Sunday, 21 October 2018

COMPASSIONE NEL BUDDHISMO TIBETANO



Corso di Alta Formazione
Università La Sapienza – Roma
"Compassione: pratiche, applicazioni e neuroscienze"
venerdi 28 settembre 2018

COMPASSIONE NEL BUDDHISMO TIBETANO
Geshe Lharampa Lama Gedun Tharchin

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BUDDHISMO TIBETANO

Buon pomeriggio a tutti, è un grande onore per me essere qui con voi per presentare alcuni concetti buddhisti sul tema di oggi, la compassione nel suo collegamento con la medicina e la psicologia.
La definizione di buddhismo è unicamente occidentale, in sanscrito e in pali si dice soltanto -l’insegnamento o la realizzazione del Buddha-, non esiste una codificazione che suggerisca una religione strutturata o una corrente ideologica.
Il Buddha, non ha inventato una nuova religione, ma partendo dalla cultura indiana ha approfondito, elaborato, rinnovato ogni aspetto giungendo ad un arricchimento e ad una visione ancora più chiara inclusa nella sua tesi presentazione delle “Quattro Nobili Verità” dei concetti filosofici, Samsara Karma Nirvana e Dharma, già esistenti nell’antica dottrina Vedānta.
Il termine buddhismo dovrebbe dunque essere più correttamente sostituito con i tre concetti costitutivi: «Buddha, Dharma, Sangha». Buddha è l’illuminato. Dharma è il suo insegnamento finalizzato a trasformare nella chiara visione non solo la propria mente, bensì tutti i fenomeni dell’universo in cui il singolo atomo comprende il tutto e viceversa. Questi concetti hanno trovato riscontro oggi nella fisica quantistica. Nel Dharma possiamo dunque trasformare noi stessi e l’universo senza separazioni, non esiste divisone tra mondo interiore e mondo esteriore, alla fine sono un’unica realtà.
Non dobbiamo pensare al mondo esteriore come alle cose che ci appaiono concretamente con i cinque sensi, ma riguarda ogni aspetto, anche quello intangibile, ed è ciò che percepiamo con la saggezza, la profonda conoscenza, la trasformazione interiore, per questo trasformando la nostra interiorità, trasformiamo automaticamente la realtà esteriore.
Nella mia tesi di dottorato ho approfondito i concetti dell’Abhidharmakośa, sul testo del grande maestro Vasubhandu in cui si tratta dell’analisi di tutti i fenomeni dell’universo, questo testo fondamentale è suddiviso in 75 capitoli raggruppati in cinque parti. La conoscenza analitica di Vasubhandu era così grande che in India era considerato il secondo Buddha. Egli descrisse ogni fenomeno sia materiale che intangibile, sia interiore che esteriore.
Concordai l’impostazione della mia tesi sull’Abhidharmakośa con il Dalai Lama che mi diede l’indicazione di approfondire soprattutto questi temi: il primo riguardava il karma, il secondo la cosmologia buddhista e il terzo la mente e il fattore mentale, così la mia tesi era stata triplicata rispetto il progetto iniziale e, dalle 200 pagine previste, alla fine è arrivata alle 600, ma questo lavoro è stato per me davvero formativo, un’esperienza fondamentale.
Per prima cosa mi sono dunque concentrato sul karma in relazione all’universo. Il karma è fenomeno interiore e la cosmologia fenomeno esteriore. Così, come in occidente la visione dell’universo prima di Galileo Galilei era completamente diversa, anche nell’interpretazione tibetana descritta nell’Abhidharma vi era la stessa concezione e pertanto il Dalai Lama mi suggerì di fare uno studio alla luce delle conoscenze attuali con l’estrapolazione dell’essenza dell’antica cosmologia da interpretare nella visione corretta della scienza moderna.
Per fare questa ricerca ho dovuto analizzare in dettaglio tutte le quattro scuole della filosofia buddhista, perché è un errore credere che il buddismo abbia un unico punto di osservazione della realtà, ogni scuola evidenzia aspetti diversi ed è quindi necessario approfondire e studiare attentamente tutte le differenti correnti filosofiche, avendo presente che ci sono limiti importanti dati dalle diverse lingue, infatti i primi testi erano in sanscrito e poi tradotti in tibetano, e ciò comporta inevitabilmente problemi di traduzione e interpretazione.
Il mio primi anni a Roma all’Università studiai la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino comparando i due testi, quello latino con la traduzione inglese, e non erano davvero la stessa cosa. Così avviene nello studio dei testi antichi poiché  la maggioranza dei tibetani li conosce solo in questa lingua non sapendo nulla di sanscrito o di pali e questo comporta indubbiamente differenze.
Il buddhismo entrò in Tibet nel VII secolo grazie al matrimonio del re Songtsen Gampo con due mogli buddiste, una principessa nepalese e una principessa cinese. In questo paese studiò con i maggiori maestri nell’università di Samye. Ma la diffusione completa avvenne all’inizio dell’undicesimo secolo con l’arrivo in Tibet del grande maestro indiano Atisha Dipamkara Shrijnana che fece rivedere e ritradurre tutte le opere, e il buddhismo, così consolidato, si diffuse nel paese articolato nelle quattro scuole fondamentali (Nyingmapa, Kagyupa, Sakyapa e Gelukpa) tra loro diversificate in alcune interpretazioni così come è avvenuto nel cristianesimo, oltre al primo cattolicesimo si sono formate più chiese protestanti, pur rimanendo sempre cristiane.
Le quattro maggiori scuole filosofiche buddhiste sono molto importanti per poter comprendere la dottrina nel suo complesso e sono: Sarvāstivādin, Sotantrica, Yogācāra e Mādhyamica. Sarvāstivādin è una corrente più convenzionale e comune, Sotantrica è un po’ più profonda, Yogācāra la scuola della sola mente è molto sottile e infine Mādhyamica è ancora più scarnificante, mostra i meccanismi dell’illusione nella conoscenza relativa, né mente, né io, né nulla, tutto è nella vacuità.
Queste quattro scuole rappresentano l’evolversi di un unico processo, iniziato con lo studio filosofico, scendendo poi a livelli sempre più profondi di conoscenza sino alla Mādhyamica la scuola della visione pura fondata da Nāgārjuna, un grandissimo mistico, la cui opera principale è la Mūlamādhyamacakārikā, il fondamento della Via di mezzo.
Per noi è essenziale nell’approccio al buddhismo conoscere l’analisi di Nāgārjuna della via di mezzo, raccolta nel testo di Madhyamika Prasanghika, perché è la base per poter comprendere il reale e profondo concetto di vacuità, ed è altrettanto importante confrontare lo studio in tutte e quattro le scuole.



