Thursday, 1 October 2026

L’ASHTAVAKRA GITA E IL MAHAMUDRA

 

     
L’ASHTAVAKRA GITA E IL MAHAMUDRA

di
Lama G. Tharchin Lharampa Geshe 

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​I capitoli l'indice dei capitoli:
(I)       Premessa
(II)     L’Ashtavakra Gita e la Bhagavad Gita
(III)   L’Ashtavakra Gita, il Mahamudra e lo Dzogchen
(IV)    L’Ashtavakra Gita e il Ganges Mahamudra di Tilopa
(V)     Confronto tra l’Ashtavakra Gita e il Dhammapada
(VI)   Il *Ganga Mahamudra Upadesha* e il Mahamudra della tradizione orale di Ganden
(VII) Conclusione




(I) Premessa

Questa breve riflessione esplora le somiglianze e le connessioni tra due importanti tradizioni
spirituali che affondano le loro radici nella filosofia indiana e nel buddhismo tibetano. In
particolare, mette a confronto i concetti e le pratiche esposti nell’Ashtavakra Gita e nella
tradizione del Mahamudra. Viene inoltre proposto un confronto tra alcuni versi dell’Ashtavakra
Gita e del Dhammapada, un testo buddhista fondamentale. 
È stato inoltre incluso un confronto tra due importanti testi sul mahamudra: il *Ganga Mahamudra Upadesha* e il *Mahamudra della tradizione orale di Ganden*.

Tuttavia, tutte queste tradizioni spirituali affondano, in ultima analisi, le loro radici nell’antica
filosofia indiana. Molti concetti importanti presenti in entrambe le tradizioni risultano più facili da comprendere se considerati insieme, poiché condividono lo stesso linguaggio e lo stesso
background culturale. Il saggio traccia inoltre dei paralleli tra l’Ashtavakra Gita e la Bhagavad
Gita, che ritengo siano due facce della stessa medaglia.


(II) L’Ashtavakra Gita e la Bhagavad Gita

L’Ashtavakra Gita (nota anche come Ashtavakra Samhita) è un testo classico dell’Advaita
Vedanta radicale (non dualismo). Presentata come un dialogo tra il saggio Ashtavakra e il re-
filosofo Janaka, essa tralascia rituali, doveri e pratiche spirituali graduali. Al contrario, afferma
che tu sei già pura coscienza, libero dai vincoli del corpo e della mente. Sebbene intransigente e
destinato a praticanti avanzati, condivide profonde verità ultime con la Bhagavad Gita.

Nonostante i loro stili di insegnamento molto diversi — la Bhagavad Gita è graduale e orientata
all’azione, mentre l’Ashtavakra Gita è immediata e inflessibile — i due testi condividono diversi
concetti spirituali fondamentali. Tra questi figurano: 1. il distacco (vairāgya), 2. il vero sé (atman), 3. l’equanimità (samaṭvṭ am) e 4. la natura della mente.

La Bhagavad Gita definisce questi concetti come segue:
1. nishkāma karma — compiere il proprio dovere senza attaccamento ai risultati.
2. Assicura che l’anima non possa essere recisa, bruciata o distrutta dalle armi.
3. Definisce lo yoga come l’equanimità della mente di fronte al successo, al fallimento, al piacere
o al dolore,
4. E riconosce che una mente disciplinata è la più grande amica di una persona, mentre una mente indisciplinata è il suo più grande nemico.

L’Ashtavakra Gita, d’altra parte, definisce questi valori nel seguente ordine:
1. Rinuncia totale alle identità mondane e distacco interiore.
2. Afferma che il sé è il testimone di tutte le cose e non è influenzato dal mondo fisico.
3. Considera un’anima realizzata come qualcuno che rimane completamente imperturbabile di
fronte alle dualità mondane
4. e afferma che una persona è plasmata interamente dalla propria mente («come è la mente, così è la persona»).

