Wednesday, 31 March 2021

LA VIA DELLA LIBERAZIONE

LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 
 

6° LA VIA DELLA LIBERAZIONE


L’argomento di questo capitolo sarà la via della liberazione e chiaramente per «Liberazione» si intende il Nirvana. 

Nirvana è il termine originale buddhista con cui si esprime la Liberazione. In sanscrito si dice Nirvana, in lingua pali Nibbana. 

Letteralmente esso significa «oltre la sofferenza», «superamento del limite della sofferenza».

In altre parole, colui il quale ha raggiunto la Liberazione, il Nirvana, ha superato ogni forma di sofferenza. La via della Liberazione è il percorso di colui che ha superato la sofferenza, la via che conduce al venire meno della sofferenza. 


Abbiamo già parlato altre volte della sofferenza comprendendo che il primo passo per la liberazione è riconoscere qual è il tipo di sofferenza che sperimentiamo nella quotidianità.

La sofferenza di cui stiamo parlando si esprime su due livelli: fisico e mentale. Per un praticante buddhista, da un punto di vista pratico, la sofferenza fisica è il livello più grossolano e più superficiale di patimento. Questo perché la maggior parte delle nostre sofferenze fisiche possono essere lenite dalla medicina.

Anche per quanto concerne quella di tipo mentale,  che possiamo considerare come un problema di instabilità, di disequilibrio di tipo psicologico, è importante comprendere che tale tribolazione è di un livello inferiore. Quindi questo genere di problemi, che possono essere pensati come di tipo meramente psicologico, di instabilità, di squilibrio, dal punto di vista buddhista sono assai relativi.

Invece, esiste qualcosa che ci tormenta e ci angoscia ventiquattrore al giorno. Riguarda quelle che sono chiamate le afflizioni mentali negative che spesso nemmeno ci rendiamo conto di avere. Questa angoscia, quando ci fermiamo e ci analizziamo, l’avvertiamo dentro di noi e sentiamo che qualcosa manca, nonostante tutto pare procedere per il verso giusto. Questa sensazione di vuoto e anche di rabbia pare qualcosa di simile alla fame. Sentiamo che se non riusciremo a soddisfare questo bisogno, a riempire il vuoto interiore che avvertiamo, non saremo mai pienamente soddisfatti. E spesso quel vuoto che alberga in noi ci causa anche problemi di instabilità mentale oppure le afflizioni di tipo fisico di cui parlavo all’inizio.

E’ per questo che il Buddhismo cerca di risolvere tali disagi radicalmente.

Personalmente penso che la tecnica di curare e risolvere i problemi alla radice non sia una prerogativa del Buddhismo. Anche le altre religioni cercano di farlo. Noi cerchiamo di risolverli attraverso la meditazione: meditazione non è altro che cercare di curare i problemi radicalmente. E se pensiamo di curare i disturbi fisici solo con le medicine, non abbiamo compreso cosa sia la meditazione; allo stesso modo se curiamo i disturbi mentali con la psicoterapia non possiamo considerare ciò come meditazione. La meditazione è qualcosa che penetra molto più nel profondo dell’uomo.


Prima di analizzare quali sono i differenti livelli delle tecniche buddhiste, bisogna conoscere lo standard delle vie di liberazione, la qualità media di tutte le tecniche buddhiste, ciò che conduce alla liberazione. 

La radice di tutti i nostri problemi, sia per ciò che concerne i disturbi fisici che quelli mentali, è rappresentata dalla sensazione di vuoto che ci accompagna perennemente. Questo stato d’animo è la causa principale della distruzione della nostra felicità. Anche se abbiamo di che soddisfare tutti i bisogni della vita quotidiana, sentiamo sempre che qualcosa ci manca. 

In prima battuta possiamo parlare di bisogni indefiniti, ma da un punto di vista più tecnico dobbiamo considerare queste sensazioni come attaccamento.

L’attaccamento non è solo il desiderio dei mezzi per soddisfare i nostri bisogni. Esso ha dei significati molto più profondi e finché alberga in noi continueremo ad essere infelici. Come possiamo risolvere tale disagio superando l’attaccamento? E’ impossibile. Anche se facessimo del nostro meglio e ci impegnassimo a fondo non riusciremo mai a trovare qualcosa che possa soddisfare a pieno tale desiderio, che possa porvi fine definitivamente.

Esso è qualcosa di oggettivamente impossibile da soddisfare. E’ come se avessimo una coppa e nulla per riempirla:  allora sarebbe meglio sbarazzarsene. Questa tazza rimane lì, vuota, inutile. Dunque, per ottenere la liberazione, dobbiamo andare al di là della sofferenza: se così non facessimo resteremmo ossessivamente fissati su quella metaforica tazza e non saremmo  mai soddisfatti.

Rimanere attaccati al fatto di voler soddisfare questa sensazione di vuoto è come cercare  di colmare un piatto che non ci è dato di riempire. E questo perché non conosciamo effettivamente la vera realtà di quel piatto.  Se ne realizzassimo la natura incolmabile, avremmo la capacità per realizzare la comprensione. 


Ed è per questo che il Buddha Sakyamuni ha detto che come prima cosa noi dobbiamo riconoscere la sofferenza, perché fino al momento in cui non identificheremo la vera natura del problema rimarremo sempre attaccati, sempre bloccati su di esso.

L’attaccamento stesso è un dilemma impossibile da sciogliere: è questa la sua natura, perché è relazionato all’ignoranza e all’assenza di comprensione. Sono proprio l’ignoranza e l’assenza di comprensione che ci fanno sperare che prima o poi ci sarà qualcosa che potrà riempire il piatto e che, dunque, potrà colmare il nostro vuoto interiore.

Quindi la non comprensione della natura di tal genere di sofferenza è la causa dei nostri problemi. Comprendere la natura della realtà richiede lo sforzo della meditazione. Ed è per questo che il Buddha stesso ha meditato per sei anni, cibandosi ogni giorno solo di tre chicchi di riso.

C’è da chiedersi come fosse possibile che egli sopravvivesse mangiando così poco.

Io penso che la carica gli venisse dalla sua forza interiore che gli derivava dalla meditazione. Ci sono delle immagini del Buddha, una delle quali molto famosa e viene dal Laos, legate ai sei anni di ascesi totale.

Ho questa immagine sulla copertina di un libro che ha scritto un mio amico, un professore che adesso insegna all’Università di Otani, Kyoto, il cui testo parla dell’Abidharma. Questa immagine del Buddha in ascesi è una figura che mi ispira molto e una volta ho ricevuto una rivista «La via di mezzo della società  buddhista inglese» dove vi ho trovato la stessa foto di questa statua in cui il Buddha è ridotto pelle e ossa e si vedono chiaramente i suoi nervi. Guardando questa immagine ho realizzato che buddhità, Nirvana, Liberazione vogliono dire essere completamente liberi dalla sofferenza.