COMPASSIONE

Oggi dobbiamo affrontare insieme il tema della compassione che nella concezione buddhista non può essere limitata alla descrizione data dalle lingue occidentali. In sanscrito la parola originaria è karunā, in tibetano si utilizzano tre parole snyng-rje, tse-wa, champaSnyng-rje amplifica l’aspetto della compassione, tse-wa quello dell’amore e champa la gentilezza amorevole, ma tutte indicano l’inscindibile insieme.
Nei testi la definizione classica di snyng-rje indica la partecipazione al dolore degli altri con l’intenzione di liberare queste persone dalla sofferenza. Champa invece è rivolto in particolare all’assenza nelle persone di felicità, di gioia, che ci induce a desiderare di donare loro gioia, di offrire ciò che manca. Sono due aspetti della sofferenza e per questo esistono due azioni diverse da porre in atto, i due modi di approccio si fondono in tse-wa l’amore, ecco perché si devono usare tre distinte parole per definire un unico processo.
La compassione può esistere solo nell’altruismo, shen phen gyi sem, la mente altruistica che tutto racchiude e che si può esprimere unicamente nella fondamentale realizzazione dell’equanimità.
Si giunge all’attuazione della compassione, della gentilezza amorevole, dell’amore soltanto se questi aspetti sono fondati sul terreno basilare dell’equanimità che ci rende liberi dal voler essere eccessivamente vicini, con attaccamento, e dall’essere troppo distanti, nell’indifferenza o nell’avversione, e ci fa permanere stabili e bilanciati nella via di mezzo. Questa libertà interiore è data dall’equanimità, il primo passo indispensabile, seppur ancora privo di compassione, gentilezza e amore, ma necessario per poter procedere.
I quattro aspetti della compassione da coltivare per sviluppare la mente altruistica sono detti i quattro illimitati o incommensurabili, il primo è la mente di equanimità illimitata; il secondo la mente della compassione o benevolenza illimitata; il terzo la mente della gentilezza amorevole illimitata; il quarto la gioia compartecipe illimitata.
Cominciamo ad analizzare come possiamo realizzare il primo aspetto, l’equanimità, dovendo liberare la mente che vaga inesorabilmente nella nebbia di attaccamento, avversione, ignoranza, indifferenza egoistica.
Domanda: Quali sono le pratiche per coltivare l’equanimità?
Lama: Secondo la visione del buddhismo l’equanimità è il primo passo per poter realizzare l’obiettivo ultimo che è la grande compassione e per fare questo è necessario rivolgere la concentrazione al proprio interno per trovare la vera natura del proprio cuore mente e quando si giunge a questa visione autentica ogni attaccamento, avversione o ignoranza scompaiono automaticamente poiché abbiamo consapevolezza di essere tutti nella stessa condizione, nella barca del samsāra. Riconoscere la sofferenza comune del samsāra ci rende coscienti di essere unità.
L’opera principale del grande maestro Śāntideva, il “Bodhisattvacaryāvatāra” che letteralmente significa “L’entrata nell’attività dei Bodhisattva” o La Vita del Boddhisattva, approfondisce nel particolare tutti gli aspetti della compassione.
Nel Bodhisattvacaryāvatāra si dice: “Una persona impermanente come può attaccarsi in modo permanente ad un’altra persona altrettanto impermanente? Una persona impermanente come può odiare in modo permanente un’altra persona impermanente?” L’impermanenza è caratteristica di tutti i fenomeni, per cui essendo io impermanente come posso nutrire attaccamento o avversione verso chi o cosa è altrettanto impermanente? Questa consapevolezza è il primo passo verso l’equanimità.
Attaccamento e odio, amicizia e inimicizia, guerra e pace sono condizioni estremamente volatili, impermanenti, e allora che senso ha sprecare la vita in modo così insensato? Dobbiamo invece procedere passo a passo nella via di mezzo, essere nell’equanimità che è saggezza.
Ricordo uno studioso tibetano, Gedun Choephel morto nel 1951, uomo di grande genio, poeta eccellente, ma purtroppo in conseguenza alla sua incarcerazione in Tibet il suo lavoro venne completamente saccheggiato. La sua storia è paragonabile a quella di Giordano Bruno. In uno dei suoi canti più belli dice: “Le formiche non hanno occhi, eppure corrono diritte a ricercare la felicità, i vermi sono senza gambe, ma corrono a ricercare la felicità, tutto il mondo corre per ricercare la felicità come a una maratona”. Siamo tutti impegnati nella stessa unica corsa dunque è saggio procedere nella via di mezzo aiutandoci a vicenda, così sarà più facile vivere tutti in armonia e gioia.
E’ saggio porsi l’obiettivo di fare una buona azione ogni giorno e quest’attitudine mentale svilupperà automaticamente, giorno dopo giorno, l’altruismo in una reale condizione di cuore aperto ed equanime.
L’equanimità è dunque il primo fondamentale passo, il secondo passo, immediatamente conseguente, è la compassione.
Questa compassione fa crescere nel cuore la gentilezza amorevole con il sincero desiderio di sollevare gli altri dalla loro sofferenza e la volontà di scambiare se stessi con gli altri, dare loro la propria gioia, il proprio benessere, e prendere il loro dolore.
Questa natura della compassione è pura gioia, reale, condivisa in cui si assapora pienamente il senso dell’esistenza, si gode la bellezza e l’essenza gioiosa della vita.
Non sempre ne siamo consapevoli, ma nessuno può vivere soltanto per se stesso, il significato di ogni esistenza è nella condivisione e compartecipazione di ogni istante di ogni azione, nell’essere armoniosamente comunità umana.
L’attitudine naturale dell’essere umano è compassionevole, qualsiasi lavoro, azione individuale serve ad altri, è collaborazione, ma, offuscati dall’ignoranza, possiamo distruggere questo spirito collettivo, la spontanea offerta di ciò che sappiamo fare e che è un servizio condiviso e altrettanto ricevere il frutto del lavoro altrui. Questa cooperazione è ciò che rende le nostre giornate confortevoli e ricche di senso. Invece noi stupidamente pesiamo il valore del nostro lavoro e lo monetizziamo e vogliamo guadagnare più denaro, indifferenti, ignorando il vero valore dell’azione e chiudendo il cuore in un gretto egoismo che vanifica ogni gioia, ogni senso profondo della ricca collaborazione umana.
La società è naturalmente altruistica, è luminosa e gioiosa, ma nell’ignoranza noi la trasformiamo in grigio e desolato deserto egoistico.
E’ importante comprendere questo concetto, la compassione non può mai essere individualista, lo stesso motivo della nostra esistenza su questo pianeta è la condivisione compassionevole della realtà nella consapevolezza di appartenere tutti ad un’unica grande famiglia umana.
La saggezza ci rende consapevoli della compassione che è presente e agisce in ogni azione, ma senza questa conoscenza saggia del naturale altruismo insito nel cuore umano, inevitabilmente cadiamo nel pozzo dell’oscura ignoranza che si trasforma in egoismo che nulla vede, nulla conosce e affoga nell’infelicità dell’attaccamento e dell’avversione.



LO JONG

L’amore non è qualcosa che si crea dal nulla, è già insito nel cuore umano, deve semplicemente essere riconosciuto, coltivato nell’equanimità. Tutto questo è trattato diffusamente nell’opera di Śāntideva.
Vi è poi un altro testo molto importante di Nāgārjuna il “Ratnāvalī” tradotto con “La preziosa Ghirlanda” o “La ghirlanda dei Gioielli”.
Entrambi i testi dei due maestri indiani, Śāntideva e Nāgārjuna, sono fondamentali nella pratica della compassione e dell’amore e sono alla base degli ulteriori approfondimenti dei maestri tibetani che li unificarono in un’unica essenziale pratica: il Lo Jong.
Un grande impulso alla pratica del Lo Jong fu dato dal maestro bengalese, figlio di re, Atīśa Dīpankara Śrījñāna, che, giunto in Tibet nell’XI secolo su richiesta dei maestri di questo paese, fu uno dei maggiori fautori della seconda diffusione del buddhismo in Tibet, dando così impulso e rinnovamento alla prima diffusione che si era ormai indebolita nella confusone di un’eccessiva dispersione.
Atīśa ricevette l’incarico di riportare il buddhismo al giusto messaggio e così si dedicò a revisionare tutto ciò che era stato scritto e detto precedentemente. Atīśa constatò che i tibetani erano più pigri e meno intelligenti degli indiani e dunque sarebbe stato più difficile per loro fondare la pratica sullo studio dei sūtra ed elaborò di conseguenza un percorso concreto, diretto, che non lasciava possibili scappatoie: il Lo Jong che è il cuore del Lam Rim, il sentiero graduale che conduce all’illuminazione, e che raccoglie l’intero insegnamento del Buddha.
Atīśa chiarì che le quattro scuole filosofiche e tradizioni elaborate in Tibet non erano affatto in contraddizione tra loro, ma, al contrario, si integravano perfettamente costituendo la complementarietà del completo sentiero graduale dall’inizio fino all’illuminazione, il “Lam Rim”. All’interno di tale percorso il Lam Rim focalizza il cuore della pratica del buddhismo, la compassione, approfondisce dettagliatamente cosa sia la compassione e come praticarla nell’insegnamento del “Lo Jong”. “Lo” significa mente e “Jong” significa allenamento, nel senso di esercitare, indirizzare, educare, addestrare, purificare, trasformare la mente, vi sono infinite traduzioni, ma letteralmente è: allenare la mente.
Atīśa introdusse il Lo Jong che divenne man mano il cuore del buddhismo tibetano, che tutti i maestri, di qualsiasi scuola, accolgono ancora oggi come pratica principale, la pratica della Bodhicitta. Atīśa ebbe molti discepoli, ma il principale fu Dromtönpa, un laico, nomade che fonderà la scuola Kadampa, “Ka” significa insegnamento di Buddha e “dampa” istruzioni, in cui ogni insegnamento, ogni atto, confluisce in un'unica realtà: tutte le insegnamenti bassata sul compassione e l’amore totalmente altruistico.
I seguaci di questa scuola si rivolgevano l’un l’altro chiamandosi semplicemente Geshe, cioè amico spirituale o amico virtuoso. I Kadampa praticavano la semplicità più autentica, come i frati minore di San Francesco, non vi era bisogno di nessun titolo, di nessuno studio particolare, solo la purezza di cuore nella pratica della compassione, giorno e notte.
Il titolo di Geshe assunse poi nelle successive scuole significati diversi ed è a tuttoggi indice di elevato livello di studi e conferito soltanto ai dottori in filosofia scolastica monastica, ma il vero senso, quello che io accolgo perché realmente autentico, è anche oggi “amico spirituale”, colui che pratica il Lo Jong.


I SETTE PUNTI DELL'ADDESTRAMENTO MENTALE

Tra i seguaci della scuola Kadampa molto importante fu Geshe Chekawa che mise per iscritto l’insegnamento Lo Jong in un unico testo completo “Addestramento della mente in sette punti. Vi sono molti altri documenti sul Lo Jong ma questo è il più importante, non manca nulla, è sostanziale.

