Wednesday, 2 September 2026

Socrate e Galileo Galilei - la conoscenza dovesse essere scoperta dall’individuo dall’interno


Socrate e Galileo Galilei
la conoscenza dovesse essere scoperta dall’individuo dall’interno


Socrate e Galileo Galilei avevano molto in comune per quanto riguarda l’insegnamento. Entrambi rifiutavano l’idea che la conoscenza potesse essere trasmessa passivamente da una persona all’altra. Ritenevano invece che la conoscenza dovesse essere scoperta dall’individuo dall’interno. 

Entrambi i pensatori rifiutavano l’insegnamento dogmatico, secondo cui l’insegnante “riempie” la mente dello studente con idee preconcette. 

Le loro rispettive visioni si basano su due famosi approcci concettuali:

Socrate (470–399 a.C.) enunciò il metodo maieutico: «Non posso insegnare nulla a nessuno; posso solo indurlo a pensare». 

Socrate non si considerava un dispensatore di verità, ma piuttosto un «ostetrico» dell’anima. Da qui il termine «maieutica», che significa l’arte dell’ostetricia. Proprio come una madre aiuta un bambino a nascere, Socrate aiutava la mente a scoprire la verità attraverso il dialogo e le domande. 

Il principio è che la conoscenza risiede già all’interno dell’interlocutore, e il ruolo dell’educatore è semplicemente quello di guidarlo nel farla emergere attraverso il dubbio e la riflessione critica.

Galileo Galilei (1564–1642), a cui si attribuisce la massima: «L’apprendimento attivo è perfettamente in linea con questo concetto: “Non si può insegnare nulla a un uomo; si può solo aiutarlo a scoprire ciò che è dentro di lui”».

In quanto padre del metodo scientifico sperimentale, Galileo riteneva che la cieca sottomissione all’autorità soffocasse l’intelletto umano, indipendentemente dal fatto che tale autorità fosse rappresentata dal dogma religioso o dai testi di Aristotele.

Secondo Galileo, la natura deve essere osservata e sperimentata in prima persona. Un buon insegnante non impone risposte, ma fornisce strumenti critici e metodologici affinché gli studenti possano formulare le proprie domande e verificare i fatti autonomamente.

Allo stesso modo, il Buddha insegnò che ogni individuo è responsabile della propria libertà spirituale e che i maestri si limitano a indicare la via. Affermò che ciascuno deve conquistare da sé la propria salvezza. Una guida spirituale può solo indicare il percorso; non può concedere la liberazione. Vivere in modo etico, concentrare la mente e sviluppare la saggezza conduce alla pace, ma spetta all’individuo compiere questi passi.

 


Tharchin Gedun Lharampa Geshe
ROMA

Tuesday, 1 September 2026

L'impegno ambientale di Papa Francesco


L'impegno ambientale di Papa Francesco

Papa Francesco ha fatto della lotta alla crisi climatica globale una priorità morale fondamentale del suo pontificato. Tra le iniziative ambientali di rilievo figura la pubblicazione della prima enciclica papale sull’argomento, *Laudato Si’* (2015). Come osservato da *Carbon Brief*, in essa il riscaldamento globale è stato presentato come una questione morale legata alla povertà.

Il Papa ha unito scienza e fede per dichiarare la distruzione dell’ambiente un peccato strutturale. Ha inoltre organizzato incontri in Vaticano con dirigenti del settore petrolifero e leader mondiali, esortandoli a passare con urgenza dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

Nel 2023 ha pubblicato il documento di approfondimento *Laudate Deum*, nel quale ha avvertito che le risposte globali rimangono insufficienti e che il pianeta si sta avvicinando a un punto di rottura.

«Laudate Deum» è un’esortazione apostolica di Papa Francesco. Pubblicata il 4 ottobre 2023 (festa di San Francesco d’Assisi), è il seguito della sua enciclica del 2015 «Laudato Si’». Rivolta a tutte le persone di buona volontà, affronta la crisi climatica globale.

Il messaggio centrale è l’urgente necessità di affrontare il cambiamento climatico. Papa Francesco afferma che gli effetti del cambiamento climatico sono già evidenti, eppure le nostre risposte globali rimangono del tutto inadeguate.

Egli critica inoltre l’ambizione sfrenata di sfruttare la natura come una risorsa inesauribile. Sottolinea la debolezza dei negoziati globali sul clima e chiede accordi internazionali efficaci e giuridicamente vincolanti. 

Il titolo “Laudato Si’” ci ricorda che gli esseri umani diventano i propri peggiori nemici quando cercano di sostituirsi a Dio.

Geshe Tharchin G. Lharampa
ROMA

Socrate è un Buddha?


Socrate è un Buddha?