L’armonia fondamentale tra le due risiede nella loro destinazione, sebbene i loro punti di partenza differiscono. La Bhagavad Gita ti viene incontro sul campo di battaglia della vita, affrontando i tuoi dubbi, i tuoi doveri, le tue emozioni e le tue relazioni. 

Al contrario, l’Ashtavakra Gita presuppone che tu abbia già lasciato il campo di battaglia alle spalle e che tu sia pronto a dissolvere completamente il tuo ego. Pertanto, i loro approcci differiscono in modo significativo.


(III) Ashtavakra Gita, Mahamudra e Dzogchen

L’Ashtavakra Gita proviene dalla tradizione indù dell’Advaita Vedanta, mentre il Mahamudra e lo Dzogchen appartengono entrambi al buddhismo tibetano. Condividono un’identica convinzione fondamentale che gli esseri siano già fondamentalmente liberi e che la liberazione sia una questione di riconoscimento istantaneo piuttosto che di raggiungimento graduale.

Nonostante le loro diverse origini storiche e religiose, l’Ashtavakra Gita, il Mahamudra e lo
Dzogchen conducono alla stessa realizzazione non dualistica della mente. 
Condividono inoltre concetti molto simili riguardo alla metafora centrale, alla immediatezza
radicale, alla meditazione intesa come schiavitù e alla non dualità.

a) L’oceano e lo spazio
Le somiglianze strutturali e filosofiche che legano insieme queste tre tradizioni includono: tutte e
tre descrivono la natura ultima della realtà come uno spazio intrinsecamente vuoto, ma altamente consapevole e radioso, piuttosto che come un vuoto privo di contenuto.

Ashtavakra Gita paragona il Vero Sé (Atman o Brahman) a un vasto oceano in cui i pensieri e il
mondo sono onde temporanee che non alterano l’acqua dell’oceano.

Mahamudra e Dzogchen utilizzano la metafora del cielo. I pensieri, le emozioni e i concetti sono
come nuvole che si formano e si dissolvono temporaneamente al suo interno. Tuttavia, il cielo
stesso non viene mai macchiato né alterato da essi.

b) Nessun percorso graduale
A differenza di altre tradizioni spirituali, che richiedono una rigorosa purificazione, questi tre
sistemi offrono una via diretta verso l'illuminazione. Ashtavakra Gita elude completamente la
necessità di un’evoluzione graduale, dei rituali e della logica progressiva. Afferma esplicitamente
che, distaccandosi dal corpo e dimorando nell’intelligenza, si raggiungerà la liberazione
istantanea.

Al contrario, lo Dzogchen e il Mahamudra si basano fortemente sull’«istruzione indicativa»
impartita da un maestro. Ciò comporta guidare l’allievo a guardare oltre la mente concettuale per
riconoscere la consapevolezza nuda primordiale (rigpa, o essenza della mente) nel momento
presente.

c) Nessuna meditazione convenzionale
Una sorprendente somiglianza tra i tre sistemi è la loro comune critica alla meditazione
convenzionale. Essi sostengono che tentare di meditare rafforzi proprio quell’ego che sta
cercando l’illuminazione.

L’Ashtavakra Gita afferma che la ricerca della quiete può agitare la mente e che il desiderio di
meditare può essere di per sé una forma di schiavitù.

Il Mahamudra culmina nello stadio della «non-meditazione» (gom-med). Ciò sottolinea la «non
correzione»: non inventare, non alterare né cercare di fermare ciò che sorge nella mente.

Nello Dzogchen, l’attenzione è rivolta al trekchöd (il taglio delle illusioni solide): uno stato di
rilassamento assoluto nella purezza primordiale in cui nulla viene accettato, rifiutato o modificato.

d) Il crollo del “ricercatore” e del “ricercato”
Tutte e tre le filosofie annullano la divisione dualistica tra la persona che medita e l’oggetto della
meditazione. Il concetto di “autore dell’azione” viene completamente respinto nell’Ashtavakra
Gita. Il ricercatore comprende di non essere un’onda che cerca di trovare l’oceano, ma l’oceano
stesso.