I testi tibetani, per purificare la pratica da ogni ostacolo, iniziano tutti con il rendere omaggio al Buddha, o a una particolare Divinità, o al protettore, questo comincia invece con: Omaggio alla Grande Compassione. Ogni gesto di rispetto e devozione, accendere una candela, l’incenso, inchinarsi nel saluto a mani giunte, prosternarsi, tutto è grande compassione, poiché tutti noi, indistintamente, siamo manifestazione della grande compassione.
Siamo un’unica famiglia che nasce nella radice della grande compassione, soltanto dobbiamo prenderne coscienza, esserne pienamente consapevoli, ogni relazione umana nella società è unione, solidarietà, compassione. L’essenza del Lo Jong dunque è simile al nettare che nutre, trasforma, fa crescere la mente-cuore.
In Tibet le fondamentali istruzioni vengono fatte risalire al lignaggio del maestro che le ha elaborate, e il Lo Jong deriva dal lignaggio Serlingpa, maestro che Atīśa, nei suoi viaggi per molti paesi, incontrò nell’isola di Sumatra e da cui ricevette l’addestramento mentale alla grande compassione, la Bodhicitta. Atīśa al ritorno in India e poi in Tibet diffuse capillarmente questo prezioso insegnamento del Lo Jong che dunque ebbe la prima origine in Sumatra.
Prima abbiamo accennato a quattro scuole di filosofia buddhista e Atīśa apparteneva alla corrente Mādhyamika, il massimo livello di istruzione, mentre il maestro di Sumatra, Serlingpa, apparteneva alla scuola Sarvāstivādin, meno raffinata, di base, ma questo non costituì nessun ostacolo, perché il centro di entrambe era la Bodhicitta, la Grande Compassione.
Atīśa, grande studioso, abate nella sua università, era dunque assai più istruito del suo maestro, ma questo non aveva alcuna importanza, lui continuava a viaggiare e con autentica umiltà a cercare e apprendere dai maestri di altri paesi. Atīśa ricevette con profonda concentrata consapevolezza del dono che gi veniva offerto la fondamentale istruzione del Lo Jong dal maestro Serlingpa.
Vediamo dunque quali sono i sette punti dell’addestramento mentale: Primo punto (per prima cosa esercitati nelle pratiche preliminari), indica la necessità di esercitarsi con consapevolezza nelle quattro pratiche preliminari: a) riconoscere la preziosità e la rarità della propria esistenza umana; b) riconoscere l’impermanenza; c) riconoscere il karma, la legge di causa effetto; d) riconoscere i limiti della propria vita e del mondo.
Il secondo punto analizza le due Bodhicitta.: 1) la Bodhicitta ultima o assoluta e 2), la Bodhicitta convenzionale o relativa.
1) Nella bodhicitta ultima, Avendo ottenuto la stabilità mentale, si riceve l’insegnamento segreto. Considera tutti i fenomeni come un sogno. Ciò non significa che i fenomeni siano falsi, ma semplicemente che non sono concreti, non corrispondenti a ciò che percepiamo come reale.
E poi analizza la natura della mente innata, è l’antidoto stesso che si libera da sé nella vacuità della vacuità, medita sulla natura fondamentale di ogni cosal’essenza del sentiero. Questa è la concezione espressa dalla corrente Cittamātra, la scuola della “Mente soltanto”.
Nel periodo post meditativo insegna ad osservare con consapevolezza come l’illusionista che osserva ciò che appare come se fosse spettacolo di illusionista.
Riconosce l’istruzione Lo Jong come diamante dalle infinite potenzialità, come il sole che illumina ogni cosa, come pianta che cura ogni malattia e, vedendo le cinque degenerazioni [1) della visione, 2) delle passioni, 3) dei tempi -kāliyuga-, 4) del declino della forza vitale, 5) dell’aumento dei difetti corporali nel decadimento fisico], le trasforma nel sentiero del completo risveglio tramite lo sviluppo ininterrotto di compassione, amore, equanimità, gioia.
2) La pratica della Bodhicitta convenzionale o relativa è spiegata nei seguenti versi: Attribuisce l’intera colpa dei problemi a un solo fattore, che non sottintende il peccato, la responsabilità individuale, né nostra né altrui, ma indica lo stesso limite della natura umana. La parola tibetana per esprimere questa radice che produce stress è Rang chei zin. Ran significa sé - chei zin visione egocentrica con attaccamento molto sottile a se stessi ponendosi mentalmente al primo posto sempre - Noi dobbiamo semplicemente riconoscere questa condizione umana e soltanto in questo modo possiamo davvero trasformarla con gioia, soddisfazione, senza inutili sensi di colpa, questo è il nostro compito, ciò che dà senso alla vita, è la filosofia della compassione, la filosofia del Dharma.
I più seri e forti praticanti tibetani sono gli antichi maestri geshe Kadampa che in silenzio e umilmente praticavano giorno e notte il Lo Jong.
Medita sulla grande gentilezza di tutti gli esseri. La Bodhicitta convenzionale medita sulla naturale gentilezza di tutti gli esseri e ci mostra la necessità di permanere in modo nascosto, senza voler mai apparire, nell’attitudine di grande compassione. Noi ci poniamo spesso domande inutili, vogliamo analizzare l’autenticità della gentilezza nostra o altrui e ci perdiamo, l’unica cosa da fare allora è meditare sulla Bodhicitta ultima e considerare tutti i fenomeni come un sogno.
Ora giungiamo alla pratica del Tong Len, il cuore del Lo Jong, la pratica del dare la propria felicità agli altri e prendere la loro sofferenza utilizzando l’alternanza del respiro, con l’inspirazione si prende la sofferenza altrui e con l’espirazione si dona la nostra felicità.
Generalmente quando meditiamo con questo movimento del respiro pensiamo che ad ogni espirazione buttiamo fuori tutte le nostre negatività, diventando automaticamente saggi e migliori, mentre inspirando accogliamo ogni positività, ma in questo modo aumentiamo soltanto in modo esponenziale l’ego.
Il Tong Len è la più grande pratica dell’umanità, Gesù Cristo ne è l’esempio più visibile. Prendere su di sé la croce, offrire la propria vita, per il bene di tutti gli esseri.
Ma nella nostra pratica prima dobbiamo imparare a prendere su di noi la nostra stessa sofferenza e, altrettanto, donare sempre a noi stessi ogni bontà. Solo dopo aver imparato a conoscerci e purificato noi stessi in questo modo, possiamo addentrarci nella profondità del prendere su di noi la sofferenza altrui e dare loro ogni benedizione, gioia, serenità. Alla fine ogni respiro si trasforma nella pratica della compassione.
Prima di procedere dobbiamo avere consapevolezza che nelle nostre relazioni con gli altri vi sono tre oggetti, tre veleni e tre virtù. I tre oggetti sono gli amici, i nemici, e coloro che ci appaiono neutri; i tre veleni sono l’attaccamento, l’avversione, l’indifferenza; le tre virtù sono la trasformazione dell’attaccamento in amore e compassione, dell’avversione in gratitudine compassionevole perché questi nemici verso cui proviamo odio sono in realtà i nostri migliori amici in quanto autentici maestri che ci permettono di sviluppare le nostre qualità, e, altrettanto, la nostra indifferenza verso chi ci è neutro diventa saggezza della compassione.
Questo è ciò che trasforma il Lo Jong nei quattro pensieri incommensurabili: l’equanimità illimitata, l’amore o benevolenza illimitata, la compassione illimitata, la gioia compartecipe illimitata. Tutto questo è gioia di vivere nel mondo indipendentemente dalle circostanze in cui ci troviamo, perché è ciò che imprime senso ad ogni istante di vita.
Il tempo è volato, ci sarebbero ancora molte cose da dire e siamo riusciti a trattare soltanto i primi due punti, ma potremo rimandare ad altra occasione la spiegazione dei restanti cinque e di altro ancora. Troverete, non appena sarà pronta, la trascrizione di questa conversazione nel mio blog così potrete approfondire quanto detto oggi.

Grazie per l’attenzione, e buona serata 


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Thursday, 4 October 2018

KARMA, MEDITAZIONE E TRASFORMAZIONE INTERIORE




Seminario del Geshe Lharampa Lama Gedun Tharchin
mercoledì 26 settembre 2018
Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma

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"Karma, meditazione e trasformazione interiore"

Oggi siamo qui per analizzare insieme i tre aspetti enunciati nel titolo di questo incontro e che sono basilari nella costruzione della nostra esistenza.

Il primo è il karma, un termine sanscrito che include sottilmente più significati, ma nella sua traduzione in altre lingue si indica un unico senso, un lavoro. Nelle lingue occidentali, che partono tutte dalla traduzione inglese, diventa azione come risposta alla fondamentale legge di causa effetto.

Navigando in internet troviamo molteplici spiegazioni sul karma e ho notato che qui in occidente quando si pronuncia il termine karma la risposta immediata è: il destino, mentre in realtà non lo è affatto, può essere invece la causa del nostro destino.

Generalmente nelle descrizioni date dalle religioni che affrontano il karma ci si riferisce quasi automaticamente alle innumerevoli vite passate che determinando la condizione attuale e che si proiettano in altre infinite vite future. 

Ma questa è una interpretazione superficiale e spesso completamente distorta della realtà, dunque siamo qui, in un contesto universitario nel dipartimento di medicina e psicologia, e abbiamo tutti gli elementi per poter analizzare la questione in modo serio dunque, giustamente, non ci curiamo né delle vite passate né di quelle future, è più che sufficiente ed essenziale occuparci di questa vita.

Il mio compito in particolare è quello di affrontare questo argomento senza alcuna preoccupazione relativamente alle vite passate che tanto affascinano e incuriosiscono impegnando le persone in un assurdo dispendio di energie, di tempo e di senso e tantomeno delle vite future la cui ricerca negli oracoli, nelle predizioni è davvero uno spreco insensato. 

Ci si affida alle divinazioni, all’astrologia, al potere magico di oggetti e tutto questo a cosa serve? il passato è passato e nessuno può avere certezze sul domani, eppure ci si è persi in queste stoltezze per secoli interi incrementando così una grande confusione e travisando completamente il vero significato del karma. 

Il karma è altra cosa, non ha nulla a che fare con la conoscenza di vite passate o future, Il karma è la consapevolezza della propria coscienza qui e ora, detta anche continuum mentale e ora risiede nella mente del nostro presente.
Questa mente consapevole non dimora solo nel cervello, né nel cuore, né nei vari chakra, ma permea ogni componente della nostra esistenza umana, è il karma che possiamo giungere a sentire ed è questo il compito che oggi affrontiamo, siamo ricercatori, dobbiamo trovare il karma nella coscienza che copre l’intera esistenza umana presente, in ogni momento, qui e ora, nel corpo, nella mente, nell’anima, nello spirito.

Se oggi pesiamo una persona di 50 kg. e ripetiamo l’operazione il giorno seguente avremo sempre lo stesso risultato, ma le sue emozioni saranno le stesse o no? Potremmo vedere che oggi è felice, domani triste, dopodomani neutrale e così via, e dunque la nostra ricerca non è volta alla condizione fisica, più statica e quantificabile, ma nella costante  evoluzione del pensiero, nel cambiamento interiore che si modifica ad ogni istante da mattina a sera, questa percezione è il risultato del karma.

Il karma non è codificabile in una forma che aggiunge peso, è una materia intangibile. Non dobbiamo ripetere gli stessi incomprensibili termini antichi, bensì imparare a vagliarli alla luce della conoscenza attuale in una visione che scorre parallelamente alle sempre nuove e più profonde scoperte della scienza, dobbiamo comprendere il senso del termine usato calandolo nella 
consapevolezza del mondo moderno, di ciò che viviamo ad ogni istante oggi.

In questa visione quando parliamo di karma positivo, negativo, neutrale, non ci riferiamo a nulla che provenga da ieri, né che sarà domani, ma alla condizione di questo stesso momento.

Sperimentiamo il karma pesante quando ci sentiamo depressi e ci pare che nulla vada bene, ed è proprio in questo momento con la consapevolezza di tale pesantezza che possiamo trasformare la situazione. Anticamente si procedeva con rituali vari di purificazione che avevano comunque un loro effetto perché la persona si concentrava con fede in tale azioni, ma oggi questi mezzi non avrebbero alcun valore per noi, abbiamo altri strumenti da utilizzare, la conoscenza scientifica, articolata, sottile che ci aiuta ad affrontare la realtà con saggezza, consapevolezza, conoscenza, impariamo ad applicare nella nostra esistenza la compassione, la pazienza, l’amore e immediatamente la depressione scompare, la luce illumina la bellezza del presente.