La filosofia di Socrate:

Era un uomo saggio che criticava coloro che scambiavano la conoscenza con il denaro, in particolare i sofisti. A differenza dei sofisti, che chiedevano compensi esorbitanti per insegnare retorica e persuasione, Socrate scelse di vivere in povertà per preservare la propria indipendenza di pensiero.

Egli riteneva che la saggezza fosse un bene spirituale che non poteva essere ridotto a una merce. Coloro che vendono la conoscenza degradano la filosofia. Accettare un compenso vincola il maestro ai desideri del cliente. Il filosofo non è più libero di cercare la verità, ma deve invece soddisfare i propri mecenati.

L'idea di non vendere la saggezza è esattamente la stessa dell'idea di non scambiare il Dharma con beni materiali, come aveva detto il Buddha.

In «Detti memorabili», Senofonte cita Socrate mentre afferma che coloro che vendono la saggezza sono come prostitute, definendoli «prostitute della cultura».

Per Socrate, l’insegnamento non era una professione, ma una missione basata sul dialogo e sulla condivisione disinteressata. Il suo scopo era aiutare ogni individuo a «far nascere» la verità (maieutica).


L'insegnamento di Socrate:

Socrate non lasciò opere scritte, quindi tutto ciò che conosciamo dei suoi pensieri e delle sue parole ci è stato tramandato dai suoi discepoli, in particolare da Platone e Senofonte. Il nucleo del suo insegnamento può essere sintetizzato in alcuni concetti fondamentali:

Socrate affermava di essere saggio solo perché consapevole della propria ignoranza, a differenza di coloro che credevano di sapere tutto pur non sapendo nulla.

Egli riteneva che «una vita senza ricerca non valga la pena di essere vissuta per un essere umano», intendendo che l’autoesame critico e l’analisi del mondo sono al centro dell’esistenza umana.

Secondo Socrate, nessuno agisce con malizia. Coloro che commettono atti malvagi lo fanno per ignoranza di ciò che è bene, poiché per Socrate la conoscenza della virtù va di pari passo con la capacità di agire virtuosamente.

Fece proprio il famoso motto del Tempio di Delfi, trasformandolo in un invito a guardare dentro la propria anima e a prendersene cura attraverso la ragione e la verità — sebbene non fosse stato lui a inventarlo.


L’umorismo di Socrate:

Egli esprimeva il proprio umorismo principalmente attraverso l’ironia, nascondendo la propria conoscenza per smascherare le false presunzioni altrui. Fingeva di essere ignorante per spingere i suoi interlocutori a rivelare le loro certezze, smantellando i loro dogmi e le loro idee preconcette attraverso domande apparentemente ingenue.

Considera il dialogo uno scambio vivace e incisivo piuttosto che una lezione rigida, adottando un approccio giocoso. Ride della propria bruttezza fisica e della propria povertà con distacco e spensieratezza. Ricorre spesso a paradossi e battute ironiche, anche in situazioni difficili o nelle conversazioni quotidiane.


Buddha e Socrate:

Pur appartenendo a culture diverse, Buddha e Socrate condividono una notevole somiglianza nel loro approccio alla vita e nella ricerca della verità. Nessuno dei due scelse di scrivere nulla di proprio pugno. Si affidarono invece al dialogo diretto, alla conversazione e alla trasmissione orale per trasmettere la conoscenza.

Socrate utilizzava l’ironia e il dubbio per smantellare le certezze altrui («So di non sapere nulla»), mentre il Buddha incoraggiava l’indagine personale libera dal dogma. Per entrambi i pensatori, la filosofia non era una teoria astratta, ma uno stile di vita pratico volto a liberare gli esseri umani dalla sofferenza e dall’ignoranza.

Socrate descriveva il suo approccio come maieutica, ovvero l’arte di far emergere la verità. Il Buddha si considerava una guida o un guaritore, che indicava la via verso il risveglio interiore.

Allora, Socrate è un Buddha?


Gedun Tharchin Lharampa Geshe

ROMA

Thursday, 6 August 2026

Come seguire il Buddha


Come seguire il Buddha

Questa è una guida per seguire gli insegnamenti del Buddha e del Dharma al fine
di diventare parte del Sangha.

Per comprendere gli insegnamenti del Buddha, è necessario sapere due cose.
Innanzitutto, occorre capire quale sia l’obiettivo che l’insegnamento si propone di
raggiungere. In secondo luogo, è importante sapere come porre le domande.

Lo scopo dell’insegnamento è aiutare le persone a trovare la propria strada nella
vita, non essere solo un fine per se stessi. L’idea principale degli insegnamenti
storici lasciati da Siddhartha Gautama, noto anche come il Buddha, era che le sue
parole costituissero un modo pratico per aiutare le persone. Egli riteneva che fosse
più importante mettere in pratica queste idee piuttosto che venerarle.