Penso che sia una cosa che richiede molta pazienza, mentre la gente immagina la liberazione come fosse un processo che avviene per miracolo, per mezzo di una benedizione che qualcun altro ti dà.

Personalmente ritengo che ciò sia impossibile, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno che il Buddha sedesse per sei anni in meditazione.

Egli rappresenta un esempio per i suoi discepoli. Spesso una delle domande più frequenti che mi vengono poste è «Che cos’è il Buddhismo?, Qual è l’essenza dell’insegnamento del Buddha?»

Su tali argomenti sono state scritte migliaia di libri. Le case editrici sono piene di libri sul Buddhismo ma io penso che l’insegnamento migliore del Buddha sia la sua vita. Qual è, dunque, l’insegnamento del Buddha? La risposta è: la sua vita; perché il Buddha ha parlato di essa, delle sue esperienze, delle scoperte, delle rivelazioni che ha avuto attraverso la propria esperienza. Per studiare, per attuare la vita del Buddha non c’è bisogno di leggere miriadi di libri; ognuno di noi può guardare la vita del Buddha come ad un esempio.

Ogni tempio buddhista, di qualsiasi tradizione, ogni centro buddhista, ogni sala di meditazione ha un’immagine del Buddha, ed io penso che questo serva a ricordare la sua vita. L’argomento di questo capitolo è la via per la liberazione; io penso che la risposta a questo argomento sia molto semplice, la via della liberazione è la vita del Buddha. Egli ha dedicato completamente se stesso ad estinguere alla radice i problemi. Era un principe, era figlio di re, ma si è reso conto che questo non serviva a risolvere la sua angoscia e quindi è andato al di là di questa condizione ed ha scoperto i mezzi per soddisfare quell’immensa «fame» che sentiva dentro. Ha meditato per sei anni in maniera costante con pochissimo cibo e dopo tale periodo ha realizzato la vera soddisfazione e quella che viene chiamata l’Illuminazione.

Per il resto della sua vita, per tutti i quarantacinque anni che gli rimasero da vivere egli ha insegnato a tutti, e ha raccontato la propria esperienza. La vita del Buddha tecnicamente è quella che noi chiamiamo Le quattro Nobili Verità.

Esse contengono tutto ciò che è necessario per arrivare alla liberazione. Conoscere qual è la sofferenza, conoscere la realtà della sofferenza: questa è la prima nobile verità, comprenderne la funzione.

Ogni nobile verità possiede tre caratteristiche. Quando si è compresa la realtà della sofferenza, cioè la prima nobile verità, si accede alla seconda che è: qual è la causa della sofferenza?, qual è la funzione di tale causa?, qual è la sua vera realtà? E queste due prime nobili verità, l’essenza e l’origine della sofferenza, devono essere raggiunte e superate.

Questo è il risultato derivante dall’analizzare la sofferenza e le sue cause, quindi si realizza che questa non è l’ultima realtà e, compreso ciò, ci si chiede: «Abbiamo capito questa cosa, ma è possibile eliminarla per sempre?» Quindi si arriva alla terza nobile verità che è la cessazione della sofferenza. La cessazione della sofferenza è addivenire alla liberazione dalle disposizioni mentali negative realizzando le prime due nobili verità.

Realizziamo, dunque, che vi è la possibilità di porre fine alla sofferenza; poi ci chiediamo quali sono i mezzi per realizzarla. Tale percorso logico ci conduce alla realizzazione della quarta nobile verità, che è il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza, il sentiero che conduce al Nirvana.

La quarta nobile verità è il vero rifugio, il vero protettore, essa è molto semplice, contiene gli insegnamenti del Buddha sulla moralità, sulla saggezza e sulla concentrazione e la combinazione di questi tre elementi è la meditazione.

A tal proposito penso che una seria meditazione sia quella basata su una ferrea moralità sviluppata a partire dalla saggezza. Questa è la via per la liberazione. Quando noi guardiamo la via del Buddha questo non vuol dire che dobbiamo fare esattamente ciò che ha fatto lui, cioè seguire tutte le sue orme, ma vuol dire prendere l’essenza della sua esperienza di vita.

Questo è il punto; fare questo secondo le circostanze personali.

Il Buddha era una persona molto intelligente, era un ottimo insegnante e l’ambiente in cui visse era favorevole alla sua liberazione. Forse, oggi non ci troviamo in quelle condizioni così propizie, i tempi sono diversi e anche le condizioni sono diverse, ma cerchiamo di fare del nostro meglio, cerchiamo di tagliare le illusioni alla radice, in profondità. Non dobbiamo coltivare la speranza di poter «tagliare» tutto in poco tempo. Anche soltanto sfiorare il fondo dei nostri problemi è già un’occasione molto propizia.

Le fondamenta delle nostre afflizioni sono molto forti, sono enormi e quindi è impossibile  farle crollare in così poco tempo.

Può accadere che abbiamo questa fortuna, però dobbiamo compiere uno sforzo costante con grande pazienza per poterne ridurre la portata gradualmente. Anche soltanto facendone venire meno una piccola parte sentiamo che questo influenza positivamente la nostra vita e ci dà una sorta di pace interiore e, se continuiamo costantemente in quest’opera di demolizione, esse alla fine scompariranno perché hanno la natura dell’impermanenza. 

Ciò potrà accadere in questa vita, nella prossima o nell’altra ancora: non è un problema di tempo. La vera questione è se noi ci sforziamo o no per farlo. Se noi smascheriamo il nostro ego, i nostri pensieri egoistici e continuiamo giorno per giorno, tutto questo alla fine ci porterà alla soluzione. Questo è quanto in alcuni contesti viene chiamato “il sentiero graduale Lam-Rim




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SVILUPPARE BODHICITTA

 
LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin
 

10° SVILUPPARE  BODHICITTA


Nel precedente capitolo abbiamo parlato degli ideali del Bodhisattva a proposito della Bodhicitta, della mente dell’Illuminazione, della mente altruistica. In realtà è impossibile descrivere a parole il vero significato della Bodhicitta se non attraverso l’esperienza di chi l’ha sperimentata. 

La Bodhicitta è il cuore, è la quintessenza della vita del Buddha e del suo insegnamento. Tutte le altre pratiche, gli altri insegnamenti sono generati dalla comprensione della Bodhicitta. Abbiamo già ricordato che la Bodhicitta è la mente che ricerca l’Illuminazione, ma non lo fa per se stessa bensì per servire tutti gli esseri senzienti. 