Nel Mahamudra e nello Dzogchen, il samsara (il ciclo della sofferenza) e il nirvana (la
liberazione) sono considerati basati sullo stesso principio. L’illuminazione non è uno stato che si
può acquisire; è semplicemente il riconoscimento della vera natura dell’esperienza ordinaria e
presente.


(IV) L’Ashtavakra Gita e il Ganges Mahamudra di Tilopa

L’Ashtavakra Gita (un testo fondamentale dell’Advaita Vedanta) e il Ganges Mahamudra (il testo
fondamentale di Tilopa sul Mahamudra buddhista tibetano) sono due delle espressioni più radicali e dirette della non dualità. Nonostante provengano da tradizioni diverse — il Vedanta indù e il buddhismo Vajrayana — condividono le stesse intuizioni fondamentali: la tua vera natura è già libera; la pura consapevolezza è come lo spazio; e sforzarsi troppo è una forma di schiavitù.

Di seguito è riportato un confronto tematico tra versi che condividono significati profondi simili
nei capitoli «La natura della mente/del sé come spazio illimitato», «Abbandonare lo sforzo e la
meditazione forzata», «I pensieri e le illusioni svaniscono da soli» e «Il riconoscimento diretto
rispetto ai percorsi graduali».

1. La natura della mente/del sé come spazio illimitato
Entrambi i testi utilizzano l’analogia dello spazio vuoto per descrivere la natura ultima della
coscienza. Sottolineano che la coscienza non ha forma né confini e non è influenzata da nulla al
suo interno.

a) Consapevolezza simile allo spazio
AG «Proprio come lo stesso spazio esiste sia all’interno che all’esterno di un vaso, l’Uno senza
tempo e onnipervadente esiste come Totalità» (versetto 1.20).

MT «Ad esempio, considera lo spazio: cosa dipende da cosa? Allo stesso modo con il
mahamudra: non dipende da nulla» (versetto 2).

b) Oltre i concetti
AG «Tu sei incondizionato, immutabile e senza forma. Sei solido, insondabile e sereno. Non
desiderare nulla. Tu sei coscienza» (versetto 1.17).

MT «La verità al di là della mente non può essere colta da alcuna facoltà mentale... Recidi la
mente alla radice e riposa nella pura consapevolezza» (versetto 11).

2. Abbandonare lo sforzo e la meditazione forzata
Entrambe le tradizioni sono caratterizzate dall’idea radicale secondo cui sforzarsi troppo di
meditare può limitare la mente. Al contrario, sostengono un approccio più naturale al rilassamento nel momento presente.

a) Non-meditazione
AG «Tu sei ora e per sempre libero, luminoso, trasparente e immobile. La pratica della
meditazione tiene l’individuo in schiavitù» (Versetto 1.15).

MT «Non controllare. Lascia andare e riposa naturalmente. Lascia andare ciò che ti lega e la
libertà è garantita» (Versetto 2).

b) Riposo naturale
AG «Il saggio non lotta per la liberazione, né si aggrappa alla schiavitù». Sapendo che l’universo
è una manifestazione, riposa nel Sé (Versetto 18.27).

MT «Esiste in uno stato di non-meditazione e raggiungi il non-raggiungimento per raggiungere il Mahamudra» (Versetto 10)

3. I pensieri e le illusioni svaniscono da soli
Anziché combatterli, entrambi i testi ci insegnano a considerare i pensieri come fenomeni
transitori, simili alle increspature sull’acqua o alle nuvole nel cielo. Se smetti di prestarvi
attenzione, essi si dissolveranno naturalmente nella pura coscienza. Autodissoluzione

a) Auto-dissoluzione
AG «Come le bolle che salgono dal mare, il mondo emana dall’Atma non duale. Sappi questo e
dissolviti nello stato di unità» (Versetto 1.12).