Il Buddha insegnò che limitarsi a ripetere le sue parole come se fossero mera
filosofia o culto non ne poteva mostrare il vero valore. Il Dharma è come una
zattera che si può usare per attraversare l’acqua. Una volta raggiunta l’altra
sponda, non ci si porta la zattera sulle spalle.

Il vero rispetto si dimostra agendo nel modo giusto. Come spesso si dice nella
tradizione buddhista: «Chi segue al meglio il mio insegnamento mi aiuta di più».

Lo spirito di indagine consiste nel mettere alla prova le parole. È ben nota l’idea di
Siddhartha Gautama (il Buddha), che disse ai suoi seguaci di non limitarsi a
credergli acriticamente, ma di riflettere sulle sue parole come un orafo riflette
sull’oro. 

Il Buddha disse ai suoi allievi di mettere alla prova i suoi insegnamenti in
prima persona, invece di accettarli semplicemente per fede.

Gli insegnamenti sono uno strumento, non qualcosa da venerare. Per comprendere
davvero il significato profondo di ogni cosa, devi osservare attentamente la tua
mente e capire cosa è vero per te.

Non capirai cosa significa davvero “Dharma” se non hai una mente aperta.

Geshe G. THARCHIN

Monday, 3 August 2026

NEUTRALITA DEL DOLORE


Neutralità del dolore


La visione greca della trasformazione o della riformulazione del dolore è associata principalmente a due grandi scuole filosofiche: lo stoicismo e l’epicureismo. 

Gli stoici ritengono che il dolore possa essere modificato attraverso il giudizio — un processo di riflessione che altera la percezione che si ha del dolore. 

Stoici come Epitteto e Marco Aurelio sostenevano che il dolore fisico fosse un evento esterno neutro. Ritenevano che il dolore fisico non potesse essere evitato, ma che la sofferenza potesse essere modificata o eliminata alterando la propria percezione di esso. 

Credevano che, se si è turbati da un evento esterno, non è l’evento in sé a causare il turbamento, bensì la propria percezione di esso. Si ha il potere di modificare o revocare quel giudizio in qualsiasi momento. 

Pertanto, il dolore può essere trasformato da una catastrofe emotiva in una semplice sensazione corporea oggettiva o persino in un mezzo per sviluppare forza interiore. 

La visione epicurea è che il dolore possa essere modificato attraverso la memoria. Il filosofo greco Epicuro insegnava che il dolore è il male supremo, ma che può essere neutralizzato. 

È famosa la sua tesi secondo cui il dolore intenso è di breve durata, mentre quello cronico è lieve. Sosteneva che il dolore fisico presente potesse essere trasformato in felicità sostituendo le immagini della sofferenza fisica con il ricordo delle benedizioni passate e dei ricordi piacevoli. 

Il filosofo stoico Seneca suggerisce che, quando il dolore è gestibile, sopportabile e in qualche modo esprimibile, allora può trovare una voce. Ma quando la sofferenza è immensa, insopportabile, travolgente – quando toglie il respiro e distrugge la capacità di comunicare, lasciandoci senza parole – non si tratta dell’assenza di dolore, bensì di un’intensità talmente grande da superare ogni possibilità di espressione verbale.

Da un punto di vista buddista, la sofferenza umana è considerata il risultato del karma passato. Tuttavia, la sofferenza è una realtà oggettiva che non è né negativa né positiva, ma piuttosto determinata dalla forza mentale dell’individuo. 

La sofferenza è un’esperienza umana universale, ma può anche essere fonte di felicità attraverso le pratiche di addestramento mentale del Lo Jong e del Lam Rim.

Il sé e la sofferenza sono un'illusione finché non vengono esplorati dall'interno attraverso la riflessione analitica e contemplativa.


GESHE G. THARCHIN

ROME


Wednesday, 29 July 2026

il campo quantistico della vacuità - Gedun Tharchin

il campo quantistico della vacuità permette alla forza gravitazionale dell’ego umano di creare un sé illusorio. Ciò spinge gli esseri umani a riflettere su vari concetti, intenzioni e desideri relativi al karma, dando origine alle diverse manifestazioni dei mondi interni ed esterni del samsara. Questo concetto sintetizza poeticamente le idee buddiste e metafisiche. Esso collega la vacuità al peso dell’ego. Questa illusione intrappola la mente in un ciclo di pensieri concettuali, karma e mondi dualistici del samsara.


Il capitolo 4 del Abhidharmakosa inizia con questi importanti versi.

karmajaṁ lokavaicitryaṁ cetanā tatkṛtaṁ ca tat|

cetanā mānasaṁ karma tajjaṁ vākkāyakarmaṇī||1||

ལས་ལས་འཇིག་རྟེན་སྣ་ཚོགས་སྐྱེས། །དེ་ནི་སེམས་པ་དང་དེས་བྱས། །

སེམས་པ་ཡིད་ཀྱི་ལས་ཡིན་ནོ། །དེས་བསྐྱེད་ལུས་དང་ངག་གི་ལས། །

La varietà del mondo nasce dall’azione. È la volontà e ciò che viene prodotto dalla volontà. 