Soltanto conoscere l’esistenza di quest’attitudine mentale è utile per aprire il proprio cuore; nella maggior parte dei casi le persone non conoscono questo genere d’attitudine e ciò li porta -in un certo senso- lontani dalla pratica.


Il primo passo da fare è conoscere e comprendere l’esistenza della Bodhicitta, il passo successivo è svilupparne la venerazione. Basandosi su tale comprensione chiunque può sviluppare la propria mente. 

Basta soltanto dare uno sguardo a tale attitudine mentale con la dedizione e con la volontà di servire tutti gli altri esseri viventi senza necessariamente aggrapparsi a essa e ricercarla con avidità. In questo caso servire tutti gli esseri viventi non significa procurare loro del cibo o cose materiali ma significa generare la volontà e il desiderio di condurli verso l’Illuminazione, portarli all’altra sponda, verso lo stato mentale di perenne felicità. Chiaramente non è facile generare e realizzare questo tipo di mente della Bodhicitta


A questo proposito esiste uno dei più famosi testi Mahayana che si fa risalire addirittura al Buddha Maitreya stesso e che si chiama Abhisamayalamkara che vuol dire: «Ornamento della Chiara Realizzazione».  

Quest’ultimo, a sua volta, costituisce la base  di un altro famoso testo Mahayana: i Prajnaparamita-Sutra, ossia i Sutra della Saggezza. Nella versione in lingua tibetana, i Prajnaparamita-Sutra occupano lo spazio di dodici volumi per un totale di centomila versi. Al suo interno, c’è il testo del Prajnaparamita-Sutra che –da solo- è contenuto in due tomi per un totale di ventimila versi. 

Al suo interno di quest’ulteriore suddivisione c’è un altro testo denominato anch’esso  Prajnaparamita-Sutra che si compone di ottomila versi. Tutti questi versi e questi testi sono contenuti in quello che è chiamato il Sutra del Cuore.

L’essenza del Prajnaparamita-Sutra -condensata nel Sutra del Cuore- è interamente raccolta nel mantra di un solo verso che recita:



«TA YA THA, GA TE, GA TE, PA RA GA TE, PA RA SAM GA TE, BO DHI, SVA HA» 



citato anche nel film «Il Piccolo Buddha». Il testo di Buddha Maitreya, «L’Ornamento della Chiara Realizzazione» è in un certo senso una esemplificazione di tutta questa massa di testi. 

Il commento al testo è stato realizzato da ventuno maestri indiani. In questa rosa di ventuno commentari quello che è stato scelto dalle scuole tibetane è stato scritto dal maestro Sen-ge Zan-gpo. Il nome di questo maestro vuol dire «leone onesto», perché si racconta che nell’infanzia fu accudito dai leoni. 

Comunque esistono molti commentari su tali testi nella bibliografia tibetana e durante il corso di studi in filosofia tibetana è necessario studiare tutta la massa di volumi dei testi del «Sutra» e i ventuno commentari e si devono imparare a memoria moltissimi versi.


Questo studio è  impegnativo e complicato, però il significato è molto  semplice e chiaro.

Il primo degli otto capitoli del testo del Buddha Maitreya contiene una spiegazione sul significato della mente onnipresente, cioè la mente illuminata.

La ragione per cui questa descrizione è contenuta nel primo capitolo è che la mente illuminata, la mente onnisciente, la mente della conoscenza della Bodhi, della mente di Buddha è il nostro principale obiettivo. Quest’obiettivo ci consente di perfezionare noi stessi e -di conseguenza- aiutare  tutti gli esseri viventi a raggiungere lo stesso scopo. 

Questo è l’obiettivo principale della Bodhicitta, della Mente dell’Illuminazione e quindi, per sapere sviluppare la Bodhicitta, è indispensabile conoscerne l’obiettivo e l’utilizzo.


La mente illuminata, la mente onnisciente, è quella che soddisfa pienamente noi stessi e tutti gli esseri viventi. Per questo la mente dell’Illuminazione è rivolta verso l’obiettivo di liberarsi  da qualsiasi impedimento. L’ornamento della Chiara Realizzazione, è il testo dalla cui lettura si intende che, se conosciamo e comprendiamo ogni cosa, non avremo nessuna difficoltà a raggiungere tale obiettivo. 


La difficoltà di comprendere Bodhicitta è correlata alla difficoltà di comprendere la mente illuminata, una mente completamente libera da ogni forma d’ignoranza, una mente che conosce ogni cosa. Questo tipo d’attitudine mentale è alla portata di tutti: ogni singola persona ha la possibilità di raggiungere tale stato. 

Il modo con cui esso può essere raggiunto è tramite la distruzione dell’ignoranza, grazie alla quale  possiamo avere una chiara visione. 


Sintetizzando: da una parte abbiamo l’ignoranza e dall’altra abbiamo una mente onnisciente, una mente che conosce ogni cosa. L’esistenza dell’ignoranza rende possibile l’esistenza della mente onnisciente; se non ci fosse l’ignoranza perché ci dovrebbe essere la mente che conosce ogni cosa? L’ignoranza è un chiaro segnale dell’esistenza della mente che conosce. Non abbiamo la possibilità di vedere direttamente la mente che conosce ma abbiamo una chiara realizzazione dell’ignoranza. Solo così abbiamo la possibilità di guardare la mente che comprende tutto: tramite la comprensione dell’ignoranza. 

Quindi, comprendere, analizzare o giudicare l’ignoranza fa parte del processo di comprensione della mente che conosce e l’ignoranza è l’oscurità, l’incomprensione che abbiamo dentro di noi e ci distoglie dal comprendere altre cose. 


Quando conosciamo anche una piccola cosa, allora impariamo a conoscere il Dharma: quella saggezza che ci dà un senso di apertura del cuore. E quando incominciamo ad aprire il nostro cuore aumenta la fiducia in noi stessi e abbiamo una maggiore apertura nei confronti del mondo. Risulta molto difficile creare armonia con le persone che ci sono intorno se non possediamo armonia dentro di noi. La saggezza armonizza anche le nostre stesse diverse attitudini: creare equilibrio interiore è un’altra delle funzioni della saggezza. Quindi la mente onnipervadente esiste anche in relazione all’ignoranza ma l’ignoranza non è permanente, non esiste in eterno.