MT «Le nebbie salgono dalla terra e svaniscono nello spazio. Non vanno da nessuna parte, né
rimangono. Allo stesso modo, sebbene i pensieri sorgano, si dissolvono quando la mente
contempla se stessa» (Versetti 4–5).

b) Tagliare la radice
AG «Brucia la foresta dell’ignoranza con il fuoco della comprensione che indica: “Io sono pura
consapevolezza”, e sii felice...» (versetto 1.14).

MT «Un albero allarga i suoi rami e mette foglie, ma quando la sua radice viene recisa, il suo
fogliame appassisce. Così anche quando la radice della mente viene recisa: i rami del samsara
muoiono» (versetto 10).

4. Riconoscimento diretto contro percorsi graduali:
Nessuno dei due testi prevede rituali graduali o studi intellettuali. Entrambi richiedono un
cambiamento diretto di prospettiva, qui e ora.

Ashtavakra Gita (1:11): «Chi si ritiene libero è libero; chi si ritiene legato è legato. “Come pensi,
così diventi”: questo detto è vero».

Mahamudra (Tilopa): «Lo stolto, nella sua ignoranza, disdegna il Mahamudra e non conosce altro che la lotta nel torrente del samsara. Quando la benedizione del maestro tocca il tuo cuore, la mente si libera».


(V) Confronto tra l’Ashtavakra Gita e il Dhammapada

L’Ashtavakra Gita e il Dhammapada rappresentano due tradizioni orientali distinte:
rispettivamente l’Advaita Vedanta (non dualismo radicale) e il buddhismo primitivo. Sebbene
differiscano in modo significativo dal punto di vista teologico — l’Ashtavakra Gita afferma la
realtà ultima del Sé eterno, mentre il Dhammapada si concentra sull’anatta, ovvero il «non-sé»-
i loro insegnamenti pratici sulla liberazione, sull’addestramento della mente e sulla libertà dal
desiderio sono straordinariamente simili.

Il confronto diretto tra versi chiave dal significato affine rivela come questi due capolavori
rispecchino a vicenda le reciproche verità spirituali fondamentali, quali: il potere e la natura della mente, il desiderio, l’attaccamento e la vera libertà; l’eliminazione dell’ego («io» e «mio») e la natura dell’Illuminato.

1. Il potere e la natura della mente
Sia il Dhammapada che l’Ashtavakra Gita sottolineano che la mente crea la nostra realtà e la
nostra schiavitù, e che padroneggiarla o vedere oltre le sue illusioni è la chiave per la libertà.

a) La mente come creatrice
DP «La mente precede tutti gli stati mentali. La mente è il loro capo; essi sono tutti opera della
mente. Se con una mente impura una persona parla o agisce, la sofferenza la segue... (Capitolo 1,
Versetto 1).

AG «La tua schiavitù è proprio questa: vedi al di fuori di te ciò che in realtà è dentro di te.» —
Capitolo 1, Versetto 16

b) L’illusione della mente
DP «La mente irrequieta e volubile è difficile da custodire e controllare. Il saggio la raddrizza,
proprio come un arciere raddrizza una freccia.» — Capitolo 3, Versetto 33

AG «Tu sei l’unico testimone di ogni cosa, e sei sempre completamente libero. La causa della tua
schiavitù è che vedi il testimone come qualcos’altro.» — Capitolo 1, Versetto 7

2. Desiderio, attaccamento e vera libertà
Entrambe le tradizioni concordano sul fatto che la sofferenza nasce dall’attaccamento e dal
desiderio, e che la vera pace giunge solo quando tutti i desideri sono abbandonati.