La volontà è un’azione mentale: dà origine a due azioni, quelle del corpo e quelle della parola. 


ENG.

The quantum field of emptiness allows the gravitational force of the human ego to create an illusory self. This prompts humans to reflect on various concepts, intentions and desires related to karma, giving rise to the different manifestations of the internal and external worlds of samsara. This concept poetically summarises Buddhist and metaphysical ideas. It connects emptiness to the weight of the ego. Does this illusion trap the mind in a cycle of conceptual thoughts, karma and dualistic worlds of samsara.

Chapter 4th. of Abhidharmakosa begins with these important verses.

karmajaṁ lokavaicitryaṁ cetanā tatkṛtaṁ ca tat| 
cetanā mānasaṁ karma tajjaṁ vākkāyakarmaṇī||1||

ལས་ལས་འཇིག་རྟེན་སྣ་ཚོགས་སྐྱེས། །དེ་ནི་སེམས་པ་དང་དེས་བྱས། །
སེམས་པ་ཡིད་ཀྱི་ལས་ཡིན་ནོ། །དེས་བསྐྱེད་ལུས་དང་ངག་གི་ལས། །

The variety of the world arises from action. It is volition and that which is produced through volition. Volition is mental action: it gives rise to two actions, bodily and vocal action. 

Friday, 10 July 2026

l'impermanenza e l'vacuità _Tutto cambia, Nulla cambia

 l'impermanenza e l'vacuità
Tutto cambia, Nulla cambia

Questo titolo coglie perfettamente il paradosso umano. In sostanza, il mondo e le circostanze in cui viviamo sono in costante mutamento. Tuttavia, la natura umana, le nostre lotte interiori e i ritmi della vita rimangono sostanzialmente immutati.

Riconoscere come ci sentiamo quando le cose intorno a noi cambiano ma noi restiamo gli stessi è un ottimo modo per raggiungere l’equilibrio. Nulla è permanente tranne il cambiamento: giorno dopo giorno, nulla cambia; ma guardando indietro, tutto è diverso.

La vita è piena di paradossi, come il fatto che tutto sia in costante mutamento, eppure alcune cose rimangano sempre le stesse. La chiave sta nel rendersi conto che, mentre la nostra vita quotidiana, la tecnologia e il susseguirsi delle stagioni sono in continuo mutamento, la natura umana, le lotte universali e il tessuto fondamentale dell’esistenza rimangono immutati.

Il concetto di non dualità mette in luce l’armonia tra le due realtà con cui abbiamo a che fare ogni giorno. In apparenza, tutto cambia e il mondo è sempre in movimento. La tecnologia continua a migliorare, le relazioni cambiano e ciò che ci circonda – come le strade affollate di Roma – si trasforma costantemente. Ma nel profondo, nulla cambia davvero perché gli elementi fondamentali dell’esperienza umana rimangono gli stessi. Amiamo, lottiamo e cerchiamo un senso, proprio come facevano le persone centinaia di anni fa.

Questa idea ha sempre trovato riscontro nelle persone che amano riflettere su questioni profonde. Ad esempio, l’antico filosofo greco Eraclito riteneva che tutto cambi e nulla rimane uguale: non si può mai entrare due volte nello stesso fiume. L’acqua scorre e cambia, anche se il corso del fiume sembra immutabile. Anche il famoso romanzo siciliano *Il Gattopardo* esplora questa idea, suggerendo che se vogliamo che le cose rimangano uguali, tutto deve cambiare.

Ciò suggerisce che a volte è necessario cambiare il mondo esterno per preservare la propria identità fondamentale, i propri valori e lo status quo. In un mondo in cui tutto cambia costantemente, l’unica costante è il cambiamento stesso. Se riusciamo ad accettare questo concetto, possiamo adattarci ai cambiamenti superficiali, trovando al contempo valore nelle cose della vita che non cambiano mai.

Come disse Eraclito circa 2.500 anni fa: «Nulla è permanente tranne il cambiamento» — un detto vecchio di centinaia di secoli che è ancora vero oggi e lo rimarrà per sempre. Questa citazione contiene lezioni preziose che ci incoraggiano ad accettare la realtà così com’è. Come disse il Buddha nel suo primo messaggio dopo aver raggiunto l’illuminazione: «Tutte le cose e tutti gli eventi sono impermanenti».

