluppare il nostro piccolo amore umano, purché' sia puro, altruistico, disinteressato, disponibile, dobbiamo abbandonare la rincorsa affannosa e quasi esclusiva verso gli oggetti mondani, poiche' in questo modo incrementiamo e rafforziamo soltanto la frustrazione di desideri futili e regolarmente inappagabili.La nostra vita e' nella natura di sofferenza, e amore e compassione sono l’elemento essenziale che vi imprime un senso profondo, altrimenti tutto sarebbe davvero inutile e sprecato nell'illusione.

La sofferenza e' inevitabile, ogni istante ne e' impregnato, dobbiamo semplicemente imparare a vederla, a meditarla, malgrado l’attitudine mondana della società' moderna suggerisca esattamente il contrario, escogiti ogni mezzo per evitarla e inventi oggetti sempre piu' sofisticati utili a stordirsi, ignorando che questo e' il metodo sicuro per affondare sempre più' nelle sabbie mobili della sofferenza stessa.E’ invece importante esercitarsi quotidianamente ad osservare la sofferenza, a scavare in se stessi, e ogni sera fermarsi a contare, ad analizzarne la quantità', le tipologie, sapendo che questo e' la difficolta' fondamentale dell’umanita'.Oggi si investiga minuziosamente nei molteplici campi della scienza, ma nessuno vuole affrontare seriamente una ricerca sull’infelicita' che pure e' la causa prima di ogni problema nella condizione umana, la medicina moderna ad esempio rivolge spasmodicamente ogni energia per nascondere, per negare l’esistenza del dolore, e in questo modo l’aumenta a dismisura. 

La malattia fa paura a tutti, ma non serve a nulla nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, dobbiamo accoglierla come parte della vita, cosi' come la morte.Ognuno deve compiere questa ricerca in se stesso, non e' possibile meditare sulla sofferenza altrui, e' necessario osservarla nella profondità' del proprio essere.Una domanda essenziale che dobbiamo porci e': “ Perché' l’amore e la compassione sono importanti'” - “Per darci ricchezze e beni'” - No, affatto, in quanto la vita e' natura stessa di sofferenza e soltanto l’amore e la compassione sono in grado di rendere gioiosa questa innata condizione.E' sbagliato considerare la sofferenza come evento esclusivamente negativo, frutto del peccato; qualsiasi azione e' permeata da insoddisfazione, da malattie sempre più' misteriose e diffuse, da pene immense e dunque dobbiamo affrontare questa realtà  consapevolmente, vivendo ogni istante di vita pienamente, accogliendone il senso profondo, sapendo che e' preziosa occasione di crescita.

Non servono a nulla le sovrastrutture, le etichette dietro cui si barricano le confessioni religiose, l’unico messaggio autentico di Buddha, di Cristo, di Dio, e' amore e compassione. Esiste un ulteriore motivo che imprime la natura di sofferenza alla vita, ed e' l’impermanenza di tutte le cose.E’ un errore comune e grave quello di proiettare le proprie paure e i desideri su un futuro ignoto, temere l’inferno e aspirare al paradiso. L’inferno e il paradiso sono già' qui, questa e' la nostra opportunita' per comprendere, per vivere pienamente, cosa avverrà' dopo la morte nessuno lo sa e non ha importanza, cio' che conta e' non sprecare la meravigliosa opportunità' della vita presente e concreta.Riconoscere la natura di impermanenza della realta' e' fondamentale, tutto e' impermanente, noi sprechiamo l’intera esistenza per rincorrere le ricchezze, il denaro, illudendoci che questo sia il senso della vita, ma in un solo istante tutto svanisce, il nostro stesso corpo e' fragilissimo.

La principale causa di sofferenza e' ritenere che cio' che appare ai nostri sensi sia permanente, mentre ogni evento si trasforma, vola via in un soffio, si e' appena nati e gia' si comincia a morire. L’attaccamento a queste illusioni e' innaturale e per questo soffriamo, la nostra vera natura e' dare, condividere con compassione, con amore universale, tutti siamo allo stesso livello, non c’e' ragione di alimentare emozioni distruttive quali l’invidia, la gelosia, la rabbia, l’attaccamento, ogni essere e' immerso nell’identica condizione di sofferenza.