Nessuno ci costringere a vivere nel karma pesante, abbiamo tutti gli strumenti nelle nostre mani per trasformarlo per passare dalla tristezza ad una gioia autentica, profonda, questo è stato l’insegnamento del Buddha: “Tu sei il tuo maestro, ma tu puoi essere il tuo peggior nemico” nessun altro può farlo dall’esterno perché tu sei l’unico responsabile della tua esistenza, puoi rendere proficua o sprecare la tua vita, portarla al fallimento, solo tu sei l’artefice della tua umanità.

Tu e solo tu costruisci il tuo karma, qui e ora, tutto dipende dalla tua forza di consapevolezza, di conoscenza, di capacità di purificazione così da trasformare nel momento presente l’intero sistema della tua esistenza umana.

Questa capacità è evidente soprattutto quando ci si trova nelle condizioni di maggiore  difficoltà, nei momenti faticosi e dolorosi della vita, poiché ci dà la possibilità di trasformarli davvero grazie alla consapevolezza e alla conoscenza in grado di liberarci dalla nostra stessa pesantezza, di togliere quel peso sempre più opprimente posto sulle nostre spalle che annienta e non ci permette di procedere sul sentiero della vita con profondità e leggerezza.

Dove risiede questo karma pesante? come è giunto? dove andrà? Nessuno lo sa e nessuno può darci una risposta, quindi perché perdere la vita nel tentativo di chiedere divinazioni per conoscerne le origini nel passato o per avere presunte proiezioni per il futuro. Questo è solo coreografia, spesso business ed è un gioco estremamente pericoloso. 

L’unico modo per liberarci dal peso del karma è purificare il karma pesante attraverso il karma positivo, questo è l’unico antidoto che abbiamo nelle nostre mani proprio adesso, qui e ora, e che dobbiamo usare subito, non rimandare a ipotetiche vite future o a chissà quali fantasiose immaginazioni, noi e solo noi possiamo e dobbiamo agire nel momento presente. 

Dobbiamo acquisire la consapevolezza per conoscere questo karma perché, così come quando il nostro corpo sta male se non sappiamo quale malattia lo affligge non possiamo nemmeno curarlo, dobbiamo fare altrettanto con la mente.

Il primo passo è la conoscenza delle cause della stessa malattia e solo allora sarà possibile trovare il rimedio per eliminarle e guarire. Tale procedimento è naturale ed essenziale per trasformare il karma pesante, la medicina necessaria è la consapevolezza, il Dharma.

Tutti noi siamo quotidianamente a confronto con qualche problema, sofferenza, confusione, felicità, soddisfazione, questo è il nostro karma, sia negativo che positivo, e quest’ultimo non è sempre in allegria a volte può diventare altrettanto pesante, l’obiettivo è dunque non avere karma, e non è una battuta, al contrario è una condizione fondamentale per la crescita umana.

In genere tutti ci focalizziamo unicamente sulla contrapposizione tra karma negativo e positivo, mentre in questa guerra non ci sono vincitori, perché entrambi colpiscono lasciando cicatrici, dunque il nostro obiettivo è liberarci da simili condizionamenti, cioè liberarci dal karma.

Quando siamo oppressi dal karma negativo utilizziamo il karma positivo per venirne fuori e va bene, ma una volta liberati dal karma negativo dobbiamo comunque lasciar andare anche il karma positivo, poiché se lo afferriamo lo rendiamo automaticamente negativo in quanto ogni attaccamento inevitabilmente si trasforma in limite, sofferenza, dolore, insoddisfazione.

Dobbiamo dunque liberarci dal karma poiché la sua natura è attaccamento, indipendentemente che sia rivolto a positività o a negatività, è comunque matrice di ogni sofferenza.

Nell’ambito dell’esistenza umana ogni azione generata da rabbia, gelosia, emozioni negative, produce inevitabilmente karma negativo, invece ogni applicazione in qualsiasi elemento positivo, importante e assolutamente necessario alla vita, porta karma positivo, ma benché questo sia al momento indubbiamente più piacevole e gratificante, alla fine essendo comunque attaccamento, si trasforma inesorabilmente in sofferenza, preoccupazione, peso, e il prodotto di questo karma è ciò che gli antichi definivano la condizione del samsāra.

Nel samsāra qualsiasi movimento, piacevole o spiacevole alla fine diventa insoddisfazione. Liberarci dal samsāra, cioè spezzare la catena delle rinascite, significa interrompere il karma, non crearne più e per far questo non si tratta solo di eliminare un attaccamento qualunque, sia positivo che negativo, ma di estirpare l’attaccamento radice, la madre di tutti gli attaccamenti che è l’attaccamento al sé, l’aggrapparsi all’io, ciò che ci trattiene nel samsāra, nell’illusione di una distorta visione della realtà.

Il Buddha ha ribadito all’infinito questo concetto indicando tre caratteristiche fondamentali: dukkha - anicca - anattā.

Dukkha è la sofferenza, il dolore, l’insoddisfazione che è inevitabile condizione che pervade ogni spazio della nostra esistenza nel samsāra.

Anicca è l’impermanenza. Noi siamo insoddisfatti da tutto perché cerchiamo sempre in ogni cosa la permanenza, vediamo erroneamente in ogni situazione e oggetto una staticità immutabile concretamente definibile in una forma, mentre nella realtà ogni elemento, dal più piccolo al più grande è impermanente. non è mai  lo stesso dell’istante appena passato. 

Consapevoli dell’impermanenza della realtà non dobbiamo più temere il samsāra dobbiamo imparare a conoscere e a controllare il karma, siamo noi gli unici responsabili della nostra esistenza, nessuno ci obbliga a farci condizionare o dominare dal samsāra, noi decidiamo se soccombervi o liberarci dalle sue catene, dobbiamo dunque imparare a non sprofondare nell’acqua, bensì a galleggiare sulle onde del karma osservando ogni evento, dalle catastrofi naturali a tutto ciò che colpisce la nostra esistenza, considerandoli nella loro natura vera di impermanenza.

Anattā è assenza dell’io. L’attaccamento all’io è la madre di tutti gli attaccamenti, è la più grande illusione, la radice dell’insoddisfazione costante che ci pervade senza interruzione poiché è impossibile soddisfare pienamente il sé a cui ci aggrappiamo come se fosse soggetto concretamente permanente, mentre in realtà non è tangibilmente esistente.

Al Buddha sono state attribuite moltissime qualità, tra queste soprattutto emerge la sua grande capacità di conoscenza della psiche umana e della realtà, e in tale contesto ha insistito a lungo nella descrizione dell’illusione di voler afferrare qualcosa che non è afferrabile, di aggrapparsi a un io come a qualcosa di solido, definito, ben strutturato così da sentirsi sicuri, protetti da ogni evento disturbante e di poterne ottenere tutte le gratificazioni possibili, mentre l’io non è afferrabile in alcun modo, né lo si può trovare da nessuna parte.

L’attaccamento al sé è dunque una gigantesca illusione e quando lo cerchiamo in noi stessi, immediatamente si nasconde, quindi la sfida che dobbiamo affrontare è la consapevolezza dell’assenza del sé, ma sia chiaro, ciò non significa affatto che noi non esistiamo, al contrario noi siamo in quanto persone, mentre è falsa, illusoria e inesistente la percezione che noi abbiamo di noi stessi nell’attaccamento al sé.

Nei momenti di rabbia, di paura, immediatamente proclamiamo a gran voce “IO”, tentiamo di aggrapparvici come a un’ancora di salvezza, ma dov’è questo io? Non lo troviamo da nessuna parte ed ecco che la sofferenza dell’insoddisfazione radicale e sottile emerge in tutta la sua potenza. In questo falso io si crea la radice del karma.

Il nostro scopo non è dunque quello di voler costruire karma positivo, ma quello di liberarci da ogni karma sia positivo che negativo, vivere senza karma, questa è la pace, il nirvāna.

Il nirvāna è proprio questa serena armonia, nulla di spettacolare, di miracoloso o paradisiaco che potrà essere raggiunto soltanto dopo la morte. Il Buddha ha insegnato che il nirvāna è nel presente, alla portata di tutti, ma non è calato dall’altro per magia, lo dobbiamo costruire passo a passo imparando a liberarci di questo karma, qui e ora, sia negativo che positivo o neutrale.

I pensieri negativi creano karma pesante nella nostra mente, nello spirito, nell’anima, non nel nostro corpo, una pesantezza intangibile che non può essere quantificata su una bilancia, ma ugualmente è potente e condiziona fortemente l’esistenza, crea le differenze nelle emozioni, nel sentimento, nello stato mentale, dunque è necessario purificarci da questa oppressione e l’antidoto a nostra disposizione da porre in atto subito è il karma positivo che rasserena e alleggerisce la mente.

I pensieri, l’attitudine negativa, non sono naturali nel cuore umano e sono altresì assolutamente inutili a se se stessi e agli altri, non producono alcuna soddisfazione e creano unicamente ostacoli alla propria coscienza in primo luogo e alle relazioni con il tutto.

Al contrario l’attitudine positiva della compassione, dell’amore, procede sempre a fianco di saggezza, intelligenza, conoscenza, consapevolezza e queste qualità congiuntamente permettono di superare qualsiasi problema nella propria vita, nella società umana, sono autentico antidoto al karma negativo.

Questo è ciò che stiamo trattando oggi, e io non vi sto proponendo delle certezze, siamo tutti nello stesso cammino di ricerca, dobbiamo sostanzialmente riconoscere, capire come prendere e trattare nella profondità dell’esistenza umana questo nostro karma positivo, negativo o neutro.