E’ necessaria una comprensione della natura della mente perché, secondo la filosofia buddhista, l’ignoranza non è propriamente parte della nostra mente. La vera natura della mente è la chiarezza e per questo esiste la concreta possibilità di espellere tutta l’ignoranza. Quando siamo riusciti in questo scopo raggiungiamo uno stato che chiamiamo mente onnicomprensiva, mente onnisciente. Da un punto di vista buddhista tutta la nostra confusione, tutti i nostri problemi sono causati principalmente dall’ignoranza; ogni genere di felicità e di sentimenti piacevoli sono generati dalla saggezza. 


Quindi, noi dobbiamo giudicare se è vero che la felicità e tutti i sentimenti piacevoli vengono dalla saggezza e se è ugualmente vero che tutti i problemi e tutte le infelicità derivano dall’ignoranza. Dobbiamo considerare la precedente proposizione come oggetto della nostra analisi. Chiaramente, in questo senso, la saggezza è vista come opposto dell’ignoranza: quanto più ci liberiamo dall’ignoranza tanto più guadagniamo in saggezza e viceversa. Comprendere la Bodhicitta è importante per capire la mente onnipervadente, capirne il suo significato, come funziona e qual è, per così dire, il suo uso. Quindi l’unica condizione è sviluppare la Bodhicitta. 


Come potete ben comprendere c’è una stretta correlazione tra la Bodhicitta e la mente illuminata ed  è interessante notare che, se si elimina una piccola parte di ignoranza, si acquisisce una piccola parte di saggezza e questa saggezza viene chiamata Dharma.

È per questo che nei testi tibetani si dice che quando eliminiamo una piccola pianta di ignoranza stiamo piantando una piccola pianta di saggezza: il Dharma. 

Per raggiungere la buddhità, la mente del Buddha, il requisito fondamentale è avere una costante Bodhicitta, una costante mente tesa all’Illuminazione; questo perché la Bodhicitta apre completamente il nostro cuore, la nostra mente. 


Una tale apertura, in un certo senso, è come se portasse alla costruzione di una metaforica stanza nella quale può essere contenuta tutta la saggezza; per questo si dice che il metodo e la saggezza sono due facce della stessa medaglia e non è possibile separarle. Si chiama complementarietà: per sviluppare l’uno c’è bisogno dell’altra e viceversa.

Pensare costantemente alla sofferenza umana, accollarsene la responsabilità è inutile se non si ha questa teoria di base; invece, conoscendo la teoria, si comprende che effettivamente la pratica fornisce una vera spinta.


Noi sviluppiamo la saggezza attraverso la comprensione della mente onnipervadente e la sviluppiamo attraverso la comprensione della saggezza. Comprendere la mente onnipervadente permette il sorgere della Bodhicitta. 

La Bodhicitta ci fornisce uno spazio completo dove «mettere» la saggezza, attraverso la saggezza si comprende l’Illuminazione e, comprendendo l’Illuminazione, si acquisisce lo sviluppo della Bodhicitta. Infine, la comprensione della Bodhicitta ci fornisce uno spazio dove poter accogliere la completa saggezza. Si genera così una circolarità.



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LA PAZIENZA

 
LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 
 

14° LA PAZIENZA


Dovremo cercare di porre le basi delle tre motivazioni fondamentali: rinuncia, compassione e bodhicitta. 

Abbiamo già parlato delle due paramita: ovvero delle generosità e dell’etica.  

Quando parliamo delle sei paramita parliamo degli ideali del Bodhisattva e delle azioni del Bodhisattva. Basandoci sulla prime due paramita: la generosità e la moralità, svilupperemo la terza paramita e cioè la pazienza. 


La pazienza è una delle pratiche più importanti nel Buddhismo, il Buddha stesso ha detto che non c’è miglior Dharma della pazienza, non esiste un’altra pratica del Dharma che non sia praticare la pazienza. L’opposto della pazienza è la rabbia, o l’odio. Il Buddha stesso ha detto che non c’è motivazione, pratica o attitudine più dannosa dell’odio e della rabbia. Le parole del Buddha non sono un ordine o un comandamento ma sono una sorta di indicazione che viene dalla sua intelligenza razionale. Perché la pazienza è una pratica così importante e allo stesso tempo così difficile? Perché l’opposto della pazienza è la rabbia: una delle attitudini mentali più dannose e più radicate dentro di noi. 

Quando parliamo della pazienza dobbiamo per prima cosa avere chiaro quali sono gli svantaggi della rabbia e quali sono gli effetti distruttivi che la rabbia produce dentro di noi. Tanto è più forte il dominio della rabbia dentro noi stessi tanto è più difficile superarla. Quando parliamo di rabbia non parliamo soltanto di quei momenti in cui si manifesta nei confronti di qualcuno perché essa esiste sempre negli anfratti della nostra mente. Quando appare e sgorga fuori di noi, in quello stesso istante non esiste più spazio per la pazienza. Abbiamo perso il nostro equilibrio e siamo totalmente fuori controllo, la situazione può sfuggirci di mano e possiamo compiere molti errori. Quando la rabbia alla fine scompare ciò che rimane è soltanto il rimorso per quello che abbiamo sperimentato e per gli effetti distruttivi che ha provocato.


In Tibet e nelle comunità tibetane mi è capitato di vedere scoppiare delle liti dove volavano sedie, si rompevano piatti, tazze ed alla fine quello che rimaneva era soltanto il rimorso perché non c’è un vero vincitore tra i contendenti. Chiaramente parliamo di danni poco significativi ma la rabbia può dar luogo a situazioni ben più gravi. Quindi dobbiamo tenere presente quali sono i poteri della rabbia, il potenziale distruttivo della rabbia e quali sono i danni che può generare.


La pazienza è l’unico mezzo che abbiamo per ridurre gli effetti della rabbia dentro di noi ma, per far sì che questo accada, dobbiamo praticarla anche quando la rabbia non è presente.

E’ importante rendersi conto che non bisogna praticare la pazienza soltanto nei momenti in cui è presente la rabbia ma anche quando siamo in una situazione calma  e tranquilla, confortevole e amichevole, imparando a essere consapevoli della pazienza e a sviluppare un tipo di training mentale che ci permetta di essere consapevoli del fatto che siamo pazienti.

Questo è un mezzo molto efficace per ridurre il potenziale della rabbia.


Canonicamente la pazienza viene divisa in tre categorie differenti: la prima è quella che ci permette di fronteggiare le reazioni che sorgono quando siamo attaccati da qualcuno, per esempio quando veniamo minacciati. Se, ad esempio, qualcuno tenta di colpirci con un bastone, dobbiamo essere in grado di pensare che non è lui che ci sta colpendo, ma il bastone. Inoltre, dobbiamo tenere presente che questa persona, in quel momento, è mossa dalla sua rabbia che ne annebbia la mente.