Non dobbiamo meditare per raggiungere l’illuminazione o il nirvana il piu' presto possibile, ma piuttosto fermare il pensiero, giorno e notte, sulla sofferenza dell’umanita' che tutto permea in assoluta equanimita' e sviluppare autentici amore e compassione, cosi' e' stata la vita di Gesu' Cristo, di Buddha, di San Francesco e di tanti altri. Questo significa trasformare la vita nei principi e nel valore del Dharma. La morte e resurrezione del Cristo rappresenta la sofferenza dell’umanita', la vita e' sofferenza, e' chiarissimo e immenso il messaggio del crocifisso anche se purtroppo molti cristiani, chiusi in una visione fanatica, lo fraintendono non comprendendone l’essenza vasta e completa. 

E' fondamentale e magnifico meditare sul significato profondo della passione, crocifissione e resurrezione di Gesu' Cristo, i tre elementi fondamentali del cristianesimo. La sofferenza si trasfigura nella resurrezione, nel paradiso, nella purezza, il dolore si tramuta in amore; il meccanismo e' questo, non si tratta di miracoli lontani, di magia, di sublimazioni, mostra in completezza assoluta la realta' della natura di sofferenza della vita umana e si trasforma nella natura amorevole della compassione; dalla croce alla resurrezione.

E’ essenziale meditare consapevolmente e incessantemente sulla natura di sofferenza della vita e sull’impermanenza della realta' sapendo che tutto e' uguale, perfettamente equanime, perché' ignorare questo significa andare incontro a tragedie ben più' devastanti, ad esempio i terremoti ci sono sempre stati sulla terra, ma ora a causa dell’avidita', degli interessi del mercato, quando accadono provocano un’infinita' di morti. Un tempo in Tibet si viveva in una tenda con qualche yak e capra, serenamente, e quando succedeva un terremoto nessuno si faceva male, ora invece morte e distruzione sono incalcolabili, le case mal costruite crollano seppellendo tutto. Questo e' soltanto un piccolo esempio, ma tutto il comportamento umano egocentrico e insensato sta provocando danni inimmaginabili.


Sunday, 8 July 2012

Gli Otto Versi della Trasformazione della Mente



Gli Otto Versi della Trasformazione della Mente
di Kadampa Geshe Langri Tanga

1. Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri
per realizzare il fine supremo1
possa io costantemente prenderli a cuore.

2. Quando sarò con gli altri,
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

3. Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa2
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.

4. Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative3, sopraffatti da sofferenze4,
avrò sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

5. Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

6. Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale5.

7. In breve, direttamente e indirettamente, offro
Ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri6;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

8. Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane7,
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsara8.

Note:
1 Fine supremo: lo stato di completa illuminazione, lo stato di Buddha.
2 Emozione negativa: (in tibetano nyon mong) le contaminazioni mentali quali rabbia, attaccamento, ignoranza
3 Azioni negative: (in tibetano dig pa) una disposizione mentale causata da un’azione negativa commessa.
4 Sofferenze: (in pali dukkha) la verità della Sofferenza, che ha tre livelli: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza del samsara.
5 Amico spirituale: (in tibetano ge wei she nyen, Geshe) colui che aiuta a fare azioni virtuose.
6 Madri: - tutti gli esseri senzienti sono state nostre madri. – La persona più cara e quella più giovevole.
7 Otto preoccupazioni mondane: le idee generate dal guardare attraverso gli occhi dell’attaccamento e dell’avversione, sono: piacere e dispiacere, vittoria e perdita, lode e biasimo, gloria e disgrazia.
8 Samsara: (termine sanscrito, in tibetano khor wa) attaccamento bramoso alle cose mondane che fa permanere nel circolo della sofferenza e dell’insoddisfazione.