Nella tragedia globale del XXI secolo causata dall’ingiustizia, che provoca morte e distruzione planetaria, è essenziale riconoscere che ciò a cui stiamo assistendo deve essere considerato alla luce dello spirito della sacralità della vita e dell’impermanenza del mondo — una realtà naturale paradossale che è, tuttavia, sempre orientata verso la necessità di portare beneficio agli esseri nel samsara e liberarli nella vacuità della realtà — il dharmadatu — con un profondo senso di compassione, saggezza infinita e beatitudine.

In definitiva, in passato molti sono stati fuorviati dall’idea di cercare di cambiare il mondo, sempre e solo con un atteggiamento esterno, ma è invece necessario tenere a mente l’antico detto: «In passato ho cercato di cambiare il mondo; ora sto cercando di cambiare me stesso». È un fatto inconfutabile che non esista 
un’unica percezione soggettiva del mondo condivisa da tutti gli esseri. Le uniche cose che esistono nel tuo mondo sono il tuo mondo, il tuo essere e la tua esistenza— che sono realtà oggettive. Sei tu che hai creato il mondo che vedi, percepisci e sperimenti.

Non puoi aspettarti di diventare una persona migliore, raggiungere uno stato d’essere migliore o sfuggire alla sofferenza cercando di cambiare il mondo quasi magicamente dall’esterno. L’unico modo per cambiare il mondo è cambiare te stesso e diventare la persona capace di cambiare ciò che ti aspetti dal mondo.

Il termine “mondo” si riferisce innanzitutto alla qualità del mondo. Questa qualità comprende sia l’individuo sia un’unica realtà composta da due energie indispensabili e interdipendenti, come la mente e il corpo, o lo spazio e le particelle; allo stesso modo, il giorno e la notte formano un unico giorno completo.

Ciò può essere raggiunto coltivando un mondo migliore attraverso le realizzazioni interiori, una visione positiva, una solida filosofia e psicologia, la meditazione, l’addestramento e la trasformazione della mente, nonché coltivando il potere dell’immaginazione, della visualizzazione e della concentrazione e una digestione sana e un'adeguata assistenza sanitaria.

Puoi trasformare il mondo che ti circonda cambiando la tua visione e la tua prospettiva. Puoi diventare il cambiamento stesso e, così facendo, diventare altruista, saggio, puro e lucido. Questo stato supremo dell’essere rappresenta il servizio altruistico infinito verso gli altri, il vero significato dell’esistenza e lo scopo ultimo della vita — una verità che vale per tutte le culture e le tradizioni spirituali.

Nāgārjuna fondò la scuola Madhyamaka (Via di Mezzo) nel buddhismo, tracciando un rigoroso percorso concettuale tra eternismo e nichilismo attraverso l’uso di un paradosso. 

 

Egli non sosteneva che i carri non esistessero fisicamente, ma piuttosto che fossero privi di un’essenza indipendente e intrinseca. Nel suo quadro filosofico Madhyamaka, egli utilizza il carro come classica metafora buddhista per illustrare i concetti di vacuità (śūnyatā) e origine dipendente (pratītyasamutpāda).

 

Sebbene questa analogia abbia origine dal *Milinda Pañha* (Le domande del re Milinda), Nāgārjuna e il suo commentatore successivo, Candrakīrti, la formalizzarono in una rigorosa decostruzione. Candrakīrti ampliò la logica di Nāgārjuna per creare il Ragionamento Settevolare, una dimostrazione analitica sistematica che dimostra come un «carro» non possa essere individuato attraverso l’analisi. Poiché il carro fallisce tutte e sette le seguenti prove, si dimostra che è privo di esistenza intrinseca.

 

1. Non è costituito dalle parti: il carro non è l’asse, le ruote o il telaio presi singolarmente.

2. Non è separato dalle parti: un carro non può esistere indipendentemente dai suoi componenti fisici.

3. Non possiede le parti. Il carro non “possiede” le sue parti nello stesso modo in cui un padrone possiede uno schiavo.

4. Non dipende dalle parti. Il carro non risiede intrinsecamente all’interno dei suoi componenti.

5. La posizione delle parti non è: le parti non risiedono all’interno di un «carro» preesistente.

6. Non è semplicemente un insieme. Un mucchio casuale di ruote e assi rotti non costituisce un carro.

7. Non è la forma: anche la configurazione specifica delle parti è una caratteristica transitoria, sorta in modo dipendente.


Il ragionamento in sette parti di Chandrakirti è una profonda indagine meditativa utilizzata nella scuola buddista Prasangika-Madhyamika per smantellare l’illusione di un “sé” o “io” che esista in modo intrinseco. Utilizza un carro, come menzionato nei paragrafi precedenti, le sue parti come metafora per mostrare che una persona è semplicemente un’etichetta attribuita a un insieme di componenti e non possiede alcuna esistenza indipendente e concreta. 