C’è anche un’altra maniera di poter praticare la pazienza: se qualcuno ci tagliasse un dito noi dovremmo essere in grado di pensare che per fortuna  ci  hanno  tagliato solo un dito: “Avrebbe potuto andare molto peggio!”. 

Anche se noi perdessimo qualcosa, ad esempio dei soldi, dovremmo essere in grado di pensare che in fondo abbiamo perso del danaro ma non la salute. 


Queste sono occasioni per praticare la pazienza e sono un allenamento che ci aiuta a preservare la nostra pazienza e incrementare la nostra dignità, altrimenti ci comporteremmo come quelle persone che, se gli cade una tazzina, per rabbia ne rompono un’altra. In questo caso c’è un’ulteriore distruzione, invece, se rompiamo una tazzina, dovremmo essere in grado di dire:”Ne ho altre cinque”. 

Questi sono solo degli esempi che danno un’idea del livello superficiale della pratica della pazienza. 


Il secondo livello di pazienza è quello che ci permette di accettare qualsiasi tipo di problema, di difficoltà e di sofferenza che ci può accadere. Ad esempio quando ci ammaliamo entriamo in depressione, ci abbattiamo e questo non fa che aggravare la malattia. L’ammalarci è una cosa naturale in quanto il nostro corpo ha in sé la natura della malattia: essa rappresenta una disarmonia dei tre elementi che compongono il corpo. Il nostro spirito è sempre lo stesso non importa in quali condizioni sia il nostro corpo, l’importante è che il nostro spirito sia centrato. Spesso invece succede che quando il nostro corpo si ammala sentiamo che anche il nostro spirito si ammala e questo non fa che aggravare la situazione. Dovremo essere in grado di accettare questa condizione connaturata alla nostra biologia.

Un altro esempio di questo genere di pazienza è il traffico. Noi stiamo a Roma, un luogo diverso dalla Svizzera dove ci sono pochi abitanti e le strade sono libere; qui invece vi è una concentrazione di milioni di persone e ciò fa sì che ci sia molto traffico. Dobbiamo esserne consapevoli e non arrabbiarci ogni volta che ci troviamo intrappolati nel traffico suonando continuamente il clacson. Va bene, vivo a Roma e c’è traffico. Questa è la pazienza che ci permette di affrontare problemi e difficoltà. Se noi abbiamo una capacità di accettarli e di dare loro il benvenuto essi non saranno più dei problemi ma diventeranno fatti normali. D’altra parte siamo pur sempre nel Samsara dove ci sono molti problemi. Se così non fosse non saremmo più nel Samsara ma saremmo liberati.


Ci sono molti modi per praticare la pazienza: l’accettazione delle difficoltà genera uno stato di tranquillità, di pace mentale, che arricchisce le nostre qualità mentali. La pazienza è anche in grado di curare la nostra salute fisica. Questo è molto importante perché la gente spesso si ammala soltanto per depressione. Ci sono invece persone il cui corpo è sotto pressione mentre la mente e lo spirito sono sempre calmi. Questo tipo di attitudine mentale è essa stessa una forma di pazienza.


Il terzo livello di pazienza è più dharmico, è quel genere di pazienza che ci permette di affrontare le difficoltà e gli ostacoli nella pratica del Dharma, per esempio: la meditazione al mattino. 

La pigrizia non è pazienza. Bisogna essere in grado di affrontare questi piccoli problemi allo scopo di poter progredire nella pratica e questo è utile non soltanto per la pratica del Dharma ma anche per il lavoro. Se ad esempio ci alziamo la mattina presto e ci diamo da fare, puliamo la casa, andiamo in giardino, tagliamo l’erba, sistemiamo le aiuole questo è anche utile e salutare per la nostra calma mentale. Una cosa che ho sperimentato sia nella comunità tibetane sia nei monasteri e nelle famiglie è che ci sono persone molto attive: si alzano presto, si danno da fare, mentre altre se la prendono comoda. Non è che una cosa sia buona e l’altra cattiva però da questo si nota che dopo un po’ le persone più attive hanno uno sviluppo spirituale differente.

Questa è la pazienza per affrontare la pratica del dharma, le difficoltà delle pratiche del dharma. Dovremmo essere sempre in una condizione di gioia, di tranquillità, di felicità per poter essere in grado di conseguire le più alte realizzazioni. Anche sedersi per quindici, venti minuti di meditazione, regolarmente, è una forma di pazienza. 


Questi sono i tre livelli della pazienza. All’interno di questi tre livelli ci sono molte altre suddivisioni. Comunque la pazienza è molto importante in quanto il suo opposto è la rabbia e noi dovremmo essere in grado di poter valutare quali sono i vantaggi e gli svantaggi di queste due attitudini mentali.

D’altra parte la pazienza non serve solamente a fronteggiare la rabbia o a reprimerla ma è un’attitudine che serve per raggiungere qualsiasi livello spirituale. La pazienza può sopraffare la rabbia, l’odio e anche l’avversione. Quando saremo riusciti a liberarci da questi tre stati negativi vorrà dire che siamo in uno stato di tranquillità, di pace, di pazienza. La pazienza è una delle paramita che fanno parte delle azioni del Bodhisattva. Qualsiasi azione del Bodhisattva deve essere basata sulla Bodhicitta. Quel tipo di pazienza a cui noi aspiriamo è bel lontana dallo stato in cui siamo, quindi dobbiamo sviluppare soprattutto l’aspirazione a acquisire quella qualità: “Possa io un giorno ottenere quel tipo di pazienza”. Altrimenti potremmo dire che stiamo praticando le azioni del Bodhisattva ma in realtà non è così. A volte possono nascere delle incomprensioni a proposito delle azioni del Bodhisattva per cui si può ritenere che praticando la  pazienza, cosa in fondo non tanto difficile, si stiano praticando le azioni del Bodhisattva. Chiaramente la pazienza a cui ci riferiamo è una delle azioni del Bodhisattva ma è un tipo di azione che, nello stato in cui siamo, sembra piuttosto essere qualcosa di astratto. E’ importante conoscere questo tipo di azioni del Bodhisattva e prenderle come un obiettivo per poter salire il primo gradino che ci porterà verso il nostro obiettivo futuro. Quindi il solo conoscere e generare ammirazione per quel tipo di pazienza del Bodhisattva, sapere quanto possa essere meraviglioso quel tipo di azione, è importante ed è già un arricchimento spirituale. Quindi quando parliamo della paramita della pazienza non dobbiamo immediatamente forzarci a praticare tutte le forme di pazienza immaginabili. E’ importante sapere che esistono e salire il primo gradino che è quello di generare ammirazione verso questo tipo di azioni e porcele come nostro ideale. 