Wednesday, 4 July 2012

La prospettiva inter-religiosa di Gandhi



La prospettiva inter-religiosa di Gandhi 


Introduzione

Cercare la verità è una naturale aspirazione umana, un risultato dell'intelligenza e della mente umane: queste qualità rendono gli esseri umani superiori agli animali. Tuttavia, le differenti condizioni umane rappresentano molte diverse esperienze e conoscenze e queste portano con sé varietà di vite e reciproche interazioni tra soggetti ed oggetti; ognuno ha, quindi, molti strumenti per investigare fatti e verità, al meglio delle proprie capacità. Di conseguenza, il riconoscimento delle realtà e del vero modo di ricercare esse sono i principi generali per fondare una religione, una fede o un Dharma. 

Effettivamente, Buddha stesso insegnò le Quattro Nobili Verità nel suo primo discorso. I molti fondatori religiosi credevano che la Verità è il solo fenomeno che può soddisfare il naturale umano desiderio. Loro credevano che lo stato ultimo della felicità della mente è realizzabile, e che gli esseri umani hanno il potenziale sufficiente per raggiungerlo tramite le proprie esperienze. Inoltre loro credevano che ogni essere umano è responsabile del piacere degli altri e che il benessere di un essere umano deve considerare come bene gli altri. 

Loro credevano anche che lo stato naturale delle cose è basato su una ed ultima realtà. Per esempio Buddha dice che la realtà ultima è la vacuità, giacché tutti i fenomeni sono vuoti di un'esistenza intrinseca in loro stessi. Gesù dice che l'universo è una creazione di un ultimo vero Padre. Di conseguenza tutti i fondatori religiosi avevano una pura e gentile motivazione e i loro insegnamenti divennero questa grande risorsa per la felicità umana.  Quindi io credo che rispettivamente ogni religione ha il potenziale di dare gli opportuni insegnamenti per guadagnare la pace della mente, se seguita come un'eccezionale sentiero spirituale. Naturalmente ogni essere umano ha il diritto e la possibilità di addestrarsi con tutte le diverse religioni affinché sviluppi una pratica religiosa organica e personale. Io non intendo dire né che tutte le religioni dovrebbero essere unificate, né che tutti gli esseri umani dovrebbero studiare e praticare tutte le religioni. Bensì, io sto sottolineando un importante concetto: le persone non dovrebbero considerare le religioni come contrapposte l'un l'altra o intoccabili.

Le persone devono considerare le religioni come risorse di felicità e non come la distruzione di essa. Ogni qualvolta il nome di una religione diventa sinonimo di distruzione, ciò non accade per causa della religione o del suo fondatore, ma a causa delle persone che fraintendono il significato e l'uso della religione.

Ma come portare tutte le differenti religioni insieme negli studi e nella pratica di un singolo essere umano? Io vorrei spiegarlo qui parlando di Gandhi e della sua vita. Gandhi nacque in una famiglia Hindu e fu educato sia in Occidente sia in Oriente. Accanto ai suoi studi accademici, egli considerò la pratica religiosa come un grande compito della sua vita e studiò le differenti religioni ogni volta e dovunque ne aveva l'opportunità. Egli praticò religioni diverse appena poteva. Noi consideriamo Gandhi come un mente veramente grande e intelligente, mossa da pura conoscenza umana Lui credeva che il valore di una religione ha fondamento sulle basilari buone qualità umane. Per valori umani intendo mente compassionevole e senso del perdono. Se qualcuno fallisce in queste qualità umane basilari, lui o lei non otterrà mai alcun beneficio da una fede religiosa. 

Perciò coltivare i valori umani fondamentali è il primo dovere di una persona religiosa. Le qualità umane fondamentali sono la porta per iniziare una genuina pratica religiosa. Allo scopo di raccogliere differenti studi religiosi in una sola vita umana, una persona dovrebbe capire i concetti delle diverse religioni e, per questo, i seguaci delle varie religioni dovrebbero incontrarsi e studiare insieme per il beneficio e la comprensione reciproci. Questa è la principale ragione per cui promuovere il dialogo e gli incontri interreligiosi è molto importante nel mondo odierno. Io considero la vita di Gandhi e il suo insegnamento come la migliore via e motivazione per attuare un così importante compito. A causa dell'assenza di un'apertura e di buon cuore, molte persone del mondo oggi soffrono per sentimenti di insoddisfazione, malinconia e senso di insicurezza. Così, promuovere valori umani più profondi è un insegnamento di cui oggi il mondo ha bisogno. 