Il karma non è il destino, non è un qualcosa del passato, non è una proiezione nel futuro, è qui in questo nostro presente, momento per momento. Ogni assurda preoccupazione per la vita futura o presunto esame delle vite passate costituisce solo karma inutile in cui si spreca assurdamente tutta la vita.
L’unico karma utile è l’amore, la compassione, la conoscenza, la consapevolezza, la meditazione, la saggezza, che ci donano bontà, gioia, serenità in noi stessi e negli altri e in questo modo superiamo ogni paura, preoccupazione, riuscendo alla fine a superare tutto il karma accumulato nella vita nello sradicamento drastico della radice madre dell’attaccamento al sé.
Ecco perché è così importante meditare sul karma, saperne vedere chiaramente la presenza nel sistema della nostra esistenza umana. Così come per il benessere del corpo teniamo sotto controllo la pressione arteriosa e la misuriamo tutte le mattine, altrettanto dobbiamo fare con la mente, iniziare ogni giornata esaminando la pesantezza del karma, è aumentato? Sentiamo il predominio della rabbia, dell’attaccamento, dell’ignoranza, dell’oscurazione mentale? Se la risposta è si significa che sono diminuite compassione, amore, consapevolezza, saggezza, intelligenza e dunque, serenamente e con pazienza, dobbiamo retrocedere di un passo per poi avanzare di due.

Non c’è fretta in questo cammino, ma perseveranza, pazienza, un piccolo passo alla volta, a questo serve la meditazione per breve che possa essere. Non dobbiamo pensare che meditazione sia solo quella del Buddha, ininterrotta sino al raggiungimento dell’illuminazione, l’errore è proprio quello di voler sempre imitare ciò che riteniamo perfetto, noi dobbiamo meditare con consapevolezza secondo le circostanze, le nostre necessità e capacità, non abbiamo bisogno di nulla, l’unico strumento che possiamo utilizzare è l’osservazione del respiro che con il suo ritmo lento produce tranquillità mentale, lucidità, visione chiara di ogni elemento e conseguente superamento di ogni difficoltà con serenità, pace, gioia. 

La meditazione è la medicina per le difficoltà della vita, fa crescere nel Dharma, è il nettare indispensabile per la costruzione di un’esistenza sana, feconda, il gioiello dell’anima, dello spirito. La meditazione porta alla trasformazione interiore, agisce sul karma, lo può cambiare.

Noi siamo qui oggi per cercare insieme il senso di questo processo, l’interpretazione autentica, calata nella civiltà, nella cultura, nella scienza contemporanee, dei termini che stiamo utilizzando: karma, samsāra, nirvāna, Dharma, perché solo in questo modo ne possiamo cogliere l’immediato effetto, l’utilità e il peso che hanno nella nostra esistenza.

E’ una grande illusione, un inutile, insensato spreco, demandare tutto ciò a dopo la morte, cadendo nell’inganno di una impossibile interpretazione delle antiche scritture valide per i loro tempi e in un determinato contesto culturale, ma assolutamente avulse dalla condizione attuale. 

Non sappiamo come avverrà il passaggio nella morte, se sapremo o potremo meditare, ciò che sappiamo è che dobbiamo farlo oggi, trasformare il nostro cuore-mente oggi, dobbiamo avere consapevolezza della nostra condizione umana dei vari momenti di cui la stessa morte è parte, così la meditazione è ininterrotte, presente nel risveglio, nel sonno, nell’attività quotidiana come nella morte.

E’ davvero insensato essere terrorizzati dal momento della morte quando la vera difficoltà, la pesantezza da affrontare istante per istante è il vivere. Chi vive con consapevolezza non avrà alcun problema nell’affrontare consapevolmente il passaggio nella morte.



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Tuesday, 18 September 2018

LA MENTE NEL BUDDHISMO TIBETANO

















La Mente nel Buddhismo Tibetano







Lama Geshe G. Tharchin Lharampa

Ritiro residenziale 
1 - 3 giugno 2018
Solanas di Sinnai - Cagliari








Prima Sessione

Buon giorno a tutti, siamo qui per rendere la nostra vita più significativa, non solo per noi stessi, ma per tutti gli esseri e per l’intero universo.
Iniziamo con le preghiere della triplice pratica quotidiana per predisporci nella tranquillità alla meditazione:

Rendere Omaggio

Maestro, Bhagavān, Tathāgata, Buddha perfettamente e completamente risvegliato. A te, dotato di sapienza e retta condotta, che hai raggiunto la sapienza eretta condotta, che hai raggiunto la beatitudine, Conoscitore dell’Universo, Guida degli esseri ordinari che devono essere domati, Maestro di tutti gli dei e degli uomini, Bhagavān, Buddha Glorioso, vittorioso Śākyamuni, rendo omaggio, porgo offerte e in te prendo rifugio.

Quando tu, timoniere degli uomini, sei nato,
Hai fatto sette passi su questa grande terra e hai detto:
In questo mondo sono supremo”
A te, che persino allora eri saggio, rendo omaggio.

Corpo completamente puro, forma sommamente bella,
Oceano di saggezza, simile ad una montagna aurea,
Gloria che risplende nei tre mondi,
A te, Protettore Supremo, rendo Omaggio.

Caratterizzato dai segni supremi, dal volto simile alla luna candida,
Del colore dell’oro, a te rendo omaggio.
I tre mondi non sono come te, che sei immacolato.
A te, impareggiabile saggio, rendo omaggio.

Protettore ricco di grande compassione,
Maestro onnisciente, dotato di ogni realizzazione sulla conoscenza,
Campo di qualità e meriti vasti come l’oceano,
A te, Tathāgata, rendo omaggio.

Rendo omaggio al Dharma che porta pace,
Che attraverso la purezza libera l’attaccamento,
Che attraverso la virtù libera dai regni inferiori,
Che è l’unico, supremo significato ultimo.

Rendo Omaggio al Sangha,
Che dalla libertà insegna il sentiero verso la libertà,
Perseverando nelle pratiche pure,
Sacro campo dotato di qualità positive.
***
Recitazione del Sūtra

Non commettere azioni non virtuose,
Accumulare virtù e bontà,
Domare la propria mente:
Questo è l’insegnamento del Buddha.

Come una stella, un miraggio, una lampada,
illusioni, gocce di rugiada, bolle, sogni, lampi e nuvole:
Guarda in questo modo tutti i fenomeni condizionati

***

Dedica

Avendo conseguito lo stato dell’onniscienza tramite questi meriti,
E così sottomettendo il nemico causa delle afflizioni,
Possa io liberare gli esseri migratori dall’oceano dell’esistenza,
Scossi dalle onde dell’invecchiamento, della malattia e della morte.


L’obiettivo di queste preghiere preliminari è quello di preparare la propria mente in un’attitudine di omaggio a tutti gli esseri attraverso l’omaggio a Buddha, Dharma e Sangha e nella prima parte del sūtra vi è contenuto l’intero insegnamento del Buddha nella pratica della moralità, della concentrazione, della meditazione e della saggezza, che sono le principali qualità umane che dobbiamo coltivare sin dalla nascita e ogni giorno con particolare cura.
Nella seconda parte il sūtra tratta della visione, della percezione concreta che noi abbiamo di tutti i fenomeni che si presentano nella nostra vita e che dobbiamo riconoscere nella loro natura illusoria.
Ciò che percepiamo come permanente è in realtà impermanente e ciò che definiamo solido non lo è affatto, per questo è così importante riconoscere questa nostra visione distorta ed essere consapevoli della realtà fluttuante e mai statica di qualsiasi fenomeno, tutto è impermanente.
Noi invece ci fermiamo esclusivamente all’apparenza, viviamo tutta la vita nell’inganno, in un sogno che consideriamo realtà indiscutibile, concreta, vera, e schiavi dell’illusione di questa visione distorta siamo inesorabilmente vittime di dolore, insoddisfazione, frustrazione.
Il grande scienziato e filosofo Einstein aveva compreso pienamente l’impermanenza di tutti i fenomeni dell’universo, compreso il tempo che noi invece vediamo rigidamente in un susseguirsi di frazioni distinte, mentre nella realtà tale modalità non esiste affatto.
Abbiamo consapevolezza della natura impermanente di tutti i fenomeni dell’universo? Questa è la vera domanda che dobbiamo porci e la risposta la possiamo trovare unicamente in noi stessi, attraverso una costante ininterrotta personale ricerca, certamente con l’ausilio degli insegnamenti dei maestri eccellenti, ma soltanto nella profondità di noi stessi possiamo trovare il senso ultimo della realtà.
La recita del sūtra si conclude con la dedica, che deve essere ripetuta, interiorizzata profondamente ogni giorno perché esprime il senso profondo del nostro essere qui che fonda l’agire quotidiano nella visione realistica dell’esistenza, nella moralità, nella compassione, nella concentrazione, nella saggezza. La nostra esistenza, se non fosse condivisa, estesa con questa attitudine a tutti gli esseri, sarebbe completamente vana, priva di significato.
Tutti vogliamo fuggire dal samsāra, ma sarebbe davvero sciocco pensare di poterlo fare coltivando unicamente la propria individualità, il proprio ego, siamo tutti un unico corpo, inscindibilmente interconnessi e soltanto in questa relazione possiamo realizzare la tanto desiderata liberazione.
Noi viviamo come se fossimo unici e concretamente permanenti, ma già nello stesso momento della nascita inizia il processo di invecchiamento e di morte, milioni di cellule, come gocce di rugiada, nascono e muoiono in un istante anche se noi non ce ne accorgiamo.
Dunque la domanda che sorge spontanea è: “Cosa vogliamo noi dalla vita?” e l’unica risposta sensata è: “Non vogliamo nulla”, poiché tutto ciò che pensiamo di volere in realtà non esiste, è frutto della nostra distorta visione illusoria.
Chi vuole tutte queste cose come permanenti concrete reali? Il nostro gigantesco IO, ma lo stesso io non esiste.
E’ importante questa domanda perché solo chi se la pone può essere consapevole e vedere l’inganno intrinseco nella visione errata della realtà.
Adesso fermiamoci un momento nella meditazione per consolidare in noi stessi queste riflessioni sentendole vitali nella profondità della nostra umanità, facendone esperienza nella mente e nel corpo.
Iniziamo a concentrarci sulla mente consapevole del proprio valore di amore e compassione, sull’essenzialità di concentrazione, meditazione e saggezza, nell’integrazione con la visione pura della realtà impermanente e vacua.
La mente di consapevolezza con le quattro caratteristiche: compassione, concentrazione, saggezza e la visione dell’impermanenza, della vacuità dei fenomeni deve essere integrata nel nostro respiro, nel ritmo di inspirazione ed espirazione che nutre ogni cellula del nostro corpo e in cui tutto si trasforma in bontà, pace, armonia.

segue meditazione guidata:

Abbiamo fatto un buon lavoro con questa meditazione di unione di corpo e spirito nella propria mente, il senso, la direzione della nostra esistenza, questo è il Dharma.
Dharma non significa volare nella stratosfera, ballare con le divinità, levitare, essere preveggenti o tutte le altre fantasie così affascinanti, quanto menzognere, nulla di tutto ciò, Dharma è il vivere la quotidianità illuminata dall’armonia con se stessi e con gli altri con consapevolezza nella concentrazione dei valori di ogni istante, nell’amore, nella compassione, nella saggezza della visione pura. Vivere in questa luce è avere nella mano la lampada che illumina ogni passo che ci fa procedere sereni nel cammino della vita.