Un altro aspetto della pazienza è quello che noi chiamiamo la tolleranza. Questa è una pratica molto difficile. Per quanto mi riguarda, quando sono venuto in Italia e ho cominciato a frequentare l’Università Cattolica, ho avuto modo di fare amicizia con molti cristiani. Non è stato semplice dover fronteggiare situazioni e opinioni diverse. E’ stato per me  alquanto difficile ma ho verificato che aiuta molto ad aprire il cuore, a essere più flessibili e più aperti, e questo accresce la saggezza. Ed è utile anche perché, dovendo fronteggiare il problema, dentro di noi si verificano effetti positivi. Inoltre tutto ciò che mi è accaduto è stato utile non solo a me ma anche agli amici cristiani in quanto si sono resi conto delle difficoltà che avevo e hanno capito che non era una situazione facile, la mia, costretto com’ero a stare in mezzo a persone con opinioni così diverse. Io l’ho trovato utile perché queste situazioni mi hanno dato una spinta nella comprensione dei meccanismi del mio ego. E questo fa parte della pratica della tolleranza e della pazienza. 


Anche, ad esempio, quando ci capita di dover mangiare del cibo che non è buono, dobbiamo essere pazienti. A volte ci capita di dover camminare sotto la pioggia senza ombrello e anche in questo caso dobbiamo essere pazienti in quanto non c’è modo di fermare la pioggia. Non c’è bisogno di arrabbiarsi e correre di qua e di là alla ricerca di un ombrello oppure di deprimersi; d’accordo, siamo sotto la pioggia, ci bagneremo i vestiti e il massimo che ci potrà capitare è che ci venga un po’ di febbre ma potremo sempre prendere una medicina e, tutt’al più ce ne andremo a letto. Può essere interessante provare deliberatamente l’esperienza e cioè mettersi a camminare sotto la pioggia senza ombrello e vedere come reagiamo. E’ molto interessante e molto efficace. 


La pazienza è il germe della pace; non c’è bisogno di parlare della pace universale o della pace mondiale: ciò che è importante è la pace con noi stessi. C’è gente che parla a proposito della pace universale e della pace del mondo con molta rabbia, con un ego molto rabbioso e ciò è contraddittorio. Non è una cosa giusta e inoltre lo trovo molto buffo e mi chiedo come fa questa persona a parlare della pace nel mondo con tanta rabbia e battendo i pugni sul tavolo. Non è la maniera appropriata di impegnarsi per la pace nel mondo. E’ importante prima di tutto generare la pace dentro di noi, da questa pace interna si espande la pace intorno a noi. Lo sbocciare di un fiore genera pace di per sé ma non contribuisce alla pace universale, anche se tutti quelli che lo guardano si sentono in pace.

La pace e la tolleranza sono molto importanti non solo per la pratica ma anche per la vita, per l’amicizia, per la salute e per ogni altra cosa. Infine, anche morire con pazienza sarà la cosa migliore, tranquilli e in maniera molto pacifica, come se ci addormentassimo. Se ci addormentiamo con un animo paziente e tranquillo il nostro sonno sarà tranquillo e salutare; se invece ci addormentiamo con la rabbia avremo dei sogni strani e la mattina ci sveglieremo con un senso di malessere e con la mente confusa. Per questo il Buddha ha detto che la pazienza è la pratica più importante del Dharma. Questo non vuol dire che bisogna andare nella Terra Pura, nel Paradiso di Buddha o nel Regno dei Cieli, la pazienza è utile alla vita terrena. Questo tipo di discorso possiamo prenderlo come oggetto della nostra analisi, dobbiamo giudicare se una cosa è positiva o meno, se è salutare o meno, se ci porta vantaggio o meno. Questa è l’analisi buddhista. 

Grazie per essere stati così pazienti.



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LA RINUNCIA'

LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin

 7° LA  RINUNCIA

Ciò che è giusto ha il potenziale dinamico per esistere in eterno. Questa è la differenza con l’ignoranza che prima o poi ha termine, mentre invece la saggezza ha una solida base e, quindi, in potenza, possiede la caratteristica dell’eternità. Per questo prima o poi tutti noi saremo illuminati e la non conoscenza ci abbandonerà  lasciando che i nostri pensieri positivi possano svilupparsi infinitamente.

Quando ciò potrà accadere dipende soltanto da noi: se ci sforzeremo molto succederà presto, mentre se ci adageremo sugli allori occorrerà molto più tempo. Tuttavia la nostra destinazione resterà quella dell’Illuminazione.

Ho sentito un’importante psicoterapeuta indicare ai suoi pazienti un diverso percorso.

Ritengo che ciò possa funzionare per un periodo limitato, ma la nostra destinazione alla fine sarà la stessa per tutti: convergeremo in un unico «luogo» e vivremo insieme in una infinita gioia e felicità.


Dobbiamo essere felici e sviluppare pensieri positivi perché questa è la sorgente, la fonte genuina che ha un solido radicamento. Rappresenta il nostro vero, reale modo di vivere, non soltanto interiore e individuale, ma anche in relazione all’altro. C’è una canzone che dice che tutti dobbiamo essere felici e mi piace molto il concetto che esprime; ha un significato veramente importante e non so se il suo autore si rende conto di quello che sta esprimendo. 


Quando si parla di rinuncia la gente spesso associa questo concetto al fatto che comunque bisogna morire, che bisogna soffrire in questa vita. Tutto questo è vero e giusto, ma non bisogna limitarsi a tale constatazione. E’ singolare che certe persone, quando vivono la natura della sofferenza dell’esistenza, diventano più felici, mentre altre si abbattono e si scoraggiano. Ciò significa che quello che diciamo non funziona con la prima categoria di esseri umani. 


Il modo in cui arriviamo alla felicità è il percorso del Dharma che, nella sua essenza, vuol dire felicità, gioia. Praticare il Dharma significa essere felici, non vuol dire soffrire, infliggersi pene corporali come fanno i seguaci dello Zen. Anche lo Zen sta cambiando in Occidente, si sta ammorbidendo, non è così dogmatico come in Giappone: se certe pratiche non funzionano si abbandonano. Questo è il vero Dharma. L’importante è essere flessibili: se non c’è flessibilità non c’è Dharma. Il Dharma non è qualcosa di impossibile da cambiare poiché si basa sul principio che ogni cosa è impermanente, in perpetuo movimento, in continuo cambiamento. Dunque… meditate.


Meditare vuol dire sperimentare sentimenti di gioia nel corpo e nella mente, nella maniera migliore, nel modo in cui vi sentite più tranquilli, in cui vi sentite più felici e al sicuro.