​a) Rinunciare ai desideri
DP «Dal desiderio nasce il dolore; dal desiderio nasce la paura. Per chi è completamente libero
dal desiderio, non c’è dolore, tanto meno paura.» — Capitolo 16, Versetto 216

AG «Se desideri la liberazione, figlio mio, rifuggi dagli oggetti dei sensi come se fossero veleno.
Cerca invece il perdono, la sincerità, la gentilezza, la contentezza e la verità.» — Capitolo 1,
Versetto 2

b) Libertà dai risultati
DP «Colui che non è attaccato a nulla, che non gioisce quando ottiene il bene né si affligge
quando incontra il male, la cui saggezza è saldamente radicata.» — Capitolo 4 (temi simili nel
Capitolo 26).

AG «Colui che è soddisfatto, i cui sensi sono purificati, che è sempre distaccato... non si affligge
per ciò che perde, né gioisce per ciò che ottiene.» — Capitolo 17, Versetto 4

3. Eliminare l’ego («io» e «mio»)
Sebbene la destinazione metafisica finale sia diversa — il buddhismo cerca il vuoto del Nirvana,
mentre l’Advaita cerca la pienezza del Brahman Assoluto — il percorso richiede il completo
smantellamento del falso ego.

a) L’illusione del possesso
DP «Ho dei figli, ho ricchezze», così pensa lo stolto e soffre. Egli stesso non appartiene a se
stesso; come possono allora i figli essere suoi? Come possono le ricchezze essere sue?» —
Capitolo 5, Versetto 62

AG «Infinita è la mia ricchezza, eppure non possiedo nulla. Se la città di Mithila brucia, nulla di
mio viene bruciato.» — Capitolo 3, Versetto 1 (attribuito al re Janaka)

b) Trascendere l’identità
DP «Non c’è sofferenza per colui che ha completato il proprio viaggio, che è liberato dal dolore,
che si è liberato da ogni lato, che si è scrollato di dosso ogni catena.» — Capitolo 7, Versetto 90

AG «Tu non appartieni alla casta dei bramini né a nessun’altra casta, né ti trovi in alcuna fase
della vita... Disinteressato, senza forma e testimone di ogni cosa — sii felice.» — Capitolo 1,
Versetto 5

4. La natura dell’Illuminato
Le descrizioni di un saggio risvegliato — l’Arahant o Brahmana nel buddhismo e il Jivanmukta
nell’Advaita — sono quasi identiche in termini di tono e attributi.

a) Il saggio imperturbabile
DP «Come una roccia solida non viene scossa dal vento, così i saggi non si lasciano turbare né
dalle lodi né dalle critiche.» — Capitolo 6, Versetto 81

AG «Il saggio non si lascia turbare né dalle lodi né dalle critiche. Non prova né piacere per ciò
che è piacevole né dolore per ciò che è doloroso.» — Capitolo 17, Versetto 15

b) Al di là del bene e del male
DP «Colui che ha trasceso sia il bene che il male, che è libero dai legami, privo di dolore e puro
— lui io chiamo un Santo.» — Capitolo 26, Versetto 412

AG «La rettitudine e l’ingiustizia, il piacere e il dolore appartengono esclusivamente alla mente e
non appartengono a te, il Sé onnipervasivo. Tu non sei né colui che agisce né colui che gode.» —
Capitolo 1, Versetto 6



(VI) Il *Ganga Mahamudra Upadesha* e il Mahamudra della tradizione orale di Ganden
 
Il Ganga Mahamudra (Ganga Mahamudra Upadesha), scritto dal Mahasiddha indiano Tilopa, e il Testo Radice sul Mahamudra della Tradizione Orale di Ganden, scritto dal Primo Panchen Lama, Lobsang Chokyi Gyaltsen, rappresentano due pietre miliari significative nella storia della meditazione buddista tibetana.
Sebbene condividano lo stesso obiettivo ultimo di realizzare direttamente la natura della mente, essi provengono da epoche diverse e da tradizioni stilistiche distinte.
 