Inoltre, la promozione di un'armonia tra le diverse religioni è essenziale per sviluppare le umane qualità. Allo scolpo di sviluppare una reale armonia tra le differenti religioni, base di una reciproca comprensione, noi dobbiamo promuovere maggiore comunicazione e interazione tra quelle diverse religioni. Perciò oggi il dialogo interreligioso è un compito e un bisogno essenziale.

I valori umani essenziali stanno a significare che per sua natura, effettivamente ognuno ha lo stesso desiderio di felicità e stesso diritto di realizzarlo. Un'altra verità è che la felicità dipende dall'aiuto degli altri o dal loro supporto, e dalla loro gentilezza. Quindi, giacché noi siamo esseri umani in una società umana, dobbiamo vivere nello sforzo comune del reciproco beneficio Di conseguenza, noi dobbiamo occuparci o dovremmo pensare al benessere degli altri, avere il cuore aperto e capire la realtà



Gandhi e le religioni del mondo


Consideriamo Gandhi come un uomo universale che aveva una fede costante negli immortali valori umani e denunciava tutti i tipi di barriere: geografica, razziale, culturale ecc. Riguardo alle diverse religioni nel mondo egli credeva profondamente che: "Tutte le religioni hanno una sorgente e nessun uomo ha il diritto di dire che la sua è la migliore, o che sia la sola vera forma di credo".

L'induismo di Gandhi era una religione con una prospettiva universale. Egli si lasciò influenzare da tutte le culture, e rifiutò di ridurre la sua eredità culturale a una visione ristretta della vita e degli eventi
Gandhi credeva nella grandezza di tutte le religioni. Egli dice: "Io credo la verità fondamentale di tutte le grandi religioni del mondo". Ogni qualvolta Gandhi ne aveva l'opportunità, egli citava le sacre scritture Hindu, Islamiche e cristiane alle riunioni di preghiera. Gandhi provava a capire e adottava ogni cosa che trovava essere di valore nelle altre religioni. Lui credeva in tutti i grandi profeti e santi. Lui proclama: "Il mio induismo non è settario. Esso include tutto ciò che io so essere il meglio nell'Islamismo, nel Cristianesimo, nel Buddismo e Zoroastrismo".

Gandhi non separava mai la sua religione dal resto della sua vita. Egli dice: "Io non conosco alcuna religione a parte l'attività umana".
Gandhi era un uomo politico che regolava la sua vita politica sui dettami dei principi morali e religiosi e in base alla voce della coscienza. 

Thomas Matron riconosce un appropriato tributo a Gandhi, quando dice: "Per Gandhi, strano che possa sembrarci, l'azione politica deve essere la sua vera natura di religioso, nel senso che, essa doveva essere permeata dai principi di saggezza religiosa e psicologica. Separare religione e politica era agli occhi di Gandhi "follia", perché per Gandhi, la politica è fondata interamente su una religiosa interpretazione della realtà della vita e della condizione dell'uomo nel mondo".

Nella prospettiva di Gandhi "Dio" e "Verità" hanno la stessa denotazione. Perciò l'asserzione "Dio è Verità" può essere convertita semplicemente senza cadere in errore. Il significato psicologico di questa citazione è rilevante. Dopo "Crossed the Sahara of atheism", Gandhi accettò l'idea di Dio delle religioni del mondo.



Conclusione


Dalla vita di Gandhi, io sono sicuro che le persone che vogliono trovare la soluzione per l'armonia delle religioni del mondo, possono imparare il modo migliore per studiare, praticare e promuovere la pace del mondo e la Fratellanza Universale.

Geshe Gedun Tharchin
(Roma, 1998)