Quindi essere felice è meditazione, e se voi sapete come rendervi felici questa è la realizzazione, e quella meditazione è una benedizione per voi, un sentimento positivo: è la felicità della meditazione.


Domanda: qual è la causa dell’ignoranza?


Risposta: l’ignoranza stessa. Essa produce altra ignoranza; se non viene recisa essa continuerà ad essere nostra fedele compagna.


Domanda: come può esistere la conoscenza senza che esista anche l’ignoranza?


Risposta: è un concetto dicotomico: l’esistenza della conoscenza dipende dall’esistenza dell’ignoranza. Rispetto al caso singolo, quando c’è saggezza non c’è più posto per l’ignoranza, per questo noi le definiamo attitudini mentali esclusivamente contraddittorie: saggezza e ignoranza si escludono a vicenda. Non possediamo il dono dell’ubiquità. E’ come l’acqua: è calda o fredda. Quando una qualità si sviluppa quell’altra cessa. Di conseguenza, più si sviluppa la saggezza più si riduce l’ignoranza. Tutte queste spiegazioni vengono date dall’epistemologia buddhista, dalla logica, dalla filosofia, dalla perfezione della saggezza, dalla realizzazione della realtà. Nella spiegazione della via di mezzo del sentiero buddhista lo studio del canone è descritto nelle regole monastiche, anzi nelle regole del Sangha buddhista (il Sangha è esteso e comprende anche i laici). Anche le regole del Sangha sono importanti. Per poter comprendere il vero significato della rinuncia bisogna passare attraverso  questi quattro stadi, i quattro tesori: Pramana, la logica e l’epistemologia buddhiste, perché senza di esse non possiamo spiegare correttamente le cose, né conoscere i vari stadi del karma e la loro interazione; Abhisamaya, la perfezione buddhista della saggezza, grazie alla quale possiamo stabilire la soggettività della realizzazione; Madyàmika, lo studio della via di mezzo; Abidharma, perché senza di essa non si può praticare e non possiamo realizzare nulla. 

Questo sviluppo spirituale è magnifico, e ve lo dico per esperienza  perché ho attraversato tutti questi stadi di studio e parlandone mi riempio di felicità. 


Domanda: la saggezza si sviluppa attraverso l’esperienza? Ritengo che il concetto di esperienza sia ampio, per cui esperienza vuol dire conoscere non solo il bene ma anche il male.


Risposta: fare esperienza di cose negative è utile, non c’è niente di male.


Domanda: si possono praticare negatività per acquistare esperienza? 


Risposta: quando si parla della morte e del morire non c’è niente di male, ma per molte persone esse rappresentano cose molto negative. Può essere duro, può essere scioccante per qualcuno, sono cose che possono anche sconvolgere, allora non è necessario insistere, noi sappiamo che c’è. Se è qualcosa che conosciamo non c’è motivo di parlarne sempre, meglio parlare di questioni delle quali non pensiamo continuamente e percorrere la nostra via attraverso concetti più piacevoli. Non è necessario passare attraverso il cimitero per arrivare al Vaticano, possiamo passare per Villa Pamphili per esempio. Non esiste una sola via, ma molte vie. Potete scegliere quella che vi fa sentire più felici. E se vi fa sentire più felici passare per il cimitero va bene.


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La GENEROSITA,

LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin

12° LA GENEROSITA’

Ci sono vari livelli per arrivare alla realizzazione del Dharma: abbiamo parlato della rinuncia, della compassione, della benevolenza e della Grande Compassione, cioè della mente altruistica. Dopo aver sviluppato questi livelli di attitudine si realizza la Bodhicitta, la mente altruistica, il livello mentale più elevato. 

Nel Buddhismo si pone molta enfasi sullo sviluppo della forza interiore per arrivare a realizzare tutti i livelli di pensiero positivo la cui applicazione e attitudine costituirà un ulteriore avanzamento nel sentiero spirituale rendendo ancor più semplice l’aiutare se stessi e gli altri.

 

In precedenza abbiamo dato la definizione del termine Bodhicitta come “la mente che desidera l’illuminazione per poter alla fine aiutare tutti gli esseri senzienti”. Quest’attitudine è l’unica porta per entrare nella vera pratica Mahayana, ovverosia nella pratica del veicolo universale. Quello di cui ora vorrei parlare è la pratica del Bodhicitta: quando si è sviluppata e si è realizzata il passo successivo consiste nel metterla in pratica, soprattutto nella vita quotidiana. 

Nelle scritture buddhiste si tende a catalogare le pratiche del Bodhisattva in sei categorie: la generosità, la moralità, la pazienza, lo sforzo gioioso, la concentrazione e la saggezza. La pratica del Bodhisattva consiste nella ricerca della motivazione del Bodhicitta e nella pratica delle sei perfezioni.


Per quanto riguarda la generosità, questa non solo coinvolge i beni materiali ma anche le attitudini interiori. La generosità è l’ultima inclinazione che riguarda il distacco e concerne la pratica del donare il proprio corpo per l’ottenimento dello sviluppo interiore. Tutto quello che possiamo donare è contemplato in queste tre categorie: il nostro corpo, i beni materiali e le azioni virtuose. Di conseguenza il nostro Karma positivo. 


La pratica della generosità, dal punto di vista Mahayana, è la volontà, il desiderio di dare agli altri queste cose positive. Il fondamento della generosità è il distacco. L’opposto della generosità è l’attaccamento. Da questo punto di vista se noi utilizziamo tutto ciò che ci appartiene e lo usiamo senza attaccamento giungiamo alla pratica della generosità. Al contrario, se noi facciamo delle donazioni anche cospicue con lo spirito di volere qualcosa in cambio come la fama, il prestigio ecc., questo atteggiamento non rientrerà più nella pratica della generosità. 


Se guardiamo più profondamente tale pratica la possiamo suddividere su due livelli: la generosità comune, quella generica e la generosità suprema, ultima, ovvero la generosità oltremondana. 

Al primo livello appartengono tutte quelle azioni fatte con una sincera generosità ma compiute con uno spirito ancora dualista. Questo implica un concetto dualistico sia in chi dona che in colui che riceve il dono. L’azione del dare, del donare generosamente, fatta con uno spirito non dualista è quella che viene chiamata “generosità suprema, oltremondana”. 

La differenza tra questi due atteggiamenti sta nella acquisita o meno comprensione della vacuità, della natura interdipendente dei fenomeni, della reale natura di tutte le cose. Come possiamo dire che un tipo di generosità è migliore di un’altra? Ciò dipenderà dal livello di influenza positiva che ne riceveremo.