La meditazione analizza sistematicamente il rapporto tra il sé (il carro) e la sua base di designazione (gli aggregati, ovvero le parti del carro) utilizzando sette punti logici: 


1. il sé non è identico alle parti: l’«io» non è identico al corpo e alla mente (gli aggregati), proprio come il carro non è esattamente uguale alle sue ruote, all’asse e al telaio. Se fossero la stessa cosa, il sé sarebbe multiplo (tanti quanti sono i componenti) o deperibile. 


2. Il sé non è diverso dalle parti: l’«io» non esiste indipendentemente dal corpo e dalla mente né al di fuori di essi, proprio come il carro non può essere trovato separato dai suoi componenti fisici. 


3. Il sé non possiede intrinsecamente le parti: il sé non “possiede” né contiene il corpo e la mente — il loro rapporto non è come quello di una persona che possiede un bene. 


4. Il sé non dipende dalle parti: non si può dire che il sé risieda all’interno degli aggregati, utilizzandoli come base. 


5. Gli aggregati non sono contenuti nel sé, e il sé non è il “proprietario” da cui essi dipendono. 


6. Il sé non è la mera somma delle parti: l’“io” non è la somma totale o l’insieme degli aggregati, proprio come un carro non è semplicemente un ammasso di ruote e assi smontati. 


7. Il sé non è la forma o la disposizione delle parti: l’«io» non è la configurazione strutturale o la forma del corpo e della mente, proprio come un carro non è semplicemente la forma specifica delle parti assemblate. 


Analizzando questi sette punti, chi medita scopre che non è possibile trovare alcun «sé» intrinsecamente esistente né all’interno né all’esterno del proprio corpo e della propria mente. Questa comprensione della vacuità aiuta, in ultima analisi, a liberare la mente dalla sofferenza e dall’attaccamento dettato dall’ego.

 

Per impedire che questa filosofia degenerasse in un nichilismo assoluto, Nāgārjuna sviluppò la dottrina delle Due Verità.

Secondo la verità convenzionale, i carri esistono nella vita quotidiana. Funzionano, trasportano passeggeri e sono concetti linguistici validi.

Tuttavia, se analizzato al livello più profondo, il carro non ha un’essenza permanente o immutabile. Esiste solo come etichetta concettuale applicata a un insieme di parti disposte in modo interdipendente.

 

Secondo Nāgārjuna, quando cerchiamo la “verità ultima” o l’essenza fondamentale (svabhāva) di qualsiasi oggetto, non troviamo nulla. Ogni cosa esiste solo perché è interconnessa e dipende da tutto il resto. Questo è il principio dell’Origine Dipendente (Pratītyasamutpāda).  

 

Poiché le cose dipendono interamente da condizioni esterne per la loro esistenza, sono prive di qualsiasi natura intrinseca e indipendente. Questa totale assenza di esistenza indipendente è ciò che Nāgārjuna chiama «vuoto» (śūnyatā).  

 

Il paradosso si approfondisce attraverso una presa di coscienza in due fasi: in primo luogo, la verità ultima è il vuoto; in secondo luogo, il fatto definitivo e assoluto riguardo all’universo è che tutte le cose sono prive di esistenza indipendente.

 

Tuttavia, il vuoto stesso è vuoto, poiché non è una sostanza tangibile, un etere magico o un piano cosmico superiore. Il vuoto è semplicemente uno strumento concettuale utilizzato per descrivere la natura delle cose convenzionali. Poiché il vuoto si basa sulle cose convenzionali per essere definito, è in ultima analisi vuoto e convenzionalmente vero.  

 

Pertanto, la verità ultima è che non esiste una «realtà ultima» indipendente. Le verità ultime e convenzionali non sono due mondi separati; sono prospettive interdipendenti che indicano la stessa realtà.  

 

Lo scopo filosofico fondamentale di questa decostruzione non è semplicemente un esercizio accademico riguardante i veicoli antichi. Il carro è una metafora del sé umano. Proprio come un carro è solo un’etichetta per le sue parti, l’“io” o l’individuo è semplicemente un’etichetta applicata ai cinque aggregati: forma, sensazione, percezione, formazioni mentali e coscienza, tutti in costante mutamento. 

 

Quando si prende coscienza di questa vacuità attraverso pratiche come la contemplazione e la meditazione, la mente si libera dall’attaccamento e dalla sofferenza, poiché ogni dolore e ogni sofferenza derivano dall’idea di aggrapparsi a un sé sostanziale e indipendente — l’«io» e il «mio».


Sii il cambiamento, sii lo stesso.


Geshe Gedun Tharchin 
Rome: 10.07.2026

Sunday, 17 May 2026

Saka Dawa Dùchen 2026 _ il giorno più importante del calendario buddista tibetano, cade domenica 31 maggio


Buddha: l'illuminazione - II - My India | www.myindia.it



Nel 2026, il Saka Dawa Düchen, il giorno più importante del calendario buddista tibetano, cade domenica 31 maggio.