Il Ganga Mahamudra, tramandato oralmente da Tilopa sulle rive del Gange nell’India del X/XI secolo, è un testo fondamentale della tradizione Marpa Kagyu: si tratta di un doha poetico e spontaneo, ovvero un «canto della realizzazione».

Fu recitato spontaneamente al suo discepolo Naropa dopo che questi aveva superato dodici grandi prove e consiste di 28 strofe. Si avvale ampiamente di metafore tratte dalla natura, paragonando la mente allo spazio aperto, alla nebbia che si dissipa o a una stanza buia improvvisamente illuminata da una singola lampada. Richiede un’immediata risonanza esperienziale.

La Tradizione Orale di Ganden sul Mahamudra, redatta dal Panchen Lama nel XVII secolo, ha avuto origine a Wensa, in Tibet. Si tratta del testo centrale della tradizione sincretica orale di Ganden. È altamente strutturato e sistematico, con un fondamento scolastico. Il testo fondamentale, «La Via dei Conquistatori», fu deliberatamente messo per iscritto per sintetizzare una tradizione orale «trasmessa all’orecchio» che era stata tenuta segreta per secoli. È meticolosamente suddiviso in pratiche preliminari, shamatha (dimorare nella tranquillità), vipashyana (visione superiore) e realizzazione finale.

Tilopa istruisce il meditante ad astenersi dal pensare. Egli utilizza le «sei parole di consiglio» per favorire il rilassamento totale: «Non pensare, non proiettare, non analizzare, non meditare, non controllare — riposa nella tua stessa natura». Tilopa ritiene che l’osservazione diretta della mente porti i pensieri ad auto-liberarsi, proprio come le onde che si dissolvono nell’oceano.

Il Panchen Lama, invece, istruisce i praticanti a riposare nella «chiarezza e consapevolezza nude» della mente. I suoi versi introducono un rigoroso approccio analitico Madhyamaka. Egli istruisce il praticante a cercare attivamente il sé che sta meditando: «Quando cerchi l’identità della mente che medita, scopri che essa non può essere stabilita come una cosa realmente esistente...». Il suo testo colma il divario tra l’analisi filosofica concettuale del Mahamudra Sutra e il riposo non concettuale della mente nel Mahamudra Tantra.

Gli insegnamenti di Tilopa erano destinati esclusivamente a un discepolo yogico di altissimo livello, Naropa, che era pronto per un’illuminazione immediata. Essi tralasciano l’etica, le regole monastiche e la formazione accademica, affermando che il Mahamudra trascende le parole, le scritture e i dogmi.

I versi del Panchen Lama furono scritti all’interno del quadro altamente organizzato dell’università monastica Gelug. In essi, egli afferma esplicitamente che queste istruzioni conducono in ultima analisi alla stessa realizzazione per un praticante esperto, indipendentemente dal fatto che siano chiamate «Dzogchen», «Grande Madhyamaka» o «Mahamudra». Il testo ha lo scopo di guidare delicatamente uno studioso monastico nel regno della profonda realizzazione tantrica.

Nonostante le differenze di contesto e circostanze, l’essenza dei due testi non è in opposizione. Al contrario, i versi del Panchen Lama fungono da mappa strutturale progettata per guidare i praticanti verso lo stesso stato di spazio spontaneo e non manipolato che Tilopa descrive nel suo *Ganges Mahamudra*.


(VII) CONCLUSIONE

Questa breve presentazione è intesa principalmente a soddisfare i miei interessi di ricerca nel
contesto del mondo spirituale. L’obiettivo è quello di trovare un terreno comune per tutta
l’umanità e incoraggiare la meditazione condivisa tra tutte le tradizioni spirituali nell’era moderna di una società altamente tecnologica e globalizzata.

Con speranza auspico che questa riflessione possa contribuire ad arricchire i valori spirituali di
molti esseri.

OM AH HUM
 


Note delle sigle 
AG sta per Ashtavakra Gita
MT sta per il Ganges Mahamudra di Tilopa
DP sta per Dharmapada