(segue dibattito)

Domanda: Se il tempo non esiste come giustifichiamo il karma?
Domanda: Il principio di causa effetto non significa che necessariamente deve esistere un prima e un dopo?
Lama: Tutto ciò che è stato detto: Karma, tempo, verità convenzionale e verità ultima, rientrano nella pratica della spiritualità la cui motivazione principale è la ricerca nella visione più ampia dell’armonia, della pace, nel compimento interiore in cui è possibile risolvere consapevolmente la fatica, il dolore, le difficoltà, i conflitti, le contraddizioni che sono parte della vita stessa, ogni giorno. Riconoscere che non siamo isole, ma in relazione con il tutto e inntale armonica consapevolezza si produce una vera rivoluzione interiore e le strade per realizzare questo obiettivo sono molteplici, tutto dipende dalle condizioni, dal contesto in cui ci troviamo.
Per approfondire i concetti accennati oggi è davvero fondamentale lo studio del testo di Nāgārjuna: “Prajñānāmamūlamadhyamakakārikā”, ovvero: “Le stanze radice della via di mezzo”, opera basilare della Mādhyamica.
Siamo qui per studiare la mente, un argomento davvero difficile, missione impossibile, in quanto cerchiamo la mente che è difficilissima da trovare anche perché istantaneamente ci ancoriamo a un’infinità di illusioni.
La ricerca della mente finisce nel vuoto, perché la mente stessa è per sua natura vuoto, intangibile e immateriale.
La mente è coscienza, è un fenomeno sottile la cui natura è luminosità. Per usare una metafora potremmo visualizzare la mente principale come un tronco da cui si formano e crescono i rami della mente secondaria.
La mente secondaria, si forma dunque in base all’impulso che riceve dal tronco di questo albero e dipende inevitabilmente dalle diverse condizioni che sono costitutive e determinanti nello stato della mente principale.
Questo percorso è la stessa luminosità della mente. Su questa luminosità ci sono diverse interpretazioni possibili, in genere si intende definire che la sua stessa natura è luce, un’altra interpretazione identifica la luminosità della mente nella sua capacità di riflettere come uno specchio la luminosità dei fenomeni presenti nella propria interiorità, gli occhi della mente sono in grado di vedere con chiarezza.
Questa coscienza luminosa riguarda tutti i tipi di menti, sia principale che secondaria, ed è il Dharma, ciò che purifica, trasforma la mente stessa con la luce interiore.
La pratica del Dharma purifica la mente trasformandola nell’intrinseca natura di compassione, moralità, concentrazione, e saggezza della visione pura.
Sono moltissimi gli insegnamenti su come trasformare la nostra mente, soprattutto la mente principale, nella sua natura di compassione, di concentrazione e contemplazione, di saggezza, e ciò non significa controllare, vincere le emozioni quali la rabbia ad esempio perché questo non avrebbe alcun senso, una battaglia impossibile e controproducente, perché noi dobbiamo liberare la mente e non incatenarla ulteriormente alle varie emozioni.
Senza alcuna battaglia noi troviamo la via di una reale pace interiore, solo applicando un’autodisciplina con ripetizione, meditazione, concentrazione, saggezza, così che divenga una prassi abituale che ci rende capaci di osservare la realtà nella sua essenza.
Questa è la vera natura della mente, la sua potenzialità originaria di risorsa infinita in cui tutto diventa stato di beatitudine nella libertà e che si può concretamente sperimentare nella meditazione, seppur breve.
Il nostro lavoro di ricerca, di conoscenza della mente nella meditazione è una reale purificazione interiore ed esteriore.
Seconda Sessione

Siamo nuovamente qui per cercare di costruire insieme qualcosa di utile e significativo per riconoscere e conquistare il valore della nostra vita, vedere il gioiello prezioso, il limpido cristallo della nostra mente, indistruttibile e infinito, risorsa di pace profonda per noi stessi e per gli altri.
La mente-cuore, Citta / Cit in sanscrito, è intrinseca ad ogni pratica volta alla spiritualità, è un fenomeno che non può essere ricercato nella materia, non lo si vede e non lo si tocca, né lo si può collocare in alcun luogo, eppure è assolutamente reale, estremamente sottile, intangibile, così potente da smuovere l’universo intero.
Grazie all’intelligenza umana possiamo e dobbiamo fare questa ricerca, un intenso e ininterrotto lavoro interiore con attenzione agli studi, alle analisi e soprattutto nella contemplazione e nella profondità meditativa, in questo modo potremo sviluppare al meglio le nostre potenzialità che ci liberano dal nostro stesso ego.
Questo è il Dharma, la via che ci affranca dalle catene dell’ego e da tutte le sofferenze che ne derivano. Il nirvāna è liberazione, qui e ora.
Erroneamente pensiamo al nirvāna come a qualcosa di affascinante e irraggiungibile, uno stato di perfezione che potrà avvenire in un lontano futuro, rigorosamente dopo la morte fisica, con una rigida definizione del tempo, ma tale aspettativa fondata sulla paura è totale illusione.
Il futuro si costruisce nel presente, questa è la realtà che viviamo e forgiamo, qui e ora, dobbiamo cambiare il presente e non il futuro.
Pratichiamo il Dharma per attuare il progetto della vita umana, trasformiamo la mente in ogni momento presente, e non perdiamoci in sogni pindarici di una perfezione futura.
Rendo omaggio al Dharma che porta pace,
che attraverso la purezza libera dall’attaccamento,
che attraverso la virtù libera dai regni inferiori,
ed è unico supremo significato ultimo.”
Questa è la natura di pace che nella sua purezza libera dalla sofferenza dell’attaccamento, perché il problema non è l’attaccamento in sé, ma le conseguenze che inevitabilmente determina.
La natura di pace si esprime nella sua purezza di moralità, di compassione, di amore senza attaccamento alcuno, nella libertà da ogni illusione, dall’insoddisfazione strisciante e onnipresente.
Il Dharma, unico supremo significato ultimo è il senso stesso della nostra esistenza, una roccia che lavorata adeguatamente rivela il diamante che vi è incorporato, una mente di pace, e questo è il nostro lavoro quotidiano.
Noi confondiamo il Dharma con l’ego e nutriamo smodatamente quest’ultimo da cui pensiamo illusoriamente di trarre molte soddisfazioni, mentre in realtà avviene l’esatto contrario, il Dharma invece dà pace, visione di luce, ma non gratifica in alcun modo l’ego meschino e gretto, il Dharma è vera liberazione dalle catene dell’ego ed esige pazienza, compassione, moralità, saggezza.
Adesso fermiamoci un momento per meditare, così come abbiamo fatto ieri, concentriamo la mente sul nostro respiro che soffia in tutte le cellule del corpo e osserviamo la mente del Dharma con compassione, concentrazione e saggezza, trasformando corpo e mente nella natura di Dharma.

(segue meditazione)