Secondo la tradizione, il Buddha nacque il settimo giorno del quarto mese dell'anno della Scimmia di Ferro secondo il calendario tibetano, raggiunse l'illuminazione il quindicesimo giorno del quarto mese dell'anno del Cavallo di Legno e morì il quindicesimo giorno del quarto mese dell'anno del Drago di Ferro. 

L'intero mese sacro di Saka Dawa è previsto dal 17 maggio al 15 giugno 2026. Questo periodo è considerato estremamente propizio e viene osservato per commemorare la nascita, l'illuminazione e il parinirvana (passaggio) del Buddha Shakyamuni.

Proprio nel giorno della festa principale di Saka Dawa, il 31 maggio 2026, è previsto un raro fenomeno astronomico noto come “Luna Blu”.

Vorrei cogliere l'occasione per porgere i miei migliori auguri per una celebrazione davvero significativa di Saka Dawa (Mese di Vesaka) attraverso le pratiche di meditazione.

Wednesday, 29 April 2026

Il Vesak 2570 (era buddhista) nel 2026


 Festival del Vesak 2026

Il Vesak 2570 (era buddista) nel 2026 commemora il 2.570° anniversario del Parinirvana (morte) del Buddha in alcune tradizioni, mentre in altre viene celebrato come la nascita, l'illuminazione e la morte del Buddha storico. Come momento per onorare il suo messaggio di compassione e pace, viene osservato nel giorno di luna piena del mese di Vaisakha, che cade tipicamente a maggio.

Nel 2026, molte organizzazioni buddiste occidentali celebreranno il Vesak Day il 1° maggio, Festa dei Lavoratori! Si tratta forse di una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite come Giornata Internazionale del Vesak? Secondo le linee guida dell’ONU, infatti, il primo giorno di luna piena dell’anno è considerato il Vesak Day.

Tuttavia, quest’anno il 1° maggio non coincide con molte delle date del calendario buddista tradizionale né con le feste regionali.  Secondo il calendario tibetano, nel 2026 il Vesak Day sarà celebrato il 31 maggio, giorno di luna piena. 

Di seguito sono riportati ulteriori dettagli relativi al riconoscimento della Giornata del Vesak 2026 a livello internazionale e nelle regioni tradizionali.

 

La Giornata internazionale del Vesak

Le Nazioni Unite riconoscono la Giornata Internazionale del Vesak il 30 aprile 2026, per commemorare la nascita, l'illuminazione e la morte del Buddha. Mentre la sede dell'ONU a Vienna pianifica eventi intorno a questa data, il giorno specifico varia a livello locale, con molte nazioni asiatiche che celebrano la festa della luna piena il 31 maggio 2026.

 

Dettagli chiave per il Vesak 2026

    Riconoscimento dell'ONU: Secondo Indico.un.org, l'evento ufficiale del 2026 è previsto per il 30 aprile 2026.
    Celebrazione generale: molti paesi, tra cui Singapore, Thailandia e Malesia, celebreranno domenica 31 maggio 2026.
    Tema centrale: l'ONU si concentra sugli insegnamenti del Buddha relativi alla compassione, alla pace e al servizio all'umanità in tempi di conflitto.
    Tradizioni: i buddisti celebrano questa giornata visitando i templi, offrendo fiori, accendendo lampade e facendo donazioni in beneficenza.



Variazioni regionali per il Vesak 2026


    30 aprile 2026: Myanmar
    1 maggio 2026: Cambogia, India, Laos
    15 maggio 2026: Malesia
    31 maggio 2026: Sri Lanka, Singapore, Thailandia, Indonesia, Tibet

L'ONU esorta a uno spirito di armonia, in particolare per onorare gli insegnamenti della compassione in un momento di divisione globale, come indicato nel Messaggio (
Secretary-General's Message for 2026 ) del Segretario Generale per il 2026.


 L'essenza

La data esatta in cui si celebra il Vesak non riveste grande importanza e, in ogni caso, qualsiasi data tradizionale è considerata valida.

La cosa più importante che posso fare per celebrare il Vesak è dedicarmi alla pratica della meditazione e coltivare la bodhicitta che è al centro degli insegnamenti di tutti i Buddha. 

Ecco un link a uno dei miei post precedenti sulla festa del Vesak: OSSERVAZIONE VESAK - SAKA DAWA


སེམས་ཀྱི་སྙིང་པོ་བྱང་ཆུབ་སེམས།།
སེམས་ཀྱི་རྩ་བ་སྟོང་པ་ཉིད།།
སེམས་ཀྱིས་སེམས་མེད་ཤེས་པ་ན།།
སེམས་ནི་མ་རིག་པ་ལས་སངས།།

L'essenza della mente è la bodhicitta.
La radice della mente è la vacuità.
La mente riconosce la propria inesistenza.
Si risveglia completamente dall'ignoranza.