Non è una questione di quantità, non dipende dal numero di persone alle quali concediamo con generosità; se guardiamo alla moltitudine di esseri che necessitano di aiuto comprenderemo che non esisterà mai una generosità perfetta perché non esisterà mai una generosità che potrà soddisfare i bisogni di tutta la moltitudine degli esseri. Quindi la comprensione della generosità avviene a un livello sottile. 


La concezione della generosità, vista in quest’ottica, trasforma le cose al punto che, se ci rubassero il portafoglio, noi vivremmo questo fatto con uno spirito non dualistico perché, nel contesto della generosità, questo atteggiamento può essere inteso come un atto di generosità pura. Se qualcuno ci ruba il portafoglio e noi non inquadriamo questo fatto nell’ottica della generosità ne avremo solamente del dispiacere, appesantendo di più il nostro cuore. Invece, se viviamo l’avvenimento avendo compreso lo spirito della generosità, potremo trasformarlo in un’azione della Bodhicitta, della mente altruistica, liberandoci dai confini entro i quali ci costringe un atteggiamento di rabbia e odio. Con questo non stiamo giustificando il furto ma stiamo dicendo che possiamo acquisire dei vantaggi anche da certo genere di «incidenti».

E’ vero che ci sono situazioni più facili per praticare la generosità; ad esempio aiutare i mendicanti che in Italia sono in aumento. In India e in Tibet esiste una diffusa cultura della generosità perché, pur essendo paesi molto poveri, alle stazioni ferroviarie c’è sempre un posto di ristoro dove viene data dell’acqua e del cibo gratuitamente; quando ci sono delle ricorrenze buddhiste i poveri si riuniscono nei luoghi sacri, come Bodhgaya e Varanasi, e ricevono delle donazioni. I pellegrini vanno nelle banche e cambiano i soldi in monetine per poterle distribuire a tutti i mendicanti. Penso che questo sia un atto di generosità molto puro perché chi dona non si aspetta nulla in cambio. La generosità dipende anche dalle condizioni dell’individuo: dal punto di vista buddhista si presume che una persona molto povera abbia un atteggiamento di non attaccamento quando dona. Ovviamente fare una donazione e poi vantarsene dicendolo a tutti non è un atto di pura generosità. 


Quindi la generosità di tipo mondano è una generosità legata a un atteggiamento di aspettativa. La generosità oltremondana è un livello superiore di generosità ed è compiuta con atteggiamento non duale e cioè si percepisce il donatore, l’oggetto che viene donato e la persona a cui si dona con un atteggiamento di non separazione. La generosità non dipende da quanto doniamo ma da quanto l’atto del donare influenzi noi stessi e incrementi la nostra forza interiore e il nostro sviluppo individuale. L’importante è l’atteggiamento interiore. La pratica del dare, anche cose materiali, che aiuta a rompere la corazza dell’attaccamento infrangendone i confini, in questo senso è salutare. E’ altrettanto vero che è difficile, per noi che viviamo in questa società, sviluppare la vera generosità. Dal punto di vista di un guru praticante, di un praticante realizzato, è molto più semplice. Comunque, rispetto alla pratica della generosità, è fondamentale capire quanto questa ci influenzi e come costituisca un’ottima testimonianza del livello della nostra pratica. Ad esempio: c’è un mendicante che si mette sempre accanto alla chiesa vicina a dove abito. So che lui è là con il suo cane e elemosinare è tutto ciò che gli resta da fare e io alcune volte vado di proposito a dargli qualcosa. Questa è un’ottima maniera per testimoniare la propria attitudine verso la generosità. Non stiamo parlando di un grande livello di generosità, stiamo parlando di un livello molto elementare, piccole cose efficaci: molte volte per noi è difficile elargire anche poche lire. 


Abbiamo parlato molto della generosità, che è la prima delle Paramita. Essa non è una regola, qualcosa che ci viene imposto, non è un ordine ma uno stile di vita che influenza positivamente la nostra vita creando un’atmosfera più «morbida», più salutare, più confortevole e porta maggiore stabilità.

In questo consiste la pratica del Dharma, che è basata soprattutto sulla realtà. Ogni teoria deve essere sempre «riportata sulla terra», deve essere calata nella pratica della nostra vita quotidiana. Quindi cercate con calma, non siamo macchine o computer dove è sufficiente premere un tasto per farci funzionare.

Questa è una cultura antica che può essere, però, attualizzata. C’è un libro del Dalai Lama che credo si chiami proprio Cultura Antica e Mondo Moderno. Ed è questo che attira molti occidentali al Buddhismo perché esso è una cultura molto antica. 


Il Dalai Lama non ha mai parlato di Buddhismo moderno, il Buddhismo non si può creare ora, è una cultura antica ma ci aiuta a costruire un mondo moderno e migliore. Questa dovrebbe essere l’integrazione del Buddhismo nella nostra vita: proviamo a vedere come il Buddismo sia adattabile e come questo può influenzare la nostra vita attuale. Questa è la nostra pratica.


Domanda: ci puoi dire cosa, voi tibetani, provate nei confronti dei cinesi?

Risposta: dal punto di vista personale non lo so, in quanto non sono nato in Tibet e non ci sono mai stato, però so che i tibetani considerano l’occupazione cinese il risultato del loro karma negativo. Le persone che hanno una maggiore comprensione del Buddhismo e sono più radicate nella pratica sviluppano meno rabbia nei confronti dell’occupazione cinese. Il Dalai Lama non ha mai avuto atteggiamenti ostili verso i cinesi. Dal punto di vista politico si tende a presentare il Tibet come una Terra Pura ma in realtà non è così: il Tibet, prima dell’occupazione, era sottoposto a un regime medioevale ed esisteva un sistema di caste molto accentuato con sfruttati e sfruttatori. Sarebbe utile leggere dei testi scritti da un paio di missionari che sono stati in Tibet prima dell’occupazione. Descrivono il Tibet di allora da un punto di vista realistico, al contrario della maggior parte dei testi che tendono a darne un’interpretazione di parte. Questi due missionari inglesi sono andati dall’India in Tibet e le loro analisi si sono rivelate molto obiettive, al contrario dei cinesi e dei tibetani che hanno sempre diffuso resoconti storici di parte. Parlare di tali vicende da un punto di vista politico è una cosa, parlarne da un punto di vista spirituale è un’altra. Molto difficile unire i due aspetti. Dal punto di vista spirituale nel Buddhismo non c’è motivo di essere arrabbiati con i cinesi perché questo era il loro destino. 


Domanda: l’invasione della Cina è stata un’opportunità per diffondere il Buddhismo?

Risposta: no, non credo.



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