Cercare la mente, riconoscerne la natura, vederla, domarla, trasformarla è un lavoro che non riguarda la mente secondaria, bensì la mente principale in stretta correlazione con i cinque sensi.
I sensi in realtà sono sei, ma iniziamo dai cinque più comuni e che sono attivati dalle circostanze che si manifestano nell’incontro di tre fenomeni: oggetto - soggetto - coscienza, ad esempio gli occhi (soggetto) vedono l’oggetto e riconoscendolo ne hanno coscienza, così come con l’udito ascoltiamo parole e ne riconosciamo il senso e così via, e questo è il livello più grossolano della mente principale.
Poi abbiamo il sesto senso, che non è più collegato con gli strumenti fisici che permettono il funzionamento dei cinque sensi, bensì direttamente con la coscienza ed è più sottile, questo ci avvicina maggiormente alla risposta che ci poniamo sempre: “Dov’è la mente?”
Il sesto senso ha caratteristiche che si articolano su più livelli tra loro collegati: il corpo sottile, il corpo estremamente sottile, e il corpo grossolano e questi sono i gradini in cui si manifesta la coscienza che ci fa definire il concetto di mente.
Nel buddhismo lo studio della mente è estremamente articolato anche con sfumature distinte nelle diverse scuole, tradizioni, origini locali.
Nello Dzogchen la mente è Rigpa, nelle pratiche Kagyüpa e Gelugpa abbiamo la mente di Mahāmudrā, della Chiara Luce, e questo diverso linguaggio o specificazione espressiva dipende unicamente dalle differenti tradizioni, formazioni, condizioni dell’ambiente esteriore, in ogni caso questa mente sottile, primordiale, patrimonio dell’antica cultura indiana, risiede indistintamente nel corpo primordiale.
Quindi il nostro lavoro oggi, non consiste nel dover comprendere e identificarsi con una di queste diverse tradizioni, lignaggi, bensì indica di rivolgere la nostra ricerca qui e ora tramite la meditazione e l’obiettivo fondamentale, il Dharma.
Oggi per noi non hanno alcun significato particolare le definizioni risultanti dalle ricerche antiche sviluppatasi soprattutto nel buddhismo tibetano: mente primordiale, grande risveglio, mente completa, grande gesto, questi sono termini, ma ciò che deve divenire parte di noi oggi è la ricerca, già condivisa anche nell’antichità, del corpo primordiale, intangibile, sottile come della mente primordiale ed entrambi sono inscindibilmente uniti nella sottile mente del Dharma che si esprime nel Dharmakāya, corpo del Buddha corpo illuminato, nel Sambhogakāya corpo originale della mente risvegliata, nel Nirmānakāya che è la manifestazione fisica della mente risvegliata. Questo è il mistero della natura della mente.
Nello svolgimento delle normali attività quotidiane noi siamo completamente dipendenti dai cinque sensi che occupano l’intera coscienza e dunque la mente e il corpo primordiali sono in pausa, e in questa coscienza limitata alla percezione sensoriale sorgono tutte le emozioni conseguenti: attaccamento, piacere, dispiacere, giudizi dualistici e tutto diventa problematico e confuso.
Nell’attaccamento si consolida l’ego, l’ignoranza e l’avversione che possono essere superati soltanto con la sesta coscienza, senso che è assolutamente indipendente dagli altri cinque.
Il sesto senso è strettamente collegato allo stato della coscienza consapevole, emerge nel silenzio interiore, nella meditazione, nella mente principale in cui tutto è armonicamente disciplinato, equilibrato e porta naturalmente ad agire per sviluppare la compassione, al controllo consapevole dei cinque sensi.
Con questo lavoro raggiungiamo il controllo e la consapevolezza del corpo, delle sensazioni, della mente, dei cinque sensi e di tutto ciò che ne consegue, è un cammino libero poiché la verità è una terra senza sentieri.
La coscienza esiste in ognuno dei sei sensi, quella legata ai primi cinque è grossolana e pesante poiché occupa praticamente tutta la vita nella quotidianità delle varie mansioni, ma con la sesta coscienza in grado di comprendere la realtà e nella consapevolezza è possibile ordinare e controllare le altre cinque, trasformare noi stessi e ciò che è fuori di noi e siamo in stretto collegamento con la coscienza sottile, primordiale.
Concludiamo questa giornata di lavoro così intenso con la dedica dei meriti maturati affinché tutti gli esseri ne possano godere i benefici.
Terza sessione

Iniziamo la giornata con la recitazione delle preghiere della Triplice Pratica Quotidiana”
(seguono preghiere)

Spesso citiamo Krishnamurti, un grande mistico che rifuggiva da tutte le illusioni e non si stancava di richiamarci alla realtà priva degli inganni delle false sicurezze, ricordandoci che “la verità è un terreno senza sentieri” e può affermarsi soltanto nella libertà che nasce dall’interiorità di ognuno.
La verità si forma nello spazio della propria mente e cuore e dunque il nostro compito non è rivolto all’esterno, bensì alla conoscenza di sé e da ciò dipende la soluzione a tutti i problemi, alla sofferenza, al dolore che incontriamo nel cammino. Dobbiamo procedere un passo dopo l’altro con consapevolezza, presenza mentale, perseveranza, senza perdere tempo nell’illusione, nella delusione, nella sofferenza, nei problemi, nella confusione, condizioni inevitabili e pur sempre presenti, l’importante però è non perdervi né tempo né energia nel tentativo di uscirne.
Il nostro lavoro dunque, quello che cercheremo di iniziare insieme in questi giorni, è un amorevole e discreta cura della mente che deve essere continuativa in ogni istante della giornata e per tutta la vita. La mente è simile ad una pianticella che deve essere coltivata, annaffiata, posta nella luce adeguata, ma mai costretta né forzata e soltanto così potrà crescere, maturare e fiorire armoniosamente nella pace, nel giusto tempo.
Nella convulsione caotica della vita moderna, abbiamo completamente perso la mente, la dobbiamo dunque ritrovare, non cercandola nel passato, né proiettandola nel futuro, né volendola controllare, ma semplicemente lasciarla venire per riportarla nella sua casa e prendercene cura qui e ora, ad ogni istante.
Questa mente è molto potente, può distruggere tutto quanto possediamo o pensiamo di aver acquisito saldamente in un solo brevissimo istante, così come in un istante può farci trovare tutta la bellezza luminosa e la bontà.
Le potenzialità della mente non possono essere paragonate con nessun altro fenomeno sulla terra, essa ha infinite risorse di pace, beatitudine, gioia, serenità, rilassamento, ma altrettanto può essere causa di distruzione dell’intero nostro mondo e universo interiore, quello importantissimo che non è osservabile con i cinque sensi, bensì soltanto grazie al sesto senso e che è infinitamente più grande di quello materiale percepibile soltanto dai cinque sensi.
E’ molto importante distinguere, senza mai confonderli, i due mondi, quello materiale sperimentato con i cinque sensi e il mondo sottile con cui veniamo in contatto tramite il sesto senso.
Il sesto senso è infinitamente più potente e pertanto anche le sofferenze e le criticità che percepiamo suo tramite sono di conseguenza notevolmente maggiori a quelle che sperimentiamo nel mondo materiale attraverso i cinque sensi.
Questa distinzione è fondamentale poiché con il sesto senso noi abbiamo la capacità di saper riconoscere e valorizzare ogni esperienza che viviamo nella quotidianità, sia di sofferenza che di felicità e tale sensibilità acuta è una grande risorsa per la crescita umana.
Sono molteplici le percezioni del sesto senso che può essere osservato da diverse angolature e specificità: quelle della neuroscienza o della psicoanalisi di Gustav Jung che molto si è addentrato nello studio della mente e dello spirito, o del buddhismo o di qualsiasi altra filosofia e religione, e tutte sono importanti e complementari, ma bisogna stare attenti a non identificarsi integralmente con nessuna di esse, espressione di determinate condizioni.
Ogni generazione deve trovare la propria chiave di lettura, secondo il proprio tempo e la propria maturazione e che dunque non può mai diventare la fotocopia di nessun’altra per quanto buona possa essere.
Ogni generazione ha la responsabilità di rinnovare la propria cultura, civiltà, conoscenza, questa è l’unica via per trasformare se stessi e trovare la saggezza, la compassione, nel rinnovamento ci connettiamo consapevolmente con la vita autentica, non ci adagiamo pigramente sul lavoro altrui, anche se indubbiamente è validissimo e può essere di considerevole stimolo, ma abbiamo il dovere di andare avanti di costruire il nuovo.
Nel buddhismo c’è un sūtra fondamentale, il dialogo avvenuto nello stato di profonda meditazione mentale, samādhi, tra Buddha, Śāripūtra e Avalokiteśvara. Nel samādhi vi è assoluta concentrazione in cui i cinque sensi sono dormienti, non emergono, mentre è attivo e operante unicamente il sesto senso.
In questo dialogo profondo e non verbale Buddha non dice cosa fare o non fare, ma dalla purezza della sua mente-cuore sgorga naturalmente la visione chiara che propone in forma di domanda.

Il Cuore della Perfezione della Saggezza
Il titolo sanscrito è : Bhagavati Prajna Paramita Hrdaya

La traduzione italiana di questo testo è stata redatta dall’ Istituto Lam Rim di Roma dal testo originale in tibetano e con l’ausilio delle traduzioni inglesi

Così una volta udii:
Il Bhagavan dimorava a Rajagrha, presso il Picco dell’Avvoltoio, con un gran numero di Arhat e un gran numero di Bodhisattva e a quel tempo il Bhagavan era entrato nell’assorbimento meditativo sulla varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”. In quello stesso tempo, l’arya Avalokiteśvara, il Bodhisattva mahasattva, era assorto nella stessa pratica della profonda perfezione della saggezza e vide che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca.
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile bikshu Śāripūtra si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva e gli disse: “come deve addestrarsi un figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?”
Quando fu detto questo, l’arya Avalokiteśvara, il Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Śāripūtra e disse: “Śāripūtra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza, dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo: dovrebbe vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca”.
“La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Quindi, Śāripūtra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.”
“Quindi, Śāripūtra, nella vacuità non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della morte. Allo stesso modo, non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.”
“Quindi, Śāripūtra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza”.
“Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra della perfezione della saggezza – il mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra uguale a ciò che non ha uguale, il mantra che fa tacere tutte le sofferenze – è vero perché non è ingannevole. Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:
TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA
Śāripūtra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero addestrarsi alla profonda perfezione della saggezza”.
Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento meditativo e lodò l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo che era eccellente.
“Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei Bodhisattva, è proprio così; dovrebbe essere così. Bisogna praticare la profonda perfezione della saggezza proprio così come hai rivelato. Perciò anche i Tathagata se ne rallegreranno”.
Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile bikshu Śāripūtra, l’arya Avalokiteśvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme all’intera assemblea, inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura e dei gandharva, tutti gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva detto.
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E’ importante soffermarsi sulla parte in cui parla dei cinque aggregati: -Forma, Sensazione, Percezione, Formazione mentale e Coscienza- che comprendono tutti i fenomeni della nostra esistenza.
La forma è un fenomeno materiale, fisico; la sensazione un fattore mentale della mente secondaria; la percezione è il riconoscimento di un fenomeno, è un fattore mentale; così come lo è la formazione mentale costruita sulle percezioni dei cinque sensi e comprende tutti i fenomeni; e infine la coscienza della mente principale.
Ogni essere umano è dunque l’insieme imprescindibile dei cinque aggregati.
Quindi, Śāripūtra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi”, questa è la giusta condizione della via di mezzo.
Quindi, Śāripūtra, nella vacuità non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza.” i cinque aggregati che formano l’esistenza umana, ma non sono identificabili limitatamente all’io, bensì costituiscono la coscienza e questa sottile distinzione è importante.
Un altro passo fondamentale è: “Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente”, i sei sensi e continua: “Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale.” e la nostra difficoltà è soprattutto nel comprendere queste ultime distinzioni riguardo la mente, gli oggetti mentali e la coscienza del sesto senso.
Gli oggetti mentali sono tutti quelli che vanno oltre la percezione dei cinque sensi che non sanno coglierli e sono percepibili solo a livello di sesto senso. Quando noi meditiamo, ad esempio la vacuità, contempliamo un oggetto mentale.
Fermiamoci ora per qualche momento, concentriamoci nell’interiorità profonda, con consapevolezza nella ricerca dell’oggetto mentale, il sesto senso, la coscienza e l’elemento della coscienza mentale.