  Appunti sul Dharma




BUON VESAK 2026

Lama Geshe Tharchin G. Lharampa Rinpoche


Saturday, 28 February 2026

L'illusione della realtà


L'illusione della realtà

Immaginate che tutto ciò che vedete, toccate e sperimentate non sia esattamente come appare. Questa idea, secondo cui tutte le nostre percezioni potrebbero essere illusioni, ha catturato l'attenzione di scienziati, filosofi e tradizioni spirituali. Una voce affascinante in questo dibattito è quella di Donald Hoffman, che propone la teoria dell'interfaccia percettiva. Secondo Hoffman, il nostro cervello non ci mostra il mondo così com'è realmente. Al contrario, crea un'interfaccia intuitiva progettata per la sopravvivenza, una sorta di “desktop” che ci permette di navigare nella vita in modo efficiente, ma non accurato.

Il nostro cervello riceve informazioni sensoriali limitate, solo segnali luminosi bidimensionali dai nostri occhi. Eppure, riesce a costruire mondi ricchi, colorati e tridimensionali nella nostra mente. È sorprendente che circa il 90% di ciò che “vediamo” provenga dalle previsioni e dai ricordi del cervello piuttosto che dai dati grezzi. Ciò significa che la nostra esperienza della realtà è per lo più una costruzione mentale, ottimizzata per decisioni rapide e sopravvivenza piuttosto che per la verità.

Questa idea si allinea in modo intrigante con le intuizioni della fisica quantistica e del buddismo, nonostante le loro origini molto diverse. La fisica quantistica rivela che ciò che sembra solido e reale - tavoli, sedie, persino i nostri corpi - è per lo più spazio vuoto. Gli atomi sono in gran parte vuoti e la loro solidità deriva dalle forze elettromagnetiche, non dal contatto reale. Inoltre, le particelle non hanno proprietà fisse fino a quando non vengono osservate, esistendo invece come onde di probabilità. Questo “effetto osservatore”

Questa idea si allinea in modo intrigante con le intuizioni della fisica quantistica e del buddismo, nonostante le loro origini molto diverse. La fisica quantistica rivela che ciò che percepiamo come solido e reale – tavoli, sedie, persino i nostri corpi – è per lo più spazio vuoto. Gli atomi sono in gran parte vuoti e la loro solidità deriva dalle forze elettromagnetiche, non dal contatto reale. Inoltre, le particelle non hanno proprietà fisse finché non vengono osservate, ma esistono invece come onde di probabilità. Questo “effetto osservatore” fa eco all'insegnamento buddista secondo cui la realtà è impermanente e dipende dalla percezione.

Il buddismo parla di Maya, l'illusione di un mondo permanente e separato. Insegna che tutto è interconnesso e in costante cambiamento, un concetto chiamato anicca, o impermanenza. La visione buddista suggerisce che il nostro senso di un sé solido e separato è un'idea errata che porta alla sofferenza. Allo stesso modo, l'entanglement quantistico mostra che le particelle possono essere collegate istantaneamente a grandi distanze, evidenziando la profonda interdipendenza di tutte le cose.

Sia il buddismo che la fisica quantistica mettono in discussione l'idea di una realtà oggettiva e immutabile. Mentre la fisica quantistica studia la materia attraverso la matematica e gli esperimenti, il buddismo esplora la mente e la sofferenza attraverso la meditazione e la filosofia. Eppure entrambi giungono a una conclusione sorprendentemente simile: ciò che sperimentiamo come realtà è una rete costruita, fluida e interconnessa piuttosto che un mondo fisso e indipendente.

Comprendere questo può essere allo stesso tempo umiliante e liberatorio. Ci ricorda che il nostro cervello agisce come un motore di previsione, creando una realtà utile ma soggettiva che favorisce la sopravvivenza. Le nostre percezioni non sono specchi perfetti, ma interpretazioni creative plasmate dalla memoria, dal contesto e dalle aspettative. Questo non significa che il mondo non esista – le nostre azioni hanno comunque delle conseguenze – ma significa che viviamo all'interno di una sorta di simulazione mentale.

Alla fine, questa prospettiva ci invita a ripensare ciò che consideriamo reale. Colma il divario tra scienza e spiritualità, offrendo uno sguardo condiviso sulla natura misteriosa dell'esistenza. Che sia attraverso la lente delle neuroscienze, della fisica quantistica o della saggezza antica, la storia è la stessa: la realtà non riguarda tanto fatti concreti quanto relazioni dinamiche, che si sviluppano nell'interazione tra osservatore e osservato.

Questa è una prima bozza di Geshe Gedun Tharchin

ROMA: 28 febbraio 2026