(segue meditazione)

Qui insieme dunque dobbiamo approfondire gli elementi basilari contenuti nel sūtra del cuore, come se fossimo nel dialogo tra Śāripūtra e Avalokiteśvara.
Nella consapevole saggezza, amore, compassione ci si apre alla comprensione della natura ultima dei fenomeni e non tutti i momenti sono uguali poiché molto dipende dalle circostanze e c’è un giusto momento per tutto, senza alcuna forzatura da parte nostra.
Con il sesto senso, o sesta coscienza, osserviamo l’oggetto mentale, l’elemento della coscienza mentale e ci addentriamo nella conoscenza della mente principale nel continuum mentale.
La mente principale nella coscienza mentale è a un livello più sottile rispetto alla coscienza sensoriale e si muove su diversi livelli, nella sua relazione con il corpo fisico, grossolano diventa coscienza grossolana, con il corpo sottile coscienza sottile e con il corpo più sottile coscienza più sottile. Questo movimento è costantemente presente nella nostra esistenza.
La coscienza mentale a livello grossolano è per noi più facilmente percepibile grazie alla coscienza sensoriale che, oltre i cinque sensi, manda un messaggio al sesto senso.
Il corpo fisico, grossolano è costituito dai quattro elementi, fuoco, terra, aria e acqua e tramite questi si crea la coscienza sensoriale che manda informazioni, messaggi alla sesta coscienza o sesto senso.
Nel decadimento fisico in cui gli elementi costitutivi decadono si ha dunque anche una riduzione della coscienza mentale a livello grossolano, ciò che conta è avere sempre consapevolezza di queste interconnessioni costanti consapevolezza che tutto cambia in continuazione, è un divenire creativo, un rinnovamento necessario per passare dai livelli grossolani a quelli sempre più sottili.
La consapevolezza di questi livelli di coscienza è estremamente importante poiché accresce la nostra energia, la potenzialità di comprensione a livello sottile, è il processo di raffinazione della nostra coscienza.
Attraverso la meditazione, il Dharma, possiamo davvero giungere a livelli sottili di liberazione, con saggezza, consapevolezza, amore, con la coscienza immersa nella natura della verità assoluta.
Nella purificazione del corpo nei suoi cinque elementi passiamo da un corpo grossolano a quello più sottile e parallelamente avviene lo stesso processo nella mente, attraverso la consapevolezza di questo processo di crescita si giunge alla conoscenza della mente sottile.
La liberazione dalle sensazioni date dei cinque elementi e l’acquisizione del sesto senso significa liberarsi sempre più dall’attaccamento all’ego dominante, è autentica sottile liberazione, ma il processo deve essere sempre più raffinato, sottile, altrimenti si cade nell’inganno e l’ego ne esce ulteriormente rafforzato e solido facendoci sprofondare sempre più nelle sabbie mobili del samsāra.
Giungere alla liberazione della mente avendo lasciato ogni bramosia, significa non avere più alcun attaccamento né agli oggetti materiali, né soprattutto a quelli spirituali a cui l’ego si aggrappa ancor più saldamente, voler raggiungere l’illuminazione, il nirvāna, inganno gigantesco in quanto è soltanto attaccamento che potenzia all’infinito l’ego stesso.
Questo processo è stato trattato in modo mirabilmente chiaro da Krishnamurti.
La realtà ultima, la vacuità, è oggetto mentale percepibile soltanto nella pura compassione.
Quarta sessione

Abbiamo visto insieme come per la crescita umana sia necessario questo viaggio dalla mente grossolana alla mente sottile, dal corpo grossolano al corpo sottile.
A livello grossolano corpo e mente sono entità distinte, ma a livello sottile sono inseparabili nella loro natura e nello spazio.
La natura di Chiara Luce è intrinsecamente presente ad ogni livello della mente, anche se non si manifesta in tutte le circostanze, a volte sorge in modo assolutamente naturale e inaspettato, mentre in altre fa capolino solo in seguito ad una profonda meditazione, quindi ciò che cerchiamo di imparare in questi giorni è la meditazione concentrata sulla mente nel suo viaggio dalla mente grossolana a quella sottile.
Nella meditazione su questo viaggio mentale, quando osserviamo la mente grossolana ci pare di percepirla scissa in due manifestazioni, oggettiva e soggettiva, ma in realtà è sempre un’unica mente e ne abbiamo consapevolezza a livello di mente sottile, poiché superiamo la concezione dualistica della realtà.
In questa profonda meditazione, samādhi, era l’assemblea dei monaci riunita con il Buddha nel dialogo mentale del Sūtra del Cuore concentrato sulla vacuità di tutti i fenomeni.
Nella meditazione dobbiamo dunque concentrarci sulla vacuità di tutti i fenomeni, non solo sulla vacuità della mente, ma anche sulla vacuità della forma, della sensazione, della percezione, fino alla vacuità della coscienza che diventa così sempre più sottile, concentrata e raffinatissima.
Il nostro riferimento in questa pratica di samādhi è il sūtra del cuore che tratta la questione più elevata dell’esistenza umana.
Essere nel samādhi significa penetrare nella coscienza profonda del sé autentico con la consapevolezza che il sé non è l’io, l’ego, verso il quale dobbiamo sempre essere vigili e severi poiché è il ladro in costante attività che ci può privare di tutte le nostre buone virtù, della pace, della bellezza, del senso profondo della vita.
La consapevolezza della presenza dell’ego è l’unico strumento che ci permette di controllarlo, di renderlo inattivo, ed è questo un fondamentale oggetto di meditazione.
Il problema è comprendere cos’è l’ego che noi non conosciamo affatto e che non riconosciamo mai e proprio per questo è difficile applicarci correttamente alla realizzazione del non-ego, anattā.
Forse sarebbe opportuno dedicare molto tempo e tanti seminari alla consapevolezza dell’ego poiché questo è il primo, fondamentale, imprescindibile passo da compiere, il secondo è intervenire sul controllo dell’ego, sulla vanificazione della sua incessante attività e ciò si può ottenere soltanto con la pratica della compassione, dell’amore, e ciò significa che il compito più importante per noi è lo sviluppo della nostra mente di Bodhicitta.
Questa Bodhicitta diventa samādhi, mente del risveglio, la grande compassione che realizza la saggezza della realtà ultima di tutti i fenomeni.
Nel samādhi tutti noi abbiamo i valori di Compassione, Bodhicitta e Saggezza che però non sono pienamente maturi, realizzati, ma sono ancora a livello infantile.
Queste qualità sono aspetti della natura della mente che renderanno possibile la conoscenza della realtà ultima dei fenomeni, la visione nella Chiara Luce e quando si realizza la completezza del samādhi in tutti i cinque stadi di sviluppo della Bodhicitta si realizza il mantra:
TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA”
Il primo gaté corrisponde al livello di forte comprensione, benché non ancora completa, della grande compassione e della saggezza.
Il secondo gaté non è solo la comprensione della realtà ultima, ma è una conoscenza profonda e a questo livello l’ego non ha più alcun potere, non può più interferire.
Paragaté è l’abbandono della percezione ordinaria nella meditazione della realtà ultima dei fenomeni in modo intuitivo, è la pratica degli Āria, i praticanti di livello superiore.
Parasamgaté è la visione stabile, non dualistica, senza contraddizione, della vera natura di interdipendenza dei fenomeni, della legge del karma.
Bodhi Svaha è la natura della mente nella visione chiara, quando si è completamente liberi dall’ego, nello stato di buddhità
Questo è il processo graduale verso la liberazione dall’ego che condiziona ogni aspetto della nostra esistenza e il primo passo è la consapevolezza, riconoscere l’ego per quello che è con tutto il suo bagaglio di limitazioni, di sofferenza, di problemi e di insoddisfazione.
Possiamo dare diversi nomi allo stato dell’essere nel sūtra del cuore: Rigpa, Dzogchen, Mahāmudrā, che significano il grande gesto, grande luce, cioè essere nel profondo samādhi della Bodhicitta, della grande compassione, della saggezza, ma le differenti definizioni non sono importanti e derivano semplicemente dalla diversità delle correnti e scuole, la realtà è una, la stessa per tutti, semplicemente essere nella purezza del samādhi, liberati dai condizionamenti grossolani, non occorre null’altro.
Il lavoro fatto insieme in questi giorni ha portato molti frutti e di questo vi ringrazio infinitamente, la vostra dedizione al Dharma è molto importante, offriamo dunque i meriti accumulati per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.


Dedica e preghiera conclusiva
(Composta da Geshe Gedun Tharchin il 3 novembre 2000 - versione originale in tibetano)

La Vittoriosa tradizione dei Buddha come fondamento di Pace e Felicità,
Medicina per illuminare le sofferenze di tutti gli esseri senzienti,
Tesoro che realizza le speranze
degli esseri viventi dei tre reami,
Gioiello che soddisfa simultaneamente i desideri propri e altrui.

Dal profondo del mio cuore porgo il mio rispetto ai Maestri,
che mi hanno indicato senza errori i metodi per seguire
il Percorso Fondamentale, come affidarmi ad una guida spirituale
fino a raggiungere, tramite la pace, la completa Illuminazione.

(x 3) Possano tutti gli esseri, e noi stessi, incontrare la felicità
Realizzando la rinuncia, la mente del non-attaccamento,
il Bodhicitta, la mente altruistica verso infiniti esseri senzienti,
la Vacuità, la massima visione della Chiara Luce.



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